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La vera storia dei templari
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La vera storia dei templari

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Le vicende del potente e controverso ordine di monaci guerrieri in un’avvincente narrazione basata sulle più recenti ricerche storiche

Dai misteriosi guardiani del Santo Graal del Parsifal di Wagner a Brian di Bois Guilbert, il diabolico antieroe dell’Ivanhoe di Walter Scott, i Templari, ovvero i Cavalieri del Tempio di Salomone, hanno affascinato l’immaginario occidentale. Ma chi erano davvero? Chi, o cosa, si celava dietro il loro potere? Quali eventi ne determinarono la caduta?
A queste domande risponde lo straordinario volume di Piers Paul Read, in un racconto piacevolissimo che ripercorre, distinguendo tra storia e leggenda, le vicende del più celebre ordine cavalleresco. Dopo aver tracciato a grandi linee la storia del Tempio di Gerusalemme e delle tre religioni che da secoli se ne contendono il possesso – l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam – Read ricostruisce dettagliatamente la vicenda di quest’ordine di monaci guerrieri, unico nella storia delle istituzioni cristiane, che costituì il primo esempio di esercito permanente nel mondo occidentale. Basando la sua indagine sulle più recenti ricerche storiche, l’autore ci mostra come la forza militare dei Templari fosse sostenuta da una corporazione che oggi definiremmo “multinazionale”, che traeva la propria ricchezza dall’efficiente gestione di vaste proprietà terriere e da una pionieristica attività bancaria. Espropriato dal re di Francia Filippo IV nel 1307, messo sotto accusa dopo che molti suoi membri avevano confessato sotto tortura atti blasfemi o eresie, l’Ordine venne infine soppresso nel 1312 da papa Clemente V.
Ma i Templari erano davvero colpevoli di ciò di cui li si accusava? Quale fu in realtà il loro ruolo e la loro importanza? Le loro vicende influenzano ancora il nostro tempo? Il volume risponde a questi interrogativi, e a molti altri ancora, attraverso una narrazione avvincente, che racchiude la straordinaria storia delle crociate e di coloro che vi presero parte.


Piers Paul Read
professore di storia a Cambridge, è autore di dodici acclamati romanzi e di tre testi non letterari, compreso il best-seller internazionale Alive. Ha vinto i premi Hawthornden e Geoffrey Faber, Somerset Maugham e James Tait Black.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854155565
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    La vera storia dei templari - Piers Paul Read

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    PARTE PRIMA

    IL TEMPIO

    Cavaliere e milite (I Crociata).

    I

    IL TEMPIO DI SALOMONE

    Sulle mappe medievali, Gerusalemme è posta al centro del mondo. A quel tempo era, ed è tutt’oggi, una città sacra per tre religioni: ebraismo, cristianesimo e islam. Per ognuna di esse, era il luogo in cui accaddero eventi molto importanti che rinsaldarono il legame tra Dio e l’uomo, a cominciare dai preparativi di Abramo per il sacrificio di suo figlio Isacco su quella roccia su cui è stato costruito un tempio dorato.

    Abramo era un ricco nomade di Ur, in Mesopotamia, che, circa 1800 anni prima della nascita di Cristo, si era spostato, per ordine di Dio, dalla valle dell’Eufrate al territorio abitato dai Canaaniti che si estende tra il fiume Giordano e il Mare Mediterraneo. Lì, come ricompensa della sua fede nell’unico vero Dio, gli venne assegnata questa terra «che stillava latte e miele» e gli vennero promessi innumerevoli discendenti perché la popolassero. Sarebbe stato il padre di molte nazioni e, per siglare il patto, Abramo e tutti gli uomini del suo popolo si sarebbero fatti circoncidere, una pratica che continuò «generazione dopo generazione».

    Questa promessa di posterità era difficile a mantenersi, perché la moglie di Abramo, Sara, era sterile. Consapevole di aver superato l’età fertile, Sara convinse Abramo a generare un figlio con la sua schiava egizia Hagar. A tempo debito, Hagar partorì Ismaele. Qualche anno dopo, mentre Abramo era seduto all’ingresso della tenda durante l’ora più calda del giorno apparvero tre uomini. Questi gli dissero che Sara, che allora aveva superato i novanta anni, avrebbe avuto un bambino.

    Abramo rise, Sara anche, sembrava uno scherzo. «Proprio adesso che sono decrepita dovrei provare piacere! E mio marito è vecchio»¹. Ma la predizione si dimostrò veritiera. Sara concepì e diede alla luce Isacco. Ma cominciò a odiare Ismaele, che considerava un rivale di Isacco per questioni d’eredità, e chiese ad Abramo di cacciare via lui e sua madre. Dio si schierò dalla parte di Sara e Abramo, sempre obbediente agli ordini di Dio, mandò Hagar e Ismaele nel deserto di Bersabea con un po’ di pane e un otre d’acqua. Quando l’otre fu vuoto, Hagar pensò di abbandonare suo figlio Ismaele sotto un cespuglio per non vederlo mori re di sete: ma Dio la condusse verso un pozzo e le promise che suo figlio avrebbe trovato una grande nazione nei deserti dell’Arabia.

    Fu allora che Dio mise alla prova Abramo per l’ultima volta, ordinandogli: «tuo figlio, l’unico che hai e che ami, Isacco [...] offrilo in olocausto sul monte che ti indicherò». Abramo obbedì senza fare obiezioni. Portò Isacco nel luogo che Dio aveva designato, uno sperone di roccia sul monte Moria, sistemò la legna su un altare di fortuna e stese Isacco sulle fascine. Ma, appena impugnato il coltello per uccidere suo figlio, gli venne ordinato di fermarsi. «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male. Ora so che tu temi Dio perché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico che hai. E poiché hai fatto questo [...] io ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sulla spiaggia del mare. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, in premio del fatto che tu hai obbedito alla mia voce» ².

    È esistito davvero Abramo? Oggi, l’opinione degli studiosi è divisa tra lo scetticismo degli esegeti tedeschi, che lo considerano una figura mitica, e i giudizi più positivi risultati dalle scoperte archeologiche della Mesopotamia³. Nel Medioevo, invece, nessuno dubitava dell’esistenza di Abramo e quasi tutti coloro che vivevano tra il subcontinente indiano e l’Oceano Atlantico dichiaravano una discendenza da questo patriarca di Ur – simbolica per i cristiani, effettiva per musulmani ed Ebrei. Questi ultimi avevano una genealogia che la provava – la raccolta dei testi giudaici che compongono la Torah e che raccontano la storia dei discendenti di Abramo.

    Intorno al 1300 a.C., dicono i resoconti, la carestia guidò gli Ebrei dalla Palestina all’Egitto. Lì furono ben accolti come ospiti da Giuseppe, un Ebreo, il primo ministro del Faraone, che in gioventù i fratelli gelosi avevano abbandonato nel deserto perché morisse; ma, dopo la morte di Giuseppe e l’avvento di un nuovo Faraone, gli Ebrei furono resi schiavi e sfruttati come forza lavoro nella costruzione della residenza del Faraone Ramses II.

    Mosè, il primo dei grandi profeti di Israele, guidò gli Ebrei fuori dall’Egitto e nel deserto. Lì, sul monte Sinai, Dio gli trasmise i suoi Comandamenti incisi su tavole di pietra. Per custodirle, gli Ebrei costruirono un reliquiario, noto come Arca dell’Alleanza. Dopo molti anni di peregrinazioni nel deserto del Sinai, raggiunsero la terra promessa di Caanan. Come punizione per le passate trasgressioni, a Mosè venne permesso soltanto di vederla da lontano. Fu compito del suo successore, Giosuè, reclamare quel che spettava a tutti gli Ebrei per nascita. Questi, tra il 1220 e il 1200 a.C., conquistarono la Palestina. La contesa con gli indigeni non fu leale; Dio si schierò dalla parte degli Ebrei. Ma la loro vittoria non fu mai assoluta; ci furono guerre continue tra Filistei, Moabiti, Ammoniti, Amaleciti, Edomiti e Aramei; gli Ebrei sopravvissero, però, grazie a quello straordinario destino di cui sono ancora inconsapevoli.

    Il matrimonio tra Dio e il popolo eletto non fu facile. Dio era geloso, si adirava quando gli Ebrei si rivolgevano ad altri dèi o infrangevano il severo codice di comportamento, di cui andavano osservati riti e regole, basato sui Dieci Comandamenti che Mosè aveva ricevuto da Dio sul monte Sinai. Gli Ebrei, dal canto loro, erano incostanti: si allontanavano da Dio per adorare idoli come il Vitello d’Oro⁴ o divinità pagane come Astarte e Baal⁵. Non rispettavano i profeti che Dio inviava loro perché si purificassero. Anche i loro re, per quanto unti dal Signore, erano peccatori. Saul disobbedì all’ordine di Dio di sterminare gli Amaleciti⁶ e David sedusse Betsabea, moglie di Uria l’Ittita e in seguito ingiunse a Joab, il comandante del suo esercito, di «mandare Uria in prima linea durante la battaglia, là dove infuria, e ritirarsi lasciandolo solo, così che venga colpito e muoia»⁷.

    Fu David che, al passaggio del i millennio a.C., strappò Gerusalemme agli abitanti indigeni, i Gebusei. Sotto la cittadella, sul monte Moab, vicino al luogo scelto da Dio per il sacrificio di Isacco, c’era un campo coltivato che apparteneva ad un Gebuseo, Onan. Obbedendo a Dio, David lo comprò per costruirvi il santuario che avrebbe ospitato l’Arca dell’Alleanza e raccolse i materiali per il Tempio che venne edificato da suo figlio Salomone intorno al 950 a.C.

    Il regno di Salomone segnò l’apogeo dello Stato ebraico indipendente. Dopo la sua morte, Israele fu conquistato da potenti popoli dell’Oriente: Assiri, Caldei, Persiani. Il Tempio di Salomone venne distrutto dai Caldei sotto il re Nabucodonosor nel 586 a.C. e gli Ebrei vennero tradotti in schiavitù a Babilonia. I Caldei vennero a loro volta sottomessi dai Persiani il cui re, Ciro, permise loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il loro Tempio nel 515.

    Nel iv secolo a.C., il vento di conquista cominciò a spirare non più da est ma da ovest: i Persiani vennero sconfitti dai Macedoni, al comando del loro giovane re, Alessandro Magno. Dopo la morte prematura di Alessandro, l’impero venne diviso tra i suoi generali e per un certo periodo la Palestina fu contesa tra Tolomei e Seleucidi. In assenza di un re, il comando fu assunto parzialmente dal Sommo Sacerdote ebreo di Gerusalemme.

    Nel 167 a.C. una rivolta religiosa contro i Greci sfociò in una battaglia per l’indipendenza politica andata a buon fine. I suoi capi, tre fratelli Maccabei, fondarono la dinastia ebraica asmonea che interessò gran parte del territorio una volta dominato da David e Salomone. Durante i continui conflitti con gli Stati vicini, fu fatto appello al nuovo, nascente potere di Roma. Il re ebreo Ircano e il suo ministro Antipatro si posero sotto la protezione del generale romano che aveva conquistato la Siria, Gneo Pompeo, o Pompeo Magno.

    Gerusalemme fu governata da Aristobolo, pretendente al trono. Dopo un assedio di tre mesi, la città venne conquistata dalle legioni di Pompeo. I Romani subirono poche perdite, mentre gli Ebrei morti furono 12.000. Secondo lo storico ebraico Josephus (meglio noto come Giuseppe Flavio, n.d.t.), comunque, la perdita di vite umane fu una calamità minore rispetto alla profanazione del Tempio perpetrata da Pompeo.

    Tra i disastri di quell’epoca niente scosse la nazione quanto l’apertura a estranei del Luogo Sacro, prima al riparo da tutti gli sguardi. Pompeo con la sua truppa entrò nel Santuario [...] e vide ciò che conteneva: la base della lampada e le lampade, il tavolo, le coppe per libagioni e incenso, tutte di oro massiccio e una grande quantità di spezie e denaro sacro [...].

    I Romani avevano ora il controllo dello Stato ebraico. Pompeo reinsediò Ircano come Sommo Sacerdote ma, vedendo che era un governatore incapace, mise il potere politico nelle mani del primo ministro Antipatro. Quando Giulio Cesare giunse in Siria nel 47 a.C., conferì ad Antipatro la cittadinanza romana e lo nominò commissario di tutta la Giudea: il figlio maggiore di questi, Fasaele, divenne governatore della Giudea e il suo secondogenito, Erode, allora ventiseienne, governatore della Galilea. Il console Marcantonio divenne amico fraterno di quest’ultimo.

    Nel 40 a.C. i Parti invasero la Palestina. Erode fuggì a Roma passando per l’Arabia e l’Egitto. Lì il Senato romano gli fornì un esercito e lo nominò re di Giudea. Erode sconfisse i Parti e, nonostante si fosse schierato dalla parte di Marcantonio contro Ottaviano, venne riconfermato da quest’ultimo re di Giudea dopo la sua vittoria su Marcantonio nella battaglia di Azio.

    Ora all’apice della gloria, Erode abbellì il suo regno con magnifiche città e imponenti roccheforti, molte delle quali vennero chiamate con il nome dei suoi protettori e dei membri della sua famiglia. Sulla costa tra Jaffa e Haifa, costruì una nuova città che chiamò Cesarea ed edificò la fortezza Antonia a Gerusalemme.

    Ampliò la roccaforte di Masada, dove la sua famiglia aveva trovato rifugio dai Parti e ne costruì un’altra sulle colline di fronte all’Arabia che chiamò Erodium, in onore di se stesso.

    Uomo di eccezionale coraggio e abilità, Erode comprese che la possibilità di mantenere il potere in Palestina dipendeva dalla capacità di andare incontro alle aspettative dei Romani, senza urtare la suscettibilità religiosa degli Ebrei. I Romani consideravano essenziale, per la sicurezza e la prosperità del loro impero, il controllo della Siria e della Palestina, a cavallo delle strade che collegavano Egitto e Mesopotamia e dominavano il Mediterraneo orientale.

    La città di Roma dipendeva infatti dal regolare rifornimento di grano dall’Egitto, che sarebbe stato compromesso se i porti della costa orientale del Mediterraneo fossero caduti nelle mani dei Parti.

    Gli Ebrei costituivano un problema molto più grande. Culturalmente dominati dai Greci fin dai tempi di Alessandro Magno e ora politicamente assoggettati ai Romani, avevano mantenuto la convinzione di essere il popolo eletto da Dio. Questa straordinaria fedeltà alle loro credenze e ai loro riti impressionò e contemporaneamente esasperò i loro coevi pagani. Mentre stringeva d’assedio i superstiti della difesa del Tempio, Pompeo

    si meravigliò dell’incrollabile resistenza degli Ebrei, di come riuscissero a continuare le cerimonie religiose nel mezzo di quella tempesta. Come se la pace più profonda avvolgesse la città, venivano meticolosamente compiuti per la gloria di Dio i sacrifici quotidiani, le offerte per i morti e tutte gli altri gesti di venerazione. Neanche quando il Tempio venne conquistato e iniziarono i massacri intorno all’altare, abbandonarono le dovute cerimonie quotidiane⁸.

    Ad ogni modo, il loro fanatismo – la convinzione di essere stati profanati dal contatto con i Gentili – fece sì che si inimicassero i vicini. In questo periodo, gli Ebrei non erano più confinati in Palestina: esistevano massicce comunità in molte delle principali città del mondo greco-romano e nell’impero persiano oltre l’Eufrate. Ad Alessandria si criticava il fanatismo ebreo fin dal III secolo a.C. A Roma ottennero l’esonero dai culti pagani e il permesso di osservare il Sabato, mentre Cicerone, nel suo Pro Flacco, si lamentava della loro intransigenza e Tacito, nelle sue Historiae, stigmatizzava ciò che coglieva come misantropia: «Nei confronti degli altri popoli provano solo astio e inimicizia. Nei pranzi siedono in disparte e dormono in disparte e, sebbene come razza siano inclini alla lussuria, si astengono dall’incontrare donne straniere; tra loro niente è illegale»⁹.

    Ad ogni modo, era in patria che il senso di superiorità degli Ebrei nei confronti delle altre nazioni pagane aveva preoccupanti implicazioni politiche. Più e più volte, dopo essere stati conquistati dai loro vicini più potenti e più grandi – Egiziani, Persiani, Greci e, ora, Romani – sarebbero insorti contro gli oppressori convinti che Dio fosse dalla loro parte e, più e più volte, ad un iniziale trionfo sarebbe seguita una selvaggia repressione.

    Erode, nonostante fosse cittadino romano di origini arabe, era scrupoloso nell’osservare la legge giudaica e, per accattivarsi ulteriormente gli osservanti della sua religione d’adozione, annunciò che avrebbe ricostruito il Tempio. La reazione degli Ebrei fu di sospetto: per rassicurarli che avrebbe portato a termine il suo ambizioso progetto, Erode dovette promettere di non demolire il vecchio Tempio finché non avesse raccolto il materiale sufficiente per costruire quello nuovo. Dato che soltanto i sacerdoti potevano entrare all’interno del Tempio, addestrò un migliaio di Leviti come muratori e carpentieri.

    Le fondamenta del secondo Tempio vennero notevolmente ingrandite con la costruzione di enormi muri di contenimento ad ovest, sud ed est. Lungo i margini della grande piattaforma, sostenuta da supporti ad arco, correvano gallerie coperte. Un muro circondava l’area sacra e su ognuno dei tredici cancelli c’era un iscrizione in latino e greco che ammoniva i Gentili che chiunque di loro avesse oltrepassato la soglia sarebbe stato punito con la morte.

    Al centro, incorniciato da colonnati, s’innalzava il Tempio vero e proprio. Su un lato si apriva il Cortile delle Donne e, dall’altro lato del Bel Cancello, il Cortile dei Sacerdoti. Due porte dorate portavano all’interno del santuario: di fronte c’era una tenda di tessuto di Babilonia ricamata in disegni blu, rossi e porpora a simboleggiare la creazione. Il luogo riservato interno, ricoperto da un enorme velo, era il sancta sanctorum in cui solo il Sommo Sacerdote poteva avventurarsi in determinati giorni dell’anno. La roccia su cui Abramo aveva preparato Isacco per il sacrificio era l’altare su cui venivano uccisi capretti o uccelli: all’estremità nord della roccia una cavità veniva usata per raccogliere il sangue sacrificale.

    La dimensione del tempio era grandiosa e, nel punto in cui svettava sulla valle del Cedron, raggiungeva un’altezza vertiginosa. Il suo splendore sarebbe sicuramente riuscito a convincere i sudditi che Erode, nonostante le origini arabe, era un rispettabile Ebreo. Ma Erode non aveva lasciato niente al caso. La fortezza Antonia collocata sul lato nord del Tempio era permanentemente presidiata da un contingente di fanteria romana che, durante le feste principali, era schierato in armi lungo il colonnato.

    Il Tempio fu il maggior successo di una delle figure più straordinarie del mondo antico. Erode, nel fiore degli anni, portò il regno di Israele ad un livello di splendore che non aveva mai conosciuto prima e che non avrebbe mai più raggiunto. La sua magnificenza si estendeva a città straniere: Beirut, Damasco, Antiochia, Rodi. Abile in combattimento, cacciatore esperto, atleta entusiasta, Erode istituì e presiedette i Giochi Olimpici. Usò la sua influenza per proteggere le comunità ebraiche durante la Diaspora e si dimostrò generoso verso i bisognosi in tutto il Mediterraneo orientale. Ma fallì nell’intento di instaurare una dinastia stabile perché, con l’avanzare degli anni, l’insorgere di disturbi mentali lo trasformò da despota benevolo in tiranno.

    Senza dubbio Erode era circondato da cospirazioni e intrighi. Sia il padre che il fratello erano morti di morte violenta, e lui aveva nemici potenti sia tra la fazione farisea dei Giudei, che non digerivano il suo ruolo di straniero sottomesso all’imperatore pagano di Roma, sia tra gli Asmonei, aspiranti al trono di Giudea. Per placare questi ultimi, Erode divorziò da Doris, la sua sposa di gioventù e sposò Mariamne, la nipote del Sommo Sacerdote Ircano.

    Questi era stato fatto prigioniero quando i Parti avevano occupato la Palestina, ma fu liberato per intercessione degli Ebrei che vivevano oltre l’Eufrate. Incoraggiato dal matrimonio di sua nipote con il re, ritornò a Gerusalemme dove però venne subito giustiziato da Erode e, come dice Giuseppe Flavio, non perché reclamò il trono, «ma perché il trono era effettivamente suo!»¹⁰. Altro potenziale rivale era Gionata, il fratello di sua moglie che, all’età di diciassette anni, Erode nominò Sommo Sacerdote; ma quando il giovane indossò i paramenti sacri e si avvicinò all’altare durante una festa, tutti i partecipanti piansero di emozione, così Erode lo fece affogare dalla sua guardia del corpo.

    Quello che poteva essere un espediente politico, in famiglia si rivelò un disastro. Erode era profondamente innamorato di Mariamne che, visto il trattamento riservato a suo fratello e suo nonno, lo odiava con uguale passione. Aumentava il suo risentimento il disprezzo di una principessa ebrea nei confronti di un arabo arrampicatore. Questo atteggiamento sprezzante tormentava Erode e faceva infuriare la sua famiglia, in particolare la sorella Salomè. Recitando la parte che in Otello fu di Iago, Salomè convinse il fratello che Mariamne lo aveva tradito con suo marito Giuseppe. Erode ordinò che venissero immediatamente giustiziati entrambi. La sua paranoia si rivolse poi ai due figli avuti da Mariamne: convinto che stessero cospirando contro di lui, li fece strangolare a Sebaste nel 7 a.C. Verso la fine della sua vita, mentre stava morendo tormentato da «un insopportabile prurito su tutto il corpo, dolori costanti al basso ventre, i piedi gonfi per l’idropisia, infiammazioni all’addome e ai genitali che generavano vermi», gli venne riferito che il figlio maggiore ed erede, Antipatro, aveva progettato di avvelenarlo. Antipatro venne giustiziato dalla guardia del corpo di suo padre. Cinque giorni dopo, morì anche Erode.

    Certo non furono tanto le tragedie domestiche a trasformare un grande re in un tiranno, quanto l’impossibile obiettivo di conciliare le esigenze del popolo eletto da Dio e la regola pagana. Durante il censimento del 7 a.C., seimila Farisei rifiutarono di giurare fedeltà ad Ottaviano, diventato l’imperatore Augusto; e, poco dopo la morte di Erode, una quarantina di seguaci di due rabbi di Gerusalemme, difensori della tradizione giudaica, si calarono con delle corde dal tetto del Tempio per rimuovere un idolo pagano, l’aquila d’oro che Erode aveva posto sopra il Grande Cancello del Tempio. Per questo i due rabbi vennero arrestati e bruciati vivi.

    I successori di Erode ebbero meno successo nel tenere sotto controllo questa voglia di ribellione. Secondo il testamento che il tiranno aveva cambiato tantissime volte, il regno doveva essere diviso tra i suoi tre figli: Archelao, Erode Antipa e Filippo. L’imperatore Augusto rispettò la volontà di Erode ma negò ad Archelao il titolo di re, facendolo solo enarca, o governatore di Giudea e Samaria finché, dopo nove anni di malgoverno, lo rimosse da entrambe le cariche e lo esiliò nella città di Vienne, in Gallia. La Giudea venne direttamente posta sotto un procuratore romano, prima Coponio, poi Valerio Grato e, nel 26 d.C., Ponzio Pilato.

    Questa soluzione non assicurò la stabilità in Palestina. Mentre l’aristocrazia ebrea e le istituzioni sadducee facevano tutto il possibile per contenere il risentimento della gente, la severa tassazione imposta dai Romani e la loro indifferenza alle credenze religiose degli Ebrei portarono dapprima a sporadiche rivolte e infine ad una vera e propria guerra. Gli Ebrei insorti presero Masada e uccisero gli uomini del presidio romano. Nel Tempio Eleazar, il figlio del Sommo Sacerdote Anania, persuase i ministri ad abolire i sacrifici offerti per Roma e per Cesare. Questo gesto scatenò un’insurrezione generale: la fortezza Antonia venne conquistata, Anania ucciso e il Romani ricacciati nelle torri fortificate del palazzo di Erode. A Cesarea, capitale amministrativa romana sulla costa, i Gentili attaccarono la colonia ebraica e la massacrarono. Questa atrocità fece indignare gli Ebrei di tutta la Palestina che saccheggiarono alcune città greche e siriane, come Filadelfia e Pella, uccidendone per vendetta gli abitanti.

    Nel settembre del 66, l’ambasciatore romano in Siria, Cestio Gallo, si mise in viaggio da Antiochia con la dodicesima legione per riportare l’ordine in Palestina. Gli Ebrei insorti a Gerusalemme si prepararono alla resistenza. Dopo alcune schermaglie fuori della città, Cestio si ritirò. La sua ritirata si trasformò in una disfatta. Gli Ebrei vennero lasciati padroni nella propria terra e si accinsero ad organizzare la difesa in vista del ritorno dei Romani.

    Considerando a posteriori la catastrofe che stava per sopraffarli, sembra assurdo pensare che gli Ebrei fossero convinti di poter sconfiggere il potere di Roma. Sicuramente c’era «chi vedeva chiaramente la calamità che si stava abbattendo e se ne lamentava apertamente»¹¹, ma la stragrande maggioranza era totalmente convinta che fosse arrivato il momento del compiersi del loro destino. Dopotutto erano il popolo eletto da Dio, e fin dai tempi più antichi i loro profeti avevano promesso non solo la liberazione, ma anche un liberatore a cui si riferivano come «l’Unto» o, in ebraico, Messia. Le promesse di Dio ad Abramo e Isacco riguardavano una salvezza non meglio specificata che sarebbe nata dal loro seme, ma in seguito questo concetto di salvezza si era combinato con l’idea di un re, discendente di Davide, il cui regno sarebbe stato eterno. Sarebbe stato un eroe specificatamente ebreo («Ecco, verranno giorni [...] nei quali susciterò a David un germoglio giusto, che regnerà da re, sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvo e Israele sarà sicuro nella sua dimora» ¹²) ma la sua sovranità si sarebbe rivelata universale («E domini da mare a mare e dal fiume ai confini della terra [...]. E lo adorino tutti i re, tutte le genti lo servano»¹³). Era questo potente senso di attesa messianica tra gli Ebrei della Palestina del i secolo che li incoraggiava a battersi contro il potere di Roma.

    I principali contrasti in seno agli Ebrei erano quelli che dividevano Sadducei e Farisei: i Sadducei controllavano il Tempio ed erano un po’ più accomodanti nella loro interpretazione della Legge; i Farisei erano più severi, più radicali e più austeri, ed utilizzavano la tradizione orale per imporre regole e regolette su molti aspetti della vita ebraica. La maggiore differenza nel credo delle due fazioni concerneva l’aldilà: i Sadducei erano agnostici, i Farisei credevano nell’immortalità dell’anima, nella resurrezione degli uomini, nella ricompensa divina per la virtù e nella punizione dei peccati nel mondo a venire.

    Erano i Farisei che esprimevano più fortemente la loro opposizione alle leggi romane e tra di essi c’erano sette austere e fanatiche come gli Esseni, che vivevano in comunità pseudo-monastiche, e gli Zeloti, una fazione terrorista che disprezzava non solo i Romani, ma tutti gli Ebrei che collaboravano con loro. Inviavano assassini, conosciuti come sicari (dal greco sikarioi, che significa uomini armati di coltello), per mescolarsi nella folla e assassinare i nemici. Un gruppo di Zeloti galilei che aveva trovato rifugio a Gerusalemme intraprese una guerra contro i loro ospiti.

    Il loro desiderio di saccheggio era insaziabile: razziavano le case dei ricchi, uccidevano gli uomini e violentavano le donne per divertimento, e brindavano sulle loro spoglie zuppe di sangue: quando si annoiavano si davano senza vergogna a pratiche effeminate, adornandosi i capelli e indossando vestiti da donna, cospargendosi di profumo e pitturandosi sotto gli occhi per rendersi più attraenti. Finirono per copiare non solo l’abbigliamento, ma anche le passioni delle donne e, in assoluta oscenità, inventavano piaceri proibiti. Sguazzavano nel fango, trasformando l’intera città in un bordello e inquinandola con le loro pratiche più folli. E, nonostante avessero viso di donne, avevano mani da assassini; si avvicinavano con passi effeminati, poi, in un attimo, diventavano guerrieri e sguainavano le spade da sotto i mantelli colorati colpendo indiscriminatamente i passanti ¹⁴.

    Quando la notizia della sconfitta di Cestio Gallo raggiunse l’imperatore Nerone, questi si rivolse ad un vecchio generale, Vespasiano, mettendolo al comando delle forze romane in Siria. Vespasiano inviò suo figlio Tito ad Alessandria affinché recuperasse la quindicesima legione e si unisse a lui a Tolemaide.

    L’esercito si spostò in Galilea e a questo punto riprese, non senza difficoltà, le fortezze tenute dagli Ebrei insorti e uccise o ridusse in schiavitù gli abitanti. Ogni città si difese strenuamente, in particolare Iotapata, comandata da Joseph ben-Mattias che, in seguito, passò dalla parte dei Romani, cambiò il suo nome in Giuseppe Flavio e scrisse un resoconto del conflitto nel suo Delle antichità e guerre giudaiche.

    Mentre si svolgeva questa campagna, l’imperatore Nerone venne assassinato; stessa sorte toccò al suo successore Galba. Ne seguì una guerra civile tra i due pretendenti rivali, Otone e Vitellio, da cui uscì vincitore Vitellio. A Cesarea, le legioni non lo riconobbero e proclamarono imperatore Vespasiano. Lo sostenne anche il governatore dell’Egitto, Tiberio Alessandro, e così fece la legione in Siria.

    A Roma, i seguaci di Vespasiano osteggiarono Vitellio e proclamarono Vespasiano erede al trono imperiale. La notizia lo raggiunse ad Alessandria, da dove si imbarcò per Roma, lasciando che il figlio Tito finisse di sottomettere gli Ebrei ribelli.

    I baluardi ebraici erano ora un pugno di fortezze remote e la città di Gerusalemme già circondata dalle legioni romane. La resistenza fu feroce: quando il rinnegato Giuseppe Flavio fece il giro delle mura della città invitando i compatrioti ad arrendersi, si sentì rispondere con lazzi e offese. La città era già nella morsa della fame e Giuseppe, che nel suo racconto affermò che la depravazione dei ribelli aveva inquinato la giustezza della loro causa, riporta con un certo piacere come la fame portò le mogli a rubare ai mariti, i figli ai padri e «cosa più orribile di tutte – le madri ai loro bambini, tirandogli fuori il cibo dalla bocca; e quando i loro cari stavano per morire tra le loro braccia, non esitavano a privarli del boccone che li avrebbe tenuti in vita». Il culmine di questo comportamento snaturato lo raggiunse una certa Maria del villaggio di Bethezub che uccise suo figlio, «poi lo arrostì e ne mangiò metà, nascondendo e conservando il resto» ¹⁵.

    L’esito era scontato, ma si disputò ferocemente ogni parte della città. Cadde per prima in mano dei Romani la fortezza Antonia, ma non il Tempio. Per sei giorni gli arieti delle legioni romane martellarono le mura del Tempio senza riuscire a smuovere gli enormi blocchi dalla forma tanto liscia e così ben cementati dai muratori di Erode. Andò a vuoto anche un tentativo di scavare sotto il cancello del Tempio. Non volendo rischiare altre perdite in un assalto generale, Tito ordinò ai suoi uomini di dar fuoco alle porte. Il rivestimento d’argento si sciolse con il calore e il legno prese fuoco. Le fiamme si estesero al colonnato, aprendo un passaggio ai soldati romani attraverso le fiamme. Era tale la loro rabbia nei confronti degli Ebrei che uccisero, oltre ai combattenti, inermi cittadini. Secondo Giuseppe, ansioso di scagionare il suo protettore davanti agli occhi degli Ebrei nella Diaspora, Tito fece di tutto per salvare il santuario; ma i suoi uomini vi appiccarono il fuoco. Quindi, quello di cui Giuseppe parla come dell’ «edificio più meraviglioso mai visto o di cui si sia mai sentito parlare, sia per la dimensione, la costruzione, la perfezione dei particolari, che per la gloria e santità» venne distrutto.

    La fortificazione e la determinazione dei suoi difensori erano tali che ci vollero sei mesi a Tito e alle sue legioni per catturare Gerusalemme: dal marzo al settembre del 70 d.C. La popolazione venne annientata. Coloro che avevano trovato rifugio nelle fogne della città morirono di fame oppure si uccisero o vennero uccisi dai Romani quando risalirono. Giuseppe stimò che nell’assedio di Gerusalemme fosse morto più di un milione di persone e che tutti i sopravvissuti fossero stati ridotti in schiavitù. Lasciando un presidio nella cittadella, Tito ordinò che il resto della città, compreso ciò che rimaneva del Tempio, venisse raso al suolo. Ritiratosi a Cesarea, il 24 ottobre festeggiò il suo compleanno guardando morire nell’arena i prigionieri ebrei, uccisi sia da animali feroci, che l’uno dall’altro, oppure bruciati vivi. Quando ritornò a Roma, insieme a Vespasiano, vestito di rosso, celebrò il suo trionfo. Vennero portati per le strade carri pieni di magnifici tesori presi a Gerusalemme, tra cui il candelabro d’oro del Tempio e furono fatte sfilare colonne di prigionieri in catene. Quando la processione raggiunse il Foro, il capo degli Ebrei insorti, Simone ben-Gioras, venne cerimoniosamente giustiziato, dopodiché i vincitori si ritirarono a godere il sontuoso banchetto preparato per loro e per i loro ospiti.

    In Palestina, bande di insorti resistevano ancora nelle fortezze di Erode: Erodium, Machaerus e Masada. Erodium cadde senza difficoltà, Machaerus si arrese, mentre Masada rimase nelle mani degli Zeloti sotto Eleazar ben-Jair, un discendente di Giuda il Galileo. In questa straordinaria fortezza, costruita su un altopiano, sulla sponda occidentale del Mar Morto, erano asserragliati un migliaio tra uomini, donne e bambini. Il governatore romano Flavio Silva circondò la fortezza con un muro e costruì una rampa per permettere a un ariete di aprirsi un varco nelle mura.

    Gli Zeloti all’inizio resistettero, ma quando divenne chiaro che il giorno successivo i Romani avrebbero sfondato il muro, Eleazar convinse i suoi seguaci che sarebbe stato meglio morire per mano propria che non uccisi dai Romani. Bruciati i loro averi, ogni capofamiglia uccise i propri congiunti; quindi vennero tirati a sorte dieci uomini per eliminare i propri compagni ed infine uno, sempre scelto a caso, avrebbe ucciso gli ultimi nove prima di suicidarsi.

    _________________________________

    ¹ La Sacra Bibbia, a cura di mons. Salvatore Garofalo, Torino-Roma, CEM, 1966. Genesi, 18, 12-13.

    ² Genesi, 22, 12-18.

    ³ Vedi Paul Johnson, A History of the Jews, London 1987, pp. 6, 7 (trad. it. Storia degli Ebrei, Milano, TEA, 1994).

    Esodo, 32, 1-6.

    II Libro dei Giudici.

    I Libro dei Samuele.15, 19-20.

    II Libro dei Samuele.11, 14-15.

    ⁸ Giuseppe Flavio, Delle antichità e guerre giudaiche, Venezia 1689.

    ⁹ Citato in Robert S. Wistrich, Anti-Semitism: The Longest Hatred, London 1991, p. 8.

    ¹⁰ Giuseppe Flavio, Delle antichità e guerre giudaiche, cit.

    ¹¹ Ivi.

    ¹² Geremia, 23, 5-6.

    ¹³ Salmi, 72, 8-11.

    ¹⁴ Giuseppe Flavio, Delle antichità e guerre giudaiche, cit.

    ¹⁵ Ivi.

    2

    IL NUOVO TEMPIO

    Le speranze di una nazione indipendente, nutrite dagli Ebrei che vivevano in Palestina, non morirono con la caduta di Masada. Circa sessanta anni dopo ci fu una seconda ribellione contro la dominazione dei Romani guidata da Simeone ben-Koseba, riconosciuto da Rabbi Akiba come il Messia promesso. Come già in precedenza, la ribellione riscosse un iniziale successo: le forze del procuratore romano in Giudea, Tinio Rufo, vennero sconfitte. L’imperatore Adriano inviò allora in Palestina il procuratore della Britannia Giulio Severo che, nel 134 d.C., riprese Gerusalemme. La guerra continuò per altri diciotto mesi fino all’agosto del 135, quando Bether, l’ultima delle circa cinquanta roccheforti tenute dagli insorti, cadde nelle mani di Severo e Simeone ben-Koseba venne ucciso.

    La punizione applicata dai Romani per questa seconda ribellione fu molto severa. Gli Ebrei catturati vennero uccisi o ridotti in schiavitù. La Giudea fu cancellata e divenne provincia della Siria-Palestina. La città di Gerusalemme si trasformò in una colonia romana da cui vennero cacciati tutti gli Ebrei. Sul monte del Tempio furono costruiti santuari dedicati all’imperatore-dio Adriano e al padre di tutti gli dèi, Giove.

    Ad ogni modo, a quell’epoca a Gerusalemme c’erano luoghi sacri ad un’altra religione che Rufo, il procuratore romano, sentiva di dover cancellare edificando templi pagani. Sul terreno che un secolo prima era stato utilizzato per le esecuzioni pubbliche e su una tomba vicina, costruì templi dedicati a Giove, Giunone e Venere, la dea dell’amore. I luoghi non avevano nessun significato per la nazione ebraica ma erano sacri per i seguaci di un altro pretendente al titolo di Messia, Gesù di Nazareth, chiamato anche Gesù il Cristo.

    Gesù è rimasta una figura controversa per tutti i venti secoli trascorsi da quando visse e morì fino al giorno d’oggi. Gli insegnamenti della maggior parte delle Chiese cristiane sono che la sua venuta è stata predetta dai profeti e più precisamente da suo cugino, un predicatore chiamato Giovanni Battista; che Gesù fu miracolosamente concepito nel grembo di una vergine, nacque in una stalla nel villaggio di Betlemme, predicò in Galilea e Giudea e compì una serie di miracoli che iniziarono con la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Questi miracoli comprendevano la guarigione di infermi, ma Gesù dimostrò anche di avere potere sulla natura, camminando sull’acqua e calmando le tempeste. Come Giovanni Battista prima di lui, esortò al pentimento e ricordò il giudizio e la punizione eterna per coloro che fossero morti nel peccato.

    In contrasto con la brutalità esistente tutt’intorno a lui nella Palestina dell’occupazione romana, Gesù esaltava la gentilezza e la semplicità: benediceva il povero e il mite e diceva che l’uomo doveva aspirare all’innocenza dei bambini. I valori che promuoveva capovolgevano «il mondo», ossia  la cultura dell’egoismo e dell’appagamento personale. Non ci si doveva sforzare di raggiungere il benessere e il potere, ma occupare l’ultimo posto a tavola. Non bisognava reagire alla giustizia, ma, se colpiti in volto, «porgere l’altra guancia». Non era una semplice questione di passività: l’odio di un nemico doveva essere ricambiato con l’amore. E ogni volta Gesù insisteva sul fatto che la virtù non si trovava nell’osservanza esteriore praticata dagli Ebrei, ma dipendeva dalla disposizione interiore di ognuno, dai nostri sentimenti e dai nostri pensieri.

    L’avversione per la religiosità esteriore, il suo dichiararsi Messia e Figlio di Dio, l’esortazione a perdonare i peccati erano considerati dai capi ebrei – gli scribi farisei e gli anziani sadducei – un comportamento blasfemo e sedizioso. Essi riuscirono a convincere il procuratore romano Ponzio Pilato a crocifiggere Gesù. Dopo la morte, il Cristo venne deposto in una tomba vicina ma tre giorni dopo, secondo i suoi discepoli, risorse.

    Anche a distanza di tempo la figura di Gesù, così come viene descritta nei Vangeli, ha un profondo effetto sul lettore. Diversamente dai libri dell’Antico Testamento che mostrano la maestà di Dio attraverso «la complessità della vita, delle emozioni e dei desideri oltre la sfera dell’intelletto e del linguaggio», i Vangeli sono racconti sparsi, che tuttavia ci persuadono del fatto «che così e non in altro modo fu come fu»¹. Per il critico letterario Gabriel Josipovici, Gesù si presenta «come una forza, un ciclone che trascina tutto con sé e obbliga chiunque incroci il suo sentiero a riconsiderare tutta la propria vita.

    Ha accesso, non tanto al segreto della saggezza, quanto alla fonte del potere». Gesù parla con eccezionale sicurezza e autorità, facendo anche quel tipo di affermazioni su se stesso che ci si aspetterebbe da un pazzo. Ma, come indica G. K. Chesterton, «era ciò che un uomo con una fissazione non è mai: era un bravo giudice. Quello che diceva era sempre inaspettato, ma sempre inaspettatamente magnanimo e spesso inaspettatamente moderato»².

    Quanto sono accurate, dal punto di vista storico, queste descrizioni di Gesù? I tentativi di raggiungere una visione obiettiva vengono spesso osta­colati dai pregiudizi, sia a favore che contro la religione cristiana. Tuttavia lo studioso della Bibbia E.P. Sanders pensa che sia possibile arrivare ad un nucleo di fatti storici.

    Sappiamo che iniziò sotto Giovanni Battista, che ebbe dei discepoli, che aspettava il «regno»; che andò dalla Galilea a Gerusalemme, che fece qualcosa di ostile contro il Tempio, che venne tradito e crocifisso. Infine, sappiamo che dopo la sua morte i discepoli furono testimoni di qualcosa che chiamarono «resurrezione»: l’apparizione di una persona, effettivamente morta, vivente ma trasformata. Essi credettero in questo e per questo vissero e morirono³.

    Questa fede in Gesù di coloro che lo conobbero si dimostrò contagiosa. «Qualunque sia il significato ultimo assegnato al termine Cristo», dice Geza Vermes, nel suo Gesù, l’ebreo, «un fatto è certo: l’identificazione di Gesù, non tanto con un Messia, quanto con il Messia atteso dagli Ebrei, costituiva il nucleo della primissima fase del credo cristiano»⁴. Comunque, questo Messia non era il re guerriero che avrebbe portato gli Ebrei al trionfo in questo mondo, ma qualcosa di molto più complesso e paradossale: un capro espiatorio che, con la propria sofferenza, avrebbe confuso Satana e conquistato la morte.

    Le cose dette da questo Salvatore, così diverso da come la maggior parte degli Ebrei si aspettava, si fondano sulle profezie fatte da Isaia nel Tempio nel 740 a.C.: «Ecco il mio servo», dice Dio, «che io sostengo, il mio eletto, di cui la mia anima gioisce». Dio lo renderà «luce per le genti affinché porti la salvezza fino ai limiti della Terra»; e ancora sarà «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo del dolore, avvezzo a patire, disprezzato. Pertanto egli si è fatto carico dei nostri affanni, egli si è addossato i nostri dolori» ⁵.

    Anche nei Salmi troviamo il lamento ripetuto, secoli dopo, nella sofferenza da Cristo prima della Crocifissione. «E io son diventato vituperio per loro; vedendomi, essi scuotono il capo»⁶. E nei Vangeli vengono sottolineati spesso quegli episodi della vita del Cristo che compivano le predizioni dei profeti.

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