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Il principe - Dell'arte della guerra
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E-book397 pagine6 ore

Il principe - Dell'arte della guerra

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Info su questo ebook

Il principe: Introduzione di Nino Borsellino
Dell’arte della guerra: A cura di Alessandro Capata
Edizioni integrali

Scritto nel 1513, in un momento di grande tensione esistenziale e intellettuale, il trattato De Principatibus (Il Principe) resta l’opera di Machiavelli più immediatamente coinvolta nella crisi politica dell’Italia rinascimentale. Sebbene frutto di un preciso momento storico, il testo si caratterizza per una durevole e universalmente riconosciuta modernità, e le analisi di Machiavelli si rivelano ancora oggi uno strumento di confronto e di riferimento politico imprescindibile. Per l’Arte della guerra, nel 1520, l’autore sceglierà una diversa forma di espressione letteraria: il dialogo. Caro alla filosofia, il dialogo si fa – con Machiavelli – vettore di esplicite e incisive dissertazioni politiche. La voce, ingenua e sapiente, dei protagonisti si rivela, anche in questo caso, una scelta efficace, che costringe l’uomo a una riflessione su se stesso, allora come oggi.

«Uno principe pertanto debbe consigliarsi sempre, ma quando lui vuole e non quando altri vuole: anzi debbe tòrre animo a ciascuno di consigliarlo di alcuna cosa, se non gliene domanda; ma lui debbe bene essere largo domandatore, e di poi, circa alle cose domandate, paziente auditore del vero: anzi, intendendo che alcuno per alcuno rispetto non gliele dica, turbarsene.»


Niccolò Machiavelli
(Firenze 1469-1527) è considerato, con Leonardo da Vinci, il tipico esempio di uomo rinascimentale: innovatore ma studioso del passato da cui sa trarre validi insegnamenti, libero nel pensiero che spazia oltre i confini del suo tempo e abbraccia la storia con una visione non particolaristica. Fu Segretario della Repubblica fiorentina dal 1498 al 1512, fino alla restaurazione della Signoria dei Medici. Dopo l’esonero dagli incarichi di Stato, scrisse le sue opere maggiori, politiche e letterarie. Di Machiavelli la Newton Compton ha pubblicato Mandragola - Clizia - Andria, Il Principe – Dell’arte della guerra e il volume unico Tutte le opere storiche, politiche e letterarie.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854151680
Il principe - Dell'arte della guerra
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Autore

Niccolò Machiavelli

Niccolo Machiavelli was an Italian politician, diplomat, founding father of political science, and author of the preeminent political treatise, The Prince. Born in Florence, Italy, Machiavelli held many government posts over his lifetime and often took leading roles in important diplomatic missions. During his time visiting other countries and nation states, Machiavelli was exposed to the politics of figures like Ceasare Borgia and King Louis XII, experiences which would inform his writings on state-building and politics. Machiavelli’s political career came to an abrupt end when the Medici overthrew Florence, and he was held as a prisoner under the new regime. Tortured for a short time, he was released without admitting to any crime or treason. At this point, Machiavelli retired and turned to intellectual and philosophical pursuits, producing his two major works, The Prince and Discourses on the First Ten Books of Titus Livy. He died in 1527 at the age of 58.

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    Anteprima del libro

    Il principe - Dell'arte della guerra - Niccolò Machiavelli

    277

    Prima edizione ebook: gennaio 2013

    © 2012 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-5168-0

    www.newtoncompton.com

    Edizione digitale a cura di geco srl

    Niccolò Machiavelli

    Il Principe

    Introduzione di Nino Borsellino

    seguito da

    Dell’arte della guerra

    A cura di Alessandro Capata

    Edizione integrale

    Premessa

    Pienamente inserita negli anni di Sant’Andrea in Percussina è la composizione del trattato De principatibus, meglio noto come Il Principe, scritto tutto di un fiato tra il luglio e il dicembre del 1513 (ma non mancano ipotesi diverse di datazione) come indica la lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre di quello stesso anno e pubblicato postumo nel 1532 a Firenze presso i Giunti e a Roma presso il Blado, dopo anni di circolazione manoscritta. La dedica originaria era rivolta a Giuliano de’ Medici, terzogenito di Lorenzo il Magnifico, a cui Machiavelli aveva già chiesto aiuto durante la breve prigionia del febbraio 1513. Dopo la morte di Giuliano, avvenuta nel marzo 1516, la dedica venne indirizzata a Lorenzo duca d’Urbino, figlio di Piero de’ Medici e nipote dello stesso Giuliano. Quest’opera fu realizzata da Machiavelli con l’intento di ottenere l’appoggio di chi poteva aiutarlo a riprendere la sua militanza politica; il Segretario fiorentino volle richiamare l’attenzione su di sé, mostrando ai nuovi signori le sue competenze, per tentare di essere richiamato al servizio dello Stato, fosse anche a «voltolare un sasso». E innegabile l’opportunismo di Machiavelli nella realizzazione e nella dedica di quest’opera ed è, tuttavia, proprio tenendo presenti il dedicatario, il contesto storico fiorentino e quello personale-biografico che è possibile collocare il trattato nella sua giusta dimensione, al di là di interpretazioni ancora troppo diffuse che hanno spesso ignorato o trascurato i dati materiali e costitutivi del testo.

    Il Principe è uno scritto agile e incalzante, composto di ventisei capitoli di varia lunghezza, con titoletti in latino. I capitoli 1-11 sono dedicati alla «classificazione dei principati» in ereditari, nuovi, misti ed ecclesiastici. La classificazione machiavelliana è legata al problema della stabilità e della vitalità del principato, in relazione ai modi con cui il principe può instaurare il proprio potere su uno Stato. I capitoli 12-14 sono invece dedicati al problema militare: l’esercito per Machiavelli deve essere strettamente legato al principe e allo Stato e non essere regolato da rapporti mercenari, dannosissimi e responsabili del disastro italiano nelle recenti guerre di invasione. Dal 15o capitolo in poi il Segretario punta al tema centrale, descrivendo il comportamento che deve assumere il principe per mantenere la guida dello Stato. Machiavelli si propone di rimanere sul piano della «verità effettuale» e polemizza con coloro che propongono soluzioni utopistiche e irreali. Nei capitoli che seguono, egli disegna il profilo del principe «savio» come di colui che è in grado di dominare sia il gioco delle apparenze sociali che il vorticoso mutare della «fortuna», possedendo tutte le qualità morali «positive», ma mostrandosi in grado di saper trascorrere nelle qualità opposte moralmente «negative». Il principe deve saper usare la «bestia» e l’«uomo» assumendo di volta in volta i metodi astuti della «golpe» (volpe) e quelli forti del «lione» (leone). Il 24o capitolo affronta le cause del crollo degli Stati italiani di fronte alle invasioni straniere, dovute all’ignavia dei principi italiani, inconsapevoli e privi di «virtù». Il 25o capitolo pone il problema del rapporto tra «virtù» e «fortuna», ovvero tra la capacità razionale di previsione e di controllo dell’uomo e il caos imprevedibile e devastante della realtà esterna. Per Machiavelli il successo politico è garantito solo se si è in grado di assecondare la «fortuna» con continue «mutazioni». Il capitolo 26o è un’esortazione rivolta ai Medici a liberare l’Italia dagli stranieri e si conclude con una citazione tratta dalla canzone petrarchesca Italia mia, benché ’l parlar sia indarno.

    Machiavelli con questo trattato si pone oltre la tradizione umanistica che prefigurava immagini ideali di comportamento. Il Principe parte, infatti, dalla tradizione letteraria quattrocentesca sull’«ottimo principe», ma approda a conclusioni sconvolgenti rispetto ai parametri umanistici relativi alla «saviezza» del principe, creando un vero e proprio «effetto di shock» (Albertini). L’idea di «saviezza» elaborata dall’ideologia umanistica, che prevedeva l’univocità del comportamento umano, viene stravolta dalla necessità di un modo di agire «doppio», che consenta al principe di trascorrere indistintamente da una qualità a quella opposta. La straordinarietà di questo trattato sta proprio nel rovesciamento della concezione umanistica: il nuovo tipo di «saviezza», prefigurata da Machiavelli, è legata alle capacità del principe di saper gestire lo «spazio delle apparenze» facendo coesistere scandalosamente atteggiamenti di segno opposto, nella lotta per la conquista e il mantenimento dello Stato.

    Delle grandi opere machiavelliane l’Arte della guerra fu l’unica a essere pubblicata quando l’Autore era ancora in vita: mentre, infatti, il Principe, i Discorsi e le Istorie fiorentine uscirono nel giro di quattro-cinque anni dalla morte di Machiavelli, il dialogo Dell’arte della guerra, scritto tra il 1519 e il 1520, fu pubblicato subito dopo, nel 1521, presso gli editori Giunti di Firenze, con dedica a Lorenzo di Filippo Strozzi. L’opera si contraddistingue, quindi, per una sua evidente originalità filologica, essendo apparsa a stampa con la piena approvazione dell’autore.

    Il dialogo, che si articola in sette libri, si immagina avvenuto nel 1516, presso gli Orti Oricellari, tra il vecchio condottiero Fabrizio Colonna (morto nel 1520), allora di passaggio a Firenze, e i giovani Cosimo Rucellai, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni. Attraverso le parole di Fabrizio, Machiavelli presenta un’ampia sintesi delle sue riflessioni sul «problema della milizia», analizzato sia dal punto di vista politico che tecnico. Il grande obiettivo polemico di Machiavelli sono le «armi mercenarie», considerate fonte di debolezza per gli Stati italiani perché non in grado di collegare «virtuosamente» l’attività militare alla vita civile dello Stato. Viene poi rivendicata la funzione essenziale della fanteria, secondo il modello militare dell’antica Roma, contro i nuovi metodi di guerra rappresentati dall’artiglieria, disprezzati ma anche sottovalutati dal Segretario fiorentino. Molti studiosi hanno sottolineato come l’importanza dell’Arte sia da ricercare, più che nelle singole tesi tecniche, nel modo in cui Machiavelli ripropone alcuni concetti fondamentali della sua riflessione teorica e nel nesso indissolubile istituito tra «guerra» e «politica», tra potere militare e potere civile. Il vecchio Fabrizio Colonna, alter ego di Machiavelli, trasmette ai giovani degli Orti una cultura militare che la «malignità dei tempi» non gli ha concesso di trasformare in realtà. Il significato fortemente autobiografico del dialogo trapela dall’appello finale che Fabrizio rivolge ai giovani, nel quale accusa la «natura» di averlo gettato in una situazione insostenibile, perché essa o doveva impedirgli di avere conoscenza dell’arte militare perfetta o doveva dargli la facoltà di potersi esprimere.

    L’Arte della guerra può essere definita come l’opera della piena consapevolezza da parte di Machiavelli della propria «uscita di scena», un’opera di trapasso, quindi, dalla letteratura politica, attiva e propositiva, degli anni Dieci a una forma di scrittura più distaccata e ancor più pessimistica.

    ALESSANDRO CAPATA

    Nota biobibliografica

    LA VITA

    Dal Libro dei battesimi conservato nell’Archivio dell’Opera di Santa Maria del Fiore sappiamo che Niccolò Machiavelli, figlio di Bernardo e Bartolomea de’ Nelli, nacque a Firenze il 3 maggio 1469 «a hore 4» e che venne battezzato il giorno successivo, 4 maggio. Messer Bernardo, dottore in legge e notaio, apparteneva a un ramo decaduto della famiglia Machiavelli che, inurbata dalla Val di Pesa, conosceva una condizione di agiatezza economica propria dei ceti popolani grassi. La madre, Bartolomea de’ Nelli, fu autrice, secondo un panegirista settecentesco del suo stesso ceppo familiare, di capitoli e laudi sacre dedicate proprio al figlio Niccolò. Le notizie sulla formazione culturale del giovane Machiavelli sono piuttosto scarse e derivano interamente dal Libro dei ricordi del padre Bernardo; sappiamo che fu avviato al «donatello» (ossia agli studi grammaticali) a partire dal ’76, all’abaco dall’80; dall’81 seguì le lezioni di latino di un ser Paolo da Ronciglione. Sembra, invece, che non abbia mai studiato il greco. Nella biblioteca paterna vi erano sicuramente le «Deche» di Tito Livio che Niccolò imparò presto a conoscere e a maneggiare: nel 1486 Bernardo fece rilegare l’opera liviana e inviò proprio il figlio diciassettenne a ritirarla dal cartolaio. Tra le poche notizie relative al primo trentennio della vita di Machiavelli va segnalata la copia del De rerum natura di Lucrezio da lui personalmente eseguita, documentata dal ms. Vaticano Rossiano 884.

    Alcuni studiosi ipotizzano un suo legame con l’ambiente mediceo già a partire dal 1492, ma i primi dati sicuri sulla sua attività risalgono agli anni della repubblica del Savonarola. Il 18 febbraio 1498 la sua candidatura alla Segreteria della Seconda Cancelleria del Comune fu respinta a favore di un candidato filo-savonaroliano. Dopo la condanna a morte del frate fu finalmente nominato il 19 giugno responsabile della Seconda Cancelleria e, successivamente, dal 14 luglio, fu anche Segretario dei Dieci di libertà e pace. Alla Seconda Cancelleria spettavano competenze militari e diplomatiche che richiedevano grande responsabilità e capacità operative. A capo della Prima Cancelleria (competente sulla corrispondenza e la documentazione ufficiale) era, invece, Marcello Virgilio Adriani.

    Nel maggio del 1499 scrisse la prima prosa politica, il Discorso sopra Pisa. Nel luglio dello stesso anno fu mandato in missione presso Caterina Sforza, contessa di Forlì. Nel 1500 venne inviato in Francia per chiedere maggiori aiuti nella guerra contro Pisa (svoltasi tra il luglio del 1500 e il gennaio dell’anno successivo).

    Nell’autunno del 1501 sposò Marietta Corsini, di origini popolane, dalla quale ebbe sette figli: Primerana, Bernardo, Lodovico, il prediletto Guido (autore della commedia Tizia), Piero, Baccina e Totto.

    Nel giugno del 1502 fu assistente di Francesco Soderini (fratello del futuro gonfaloniere Piero) nell’ambasciata a Cesare Borgia, che si era impadronito di Urbino; dall’ottobre del 1502 al gennaio del 1503 avvenne la seconda missione presso il Valentino, durante la ribellione dei luogotenenti; dall’ottobre al dicembre del 1503 fu inviato a Roma in ambasceria, in occasione del conclave; dal gennaio al marzo del 1504 fu inviato nuovamente in Francia, a Lione, presso Luigi XII. Dal settembre del 1502, con l’elezione di Pier Soderini a Gonfaloniere perpetuo della repubblica fiorentina, il suo impegno politico divenne più intenso e di maggiore prestigio. Appartengono a questo periodo i seguenti scritti politici: il De rebus pistoriensibus (marzo 1502); le Parole da dirle sopra la provisione del danaio (marzo 1503); il Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati (luglio 1503); il De natura gallorum (concluso nel 1503); il primo racconto politico vero e proprio dal titolo Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il Duca di Gravina Orsini (scritto nel 1503). Inoltre risale a questi anni la stesura del poemetto in terza rima Decennale (composto nell’autunno del 1504). Nel settembre del 1506 scrisse La cagione dell’ordinanza (presentazione del programma di arruolamento, di cui Machiavelli era responsabile). Tra la fine di agosto e l’ottobre del 1506 svolse una seconda legazione presso la Corte papale, al seguito di Giulio II, in Umbria e in Romagna. Impressionato dalle imprese del papa guerriero, scrisse da Perugia una lettera a Giovan Battista Soderini, nota come Ghiribizzi (settembre 1506). Tra il 1506 e il 1516 si dedicò alla stesura dei quattro capitoli morali Di fortuna, Dell’ingratitudine, Dell’ambizione, Dell’occasione. Il 12 gennaio 1507 fu nominato Cancelliere dei nove ufficiali della milizia fiorentina, mantenendo naturalmente l’incarico principale alla guida della Seconda Cancelleria del Comune. Nel dicembre dello stesso anno fu inviato dal Gonfaloniere Pier Soderini in Tirolo, presso l’imperatore Massimiliano; rientrato a Firenze, scrisse un Rapporto di cose della Magna (1508), cui seguirono il Discorso sopra le cose della Magna (1509) e il Ritracto di cose della Magna (1509-1512); nel novembre del 1509 fu inviato a Verona, di nuovo presso l’imperatore. Tra il luglio e il dicembre del 1510 andò in missione per la terza volta in Francia, presso Luigi XII; al termine dell’esperienza, scrisse il Ritracto di cose di Francia (concluso nel 1512). Nell’autunno del 1511 tornò per la quarta volta in Francia e fu inviato per pochi giorni a Pisa, presso il concilio dei cardinali contrari a Giulio II, per indurli a lasciare il territorio fiorentino.

    Nell’agosto del 1512 le truppe spagnole al seguito del cardinale Giovanni de’ Medici entrarono in Toscana; il 31 agosto Pier Soderini fuggì da Firenze; il 16 settembre i Medici ripresero il potere. Con delibere della Signoria del 7 e del 10 novembre Niccolò Machiavelli fu destituito da ogni incarico, condannato per un anno al confino entro il dominio e obbligato a pagare una mallevadoria di mille fiorini d’oro.

    Tra le opere del Segretario fiorentino ricordiamo inoltre gli scritti ufficiali della Cancelleria (1498-1512): le Legazioni (dispacci lunghi inviati a Firenze durante le ambascerie); le Commissarìe (scritti relativi a incarichi interni); gli Scritti di governo (per diverse occasioni istituzionali). Inoltre viene ritenuto di Machiavelli il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, per il quale sussistono gravi problemi di datazione e di attribuzione.

    A eccezione del primo Decennale (Firenze, Bartolomeo de’ Libri, 1506), dell’Arte della guerra (Firenze, Giunti, 1521) e della Mandragola (che però fu edita senza l’autorizzazione di Machiavelli col titolo Comedia di Callimaco et di Lucretia, Firenze ca. 1520), la pubblicazione a stampa delle opere machiavelliane fu interamente postuma: nel 1531 i Discorsi (Roma, Blado); nel 1532 Il Principe, la Vita di Castruccio Castracani, la Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino, i Ritratti delle cose di Francia e della Magna (Firenze, Giunti); nello stesso anno le Istorie fiorentine (Roma, Blado); nel 1537 Clizia (Firenze, Pazzocchi); nel 1549 la Favola, i Decennali, l’Asino e i Capitoli (Firenze, Giunti); i Canti carnascialeschi vennero inclusi da Anton Francesco Grazzini nella raccolta di Tutti i trionfi, carri, mascherate o canti carnascialeschi (Firenze, Torrentino, 1559) mentre il controverso Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua comparve in appendice a L’Ercolano di Benedetto Varchi, a cura di G. Bottari, nel 1730 (Firenze, Tartini e Franchi).

    BIBLIOGRAFIA

    Edizioni complete e ampie scelte: Tutte le opere storiche e letterarie di Niccolò Machiavelli, a cura di GUIDO MAZZONI e MARIO CASELLA, Firenze, Barbèra, 1929; Tutte le opere, a cura di FRANCESCO FLORA e CARLO CORDIE', Milano, Mondadori, 1949-50, 2 voll.; Opere, a cura di SERGIO BERTELLI e FRANCO GAETA, Milano, Feltrinelli, 1960-65, 8 voll. (con un saggio introduttivo di GIULIANO PROCACCI); Opere, a cura di EZIO RAIMONDI, Milano, Mursia, 1966; Opere, a cura di SERGIO BERTELLI, Firenze, Olschki, 1968-82, 11 voll.; Opere politiche, a cura di MARIO PUPPO, Firenze, Le Monnier, 1969; Opere scelte, a cura di GIAN FRANCO BERARDI, introd. di GIULIANO PROCACCI, Roma, Editori Riuniti, 1969; Tutte le opere, a cura di MARIO MARTELLI, Firenze, Sansoni, 1971; Opere, a cura di ALESSANDRO MONTEVECCHI, FRANCO GAETA, LUIGI BLASUCCI, ALBERTO CASADEI, Torino, Utet, 1971-89, 4 voll.; Le grandi opere politiche, a cura di GIAN MARIO ANSELMI e CARLO VAROTTI, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, 2 voll.; Opere I, a cura di CORRADO VIVANTI, Torino, Einaudi-Gallimard, 1997 (sono previsti altri 2 voll.). Tutte le opere storiche, politiche e letterarie, a cura di ALESSANDRO CAPATA, con un saggio di NINO BORSELLINO, Roma, Newton & Compton , 1998.

    La prima edizione critica del Principe è stata fornita da GIUSEPPE LISIO, Firenze, Sansoni, 1899 (nuova edizione con introd. di FREDI CHIAPPELLI, ivi, 1957); altre edizioni da ricordare sono quella a cura di MARIO CASELLA, Roma, Libreria d’Italia, 1929 (testo riprodotto nel 1969 da MARIO PUPPO in Opere politiche, cit.) e quella a cura di ALFREDO PANELLA, nella collezione «Classici Rizzoli», Milano 1939; una nuova edizione critica è stata curata da GIORGIO INGLESE, De principatibus, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1994 (pubblicata anche da Einaudi, Torino, 1995, con il titolo Il Principe). Segnaliamo inoltre «Il Principe» ed altri scritti minori, a cura di MICHELE SCHERILLO, Milano, Hoepli, 1916; l’edizione a cura di FEDERICO CHABOD, Torino, Utet, 1924 (poi con introd. di LUIGI FIRPO, Torino, Einaudi, 1961); «Il Principe» e altri scritti, a cura di GENNARO SASSO, Firenze, La Nuova Italia, 1963; Il Principe, con un saggio di RAYMOND ARON, cronologia e nota introduttiva di FRANCO MELOTTI, note di ETTORE JANNI, Milano, Rizzoli, 1975; assai discutibile la traduzione in lingua moderna del <