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I grandi romanzi e i racconti

I grandi romanzi e i racconti

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I grandi romanzi e i racconti

Lunghezza:
3.244 pagine
65 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854149212
Formato:
Libro

Descrizione

• La follia di Almayer
• Il reietto delle isole
• Il negro del Narciso
• Cuore di tenebra
• Lord Jim
• Amy Foster
• Tifone
• Domani
• Nostromo
• L’agente segreto
• La linea d’ombra
• Racconti dell’inquietudine
• Racconti di mare e di costa

Introduzione di Filippo La Porta
Edizioni integrali

Il nome di Conrad è indissolubilmente legato al mare. In numerosi romanzi e racconti lo scrittore ha trasferito, rievocandole e trasfigurandole con il soffio del mito, le sue avventure di marinaio scelto e poi di capitano sulle rotte orientali, da cui ha saputo, con severa capacità introspettiva, distillare le essenze più intime e nascoste delle azioni umane. Il mare è un protagonista concreto, il mare che accoglie navi e battelli di ogni tipo, isole e porti popolati di esseri umani che si incontrano e si scontrano, soffrono e sperano rivelando se stessi. Ma il mare è anche uno spazio metaforico che si agita di conflitti e crisi profonde che spezzano, distruggono o fanno rinascere; qui comincia a farsi strada il sospetto, dolente e lacerante per l’epoca, che l’etica e la civiltà dell’Occidente fossero forse meno limpide di quanto l’ottimismo eurocentrico volesse indurre a pensare. Ecco la grandezza di Conrad: riesce a dare alle ombre dell’anima umana la concretezza delle onde dell’oceano, l’afferrabilità della tempesta che si scatena improvvisa dopo la bonaccia, il profumo della brezza. La sua maestria di narratore si esprime incredibilmente con un uso della lingua inglese che altri grandi scrittori inglesi gli invidiavano, a lui, polacco di nascita e di lingua: «La verità della faccenda è che la mia facoltà di scrivere in inglese è naturale quanto ogni altra attitudine ingenita che io abbia mai avuto. Nutro la strana e irresistibile sensazione ch’essa sia sempre stata una parte inerente di me stesso».


Joseph Conrad
(pseudonimo di Józef Konrad Korzeniowski) nacque nel 1857 a Berdiczew, nella Polonia meridionale. Nel 1874, per sfuggire all’arruolamento forzato nell’esercito zarista, raggiunse Marsiglia e cominciò a viaggiare per mare, prima su navi francesi, poi inglesi, percorrendo finalmente le rotte dell’Oriente. Nel 1886 diventa capitano di lungo corso, nello stesso anno ottiene la cittadinanza inglese e cambia il suo nome polacco in quello con cui è universalmente conosciuto. Il 1893 è l’anno dell’ultimo imbarco di Conrad: da allora fino alla morte, avvenuta nel 1924, si dedicherà solo alla scrittura. La Newton Compton ha pubblicato I grandi romanzi e i racconti e L’agente segreto, Cuore di tenebra e altri racconti d’avventura, Lord Jim e Romanzi del mare in volumi singoli.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854149212
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Polish-born Joseph Conrad is regarded as a highly influential author, and his works are seen as a precursor to modernist literature. His often tragic insight into the human condition in novels such as Heart of Darkness and The Secret Agent is unrivalled by his contemporaries.


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La follia di Almayer

1895

Alla memoria di T.B.

Titolo originale: Almayer’s Folly, traduzione di Maria Teresa Mariani.

Capitolo primo

«Kaspar! Makan¹!».

Quella voce stridula, così ben conosciuta, riportò bruscamente Almayer dal sogno di uno splendido futuro alla spiacevole realtà del presente. E anche la voce era spiacevole. Erano molti anni che la sentiva e ogni anno gli era piaciuta di meno. Non aveva importanza; tutto questo sarebbe finito presto.

Si mosse a disagio, ma non badò oltre al richiamo. Coi gomiti appoggiati sulla balaustra della veranda continuò a fissare il grande fiume che scorreva – indifferente e veloce – davanti ai suoi occhi. Gli piaceva guardarlo al tramonto; forse perché a quell’ora il sole calante spandeva una luminosa sfumatura dorata sulle acque del Pantai e i pensieri di Almayer erano spesso impegnati dall’oro; oro che non era riuscito ad assicurarsi; oro di cui altri si erano impadroniti – in modo disonesto, naturalmente – oppure oro che ancora intendeva procurarsi, con i propri onesti sforzi, per sé e per Nina. Si immerse nel suo sogno di ricchezza e di potere, lontano da quella costa dove aveva abitato per così tanti anni, dimenticando l’amarezza della fatica e della lotta nella visione di una ricompensa grande e splendida. Sarebbero vissuti in Europa, lui e la figlia. Sarebbero stati ricchi e rispettati. Nessuno avrebbe pensato al suo sangue misto davanti alla grande bellezza di lei e all’immensa ricchezza di lui. Testimone dei trionfi della figlia anche lui sarebbe ringiovanito, avrebbe dimenticato i venticinque anni di lotta straziante su quella costa dove si sentiva come prigioniero. Tutto questo era quasi a portata di mano. Mancava solo che Dain tornasse! E doveva tornare presto – nel proprio interesse e per la propria parte. Era in ritardo di più di una settimana! Forse sarebbe tornato quella notte.

Erano questi i pensieri di Almayer mentre, in piedi sulla veranda della casa nuova, ma che si stava già deteriorando – quell’ultimo fallimento della sua vita – continuava a guardare il grande fiume. Non aveva nessuna sfumatura d’oro quella sera, perché era stato ingrossato dalle piogge e, sotto i suoi occhi disattenti, faceva rotolare una piena fangosa e tempestosa, trasportando alla deriva piccoli legni e grandi tronchi morti e interi alberi divelti con ancora tutti i rami e le foglie tra le quali l’acqua mulinava e rumoreggiava con furia.

Uno di questi alberi alla deriva si arenò sulla riva in declivio e Almayer, trascurando il suo sogno, lo osservò con un debole interesse. L’albero ruotò lentamente su se stesso, in mezzo al sibilo e alla schiuma dell’acqua e, liberandosi rapidamente dall’ostacolo, cominciò di nuovo a scendere giù per la corrente, girando lentamente e levando in alto un lungo ramo spoglio, come una mano alzata verso il cielo in una muta supplica contro la brutale e inutile violenza del fiume. L’interesse di Almayer per il destino di quell’albero crebbe rapidamente. Si sporse per vedere se avrebbe superato la secca sottostante. La superò e allora lui si ritrasse, pensando che ora la corsa dell’albero era libera fino al mare e invidiò la sorte di quella cosa inanimata che diventava piccola e indistinta nella crescente oscurità. Quando lo perse completamente di vista cominciò a domandarsi quanto sarebbe andato lontano nel mare. La corrente lo avrebbe portato a nord o a sud? A sud probabilmente, finché non fosse stato trasportato in vista di Celebes, fino a Macassar, forse!

Macassar! L’eccitata immaginazione di Almayer si lanciò dietro l’albero nel suo viaggio immaginario, e la sua memoria, tornando indietro nel tempo di circa vent’anni o più, vide un Almayer magro e giovane, vestito tutto di bianco e dall’aspetto modesto, che sbarcava da un postale olandese sulla banchina polverosa di Macassar e veniva a cercare fortuna nei magazzini del vecchio Hudig. Era un momento importante della sua vita, l’inizio di una nuova esistenza. Suo padre, un funzionario subalterno impiegato ai giardini botanici di Buitenzorg, era stato senza dubbio contentissimo di sistemare il figlio in un’azienda del genere. Anche il giovanotto non era stato affatto restio a lasciare le perniciose coste di Giava e le scarse comodità del bungalow dei genitori, dove il padre si lamentava tutto il giorno della stupidità dei giardinieri indigeni e la madre, sprofondata nella sua poltrona rimpiangeva le glorie perdute di Amsterdam, dove era stata allevata, e la sua posizione, là, di figlia di un commerciante di sigari.

Almayer aveva lasciato la sua casa con il cuore leggero e la tasca ancora più leggera, parlando bene l’inglese e ben preparato in aritmetica; pronto a conquistare il mondo, non dubitando mai che ci sarebbe riuscito.

Dopo quei venti anni, in piedi nella soffocante e afosa calura di una sera del Borneo, ricordò con piacevole rammarico l’immagine dei freschi e alti magazzini di Hudig con i loro lunghi e dritti percorsi di casse di gin e balle di merci di Manchester; la grande porta che si apriva senza rumore; la luce incerta del luogo, così piacevole dopo quella abbagliante delle strade; i piccoli spazi, separati tra loro da steccati di legno, in mezzo a pile di mercanzie dove impiegati cinesi, freddi e dagli occhi tristi scrivevano rapidamente e in silenzio in mezzo al frastuono delle squadre di operai che facevano rotolare i barili o spostavano le casse mormorando un canto che finiva in un grido disperato. All’estremità superiore, di fronte alla grande porta, c’era uno spazio cintato più grande, bene illuminato; là il rumore era attutito dalla distanza e sopra di esso si alzava il tintinnio tenue e continuo dei fiorini olandesi d’argento che altri riservati cinesi stavano contando e ammucchiando sotto la supervisione di Mr Vinck, il cassiere, il genio che aveva il controllo del posto – il braccio destro del padrone.

In quello spazio luminoso, Almayer lavorava al suo tavolo non lontano da una porticina dipinta di verde, accanto alla quale stava sempre un malese, con una fascia rossa intorno alla vita e un turbante, la cui mano teneva una cordicella che pendeva dall’alto e si muoveva su e giù con la regolarità di un meccanismo. La corda azionava un punkah² dall’altra parte della porta verde, dov’era il cosiddetto ufficio privato, e dove il vecchio Hudig – il padrone sedeva come su un trono, dando udienze rumorose. A volte la porticina si spalancava di colpo rivelando al mondo esterno, attraverso la nebbia azzurrognola del fumo di tabacco, un lungo tavolo pieno di bottiglie di varie forme e un’alta brocca per l’acqua, poltrone di malacca occupate da uomini rumorosi in atteggiamenti scomposti, mentre il padrone, con la testa fuori dalla porta e tenendo la maniglia, borbottava qualcosa di riservato a Vinck; forse mandava un ordine tuonante giù nei magazzini o spiava uno straniero esitante e lo salutava con un amichevole ruggito: «Penfenuto, capitano! Ta tofe fiene? Bali, eh? Ha portato cafalli? Io foglio cafalli! Foglio tutto cvello che ha; ah! ah! Entri!». A quel punto lo straniero veniva trascinato dentro, la porta veniva chiusa in una tempesta di urla e i rumori abituali riempivano il posto; il canto degli operai, il rombo dei barili, lo stridio di penne rapide; mentre sopra a tutto si alzava il musicale tintinnio dei larghi pezzi d’argento che scorrevano incessantemente tra le dita gialle dei cinesi solleciti.

A quel tempo Macassar era brulicante di vita e di commerci. Era il punto dell’isola dove si dirigevano tutti quegli spiriti arditi che, dopo aver armato golette sulla costa australiana, invadevano l’arcipelago malese in cerca di denaro e di avventure. Spavaldi, spericolati, scaltri negli affari, non restii a qualche scaramuccia con i pirati, che si trovavano, anche allora, lungo diverse coste, per fare denaro rapidamente, erano soliti avere un rendez-vous generale nella baia sia per commerciare sia per fare bagordi. I mercanti olandesi chiamavano quegli uomini i venditori ambulanti inglesi; alcuni di loro erano indiscutibilmente gentiluomini per i quali quel tipo di vita aveva un suo fascino; la maggior parte erano marinai; il re riconosciuto di tutti loro era Tom Lingard, quello che i malesi, onesti o disonesti, tranquilli pescatori o disperati tagliagole, riconoscevano come il raja Laut – il signore del mare.

Almayer aveva già sentito parlare di lui ancora prima che fossero trascorsi tre giorni dal suo arrivo a Macassar, aveva udito le storie delle sue brillanti transazioni d’affari, dei suoi amori e anche dei suoi accaniti combattimenti con i pirati Sulu, insieme con la storia romantica di una certa ragazza trovata in un prao³ di pirati dal vittorioso Lingard quando, dopo un lungo combattimento, egli aveva abbordato l’imbarcazione, buttando in mare l’equipaggio. Era risaputo che Lingard aveva adottato la ragazza, la stava facendo educare in un convento di Giava e parlava di lei come «mia figlia». Aveva fatto solenne giuramento di farla sposare a un uomo bianco prima di tornare a casa e di lasciarle tutto il suo denaro. «E il capitano Lingard ha molto danaro», diceva Mr Vinck solennemente, con la testa inclinata sulla spalla, «un monte di denaro; più di Hudig!». E dopo una pausa, – giusto per dare il tempo agli ascoltatori di riprendersi da un’affermazione così incredibile – aggiungeva in un sussurro chiarificatore: «Sapete, lui ha scoperto un fiume».

Questo era tutto! Aveva scoperto un fiume! Questo era il fatto che poneva il vecchio Lingard così al di sopra della folla comune di avventurieri d’alto mare che commerciavano con Hudig di giorno, e di notte bevevano champagne, giocavano, cantavano canzoni sguaiate e facevano l’amore con ragazze meticce sotto l’ampia veranda del Sunda Hotel. In quel fiume, di cui soltanto lui conosceva la via d’accesso, Lingard teneva i suoi carichi di vari tipi di merci di Manchester, gong d’ottone, fucili e polvere da sparo. Il suo brigantino Flash, che comandava egli stesso, in quelle occasioni spariva discretamente durante la notte dalla rada, mentre i suoi amici smaltivano gli effetti della bevuta notturna e mentre Lingard, che poteva bere quanto voleva senza risentirne, aspettava di vederli finire sotto il tavolo ubriachi, prima di salire a bordo. Molti avevano cercato di seguirlo e di trovare quella terra dove guttaperca e calamo, conchiglie di madreperla e nidi d’uccelli, cera e gomma-lacca abbondavano, ma il piccolo Flash poteva navigare più veloce di qualunque altra imbarcazione in quei mari. Alcuni di loro naufragarono su banchi di sabbia nascosti o su scogliere coralline, perdendo tutto e salvando a malapena la vita dalla morsa crudele di quel mare assolato e sereno; altri si scoraggiarono e per molti anni le isole verdi dall’aria tranquilla, che custodivano gli accessi alla terra promessa, mantennero il loro segreto con tutta la spietata serenità della natura tropicale. E così Lingard andava e veniva nelle sue segrete o palesi spedizioni, diventando agli occhi di Almayer un eroe per l’audacia e gli enormi profitti delle sue imprese e insomma proprio un grand’uomo allorché lo vedeva marciare lungo il magazzino, grugnire un «Come sta?» a Vinck o salutare Hudig, il padrone, con un impetuoso: «Salve, vecchio pirata! Ancora vivo?» quale preliminare prima di sbrigare gli affari dietro la porticina verde. Spesso la sera, nel silenzio del magazzino ormai deserto, Almayer, mentre metteva via le sue carte prima di essere costretto ad andare a casa con Mr Vinck, presso cui abitava, indugiava ad ascoltare il rumore di un’accesa discussione nell’ufficio privato, udiva il borbottio cupo e monotono del padrone e le interruzioni di Lingard espresse a voce alta – due mastini che combattevano per un osso succulento. Ma alle orecchie di Almayer risuonava come un litigio fra Titani – una battaglia di dèi.

Dopo circa un anno Lingard, che gli affari avevano portato spesso in contatto con Almayer, prese improvvisamente e, per gli spettatori, piuttosto inspiegabilmente in simpatia il giovanotto. Ne cantò le lodi, una notte tardi, davanti a un’allegra bicchierata, ai suoi amici al Sunda e una bella mattina elettrizzò Vinck dichiarando che doveva avere «quel giovane amico come commissario di bordo. Una specie di impiegato del capitano che faccia tutto il lavoro di scribacchino per me». Hudig acconsentì. Almayer, con la naturale voglia di cambiamento della gioventù, non fu affatto riluttante, e dopo aver impacchettato le sue poche cose, cominciò sul Flash una di quelle lunghe crociere in cui il vecchio marinaio era abituato a visitare quasi ogni isola dell’arcipelago. I mesi passavano e l’amicizia di Lingard sembrava aumentare. Spesso, andando su e giù per il ponte con Almayer, quando la debole brezza notturna, carica degli effluvi aromatici delle isole, spingeva dolcemente avanti il brigantino sotto un cielo calmo e scintillante, il vecchio marinaio si confidava con il suo ascoltatore incantato. Parlava della sua vita passata, dei pericoli cui era sfuggito, dei grandi profitti del suo commercio, di nuove combinazioni future che avrebbero portato i profitti a essere ancora più grandi. Aveva nominato spesso la figlia, la ragazza trovata sul prao pirata, parlandone con una strana ostentazione di tenerezza paterna. «Deve essere una ragazza ora», diceva. «Sono quasi quattro anni dacché l’ho vista! Accidenti a me, Almayer, se in questo viaggio non correremo a Sourabaya». E dopo una dichiarazione del genere si cacciava sempre nella sua cabina mormorando a se stesso: «Si deve fare qualcosa – si deve fare». Più di una volta aveva stupito Almayer dirigendosi rapidamente verso di lui, schiarendosi la gola con un poderoso «Ehm!», come se stesse per dire qualcosa, e poi, allontanandosi rapidamente per sporgersi dalle murate in silenzio e osservare, immobile, per ore, lo scintillio del mare fosforescente lungo le fiancate della nave. La notte prima di arrivare a Sourabaya uno di quei tentativi di comunicazione confidenziale riuscì. Dopo essersi schiarito la gola parlò. Parlava con uno scopo: voleva che Almayer sposasse la figlia adottiva. «E non recalcitrare perché sei bianco!», gridò improvvisamente, non lasciando tempo al giovanotto sorpreso di dire neanche una parola. «Niente di tutto questo con me! Nessuno vedrà il colore della pelle di tua moglie. I dollari sono troppo fitti, perché questo sia possibile, te lo dico io! E bada, saranno ancora più fitti prima che io muoia. Ce ne sono milioni, Kaspar! Milioni, dico! E tutti per lei – e per te, se farai quello che ti si dice».

Sbigottito dall’inaspettata proposta, Almayer esitò e restò zitto per un minuto. Aveva il dono di una forte e vivace immaginazione e in quel breve lasso di tempo vide, come in un lampo di luce abbagliante, grandi pile di fiorini lucenti e realizzò tutte le possibilità di un’esistenza opulenta. La stima, l’indolente agiatezza di vita – per la quale si sentiva così adatto – le sue navi, i suoi magazzini, le sue merci (il vecchio Lingard non sarebbe vissuto in eterno) e, a completare l’opera, in un lontano futuro, brillava come un palazzo delle favole il grande palazzo ad Amsterdam, quel paradiso terrestre dei suoi sogni, dove, diventato re in mezzo agli uomini in virtù del denaro di Lingard, avrebbe passato la sera delle sue giornate in un inesprimibile splendore. Per quanto riguardava l’altra faccia della medaglia – dover condividere la vita con una ragazza malese, quell’eredità di una barca di pirati – in lui c’era soltanto una confusa consapevolezza di vergogna dato che lui era un uomo bianco. Tuttavia, un’educazione di quattro anni in un convento! – e poi lei poteva caritatevolmente morire. Lui era sempre fortunato e il denaro è potente! Buttarcisi dentro. Perché no? Aveva una vaga idea di rinchiuderla da qualche parte, da qualunque parte, fuori dal suo splendido futuro. Era abbastanza facile disporre di una donna malese, una schiava, dopo tutto, per la sua mentalità orientale, convento o non convento, cerimonia o non cerimonia.

Alzò la testa e affrontò il marinaio ansioso e ancora risentito.

«Io – naturalmente – qualunque cosa desideri, capitano Lingard».

«Chiamami papà, ragazzo mio. Lei lo fa», disse ammansito il vecchio avventuriero. «Accidenti a me, se fino alla fine non ho pensato che tu avessi intenzione di rifiutare. Bada, Kaspar, io ottengo sempre ciò che voglio, per cui non ti sarebbe servito a niente. Ma tu non sei uno sciocco».

Ricordava bene quel momento – lo sguardo, il tono, le parole, l’effetto che avevano prodotto in lui, anche le cose che lo circondavano. Ricordava lo stretto ponte inclinato del brigantino, la costa silenziosa e addormentata, la liscia superficie nera del mare con una grande striscia d’oro posata dalla luna che stava sorgendo. Ricordava tutto questo e ricordava le sue sensazioni di folle esultanza al pensiero di quella fortuna capitatagli fra le mani. Non era sciocco allora e non lo era adesso. Le circostanze gli erano state contrarie; la fortuna se n’era andata, ma rimaneva la speranza.

Rabbrividì nell’aria notturna e fu d’un tratto consapevole dell’intensa oscurità che, alla scomparsa del sole, aveva circondato il fiume, nascondendo i contorni della riva opposta. Solo il fuoco di rami secchi acceso fuori della palizzata del campo del raja faceva vedere ad intermittenza i tronchi irregolari degli alberi intorno, creando una macchia di rosso acceso in mezzo al fiume dove i tronchi portati dalla corrente correvano verso il mare nelle tenebre impenetrabili. Ricordò confusamente che a un certo punto della sera era stato chiamato dalla moglie. Per la cena probabilmente. Ma un uomo intento a contemplare i relitti del suo passato all’alba di nuove speranze non può avere fame tutte le volte che il suo riso è pronto. Era tempo di tornare a casa, tuttavia; si stava facendo tardi.

Appoggiò cautamente i piedi sulle assi sconnesse verso la scala. Una lucertola, disturbata dal rumore, emise una nota lamentosa e si affrettò verso l’erba alta che cresceva sulla riva. Almayer scese cautamente la scala; ora pienamente memore delle realtà della vita grazie all’attenzione necessaria a prevenire una caduta sul terreno accidentato, dove pietre, assi che stavano marcendo e travi segate a metà erano accatastate in un’inestricabile confusione. Mentre si voltava verso la casa dove abitava – la mia vecchia casa la chiamava – il suo orecchio avvertì il tonfo continuo di pagaie nell’oscurità del fiume. Restò immobile sul sentiero, attento e sorpreso che ci fosse qualcuno sul fiume così gonfio a quell’ora tarda. Ora poteva udire distintamente le pagaie e anche parole scambiate rapidamente a voce bassa, il pesante respiro degli uomini che combattevano contro la corrente e che costeggiavano la riva dove era lui. Piuttosto vicino anche, ma era troppo buio per distinguere qualunque cosa sotto gli arbusti sporgenti.

«Arabi, senza dubbio», borbottò tra sé Almayer scrutando nella fitta oscurità. «Che stanno facendo ora? Sarà uno degli affari di Abdulla; maledetto!».

L’imbarcazione era molto vicina ora.

«Ohi! C’è qualcuno?», gridò Almayer.

Il suono delle voci cessò, ma le pagaie andarono con impeto come prima. Poi la vegetazione davanti ad Almayer tremò e il secco rumore delle pagaie che cadevano dentro la canoa risuonò nella quiete della notte. Si stavano trattenendo fra i cespugli ora; ma Almayer poteva a malapena scorgere l’indistinta sagoma scura di una testa e delle spalle di un uomo al di sopra della riva.

«Sei tu, Abdulla?», disse Almayer dubbioso.

Una voce profonda rispose:

«Tuan Almayer sta parlando a un amico. Non c’è nessun arabo qui».

Il cuore di Almayer dette un gran balzo.

«Dain!», esclamò. «Finalmente! Finalmente! Ti ho aspettato ogni giorno e ogni notte. Ti avevo quasi dato per spacciato».

«Niente mi avrebbe potuto impedire di tornare qui», disse l’altro quasi violentemente. «Neanche la morte», mormorò a se stesso.

«Questo è un discorso da amico ed è molto bello», rispose Almayer di cuore. «Ma qui sei troppo lontano. Scendi al molo e lascia che i tuoi uomini cuociano il loro riso nel mio campo mentre noi parliamo in casa».

Non ci fu risposta a quell’invito.

«Che succede?», chiese Almayer a disagio. «E tutto a posto con il brigantino, spero?»

«Il brigantino è dove nessun Orang Blanda ci può mettere le mani sopra», disse Dain con un tono triste nella voce che Almayer, nella sua euforia, mancò di notare.

«Bene», disse. «Ma dove sono tutti i tuoi uomini? Ce ne sono solo due con te».

«Ascolta, Tuan Almayer», disse Dain. «Il sole di domani mi vedrà nella tua casa e allora parleremo. Ora devo andare dal raja».

«Dal raja? Perché? Che vuoi da Lakamba?»

«Tuan, domani parleremo da amici. Devo vedere Lakamba stanotte».

«Dain, non starai per abbandonarmi ora che tutto è pronto?», chiese Almayer, con voce supplichevole.

«Non sono ritornato? Ma per prima cosa devo vedere Lakamba per il tuo e per il mio bene».

Quella testa indistinta scomparve improvvisamente. Il cespuglio, lasciato andare dal rematore di prua, scattò all’indietro con un sibilo e spruzzò Almayer di acqua fangosa, mentre lui si chinava in avanti, cercando di vedere.

In breve la canoa si portò velocemente nella striscia di luce che si spandeva sul fiume dal grande fuoco sulla riva opposta, svelando i profili dei due uomini che stavano remando e una terza figura a poppa che agitava la pagaia di direzione, la testa coperta da un enorme cappello rotondo, come un fungo stranamente spropositato.

Almayer osservò la canoa finché questa oltrepassò la linea di luce. Poco dopo il mormorio di numerose voci lo raggiunse attraverso l’acqua. Vide le torce prese dalla pila fiammeggiante che per un momento resero visibile il cancello della palizzata intorno alla quale si erano affollati. Poi, a quanto parve, entrarono. Le torce scomparvero e il fuoco sparpagliato mandò soltanto un bagliore debole e intermittente.

Almayer si diresse verso casa a lunghi passi e con la mente inquieta. Sicuramente Dain non stava pensando d’ingannarlo. Era assurdo. Sia Dain che Lakamba erano troppo interessati al successo del suo piano. Fidarsi dei malesi è un lavoro sterile; ma poi anche i malesi hanno un po’ di buon senso e capiscono quali sono i loro interessi. Sarebbe andato tutto bene – doveva andare bene. A questo punto della sua elucubrazione si trovò ai piedi dei gradini che portavano alla veranda di casa sua. Dal punto dove si trovava poteva vedere entrambi i rami del fiume. Il ramo principale del Pantai era perso in un’oscurità completa, dal momento che anche il fuoco del raja si era spento; ma su per il tratto navigabile di Sambir poteva seguire la lunga fila di case malesi che affollavano la riva, con una debole luce che brillava qua e là attraverso le pareti di bambù o una torcia fumigante che bruciava sulle piattaforme costruite sul fiume. Più in là, dove l’isola finiva in una bassa scogliera, s’innalzava una nera massa di costruzioni torreggiante sopra i fabbricati malesi. Costruite solidamente sopra un terreno duro con molto spazio intorno, costellate di molte luci che per splendore e intensità facevano pensare alla paraffina e alle lampade di vetro, si ergevano la casa e i magazzini di Abdulla bin Selim, il grande mercante di Sambir. Per Almayer quella vista era molto sgradevole e mostrò il pugno a quelle costruzioni che, nella loro evidente prosperità, gli sembravano fredde, insolenti e sprezzanti delle sue scomparse fortune.

Salì lentamente gli scalini di casa.

In mezzo alla veranda si trovava un tavolo rotondo. Su di esso una lampada a kerosene senza il globo spandeva un bagliore violento sui tre lati interni. Il quarto lato era aperto e affacciava sul fiume. Fra i supporti grezzi del tetto a punta pendevano logori stuoini. Non c’era soffitto e la cruda lucentezza della lampada sfumava in alto in una dolce penombra che si perdeva nell’oscurità fra le travi. La parete centrale era divisa in due dalla porta di un corridoio centrale chiusa da una tenda rossa. La stanza delle donne affacciava su quel corridoio che portava al cortile posteriore e alla baracca della cucina. In una delle pareti laterali c’era una porta. Parole mezzo cancellate – UFFICIO: LINGARD & CO. – erano ancora leggibili sulla porta polverosa che aveva l’aria di non essere stata aperta da molto tempo. Vicino all’altra parete laterale si trovava una sedia a dondolo di legno incurvato a fuoco, mentre vicino al tavolo e per la veranda quattro poltrone di legno erano desolatamente disposte come se si vergognassero dello squallore che le circondava. Un mucchio di comuni stuoini giaceva in un angolo, con una vecchia amaca tesa diagonalmente sopra. Nell’altro angolo dormiva un malese, la testa avvolta in un pezzo di calicò rosso, raggomitolato in un mucchio senza forma, uno degli schiavi della casa di Almayer – che lui definiva la mia gente. Una numerosa e caratteristica adunata di falene stava tenendo un gran festino intorno alla lampada seguendo la musica vivace degli sciami di zanzare. Sotto il tetto di foglie di palma le lucertole correvano sulle travi chiamando sommessamente. Una scimmia incatenata a uno dei supporti della veranda – che si era ritirata per la notte sotto la grondaia – scrutava e faceva larghi sorrisi ad Almayer, mentre si appendeva a uno dei bastoncelli di bambù del tetto e provocava uno sgrullo di polvere e foglie secche che andava a cadere sul tavolo malridotto. Il pavimento era scabro, con molte piante appassite e terra secca sparse qua e là. Un’aria generale di squallida trascuratezza pervadeva il posto. Grandi macchie rosse sul pavimento e sulle pareti stavano a testimoniare quanto frequentemente e indiscriminatamente fosse masticata la noce di betel. La leggera brezza che veniva dal fiume faceva oscillare dolcemente le veneziane strappate, facendo giungere dalle foreste della riva opposta un profumo debole e malsano, come di fiori in decomposizione.

Sotto il passo pesante di Almayer le assi della veranda scricchiolarono rumorosamente. L’uomo che dormiva nell’angolo si mosse a disagio, mormorando parole indistinte. Ci fu un leggero fruscio dietro la tenda davanti alla porta e una voce dolce chiese in malese: «Sei tu, papà?»

«Sì, Nina. Ho fame. Dormono tutti in questa casa?».

Lo disse allegramente e si lasciò cadere con un sospiro di contentezza nella poltrona più vicina al tavolo. Nina Almayer venne alla porta seguita da una vecchia malese che si dette da fare a mettere sul tavolo un piatto pieno di pesce e riso, una brocca d’acqua e una bottiglia mezza piena di genever⁴, e dopo aver ordinatamente messo davanti al padrone un bicchiere incrinato e un cucchiaio di stagno se ne andò senza far rumore. Nina rimase vicino al tavolo appoggiandovi leggermente una mano. Il viso rivolto verso l’oscurità esterna, attraverso la quale i suoi occhi sognanti sembravano vedere qualche immagine incantevole, aveva uno sguardo d’impaziente attesa. Come meticcia era alta, con il profilo regolare del padre, modificato e accentuato dalla forma quadrata della parte inferiore del viso ereditata dagli avi materni – i pirati sulu. La bocca decisa, con le labbra leggermente aperte che facevano vedere il luccichio dei denti bianchi, conferiva una vaga idea di ferocia all’espressione impaziente dei suoi lineamenti. Tuttavia gli occhi scuri e perfetti avevano tutta la tenera dolcezza di espressione comune alle donne malesi, ma con il bagliore di un’intelligenza superiore. Guardavano gravemente, spalancati e seri, come se fossero di fronte a qualcosa invisibile ad altri occhi, mentre lei rimaneva lì tutta vestita di bianco, eretta, flessuosa, aggraziata, inconscia di sé, la fronte bassa ma spaziosa incorniciata da una massa splendente di lunghi capelli neri che le cadevano sulle spalle in folte trecce e facevano sembrare la sua carnagione leggermente olivastra ancora più chiara in contrasto al loro colore carbone.

Almayer attaccò il riso con avidità, ma dopo pochi bocconi s’interruppe, il cucchiaio in mano e guardò la figlia in modo strano.

«Hai sentito passare una barca circa mezz’ora fa, Nina?», chiese.

La ragazza gli dette una rapida occhiata e, togliendosi dalla luce, volse le spalle al tavolo.

«No», disse lentamente.

«C’era una barca. Finalmente! Dain stesso, e ha continuato per andare da Lakamba. Lo so perché me l’ha detto lui. Gli ho parlato, ma non è voluto venire qua stanotte. Verrà domani, ha detto».

Ingoiò un’altra cucchiaiata, poi disse:

«Sono quasi felice stanotte, Nina. Posso vedere la fine di una lunga strada che ci porta lontano da questo miserabile pantano. Presto andremo via di qui, tu e io, mia cara figlioletta, e allora…».

Si alzò da tavola e rimase a guardare fisso davanti a sé, come se stesse contemplando qualche visione affascinante.

«E poi saremo felici», continuò, «tu e io. Vivere ricchi e rispettati lontano da qui e dimenticare questa vita e tutta questa lotta e tutta questa miseria!».

Si avvicinò alla figlia e le carezzò i capelli.

«Non è bene fidarsi di un malese», disse, «ma devo riconoscere che questo Dain è un perfetto gentiluomo – un perfetto gentiluomo», ripeté.

«Gli hai chiesto di venire qui, papà?», domandò Nina, senza guardarlo.

«Certo, naturalmente. Partiremo dopodomani», disse Almayer allegramente. «Non dobbiamo perdere tempo. Sei contenta, ragazzina?».

Lei era alta quasi quanto lui, ma gli piaceva ricordare quando era piccola ed erano tutto l’uno per l’altra.

«Sono contenta», rispose lei, molto piano.

«Naturalmente», disse Almayer, gaiamente, «non puoi immaginare cosa ti aspetta. Anch’io non sono mai stato in Europa, ma ne ho sentito parlare così spesso da mia madre che mi sembra di saperne tutto. Vivremo una… una vita spendida. Vedrai».

Di nuovo rimase zitto accanto alla figlia, preso da quella visione incantevole. Dopo un po’ agitò il pugno verso il villaggio addormentato.

«Ah! Abdulla, amico mio», gridò, «vedremo chi avrà la meglio dopo tutti questi anni!».

Volse gli occhi verso il fiume e commentò placidamente:

«Un altro temporale. Bene! Nessun tuono mi terrà sveglio stanotte, lo so! Buonanotte, ragazzina», sussurrò, baciandole teneramente la guancia. «Non sembri molto felice stasera, ma domani avrai un viso più allegro. Eh?».

Nina aveva ascoltato il padre con viso impassibile, con gli occhi semichiusi che ancora guardavano nella notte, fattasi ora più scura per una cupa nube carica di pioggia che era avanzata lentamente giù dalle colline nascondendo le stelle, amalgamando cielo, foresta e fiume in un’unica massa di oscurità quasi palpabile. La debole brezza era scomparsa, ma il rombo distante del tuono e i tenui guizzi dei lampi avvertivano che la tempesta si stava avvicinando. Con un sospiro la ragazza si girò verso il tavolo.

Almayer era sull’amaca, già mezzo addormentato.

«Prendi la lampada, Nina», mormorò assonnato. «Questo posto è pieno di zanzare. Va’ a dormire, figlia».

Ma Nina spense la lampada e si voltò di nuovo verso la balaustra della veranda, mettendo un braccio intorno al sostegno di legno e guardando impaziente il tratto navigabile del Pantai. E lì, immobile nella calma opprimente della notte tropicale, vedeva, a ogni lampo, la foresta, che fiancheggiava entrambe le rive a monte del fiume, piegarsi per le furiose raffiche della tempesta incipiente e il tratto a monte del fiume battuto dal vento fino a diventare schiuma bianca e le nubi nere, lacerate in forme fantastiche, che si allungavano basse sopra gli alberi ondeggianti. Intorno a lei tutto era ancora calmo e immobile, ma udiva in lontananza il ruggito del vento, il sibilo della pioggia intensa, lo sciabordio delle onde sul fiume tormentato. Si avvicinavano sempre più, con forti rombi di tuono e lunghi lampi vividi, seguiti da brevi periodi di terrificante oscurità. Quando la tempesta raggiunse il punto in cui l’acqua era più bassa e divideva il fiume in due rami, la casa fu scossa dal vento, la pioggia batté rumorosamente sul tetto di foglie, il tuono si fece sentire in un rombo prolungato, i lampi incessanti illuminarono un tumulto di acque agitate, tronchi alla deriva e grandi alberi che si piegavano per quella forza brutale e spietata.

Non turbato dalla manifestazione notturna del monsone, il padre dormiva serenamente, dimentico delle sue speranze, delle sue disgrazie, dei suoi amici e dei suoi nemici e la figlia rimaneva immobile, scrutando avidamente, a ogni lampo, il largo fiume con uno sguardo fisso e ansioso.

¹ Si mangia! (n.d.t.).

² Grande ventola fatta di foglie di palma (n.d.t.).

³ Prao: una lunga, stretta, veloce imbarcazione malese a vela latina e un bilanciere (n.d.t.).

⁴ Un vino europeo fatto con frutti selvatici e aromatizzato con bacche di ginepro (n.d.t.).

Capitolo secondo

Quando, aderendo all’inaspettata domanda di Lingard, Almayer aveva acconsentito a sposare la ragazza malese, nessuno sapeva che il giorno in cui l’interessante giovane convertita aveva perduto tutti i suoi parenti naturali e aveva trovato un padre bianco, aveva combattuto disperatamente come gli altri a bordo del prao e che soltanto una brutta ferita a una gamba le aveva impedito di saltare fuoribordo, come i pochi altri sopravvissuti. Là, sul ponte di prua del prao, la trovò il vecchio Lingard, sotto un mucchio di pirati morti o morenti, e la fece portare sulla poppa del Flash prima che l’imbarcazione malese fosse data alle fiamme e mandata alla deriva. Lei era cosciente e nella grande pace e immobilità della sera tropicale che seguì il tumulto della battaglia, guardò andare alla deriva nell’oscurità in un grande rombo di fumo e fiamme tutto quello che, nel suo modo selvaggio di pensare, aveva caro sulla terra. Rimase lì, non badando alle mani attente che si prendevano cura della sua ferita, silenziosa e assorta, a osservare la pira funebre di quegli uomini coraggiosi che lei aveva ammirato così tanto e aiutato così bene nella lotta contro il temibile «raja Laut».

La leggera brezza notturna spinse dolcemente il brigantino verso sud e la grande fiammata di luce diventò sempre più piccola finché scintillò soltanto all’orizzonte come una stella cadente e tramontò: la spessa calotta di fumo rifletté per un breve momento il bagliore delle fiamme ormai nascoste e poi scomparve anch’essa.

Lei capì che in quel bagliore che svaniva se ne andava anche la sua vecchia vita. Da quel momento ci sarebbe stata schiavitù in paesi lontani, fra gente straniera, in ambienti sconosciuti e forse terribili. Pur avendo solo quattordici anni, realizzò la sua posizione e arrivò a quella conclusione, l’unica possibile per una ragazza malese, maturata presto sotto il sole tropicale e non ignara delle proprie attrattive delle quali aveva udito esprimere una calorosa ammirazione da parte di molti coraggiosi guerrieri dell’equipaggio del padre. Temeva l’ignoto; per il resto accettava la sua posizione con calma, com’era costume della sua gente, e la considerava anche quasi naturale; non era infatti figlia di guerrieri, conquistata in battaglia e non apparteneva giustamente al raja vittorioso? Anche l’evidente gentilezza del terribile vecchio doveva provenire, così pensava, dall’ammirazione per la prigioniera e la vanità lusingata le alleviò gli spasimi di dolore dopo una così terribile calamità. Forse, se avesse conosciuto i muri alti, i giardini tranquilli e le suore silenziose del convento di Samarang, dove il destino la stava portando, avrebbe cercato la morte per il timore e l’odio di una tale costrizione. Ma nell’immaginazione, si raffigurava la solita vita di una ragazza malese – il solito succedersi di duro lavoro e amore appassionato, di intrighi, ornamenti d’oro, duro lavoro domestico e di quella grande seppure occulta influenza che è uno dei pochi diritti delle donne quasi selvagge. Ma il suo destino, nelle rudi mani di quel vecchio lupo di mare che agiva sotto gli irrazionali impulsi del cuore prese un aspetto, dal suo punto di vista, terribile e strano. Sopportò tutto – la reclusione, l’insegnamento e la nuova fede – con calma sottomissione, nascondendo l’odio e il disprezzo per tutta quella nuova vita. Imparò molto facilmente la lingua eppure capì molto poco della nuova fede che le buone suore le insegnarono, assimilando rapidamente soltanto gli elementi superstiziosi della religione. Chiamava Lingard padre, in modo dolce e carezzevole, a ognuna delle visite brevi e rumorose che le faceva, per la netta impressione che egli fosse una potenza grande e pericolosa che era bene propiziarsi. Non era il suo padrone ora? E durante quei lunghi quattro anni nutrì la speranza di trovare favore ai suoi occhi e infine diventarne la moglie, il consigliere e la guida.

Questi sogni per il futuro furono dispersi dall’ordine del raja Laut che fece la fortuna di Almayer come quel giovane ardentemente sperava. E vestita di un odioso abbigliamento elegante che veniva dall’Europa, al centro del circolo interessato della società di Batavia, la giovane convertita rimase davanti all’altare insieme a un bianco sconosciuto e dall’aria imbronciata. Perché Almayer era a disagio, un po’ disgustato e fortemente incline a scappare. Un prudente timore per il suocero di adozione e una giusta considerazione del proprio benessere materiale gli impedirono di fare uno scandalo; tuttavia, mentre giurava fedeltà, stava architettando piani per liberarsi di quella graziosa ragazza malese in un futuro più o meno lontano. Lei, comunque, ricordava abbastanza gli insegnamenti del convento per capire bene che, per le leggi degli uomini bianchi, stava per diventare la compagna di Almayer e non la sua schiava e si ripromise di agire di conseguenza.

Così quando il Flash carico di materiali per costruire una nuova casa lasciò il porto di Batavia, portando la giovane coppia nello sconosciuto Borneo, non portava sul ponte tutto quell’amore e quella felicità di cui il vecchio Lingard era abituato a vantarsi davanti ad amici occasionali sulle verande di diversi alberghi. In quanto a lui, il vecchio marinaio era perfettamente felice. Ora aveva fatto il suo dovere verso la ragazza. «Sapete, io l’ho resa orfana», concludeva spesso solennemente, quando parlava delle proprie faccende a un uditorio di bighelloni di passaggio sulla costa – com’era sua abitudine fare. E le grida di approvazione di quegli ascoltatori mezzi ubriachi riempivano quell’anima semplice di orgoglio e delizia. «Io porto tutto a buon fine», era un altro dei suoi modi di dire e in ottemperanza a quel principio, spingeva la costruzione della casa e dei magazzini sul fiume Pantai con fretta febbrile. La casa per la giovane coppia; i magazzini per il grande commercio che Almayer stava per sviluppare mentre lui (Lingard) si sarebbe potuto dedicare a qualche lavoro misterioso di cui si era parlato solo per accenni, ma era chiaro si riferiva a oro e diamanti nell’interno dell’isola. Anche Almayer era impaziente. Avesse saputo quello che lo aspettava non avrebbe potuto essere così impaziente e pieno di speranza mentre rimaneva a guardare l’ultima canoa della spedizione di Lingard sparire alla curva superiore del fiume. Quando, voltandosi, osservò la graziosa casetta, i grandi magazzini costruiti accuratamente da un esercito di carpentieri cinesi, il nuovo molo intorno al quale erano raggruppate le canoe mercantili, provò un’improvvisa esaltazione al pensiero che il mondo era suo.

Ma il mondo doveva per prima cosa essere conquistato e la conquista non era così facile come aveva pensato. Gli fu ben presto fatto capire che non era desiderato in quell’angolo di mondo dove il vecchio Lingard e la propria debole volontà lo avevano collocato, in mezzo a intrighi senza scrupoli e a una feroce competizione commerciale. Gli arabi avevano scoperto il fiume, avevano stabilito una stazione commerciale a Sambir e dove commerciavano loro, volevano essere padroni e non ammettevano rivali. Lingard tornò senza avere avuto successo dalla sua prima spedizione e partì di nuovo, spendendo tutti i profitti del commercio legale in quei viaggi misteriosi. Almayer lottò con le difficoltà della sua posizione, senza amici e senza aiuto, salvo per la protezione accordatagli, per rispetto a Lingard, dal vecchio raja, il predecessore di Lakamba. Lakamba stesso, che allora viveva come privato cittadino in una radura di riso, sette miglia a valle del fiume, esercitò tutta la sua influenza per favorire i nemici dell’uomo bianco, complottando contro il vecchio raja e Almayer con una evidenza di coincidenze, che dimostrava chiaramente una profonda conoscenza dei loro affari più segreti. Apparentemente amichevole, si poteva vedere spesso la sua sagoma corpulenta sulla veranda di Almayer; il turbante verde e il bolero ricamato d’oro brillavano nella prima fila della dignitosa ressa di malesi venuti a salutare Lingard al suo ritorno dall’entroterra; i suoi inchini cerimoniosi erano i più profondi e le sue strette di mano le più calorose quando dava il benvenuto al vecchio mercante. Ma i suoi occhietti coglievano i segni del tempo ed egli si allontanava da quegli incontri con un sorriso soddisfatto e furtivo per avere poi lunghi conciliaboli con il suo amico e alleato, Syed Abdulla, il capo della stazione commerciale araba, un uomo di grande ricchezza e grande influenza nelle isole.

A quel tempo nel villaggio si credeva generalmente che le visite di Lakamba a casa di Almayer non fossero limitate a quegli incontri ufficiali. Spesso, nelle notti di luna, i pescatori di Sambir in ritardo vedevano una piccola canoa uscire velocemente dallo stretto ruscello dietro la casa dell’uomo bianco e il solitario occupante remare cautamente lungo il fiume nelle ombre profonde della riva; e quegli episodi, debitamente riferiti, venivano discussi intorno al fuoco serale fino a notte inoltrata con quelle espressioni ciniche tanto comuni tra gli aristocratici malesi e con un malizioso piacere per le sfortune domestiche dell’Orang Blanda – l’odiato olandese. Almayer continuò a lottare disperatamente, ma con una debolezza di propositi che lo privava di ogni possibilità di successo contro uomini così privi di scrupoli e risoluti quali erano i suoi rivali: gli Arabi. L’attività commerciale scomparve dagli ampi magazzini e anche questi marcirono pezzo per pezzo. Il banchiere del vecchio, Hudig di Macassar, fallì e con questo se ne andò l’intero capitale disponibile. I profitti degli anni passati erano stati assorbiti dalla smania esplorativa di Lingard che era nell’interno – forse morto – e in ogni caso non dava segno di vita. Almayer rimase solo in mezzo a quelle circostanze avverse, provando un po’ di conforto soltanto nella compagnia della figlioletta, nata due anni dopo il matrimonio e che a quel tempo aveva sei anni. La moglie aveva ben presto cominciato a trattarlo con selvaggio disprezzo che si manifestava con un imbronciato silenzio che solo occasionalmente mutava in una marea di selvagge invettive. Sentì che lei lo odiava e ne vide gli occhi gelosi osservare lui e la bambina quasi con un’espressione d’odio. Era gelosa dell’evidente preferenza della fanciulla per il padre e Almayer sentì di non essere al sicuro con quella donna in casa. Mentre lei bruciava il mobilio e faceva a pezzi le belle tende nel suo irragionevole odio per quei segni di civiltà, Almayer, spaventato da quegli scoppi di natura selvaggia, meditava in silenzio il modo migliore per liberarsi di lei. Pensò a tutto; progettò anche di ucciderla in modo irresoluto e poco efficace, ma non osò far niente – aspettando ogni giorno il ritorno di Lingard con le notizie di qualche immensa e abbondante ricchezza. Lui effettivamente tornò, ma invecchiato, malato, il fantasma di quello che era stato, con un fuoco febbrile che gli bruciava negli occhi infossati, quasi l’unico sopravvissuto di una spedizione numerosa. Ma era riuscito alla fine! Indicibili ricchezze erano a portata di mano; aveva ancora bisogno di denaro – solo un altro po’ per realizzare il sogno di una favolosa ricchezza. E Hudig era fallito! Almayer racimolò tutto quello che poté, ma il vecchio ne voleva di più. Se Almayer non poteva ottenerlo, sarebbe andato a Singapore – anche in Europa, ma prima di tutto a Singapore e avrebbe portato la piccola Nina con sé. La bambina doveva essere educata decentemente. Aveva buoni amici a Singapore che avrebbero avuto cura di lei e le avrebbero fatto avere un insegnamento adeguato. Sarebbe andato tutto bene e quella bambina, sulla quale il vecchio marinaio sembrava aver trasferito tutto l’affetto che aveva avuto per la madre, sarebbe stata la donna più ricca dell’Oriente – anche del mondo. Così gridava il vecchio Lingard, andando su e giù per la veranda con il passo pesante che teneva sul cassero, gesticolando con un sigaro acceso; cencioso, scarmigliato, entusiasta; e Almayer, sedendo raggomitolato su una pila di stuoie, pensò con terrore alla separazione dall’unico essere umano che amava – con terrore ancora maggiore, forse, alla scena con la moglie, quella tigre selvaggia privata della prole. Mi avvelenerà, pensò il povero sventurato, ben consapevole di quella maniera facile e definitiva di risolvere i problemi sociali, politici o familiari nella vita malese.

Con sua grande sorpresa lei prese la notizia con molta calma, dando a lui e a Lingard solo un’occhiata furtiva, senza dire una parola. Questo non le impedì, comunque, il giorno successivo di saltare nel fiume e nuotare dietro l’imbarcazione sulla quale Lingard stava portando via la bambinaia con la bambina che strillava. Almayer dovette inseguirla con la baleniera e tirarla su per i capelli in mezzo a grida e maledizioni sufficienti a tirar giù il cielo. Eppure dopo due giorni passati a lamentarsi, tornò al suo precedente modo di vivere, masticando noce di betel e sedendo tutto il giorno in mezzo alle sue donne in una istupidita oziosità. Da allora invecchiò rapidamente e si scuoteva dalla sua apatia soltanto per riconoscere la presenza accidentale del marito con una osservazione aspra o un’esclamazione insultante. Lui le aveva costruito nel campo un rifugio presso la riva dove lei viveva in perfetta solitudine. Le visite di Lakamba erano cessate quando, in seguito a un adeguato decreto della Provvidenza e l’aiuto di una piccola manipolazione scientifica, il vecchio governante di Sambir aveva lasciato questa vita. Ora al suo posto regnava Lakamba, essendogli stati utili i suoi amici arabi presso le autorità olandesi. Syed Abdulla era il grand’uomo e il grande mercante del Pantai. Almayer era rovinato e inerme sotto la fitta rete dei loro intrighi e doveva la vita soltanto alla supposta conoscenza del prezioso segreto di Lingard che era scomparso. Questi aveva scritto una volta da Singapore dicendo che la bambina stava bene ed era affidata a una certa signora Vinck e che lui stava per andare in Europa per procurarsi il denaro necessario alla grande impresa. «Tornerò presto indietro. Non ci dovrebbero essere difficoltà», scrisse, «la gente accorrerà con il denaro». Evidentemente non l’aveva fatto, perché ci fu soltanto un’altra lettera in cui egli diceva di essere malato, di non aver trovato nessun parente vivo, eccetto qualcuno alla lontana. Poi ci fu il silenzio completo. Apparentemente l’Europa aveva ingoiato il raja Laut e Almayer cercò invano a ovest un raggio di luce in quell’oscurità di speranze andate in frantumi. Gli anni passarono e le rare lettere della signora Vinck e più tardi della ragazza stessa erano le uniche cose che rendevano la vita sopportabile in mezzo alla trionfante crudeltà del fiume. Ora Almayer viveva solo, avendo smesso anche di andare a trovare i suoi debitori che non pagavano, sicuri della protezione di Lakamba. Il fedele sumatrese Alì gli cuoceva il riso e gli faceva il caffè perché lui non si fidava di nessun altro e meno di tutti della moglie. Ammazzava il tempo vagando tristemente tra i sentieri inselvatichiti intorno alla casa, visitando i magazzini ormai a pezzi dove qualche arma d’ottone coperta di verderame e solo poche casse rotte di merci di Manchester ridotte in pezzi gli ricordavano i bei tempi andati, quando tutto era pieno di vita e di merci e lui godeva la vista di una scena piena d’attività sulla riva del fiume, avendo a fianco la figlioletta. Ora le canoe provenienti dall’entroterra scivolavano oltre il piccolo molo sconnesso della Lingard & Co., per remare verso il ramo a monte del Pantai e raggrupparsi intorno alla nuova banchina di Abdulla. Non che amassero Abdulla, ma non osavano commerciare con l’uomo la cui stella era tramontata. Se lo avessero fatto sapevano che non si dovevano aspettare compassione dall’arabo o dal raja; non avrebbero avuto riso a credito in tempi di carestia da nessuno dei due e Almayer non poteva aiutarli, avendone a volte appena a sufficienza per sé. Almayer, nel suo isolamento disperato, spesso invidiava il vicino, il cinese Jim-Eng che vedeva allungato su una pila di fresche stuoie, un cuscino di legno sotto la testa, una pipa d’oppio tra le dita deboli. Lui, comunque, non cercava consolazione nell’oppio – forse era troppo dispendioso – o forse il suo orgoglio di uomo bianco lo salvava da quella degradazione; ma più verosimilmente era il pensiero della figlia che si trovava nei lontani insediamenti degli Stretti. Aveva avuto più spesso sue notizie da quando Abdulla aveva comprato una nave a vapore che ora percorreva la rotta fra Singapore e l’insediamento sul Pantai, ogni tre mesi circa. Almayer si sentì più vicino alla figlia e programmò un viaggio a Singapore, ma rimandò la partenza di un anno, aspettando sempre un qualche cambiamento favorevole della fortuna. Non voleva incontrarla a mani vuote e senza parole di speranza da dire. Non poteva riportarla in quella vita selvaggia alla quale era condannato lui stesso. Aveva anche un po’ paura di lei. Che cosa avrebbe pensato di lui? Contò gli anni. Una donna ormai. Una donna civile, giovane e piena di speranze; mentre lui si sentiva vecchio e disperato e molto simile a quei selvaggi che aveva intorno. Si chiese quale sarebbe stato il futuro della figlia. Non poteva ancora rispondere a quella domanda e non osò presentarsi di fronte a lei. Eppure desiderava ardentemente vederla. Esitò per anni.

Alla sua esitazione pose fine l’inaspettata comparsa di Nina a Sambir. Arrivò con il vapore sotto la protezione del capitano. Almayer la osservò sorpreso e meravigliato. Durante quei dieci anni la ragazza era diventata una donna dai capelli neri, la carnagione olivastra, alta e bella, con grandi occhi tristi in cui l’espressione spaventata comune alle donne malesi era mitigata da una sfumatura pensosa ereditata dagli antenati europei. Almayer pensò con sgomento all’incontro fra la moglie e la figlia, a quello che questa seria fanciulla in abiti europei avrebbe pensato di quella madre che masticava noce di betel, accoccolata in una capanna buia, disordinata, mezza nuda e musona. Temeva anche uno scoppio d’ira da parte di quella peste di donna che fino a quel momento aveva fatto in modo di tenere tollerabilmente calma, salvando così quello che rimaneva del mobilio in rovina. E rimase lì sotto il sole cocente davanti alla porta chiusa della capanna ad ascoltare il mormorio delle voci, a domandarsi cosa stesse succedendo nell’interno, da cui tutte le ragazze di servizio erano state cacciate all’inizio dell’incontro e ora, vicino agli steccati, con le facce mezze coperte, stavano raggruppate curiose a chiacchierare e a fare congetture. Lui si dimenticò di dove si trovava nel tentativo di cogliere qualche occasionale parola attraverso le pareti di bambù, finché il capitano del vapore, che era venuto su con la ragazza, temendo un’insolazione, non lo prese sotto braccio e lo portò sotto l’ombra della veranda dove si trovava già il baule di Nina, sbarcato dai marinai del vapore. Non appena il capitano Ford ebbe un bicchiere davanti ed ebbe acceso il sigaro, Almayer gli chiese una spiegazione per quell’arrivo inaspettato della figlia. Ford disse poco, a parte generalizzare in termini vaghi ma violenti sulla stupidità delle donne in generale e della signora Vinck in particolare.

«Sai, Kaspar», disse, come conclusione, ad Almayer che era tutto agitato, «è terribilmente scomodo avere una ragazza meticcia in casa. Ci sono in giro tanti sciocchi. C’era quel giovane della banca che andava a casa dei Vinck a ogni ora. La vecchia pensò che fosse per la sua Emma. Quando scoprì cosa lui voleva esattamente, ci fu un fracasso, te lo posso dire io. Non voleva avere Nina in casa – neanche un’altra ora. Fatto sta che sentii di questa faccenda e portai la ragazza da mia moglie. Mia moglie è piuttosto una brava donna – come tutte le donne – e parola mia l’avremmo tenuta finché tu non fossi arrivato, ma lei non è voluta rimanere. E adesso! Non adirarti, Kaspar. Siediti lì fermo. Che ci puoi fare? È meglio così. Lasciala stare con te. Lei non è mai stata felice là. Quelle due ragazze Vinck non sono meglio di scimmie ben vestite. La trattavano con disprezzo. Non puoi farla diventare bianca. Non serve a niente imprecare contro di me. Non puoi. Malgrado tutto, è una brava ragazza, ma non ha voluto raccontare niente a mia moglie. Se vuoi sapere qualcosa, chiediglielo tu stesso; ma fossi in te, la lascerei da sola. Non ti preoccupare del denaro del viaggio, amico mio, se adesso sei a corto». E il capitano, buttando via il sigaro, se ne andò per «andare a vedere quello che stava succedendo a bordo» (come disse).

Almayer aspettò invano di sentire dalla figlia la causa del suo ritorno. Né quello, né un qualche altro giorno lei alluse mai alla sua vita a Singapore. Lui non si preoccupò di chiedere, intimorito dalla calma impassibilità di quel viso, da quegli occhi seri che guardavano, oltre lui, le grandi e immobili foreste addormentate in un maestoso riposo con l’accompagnamento del mormorio del grande fiume. Accettò la situazione, felice dell’affetto gentile e protettivo che la ragazza gli dimostrava, abbastanza irregolarmente, perché, come diceva lei, aveva i suoi giorni di cattivo umore in cui andava a trovare la madre e rimaneva lunghe ore nella capanna sulla riva, uscendone impenetrabile come sempre, ma pronta a rispondere a qualunque discorso del padre con uno sguardo sprezzante e una parola brusca. Lui si abituò anche a questo e in quei giorni se ne stava tranquillo, anche se era profondamente preoccupato dell’influenza della moglie sulla ragazza. Per il resto Nina si adattò magnificamente alle circostanze di una vita mezza selvaggia e miserabile. Accettò senza domande o senza apparente disgusto l’incuria, il deterioramento, la povertà della casa, l’assenza di mobilio e la preponderanza della dieta a base di riso sulla tavola familiare. Viveva con Almayer nella casetta (che ora stava tristemente andando in rovina) costruita originariamente per la giovane coppia. I malesi diligentemente discussero il suo arrivo. All’inizio ci furono affollate udienze mattutite di donne con i loro bambini, che impazienti cercavano di ottenere «Ubat»⁶ per tutte le malattie del corpo dalla giovane Mem Putih. Nella frescura della sera, arabi seri, nelle lunghe vesti bianche e con i boleri gialli, camminavano lentamente sul sentiero polveroso lungo la riva verso il cancello di Almayer e facevano formali visite a quel miscredente con inconsistenti scuse d’affari, soltanto per dare in modo molto decoroso un’occhiata a quella giovane fanciulla. Anche Lakamba uscì dalla sua palizzata con una gran pompa di canoe da guerra e ombrelli rossi e sbarcò sul marcio moiette della Lingard & Co. Venne, parlò, comprò un paio di fucili d’ottone come regalo per un amico, il capo dei daiaki di Sambir e mentre Almayer, sospettoso ma cortese, si dava da fare a dissotterrare nei magazzini i vecchi fucili ad aria compressa, il raja sedeva su una poltrona della veranda, circondato dal suo seguito rispettoso, aspettando invano l’apparizione di Nina. Lei era in uno dei suoi giorni di malumore e rimase nella capanna della madre osservando con lei i cerimoniosi comportamenti che si tenevano sulla veranda. Il raja se ne andò, frustrato ma affabile e presto Almayer cominciò a raccogliere il beneficio delle migliorate relazioni con il governante sotto la forma del recupero di alcuni debiti, che gli furono pagati con molte scuse e molti profondi inchini cerimoniosi da debitori che fino a quel momento egli aveva considerato insolventi senza speranza. In queste migliorate circostanze Almayer si rianimò un po’. Forse non tutto era perduto. Pensò che quegli arabi e malesi alla fine avevano visto che lui era un uomo abbastanza capace. E cominciò, com’era sua abitudine, a programmare grandi cose, a sognare grandi ricchezze per sé e per Nina. Specialmente per Nina! Sotto questi impulsi vivificanti chiese al capitano Ford di scrivere ai suoi amici in Inghilterra e fare ricerche di Lingard. Era vivo o morto? Se era morto, aveva lasciato delle carte, dei documenti, delle indicazioni o delle tracce sulla sua grande impresa? Nel frattempo lui aveva trovato, in mezzo ai rifiuti in una delle stanze vuote, un taccuino del vecchio avventuriero. Studiò l’illeggibile scrittura di quelle pagine e spesso vi si soffermò a rifletterci. Anche altre cose lo risvegliarono dalla sua apatia. Lo scalpore provocato in tutte le isole dalla fondazione della British Borneo Company influì anche sul pigro corso della vita sul Pantai. Si aspettavano grandi cambiamenti; si parlava di annessione; gli arabi diventarono gentili. Almayer cominciò a costruire una nuova casa per i futuri ingegneri, rappresentanti o colonizzatori della nuova compagnia. Spese per essa ogni fiorino disponibile con cuore fiducioso. Soltanto una cosa disturbava la sua felicità; la moglie uscì dal suo isolamento introducendo la giacca verde, i poveri sarong, la voce stridula e quell’aspetto da strega nella sua vita tranquilla dentro il piccolo bungalow. E la figlia sembrò accettare quella selvaggia intrusione nella sua esistenza quotidiana con calma meravigliosa. A lui non piaceva, ma non osò dire niente.

⁵ Ex colonia britannica nella penisola malese, comprendente gli insediamenti di Penang e Malacca, l’isola di Cocos, l’isola di Natale e Singapore (n.d.t.).

⁶ Medicina (n.d.t.).

Capitolo terzo

Le deliberazioni di Londra hanno un’importanza di vasta portata e così la decisione presa negli uffici nascosti dalla nebbia della compagnia del Borneo oscurarono per Almayer la brillante luce solare dei tropici e aggiunsero un’altra goccia di amarezza al calice delle sue disillusioni. La rivendicazione di quella parte della costa orientale fu abbandonata, lasciando il Pantai sotto la sovranità nominale dell’Olanda. A Sambir ci furono gioia ed eccitazione. Gli schiavi furono fatti sparire in fretta nella foresta e nella giungla e le bandiere furono issate sugli alti pennoni del campo del raja in attesa di una visita delle navi da guerra olandesi.

La fregata rimase ancorata fuori della foce del fiume e le imbarcazioni arrivarono rimorchiate da una lancia a vapore facendosi cautamente strada in mezzo a una ressa di canoe piene di malesi elegantemente vestiti. Gli ufficiali comandanti ascoltarono con aria seria i discorsi di lealtà di Lakamba, ricambiarono gli inchini di Abdulla e, in eccellente malese, assicurarono quei signori dell’amicizia e della buona volontà del grande raja di Batavia verso il sovrano e gli abitanti di quello stato modello che era Sambir.

Almayer, dalla veranda, osservò il festoso procedere delle cose dall’altra parte del fiume, udì la detonazione delle armi d’ottone che salutava la nuova bandiera offerta a Lakamba e il basso mormorio della folla di spettatori che ondeggiava intorno alla palizzata. Il fumo delle salve si alzò in nuvole bianche sullo sfondo verde delle foreste ed egli non poté fare a meno di paragonare le proprie speranze con quel fumo che svaniva rapidamente. Pur essendo olandese, non esultò affatto per l’evento, eppure dovette costringersi a comportarsi cortesemente quando, finito il ricevimento ufficiale, gli ufficiali di marina della commissione traversarono il fiume per fare visita al solitario bianco di cui avevano sentito parlare desiderando anche, senza dubbio, vederne di sfuggita la figlia. Da quel lato furono disillusi, dato che Nina rifiutò di farsi vedere; ma sembrarono consolarsi facilmente con il gin e i sigari che un ospitale Almayer mise loro davanti e, sprofondati a loro agio nelle poltrone zoppicanti all’ombra della veranda, mentre fuori il sole fiammeggiante sembrava aver messo a bollire a fuoco lento il grande fiume, riempirono il piccolo bungalow con i suoni inusuali delle lingue europee, con le risate e il chiasso delle arguzie marinare alle spalle del grasso Lakamba con cui si erano congratulati così tanto, proprio quella mattina. I più giovani, con un impulso improvviso di buon cameratismo, fecero parlare il loro ospite e Almayer, stimolato dalla vista di facce europee, dal suono di voci europee, aprì il cuore a quegli stranieri comprensivi, non accorgendosi del divertimento che la narrazione delle sue numerose sventure provocava in quei futuri ammiragli. Bevvero alla sua salute, gli augurarono di trovare molti grossi diamanti e una montagna d’oro, espressero anche la loro invidia per gli alti destini che ancora lo aspettavano. Incoraggiato da tanta cordialità, lo sciocco sognatore con i capelli bianchi invitò i suoi ospiti a visitare la sua nuova casa. Vi andarono passando tra l’erba alta in processione disordinata, mentre le loro imbarcazioni erano pronte a ridiscendere il fiume nel fresco della sera. Nelle grandi stanze vuote, dove il vento tiepido, che entrava da quelle che avrebbero dovuto essere finestre, faceva volteggiare dolcemente le foglie secche e la polvere di molti giorni d’abbandono, Almayer, in giacca bianca e sarong a fiori, circondato da un circolo di scintillanti uniformi, batté il piede per mostrare la solidità dei pavimenti accuratamente montati e si dilungò sulle bellezze e le comodità della costruzione. Ascoltarono e annuirono, stupiti della meravigliosa semplicità e della sciocca fiducia di quell’uomo, finché Almayer, trascinato dalla sua eccitazione, non espresse il rammarico per il mancato arrivo degli inglesi «che sapevano come sviluppare un paese ricco», secondo la sua espressione. A quell’affermazione così genuina ci fu una risata generale tra gli ufficiali olandesi che si mossero verso le imbarcazioni; ma quando Almayer, poggiando cautamente i piedi sulle assi marcite del molo Lingard, cercò di avvicinare il capo

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