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Sopravvissuta ad Auschwitz. La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank
Sopravvissuta ad Auschwitz. La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank
Sopravvissuta ad Auschwitz. La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank
E-book375 pagine4 ore

Sopravvissuta ad Auschwitz. La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank

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Info su questo ebook

L'incredibile testimonianza della sorella di Anne Frank

Una storia che inizia dove drammaticamente il Diario di Anne Frank finisce

Nel giorno del suo quindicesimo compleanno, Eva viene arrestata dai nazisti ad Amsterdam e deportata ad Auschwitz. La sua sopravvivenza dipende solo dal caso, e in parte dalla ferrea determinazione della madre Fritzi, che lotterà con tutte le sue forze per salvare la figlia.
Quando finalmente il campo di concentramento viene liberato dall’Armata Rossa, Eva inizia il lungo cammino per tornare a casa insieme alla madre, e intraprende anche la disperata ricerca del padre e del fratello. Purtroppo i due uomini sono morti, come le donne scopriranno tragicamente a mesi di distanza. Ad Amsterdam, però, Eva aveva lasciato anche i suoi amici, fra cui una ragazzina dai capelli neri con cui era solita giocare: Anne Frank. I loro destini – seppur diversissimi – sembrano incrociarsi idealmente ancora una volta: nel 1953 Fritzi, ormai vedova, sposerà Otto Frank, il padre di Anne. La testimonianza di Eva (scritta in collaborazione con Karen Bartlett) è dunque doppiamente sbalorditiva: per la sua esperienza personale di sopravvissuta all’Olocausto e per lo straordinario intreccio del destino, che l’ha unita indissolubilmente a quella ragazzina conosciuta molti anni prima.

In vetta alle classifiche in Inghilterra

Una drammatica testimonianza
Una storia vera che deve sopravvivere

Anne Frank morì a Bergen-Belsen nel 1945 e attraverso il suo diario è diventata un simbolo mondiale dell’Olocausto.
Anche Eva ha vissuto gli indicibili orrori del campo di concentramento ed è sopravvissuta.
Solo dopo molti anni è riuscita a raccontare la sua storia.

«Se si può descrivere con estrema sensibilità l’animo umano, allora Eva sa farlo, raccontandone la forza e la fragilità. Dopo sessant’anni, l’autrice narra finalmente la sua storia, senz’altro da leggere.»
Daily Express


Eva Schloss
Vive a Londra con il marito Zvi. Dopo la guerra, ha lavorato come fotografa professionista (all’inizio usando la Leica che le aveva regalato Otto Frank), poi ha aperto un negozio di antiquariato. Co-fondatrice dell’Anne Frank Trust di Londra, gira il mondo per raccontare la sua straordinaria vicenda personale, cui è stata dedicata anche la pièce teatrale And Then They Came for Me: Remembering the World of Anne Frank, firmata da James Still. È autrice di vari volumi e nel 2012 è stata insignita dal principe Carlo della prestigiosa onorificenza di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per la sua opera di testimonianza nelle scuole e nelle prigioni.


Karen Bartlett
Scrittrice e giornalista, vive a Londra. Ha collaborato con varie testate («The Sunday Times», «The Times», «The Guardian», «Wired»), ha prodotto e condotto alcuni programmi sulla BBC Radio e ha lavorato in passato anche come attivista politica. Questo è il suo primo libro.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854159303
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    Anteprima del libro

    Sopravvissuta ad Auschwitz. La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank - Eva Schloss

    178

    Titolo originale: After Auschwitz

    Copyright © Eva Schloss and Karen Bartlett 2013

    The right of Eva Schloss and Karen Bartlett to be identified as the Authors of the Work has been asserted by them in accordance with the Copyright, Designs and Patents Act 1988.

    First published in Great Britain in 2013 by Hodder & Stoughton

    An Hachette UK Company

    All rights reserved

    Traduzione dall'inglese di Lucilla Rodinò (capp. 1-15) e Rosa Prencipe (capp. 16-Epilogo)

    Prima edizione ebook: ottobre 2013

    © 2013 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-5930-3

    www.newtoncompton.com

    Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

    Eva Schloss

    Sopravvissuta ad Auschwitz

    La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank

    Newton Compton editori

    Questo libro è dedicato alla memoria delle vittime dell'Olocausto e del genocidio che non hanno potuto raccontare la loro storia.

    Eva Schloss

    1. Qualcosa da lasciare

    «E ora credo che Eva voglia dire qualche parola».

    Quella frase risuonò per la grande sala, e mi riempì di terrore.

    Ero una tranquilla donna di mezza età, sposata a un bancario e con tre figlie grandi. L’uomo che aveva parlato era Ken Livingstone, allora ancora attivista a capo del Greater London Council di Londra, sul punto di essere abolito, nonché grande spina nel fianco del primo ministro Margaret Thatcher.

    Ci eravamo incontrati poco prima, lo stesso giorno, e non poteva certo sapere che quelle poche parole mi avrebbero messo tanto in agitazione. E neanch’io sapevo che quello sarebbe stato l’inizio del mio lungo viaggio verso la riconciliazione con i terribili eventi della mia infanzia.

    Avevo quindici anni quando, insieme ad altre migliaia di persone di tutta Europa, ero stata stipata in un treno composto da stretti e bui carri-bestiame per venire scaricata davanti ai cancelli del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Erano passati più di quarant’anni, ma quando Ken Livingstone mi chiese di parlare, una sensazione di puro terrore mi serrò lo stomaco. Avrei voluto strisciare sotto il tavolo e nascondermi.

    Era un giorno di inizio primavera del 1986 e ci trovavamo all’inaugurazione di una mostra itinerante su Anne Frank alle Mall Galleries, vicino all’Institute of Contemporary Arts di Londra. Ormai quella mostra è stata visitata da tre milioni di persone in tutto il mondo, ma allora stavamo appena cominciando a raccontare la storia dell’Olocausto a una nuova generazione tramite il diario di Anne, le sue foto e quelle della sua famiglia.

    Tali immagini mi legavano ad Anne in un modo che nessuna di noi due avrebbe mai potuto ipotizzare quando, da bambine, giocavamo insieme ad Amsterdam. Avevamo un carattere molto diverso, ma Anne era una delle mie amiche.

    Dopo la guerra, suo padre, Otto Frank, ritornò in Olanda e iniziò una relazione sentimentale con mia madre, nata dalle dolorose esperienze comuni. Si sposarono nel 1953 e lui divenne il mio patrigno. Mi regalò la macchina fotografica Leica che aveva usato per scattare le foto di Anne e della sorella Margot, perché potessi trovare una mia strada e diventare una fotografa. Ho usato quella macchina per anni e ancora la possiedo.

    La storia di Anne è quella di una bambina che ha commosso il mondo intero grazie alla semplice umanità del suo diario. La mia storia è diversa. Anch’io fui una vittima della persecuzione nazista e venni mandata in un campo di concentramento. Ma, diversamente da lei, mi salvai.

    Nella primavera del 1986 vivevo a Londra da ormai quasi quarant’anni e in quel lasso di tempo la città era diventata irriconoscibile, passando da un insieme di macerie, conseguenza dei bombardamenti, a metropoli multiculturale vivace e brulicante. Vorrei poter dire di aver subìto un’analoga trasformazione.

    Mi ero rifatta una vita e avevo una mia famiglia, con un marito splendido e delle figlie che per me erano tutto. Gestivo anche una piccola attività. Ma una larga parte di me mancava ancora all’appello. Non ero me stessa, e la ragazzina estroversa che un tempo andava in bicicletta, faceva capriole e non la smetteva mai di chiacchierare era nascosta in un luogo per me irraggiungibile.

    La notte sognavo di essere inghiottita da un grosso buco nero. Quando i miei nipoti mi avevano chiesto del tatuaggio sul braccio con cui ero stata marchiata ad Auschwitz, avevo risposto che era solo il mio numero di telefono. Non parlavo del passato.

    Ma non potevo rifiutarmi di parlare all’inaugurazione della mostra su Anne Frank, soprattutto visto che rappresentava il lavoro di una vita di Otto e mia madre.

    All’invito di Ken Livingstone mi alzai e iniziai a parlare, esitante. Probabilmente con sgomento degli astanti, che speravano in una breve introduzione, una volta cominciato mi resi conto che non riuscivo a fermarmi. Le parole mi precipitavano senza sosta dalla bocca e mi ritrovai a raccontare di tutte le esperienze traumatiche e dolorose che avevo vissuto. Ero stordita e atterrita. Non ho alcuna memoria di cosa dissi. Secondo mia figlia Jacky, che era presente: «Fu terribile. Non sapevamo quasi niente delle esperienze passate da mamma e di colpo era sotto i riflettori che faticava a parlare scossa dalle lacrime».

    Le mie parole forse non risultarono coerenti per gli ascoltatori, ma per me rappresentarono un momento importantissimo. Avevo recuperato una piccola parte di me.

    Malgrado questo inizio poco promettente, da quel giorno sempre più persone mi chiesero di parlare di quanto era successo durante la guerra. In principio, chiesi a mio marito di scrivermi dei discorsi, che leggevo (male) ad alta voce. Ma, a poco a poco, trovai la voce e imparai a raccontare da sola la mia storia.

    Dalla fine della seconda guerra mondiale, sono cambiate molte cose, purtroppo non i pregiudizi e le discriminazioni. Dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti all’apartheid in Sudafrica, dalla guerra nell’ex Jugoslavia ai conflitti in corso in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, in tutto il mondo vedevo gente che lottava per essere trattata con pari dignità e comprensione umana. E, da ebrea, mi rendevo conto che neppure la verità sull’Olocausto aveva scosso il mondo dall’orrore dell’antisemitismo. Ancora oggi in molti cercano capri espiatori sulla base del colore della pelle, delle origini, della sessualità. O della religione.

    Volevo parlare a quelle persone dell’acrimonia e della rabbia che li spingeva a incolpare gli altri. Come loro, sapevo come a volte potesse essere dura e ingiusta la vita. Per tanti anni anch’io ero stata piena di odio.

    Con lo schiudersi del mio mondo, cominciai a lavorare con la Casa di Anne Frank ad Amsterdam e l’Anne Frank Trust nel Regno Unito. Prima, scrissi un libro sulle mie esperienze, rivelando crudi ricordi dell’Olocausto e poi, molto dopo, un racconto per bambini sulla vita con mio fratello Heinz. Rimasi stupita che anche altri volessero scrivere della mia storia.

    Infine mi ritrovai a viaggiare per il mondo per parlare alla gente negli Stati Uniti, in Cina, Australia e in tutta Europa. Ovunque andassi, le persone che incontravo mi colpivano e mi cambiavano a tal punto che alla fine sentii di non essere più guidata dall’odio e dall’acredine. Niente potrà mai giustificare gli orrendi crimini commessi dai nazisti, quelle azioni non potranno mai essere perdonate e spero che, a causa di vicende analoghe alla mia, saranno sempre ricordate come tali. Ma grazie alla mia opera di diffusione, raccontando alla gente la mia storia, diventai una persona nuova – forse la persona che ero sempre stata dentro di me – e questo finì per essere una benedizione per me e la mia famiglia.

    Parlare ai bambini nelle scuole e ai carcerati è stata forse la parte più significativa del mio lavoro. Quando mi rivolgo a un pubblico di bambini, di diversi ambienti e Paesi, o a uomini e donne accusati di gravi reati, capisco che tutti si chiedono cosa mai possano avere in comune con me: una piccola signora con il suo abbigliamento distinto e l’accento austriaco. Ma so anche che alla fine del tempo trascorso insieme avremo condiviso la sensazione di essere a volte inadatti, l’idea che la vita è dura e che non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Di solito ci rendiamo conto di non essere poi tanto diversi.

    Voglio che essi apprendano ciò che ho imparato io: per quanto profonda sia la disperazione, c’è sempre speranza. La vita è bella e preziosa e nessuno dovrebbe sprecarla mai.

    In questo libro parlerò della mia famiglia e del lungo viaggio che ho intrapreso, fisicamente e spiritualmente, con mia madre. Racconterò anche qualcosa di più su mio padre, Erich, e mio fratello, Heinz. Qui dirò solo che ho perso entrambi e che, anche se sono ormai vecchia, una parte di me è sempre la quindicenne a cui mancano disperatamente e che li ama e pensa a loro ogni giorno.

    Un ricordo in particolare della nostra vita familiare mi ha accompagnato tutti questi anni e ha influenzato la mia opera.

    Era il maggio 1940 e ci trovavamo tutti a casa, ad Amsterdam. Eravamo già scappati da Vienna e i nazisti avevano appena invaso l’Olanda: era una notizia terribile. Di solito mio fratello maggiore Heinz non mancava mai di rassicurarmi e risollevarmi l’umore, ma quella sera era sconvolto e a corto di parole. Mi disse che non sapeva se nostro padre avrebbe potuto salvarci ancora: i nazisti stavano venendo a prendere tutti gli ebrei. «Sono davvero spaventato, Evi», affermò. «Ho paura di morire».

    Mio padre ci fece sistemare sul divano e ci prese tra le braccia, dicendoci che eravamo gli anelli di una catena e che avremmo continuato a vivere tramite i nostri figli.

    «E se non avremo figli?», chiese Heinz.

    «Ragazzi, vi prometto questo», disse mio padre. «Di tutto ciò che fate resta qualcosa, nulla si perde. Tutto il bene che avete fatto continuerà nelle vite delle persone con cui siete venuti in contatto. Sarà determinante per qualcuno, da qualche parte, in qualche luogo, e le vostre azioni si tramanderanno. Tutto è collegato come in una catena che non si può spezzare».

    In questo libro vi racconterò come abbia cercato di fare del mio meglio per lasciare qualcosa d’importante.

    2. Una famiglia viennese

    Se si era giovani, ambiziosi ed ebrei a cavallo tra Otto e Novecento, c’era solo un posto dove stare: Vienna.

    Ai miei occhi di bambina, le dimensioni maestose e la raffinatezza della città erano qualcosa di scontato: era casa mia e io ero una vera wiener. Al tempo in cui nacqui, vivevamo in una spaziosa villa nel verde sobborgo di Hietzing, sebbene con la città la mia famiglia avesse avuto una storia lunga e a tratti turbolenta.

    Fino alla fine della prima guerra mondiale, Vienna era la gemma della corona asburgica, la sede del vasto e potente impero austro-ungarico che si estendeva dall’Ucraina e la Polonia attraverso l’Austria e l’Ungheria, fino a Sarajevo, nei Balcani.

    La Vienna prebellica era un grande centro economico e culturale: gli affari erano alimentati dai commerci sul Danubio e compositori quali Gustav Mahler, scrittori come Arthur Schnitzler e dottori come Sigmund Freud rischiaravano le strade, i teatri e i caffè con nuove idee. Era quasi impossibile non farsi coinvolgere dal fermento delle attività che animavano la città. Nel Café Central si poteva incontrare Lev Trotsky che giocava a scacchi e progettava la rivoluzione; nel Café Sperl, Egon Schiele e una delle sue modelle facevano una pausa tra un nudo provocatorio e un altro.

    Erano tempi elettrizzanti. Nel 1910 la popolazione cittadina aveva superato i due milioni. I viali imperiali della Ringstrasse erano circondati da strade dove sorgevano nuove abitazioni per un ceto medio sempre più numeroso di negozianti e commercianti. Questa gente costituiva la principale destinataria della cultura viennese e d’improvviso andava a teatro, a mangiare fuori e a fare gite nei boschi e nelle colline dei dintorni.

    Una parte sempre maggiore di questa borghesia era formata da una comunità ebraica colta e di successo.

    Gli ebrei vivevano a Vienna da settecento anni, seppure a singhiozzo, perché una serie di governanti ostili li aveva spesso costretti a lasciare la città e la comunità era rimasta sparuta e instabile. Fu solo con la politica di tolleranza religiosa e di piena parità civile inaugurata dall’imperatore Francesco Giuseppe nel 1876 che la comunità ebraica cominciò davvero a prosperare. Nei trent’anni successivi, la popolazione ebraica di Vienna crebbe da 8000 a più di 118.000 anime, e ben presto cominciò a svolgere un ruolo di primo piano nella vita cittadina.

    Alcune di queste famiglie ebraiche erano ricchissime e molto note. Acquistavano palazzi sulla Ringstrasse e li decoravano di marmi e ori. Più in basso nella scala sociale c’era una borghesia di professionisti. All’inizio del Novecento quasi tre quarti dei banchieri e più della metà dei medici, avvocati e giornalisti erano ebrei. C’era persino una squadra di calcio giudaica molto famosa, che faceva parte dello Sport Club Hakoah.

    Poi la crisi economica e il crollo dell’industria della paraffina, che dava lavoro a numerosi ebrei polacchi, e in seguito i tumulti nei Balcani e infine la prima guerra mondiale portarono a Vienna nuove ondate di immigrati. I neoarrivati erano ebrei più poveri e meno colti provenienti dalle regioni orientali, come la Galizia polacca. Si stabilirono attorno alla stazione ferroviaria nord di Vienna, in una zona chiamata Leopoldstadt. Queste famiglie erano più osservanti e meno tedesche della comunità ebraica ormai assimilata alla vita austriaca. Famiglie come la mia non si sarebbero mai mischiate con questi nuovi immigrati, che divennero ben presto il bersaglio di profondissimi pregiudizi antisemiti.

    L’ambiente di mio padre era quello tipico di un’affermata famiglia borghese. Mio nonno, David Geiringer, era nato in Ungheria nel 1869. Dopo essersi trasferito a Vienna, aveva fondato il calzaturificio Geiringer & Brown, e quando era nato mio padre Erich, nel novembre 1901, gli affari andavano piuttosto bene.

    Ho solo una fotografia che ritrae insieme i genitori di mio padre. Mio nonno ha un’aria da uomo d’affari, con i baffi e la bombetta, mentre mio padre e mia zia, ancora piccoli, sono vestiti da marinaretti e guardano tutti seri l’obiettivo. Mia nonna, Hermine, è snella ed elegante e un enorme cappello a strati di pizzo nero e chiffon (il meglio della moda dell’epoca) la fa più alta di almeno una trentina di centimetri. Era arrivata a Vienna dalla Boemia, l’attuale Repubblica Ceca.

    Nonostante la rigida staticità richiesta dalle fotografie dell’epoca, sembrano una famiglia felice, ed è così che la ricordava mio padre. Purtroppo, poco dopo, mia nonna si ammalò di cancro e morì nel 1912, all’età di trentaquattro anni. Mio nonno si risposò con una donna che si rivelò una matrigna poco benevola e perciò mio padre andò via da casa ancora adolescente in cerca di una propria strada nel mondo. La sua prima esperienza di affettuosa vita familiare si era bruscamente e infelicemente conclusa, ma stava per incontrare la donna che avrebbe plasmato il resto della sua vita: mia madre.

    Devo ammettere che mia madre era bella. Mio padre era scuro ed elegante, ma mia madre aveva gli occhi azzurri, biondi capelli mossi e un sorriso smagliante. Il suo nome era Elfriede Markovits, ma tutti la chiamavano Fritzi, ed era piena di vita. Una delle sue foto che preferisco la ritrae da ragazzina mentre dà da mangiare ridendo a un cavallo. Le circostanze erano tutt’altro che allegre: si trovava in campagna, dove era di stanza mio nonno con l’esercito, per sfuggire alla carestia, ciononostante stava sorridendo. La fotografia potrebbe dare l’impressione che fosse una ragazza pratica, concreta e un po’ semplice, in realtà non era niente di tutto ciò. Almeno non a quel tempo.

    La madre di Fritzi, Helen, proveniva da una ricchissima famiglia proprietaria di vigneti nell’odierna Repubblica Ceca e di uno stabilimento termale di acque sulfuree nei dintorni di Vienna, a Baden bei Wien, dove detestavo andare per via del tanfo di uova marce.

    I beni di mia nonna si erano notevolmente ridotti all’epoca in cui aveva sposato mio nonno, Rudolf Markovits, rappresentante della Osram, una ditta che tra le altre cose produceva lampadine. Nonostante fosse un buon venditore e la famiglia fosse tutt’altro che povera, la fine della prima guerra mondiale aveva portato tempi duri per gran parte degli austriaci.

    Durante la guerra, il cibo era stato rigidamente razionato e il crollo del dominio asburgico nel 1918 aveva lasciato l’Austria in seria difficoltà. Il Paese dovette far fronte a esorbitanti riparazioni in virtù del trattato di pace di Versailles del 1919, ma la nazione andò in bancarotta prima che si potesse stabilirne l’entità.

    Ciò che un tempo era stato a capo di un vasto impero era ora un piccolo Paese, privo delle sue propaggini più redditizie. L’industria e l’agricoltura, un tempo ossatura dell’impero, sorreggevano ora le economie di altre nazioni, come la Polonia, la Cecoslovacchia, da poco indipendente, l’Ungheria e la Jugoslavia. Questi nuovi Paesi tennero in ostaggio l’Austria finché non furono ricomposte le dispute di frontiera e ben presto in Europa si sparse la notizia che i cittadini di Vienna pativano la fame.

    Tanto erano affamati i Markovits che a un certo punto uccisero e cucinarono l’uccellino di casa. Mia madre, che voleva molto bene all’animale, ricordava di aver pianto sul piatto pur staccandone la carne dalle piccole ossa per mangiarla.

    È quindi vero che quando il diciassettenne Erich Geiringer e la quattordicenne Fritzi Markovits si conobbero erano ormai entrambi abituati alle privazioni e all’incertezza. Ma la consapevolezza che nella vita potessero verificarsi rapidi e improvvisi mutamenti non influì minimamente sulla loro joie de vivre nella Vienna dei ruggenti anni Venti. Come dimostra questa lettera del 1921, mio padre non permetteva che niente e nessuno si frapponesse al suo corteggiamento, neanche la madre di Fritzi, che aveva sottolineato come la figlia fosse troppo giovane per un impegno tanto serio.

    Vienna, 17 agosto 1921

    Egregia signora,

    ho ricevuto oggi la vostra lettera del 15 e in principio ne sono rimasto alquanto scioccato, poi però è maturato nella mia coscienza il pensiero che la vostra egregia signora deve averla concepita con buone intenzioni. Sono molto grato della fiducia che accordate a Fritzi e a me stesso. Su molti punti avete ragione e devo ammettere, sebbene per me sia molto doloroso, che sono stato troppo precipitoso riguardo ai nostri progetti futuri.

    L’idea mi è maturata in testa in un attimo e non avevo valutato la resistenza che avrebbe potuto suscitare.

    Mi dispiace di non poter accettare il suggerimento che dà la vostra egregia signora di svagarmi. La mia antipatia per quegli svaghi è profonda e di lunga data. Dal momento in cui ho conosciuto Fritzi ne sono rimasto stregato, e dunque non sono interessato ad alcun altro svago...

    Abbiamo subito preso la cosa molto seriamente, altrimenti non avremmo proseguito la nostra profonda amicizia...

    Egregia signora, spero non vi contrari troppo che dica a Fritzi della vostra lettera. Non posso nasconderle una cosa tanto importante. Perdonatemi se nego che Fritzi sia ancora la scolaretta che la vostra egregia signora e il suo consorte ritenete: anche se va ancora a scuola, è molto più matura di quanto indicherebbe la sua età. Un fatto che la vostra egregia signora dovrebbe considerare.

    Ringrazio la vostra egregia signora per le buone intenzioni che mi ha dimostrato...

    Vostro umilissimo,

    Erich Geiringer

    Non rimase umilissimo a lungo: loro due si sposarono nel 1923 e diventarono una giovane coppia di mondo. E così vi sarebbe apparsa se li aveste incontrati a passeggiare per la Ringstrasse, o a fare una gita in montagna, o a bere con gli amici in una delle celebri taverne dove si mesceva il vino novello.

    Mio padre era vivace e allegro, cordiale e affascinante. Aveva studiato all’Università di Vienna prima di rilevare il calzaturificio di famiglia alla morte di mio nonno, nel 1924. Mia madre non aveva la passione per lo sport e i passatempi all’aperto di mio padre, ma amava la musica, suonare il piano e trascorrere il tempo con la sua grande famiglia.

    Erano entrambi molto eleganti. Gli abiti di mio padre erano di taglio impeccabile e confezionati in Savile Row e cominciò a indossare camicie rosa molto prima che diventassero di moda. Mia madre riusciva sempre ad avere un aspetto raffinato, anche con il nuovo taglio corto o con un berretto scozzese.

    Mio padre era in tutto e per tutto il capo della famiglia: sceglieva le attività, guidava le escursioni, gestiva gli affari e ammobiliava la nuova grande casa dei Geiringer in Lautensackgasse con un impressionante assortimento di pezzi d’antiquariato, tra cui un letto matrimoniale un tempo appartenuto al’imperatrice Zita. Era un’inesauribile fonte di entusiasmo e idee, per il lavoro e lo svago, e la mia giovane, e più prudente, madre seguiva la sua scia.

    Erano giovani e innamorati, ed erano felici di essersi trovati.

    3. L’infanzia

    «Dài Heinz, voglio farlo...».

    Ero una bambina testarda con lisci capelli biondi e spesso tiravo su il mento con aria decisa. Mio fratello Heinz era alto e snello, con le lunghe gambe magre, capelli neri e occhi espressivi.

    Quando il tempo era bello, spesso volevo portare il carrettino da fieno in cima al pendio nel nostro giardino, quasi un parco, saltarci dentro e poi riscendere giù a tutta velocità. Era uno dei miei giochi preferiti, ed era piuttosto pericoloso. Spesso ci facevamo male, visto che l’unico modo per controllare il carretto era usare un bastone come timone di fortuna. Ho il sospetto che Heinz fosse decisamente meno entusiasta di me riguardo a queste corse ma, come al solito, assecondava la sua sorellina.

    Avevamo tre anni di differenza ed eravamo diversissimi per aspetto e carattere.

    Heinz era nato nel 1926 e i miei genitori lo adoravano. Il primo trauma della sua vita avvenne un giorno di primavera di tre anni dopo, quando fu mandato, senza nessuna spiegazione, in casa di mia nonna. Passò una terribile settimana, senza nessuna informazione su cosa fosse capitato ai suoi genitori. Alla fine tornò a casa e trovò mia madre felicemente sistemata con un nuovo neonato tra le braccia: io.

    Ero nata l’11 maggio del 1929 al policlinico di Vienna e quel primo incontro con mio fratello avrebbe potuto suscitare un astio perpetuo. Ora mi pare assurdo che molti adulti pensassero fosse meglio non far familiarizzare i figli con l’idea che fosse in arrivo un altro bambino, ma così era a quei tempi.

    Fortunatamente per me, Heinz non mi portò rancore, anzi divenne ben presto il mio più fervido sostenitore e il miglior fratello che si potesse desiderare. Ma il trauma di quella settimana gli lasciò una profonda impressione. Sviluppò una balbuzie che nessun dottore o cura riuscirono a guarire. I miei genitori lo portarono persino da Anna Freud, figlia di Sigmund Freud e fondatrice della psicoanalisi infantile, ma invano. Era stato fin da subito un bambino molto sensibile.

    Vorrei poter dire di essere stata altrettanto deliziosa, ma non avevo nulla del carattere bonario di Heinz. In una foto di famiglia, siedo accigliata tra i miei genitori, Pappy e Mutti, con aria leggermente irritata al sospetto che possano rivolgere la loro attenzione l’uno all’altra, o a Heinz.

    Crebbi, ma rimasi cocciuta. Ricordo distintamente le molte serate trascorse in piedi in un angolo della stanza, dove avrei dovuto meditare su qualche malefatta per poi scusarmi. C’era una sedia in legno curvato e ci camminavo attorno senza sosta, disegnando con il dito un cerchio sul sedile e ripetendo che non avrei mai chiesto scusa.

    Queste scene erano di frequente causate da idiosincrasie alimentari. Per dirla tutta, facevo un sacco di storie per mangiare e detestavo le verdure. Di solito, venivo lasciata a tavola da sola dopo che gli altri avevano finito, con il divieto di alzarmi finché non avessi mangiato tutto quello che avevo nel piatto. Spesso ricorrevo al metodo di appiccicare i piselli uno a uno sotto il tavolo.

    Una sera i miei genitori ci salutarono e uscirono, lasciandoci a mangiare con la domestica. La cena consisteva in un pesce pieno di lische e io detestavo togliermele dalla bocca. Nel bel mezzo del pasto, mia madre telefonò per sapere come andava. «Tutto bene», le disse la domestica, prima che corressi all’apparecchio e glielo strappassi dalle mani allarmate per protestare a piena voce: «Non va bene per niente. Stiamo mangiando pesce, ha un sacco di spine e io lo odio».

    Ovviamente, mia madre mi disse di tornare a sedermi e di finire immediatamente la cena. Ma a volte mi chiedo se quella vena di ostinata ribellione non mi abbia aiutata ad andare avanti in circostanze infinitamente peggiori, quando ebbi davvero bisogno di tutta la mia più tenace caparbietà per non cedere.

    In quei primi anni della mia vita, la nostra casa era al piano intermedio di un grande palazzo ottocentesco a Hietzing. Hietzing era noto per essere il quartiere più verde della città grazie a tutti i suoi parchi e giardini. Il palazzo di Schönbrunn, residenza estiva degli Asburgo, era praticamente dietro l’angolo. Otto Wagner ci aveva costruito una fermata della metropolitana apposta per l’imperatore (se ne servì due volte). A pochi passi, il cimitero di Hietzing presentava un assortimento impressionante di nobili austriaci defunti, che lo rendevano uno dei luoghi più esclusivi della città.

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