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I grandi romanzi

I grandi romanzi

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I grandi romanzi

Lunghezza:
3.862 pagine
46 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854149281
Formato:
Libro

Descrizione

• Parigi nel XX secolo
• Viaggio al centro della Terra
• Dalla Terra alla Luna
• I figli del Capitano Grant
• Ventimila leghe sotto i mari
• Il giro del mondo in 80 giorni
• L’isola misteriosa
• Michele Strogoff

Introduzioni di Fabio Giovannini, Riccardo Reim, Giampaolo Rugarli
Edizioni integrali

Due episodi della vita di Jules Verne sono emblematici: a 11 anni scappò di casa e s’imbarcò come mozzo su una nave in partenza per le Indie. Quando il padre, al primo scalo, riuscì a riacciuffarlo, il ragazzo giurò che in futuro avrebbe viaggiato solo in sogno. Dieci anni dopo, nel 1849, il giovane Jules conobbe a Parigi il leggendario Alexandre Dumas. Jules Verne non mantenne la promessa fatta al padre: in vita sua viaggiò moltissimo, con la fantasia arrivò fino alla Luna e, al contrario del nostro Salgari – altro grande narratore di avventure, che non abbandonò mai il patrio suolo, - se ne andò parecchio in giro per il mondo: in Scozia, Scandinavia, in America e poi, divenuto ricco e famoso, percorse con il suo lussuoso yacht i sette mari. Scrisse moltissimo, e in questo emulò il grande Dumas, il maestro dalla vena narrativa inesauribile. Viaggiando respirava a pieni polmoni immagini, panorami, personaggi e poi, seduto allo scrittoio, li restituiva al mondo in forma letteraria, riplasmati dalla sua fantasia. Il vulcano dentro il quale inizia il Viaggio al centro della Terra probabilmente era uno di quelli che punteggiavano le regioni del Nord Europa; Ventimila leghe sotto i mari nacque dopo un viaggio attraverso l’Atlantico a bordo di un grande battello a vapore adibito alla posa di un cavo sottomarino. Sembra quasi che Verne non abbia mai perso la capacità che hanno i bambini di assorbire e trasformare la realtà con la fantasia. I suoi preziosi “giocattoli” però erano sempre all’avanguardia della scienza e della tecnica: il celeberrimo Nautilus è una macchina straordinaria che prefigura i moderni sommergibili atomici: lo scrittore infatti era attentissimo a recepire scoperte e innovazioni scientifiche del tempo, in alcuni casi le anticipava. Ma non fu mai un fanatico della scienza, conscio dei pericoli insiti nelle pur enormi e benefiche potenzialità. Il suo grande amore era il mare, e l’andare per mare. Gli oceani fluiti dalla sua penna sono mondi pieni di vita, ci sono animali, uomini, città sommerse; uomo fortunato, Jules Verne riuscì a soddisfare la sua passione e si godette, sognatore taciturno e riservato, molti anni a spasso per gli oceani, mentre il suo alter ego, il capitano Nemo, ne esplorava le profondità. Grazie anche alle tante trasposizioni cinematografiche dei romanzi e alle innumerevoli citazioni letterarie, l’avventura di Jules Verne continua.


Jules Verne
nacque a Nantes nel 1828.Nel 1848 si trasferì a Parigi attratto dalla intensa vita culturale della capitale, ma per ottenere il consenso del padre dovette continuare gli studi giuridici. Dal 1862, grazie al successo del primo libro, Cinque settimane in pallone (cui seguì Parigi nel XX secolo, pubblicato solo nel 1994), poté dedicarsi completamente alle sue due grandi passioni: scrivere e navigare. Dopo la pubblicazione di circa 60 opere e innumerevoli viaggi, Verne - ricchissimo e osannato ma sempre discreto e schivo - si ritirò ad Amiens in seguito a un misterioso attentato in cui era rimasto ferito. Morì nel 1905. La Newton Compton ha pubblicato Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra e il volume unico I grandi romanzi.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854149281
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Jules Verne was born in Nantes, France, in February 1828. Best known for his adventure novels Twenty Thousand Leagues Under the Sea, Journey to the Centre of the Earth and Around the World in Eighty Days, he is widely considered one of the founding fathers of science fiction. He is the second most translated author in the world, behind Agatha Christie. He died in March 1905.


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Anteprima del libro

I grandi romanzi - Jules Verne

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Titoli originali: Paris au XXe siecle (traduzione di Maurizio Grasso);

Voyage au centre de la Terre (traduzione di Lucio Chiavarelli);

De la Terre à la Lune (traduzione di Enrico Massa);

Les enfants du capitaine Grant (traduzione di Federico Cenciotti);

Vingt mille lieues sous les mers (traduzione di Bona Alterocca);

Le tour du monde en 80 jours (traduzione di Maria Antonietta Cauda);

L’île mysterieuse (traduzione di Daniela Paladini);

Michel Strogoff (traduzione di Sara Miletto)

Prima edizione ebook: dicembre 2012

©2012 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-4928-1

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Jules Verne

I grandi romanzi

Parigi nel XX secolo – Viaggio al centro della Terra

Dalla Terra alla Luna – I figli del Capitano Grant

Ventimila leghe sotto i mari – Il giro del mondo in 80 giorni

L’isola misteriosa –Michele Strogoff

Introduzioni di Fabio Giovannini,

Riccardo Reim, Giampaolo Rugarli

Edizioni integrali

Newton Compton editori

Nota biobibliografica

Jules-Gabriel Verne nasce a Nantes l’8 febbraio 1828, dall’unione di Pierre-Gabriel Verne, avvocato, e di Sophie Allotte de la Fuye. Nel 1829 nasce il fratello Paul, al quale lo scrittore, nel corso degli anni, resterà sempre estremamente legato: lo seguiranno, nel tempo, tre sorelle: Anne, Mathilde, Marie. A cinque anni il piccolo Jules viene iscritto alla scuola privata di Madame Sambain per passare, poco più di un anno dopo, alla scuola pubblica Saint-Stanislas. Nel 1839 tenta di imbarcarsi clandestinamente sul tre alberi La Coralie, ma viene rintracciato dal padre che lo riporta indietro punendolo severamente e iscrivendolo al collegio del seminario Saint-Donatien. Successivamente, frequenta con buon profitto il liceo classico Royal di Nantes, consegue senza troppi problemi il baccalauréat e parte per Parigi (anche perché sua cugina Caroline Tronson, amata fin dall’infanzia, non ha acconsentito a fidanzarsi con lui), iscrivendosi alla facoltà di Giurisprudenza. Fin dagli anni universitari comincia a interessarsi di letteratura e di teatro: diviene amico di Alexandre Dumas fils e scrive una tragedia in versi di cinque atti, Alexandre VI, dedicata alla figura del papa Borgia. Il 12 gennaio 1850 va in scena al Théâtre Historique di Dumas père la commedia Les pailles rompues (Le pagliuzze spezzate) che riscuote un discreto successo. Conosce il musicista Aristide Hignard (con il quale per un certo periodo dividerà addirittura l’abitazione) e inizia una fitta collaborazione con lui, scrivendo i libretti delle sue opere. Nel 1851 consegue la laurea in Legge, ma si rifiuta di seguire la professione paterna. Continua a scrivere per il teatro e a pubblicare racconti sulla rivista «Musée des familles». Nel maggio del 1856, al matrimonio di un amico, conosce Honorine Morel, una giovane vedova con due figlie, che sposerà il 10 gennaio dell’anno successivo e che nel 1861 gli darà l’unico figlio, Michel. Viaggia parecchio: in compagnia di Hignard, nel 1859 visita l’Inghilterra e la Scozia, nel 1861 la Scandinavia. Nel 1862 conosce l’editore Pierre-Jules Hetzel, al quale sottopone il manoscritto di un suo romanzo che, opportunamente ritoccato, vedrà la luce nel 1863, con il titolo Cinq semaines en ballon (Cinque settimane in pallone), subito salutato da un grande successo. Assieme al fotografo e aeronauta Nadar, conosciuto alcuni anni prima, fonda una Société d’encouragement pour la locomotion aerienne, che promuove la costruzione del pallone aerostatico Le Gèant: la prima ascensione avviene il 3 ottobre, a Champde-Mars, davanti a più di duecentomila spettatori, procurandogli un’enorme pubblicità. Jules Verne è ormai un personaggio popolare, di cui i giornali scrivono in continuazione e che continua a produrre puntualmente romanzi e racconti pubblicati prima a puntate e subito dopo in volume. È, insomma, l’inizio di una vertiginosa attività che lo assorbirà quasi completamente per oltre un quarantennio: unica eccezione – e in fondo unico vero lusso in un’esistenza tutto sommato dedicata quasi completamente al lavoro – il grandissimo amore per la navigazione, che gli farà acquistare, nel tempo, tre battelli, il Saint-Michel, il Saint-Michel II (un veliero di tredici metri) e il Saint-Michel III, uno splendido yacht di ventotto metri a vela e a motore, che nel 1886 venderà al principe del Montenegro. In questi anni inizia a delinearsi un rapporto assai problematico con il figlio, che fin da ragazzo ha dato forti segni di squilibrio nervoso: la situazione tra i due andrà inasprendosi dopo la morte del padre di Verne (3 novembre 1871) per sanarsi soltanto molto più tardi, verso il 1887, quando ormai Michel – che nel frattempo ha sposato una pianista, Jeanne, divenendo a sua volta padre di tre bambini – cercherà per primo un riavvicinamento, anche per motivi economici. Nel 1870 viene insignito della Legion d’Onore; nel 1872 ottiene per acclamazione il premio annuale dell’Académie Française e viene eletto all’unanimità tra i membri dell’Académie di Amiens. Intanto, i libri si succedono a ritmo serratissimo. Fra i titoli più famosi (le date si riferiscono alla pubblicazione in volume): Voyage au centre de la Terre (Viaggio al centro della Terra), 1864; Voyages et aventures du capitaine Hatteras (Viaggi e avventure del capitano Hatteras), 1865; De la Terre à la Lune (Dalla Terra alla Luna), 1865; Les enfants du capitaine Grant (I figli del capitano Grant), 1867-68; Vingt mille lieues sous les mers (Ventimila leghe sotto i mari), 1869-70; Aventures de trois Russes et de trois Anglais dans l’Afrique australe (Avventure di tre russi e tre inglesi nell’Africa australe), 1872; Le tour du monde en quatrevingts jours (Il giro del mondo in ottanta giorni), 1873; Le pays des fourrures (Il paese delle pellicce), 1873; L’île mysterieuse (L’isola misteriosa), 1874; Le docteur Ox (Il dottor Ox, raccolta di novelle precedentemente apparse sul «Musée des familles»), 1875; Michel Strogoff (Michele Strogoff), 1876; Les Indes noires (Le Indie nere), 1877; Un capitaine de quinze ans (Un capitano di quindici anni), 1878; Les tribulations d’un Chinois en Chine (Le tribolazioni di un cinese in Cina), 1879; Les cinq cents millions de la Begùm (I cinquecento milioni della Begum), 1879; Les révoltés de la Bounty (Gli ammutinati del Bounty), 1879; La maison à vapeur (La casa a vapore), 1880; L’ École des Robinsons (La scuola dei Robinson), 1882; Le rayon vert (Il raggio verde), 1883; Kérabanletétu (Keraban il testardo), 1883; L’ Étoile du Sud (La 16Stella del Sud), 1884; L’archipel en feu (Arcipelago in fiamme), 1885; Mathias Sandorf (Mattia Sandorf), 1885; Robur le conquérant (Robur il conquistatore), 1886; Un billet de loterie (Un biglietto della lotteria), 1886; Nord contre Sud (Nord contro Sud), 1887; Deux ans de vacances (Due anni di vacanze), 1888; Famille sansnom (Famiglia senza nome), 1889; Le château des Carpathes (Il castello dei Carpazi), 1892; Petit Bonhomme (Piccolo uomo), 1892; L’île à hélice (L’isola a elica), 1892; Face au drapeau (Di fronte alla bandiera), 1895; Le sphinx des glaces (La sfinge dei ghiacci), 1897; Le testament d’un excentrique (Il testamento di un eccentrico), 1899; Seconde patrie (Seconda patria), 1900; Le village aerien (Il villaggio aereo), 1901; Les frères Kip (I fratelli Kip), 1902...

A partire dalla metà degli anni ’80 Verne – che nel frattempo ha navigato, a varie riprese, in tutto il bacino del Mediterraneo, nel Mare del Nord e nel Baltico – smette quasi del tutto di viaggiare (il bellissimo Saint-Michel III sarà venduto al principe del Montenegro) e inizia a condurre una vita piuttosto sedentaria, non muovendosi più, tranne in casi eccezionali, dalla sua casa di Amiens. Nel 1886 muore l’amico editore Hetzel, e l’anno dopo muore la madre Sophie. Nel 1887 (presentandosi nella lista radicalsocialista) viene eletto consigliere comunale ad Amiens. Nel 1897, la morte improvvisa dell’amatissimo fratello Paul lo sconvolge gettandolo in un forte stato di depressione; per di più, da qualche tempo le sue condizioni di salute sono tutt’altro che buone (ha dei forti problemi alla vista), ma continua fino all’ultimo a lavorare a ritmo serratissimo. Il 24 marzo 1905, alle otto del mattino, si spegne in seguito a una crisi di diabete, dopo una settimana di agonia. La notizia della sua morte ha un’eco mondiale. Il «Magasin d’ Éducation et de Récrèation» pubblica a puntate il suo ultimo romanzo, L’invasion de la mer (L’invasione del mare): altri suoi romanzi e racconti – tra cui Le volcan d’or (Il vulcano d’oro), L’eternel Adam (L’eterno Adamo), Le secret de Wilhelm Storitz (Il segreto di Wilhelm Storitz), Les naufragès du Jonathan (I naufraghi del Jonathan), L’étonnante aventure de la Mission Barsac (La stupefacente avventura della Missione Barsac) –verranno pubblicati postumi a cura del figlio Michel, non senza vivaci polemiche sulla questione della loro autenticità.

Traduzioni italiane

La fortuna di Jules Verne in Italia (e nel resto del mondo: secondo una statistica dell’Unesco, risulta tradotto in 104 lingue con quasi 40 milioni di copie vendute) è stata e continua a essere enorme: non esiste, in pratica, una collana di libri per ragazzi in cui il suo nome non figuri con uno o più titoli. A tanta diffusione non corrisponde, purtroppo, un adeguato rigore nelle edizioni, spesso non integrali, tagliate o malamente riassunte. Qui di seguito si segnalano alcune fra le principali traduzioni italiane delle sue opere a partire dal 1950. Naturalmente, sono state prese in considerazione soltanto quelle integrali.

Cinque settimane in pallone, trad. di M. A. Cauda, Vallardi, Milano 1954; trad. di G. A. Marolla, Mursia, Milano 1967.

Viaggio al centro della Terra, trad. di G. Mina, Mursia, Milano 1967; trad. di L. Chiavarelli, Newton Compton, Roma 1994; trad. di C. Fruttero e F. Lucentini, Einaudi, Torino 1989.

Dalla Terra alla Luna, trad. di M. L. Sgarbossa, Edizioni Paoline, Torino 1986, trad. di M. Grasso, Newton Compton, Roma 1995.

I figli del capitano Grant, trad. di T. R. Blanche, Mursia, Milano 1980; trad. di L. Tamburini, Einaudi, Torino 1995.

Ventimila leghe sotto i mari, trad. di M. A. Cauda, Vallardi, Milano 1954; trad. di B. Alterocca, Newton Compton, Roma 1995; trad. di E. Lupinacci, Mondadori, Milano 1995.

Il giro del mondo in ottanta giorni, trad. di M. A. Cauda, Vallardi, Milano 1955; trad. di A. Donaudy, Sonzogno, Milano 1957; trad. di G. Belsito, Mursia, Milano 1970; trad. di G. De Florentiis, Mondadori, Milano 1987; trad. di M. Sala Gallini, Piemme, Milano 2001; trad. di M. Longoni, La Biblioteca di Repubblica, Roma 2004.

L’isola misteriosa, trad. di L. E. Aghito, Mursia, Milano 1967; trad. di L. Tamburini, Einaudi, Torino 1995; trad. di J. De Michelis, Marsilio, Venezia 1999.

Michele Strogoff, trad. di A. L. Cerani, Mursia, Milano 1979.

Un capitano di quindici anni, trad. di G. Mina, Mursia, Milano 1979.

La Jangada, trad. di V. Bianchi, Mursia, Milano 1990.

Il castello dei Carpazi, trad. di M. Di Maio, Editori Riuniti, Roma 1982.

La sfinge dei ghiacci, trad. di P. Franchi, Mursia, Milano 1977.

Il testamento di uno stravagante, trad. di V. Brinzi, Mursia, Milano 1992.

Il villaggio aereo, trad. di A. Agra e V. Brinzi, Mursia, Milano 1982.

Parigi nel XX secolo, trad. di M. Grasso, Newton Compton, Roma 1995.

Trilogia del capitano Nemo (Ventimila leghe sotto i mari, L’isola misteriosa, I figli del capitano Grant), trad di L. Tamburini, Einaudi, Torino 1994.

Poesie inedite, trad. di C. Robin, Mursia 1990.

In Francia i romanzi di Verne sono stati tutti ristampati da Hachette, la casa editrice a cui erano stati ceduti i diritti dall’editore Hetzel fin dal 1914. Fra le altre collane in lingua originale vanno ricordate le Oeuvres romancées complètes de Jules Verne, Lausanne e la bellissima collana Jules Verne-Voyages extraordinaires, ed. Michel de l’Ormeraie, fac - simile integrale dell’edizione originale. In Italia, è stato l’editore Mursia (a partire da metà degli anni Sessanta) a proporsi di stampare organicamente tutti i Voyages extraordinaires, proponendone man mano anche singolarmente i titoli più significativi.

Jules Verne sul palcoscenico e sullo schermo

Il teatro e soprattutto il cinema hanno contribuito in misura notevole alla popolarità di Jules Verne. Con la collaborazione del grande Adolphe D’Ennery («un voleur plein de goût», secondo la definizione di Théophile Gautier che gli dedicò parecchie delle sue cronache teatrali), vero beniamino del pubblico francese, lo scrittore (che per le scene aveva nutrito fin dalla prima giovinezza un amore purtroppo assai poco corrisposto) realizzò la trasposizione teatrale di alcuni suoi romanzi, cogliendo dei clamorosi successi: in particolare, Le tour du mond en quatrevingts jours, «pièce à grand spectacle» (Théâtre de la Porte-St-Martin, 7 novembre 1874) ebbe ben 415 repliche, senza contare le varie riprese a Parigi e in tutto il mondo. Grande accoglienza conobbero pure Les enfants du capitaine Grant (Théâtre de la Porte-St-Martin, 26 dicembre 1878) con 212 repliche e Michel Strogoff (Théâtre du Châtelet, 17 novembre 1880), che ebbe 386 repliche, senza contare, anche qui, le riprese e la tournée.

Per quanto riguarda il cinema, quasi cento sono i film tratti dai suoi libri, dai celeberrimi e splendidi cortometraggi di Georges Mélies (Le voyage dans la lune, del 1902 – distribuito in centinaia di copie in tutto il mondo – Voyage à travers l’impossible, del 1904, 20.000 lieues sous les mers, del 1907), fino all’ultimo Giro del mondo in ottanta giorni realizzato nel 2004 da Frank Caraci con Jackie Chan e Steve Coogan, uno dei tanti remake della bellissima pellicola di Michael Andersen (1956) interpretata da David Niven e Charles Boyer. Tra gli altri, ecco nel 1916 20.000 leghe sotto i mari di S. Paton, di cui va ricordata anche la fortunata versione di Richard Fleisher del 1954. Si ispira alle pagine di Verne il rarissimo Viaggio al centro della luna del 1905, della «produzione Alberini e Santoni», mentre Viaggio al centro della terra ha la sua trasposizione filmica nel 1959, a firma di H. Levin; Dalla terra alla luna diventa un film nel 1920 (regia di C. A. Zambonelli), mentre L’isola misteriosa viene portato nelle sale cinematografiche nel 1929 da L. Hubbard. Un’eccezionale fortuna conosce Michel Strogoff, portato sul grande schermo da L. B. Carleton nel 1914, quindi da V. Tourjansky nel 1926 (con Ivan Mojoukine), nel 1936 da R. Eichberg (con Curd Jurgens) e anche da J. de Baroncelli, nel 1956 da Carmine Gallone. La Stella del Sud finisce sul grande schermo nel 1968 per merito di Jean Giono, con protagonisti Orson Welles e Ursula Andress. Da ricordare anche il curioso film ceco Vynalez Zkazy di Karel Zeman (1957) con attori in carne e ossa e fondali animati tratto da Face au drapeau.

(A cura di Riccardo Reim)

Parigi nel XX secolo

O terribile influenza di questa razza che non serve né Dio né

il re, dedita alle scienze mondane, alle vili professioni

meccaniche! Genia perniciosa! Che cosa non farebbe, se la

lasciassero fare, abbandonata senza freno a questo fatale

empito di conoscere, di inventare e di perfezionare.

Paul-Louis Courier¹

¹ Scrittore francese (1772-1825), celebre soprattutto per i suoi pamphlet politici.

I. Società Generale di Credito istruzionale

Il 13 agosto 1960, una parte della popolazione parigina affluiva nelle numerose stazioni della ferrovia metropolitana, e attraverso le diramazioni si dirigeva verso l’area dell’ex Campo di Marte.

Era il giorno della distribuzione dei premi alla Società Generale di Credito istruzionale, grande istituto di educazione pubblica. Sua Eccellenza il ministro degli Abbellimenti di Parigi² doveva presiedere a quella solennità.

La Società Generale di Credito istruzionale rispondeva perfettamente alle tendenze industriali del secolo: quello che cento anni prima si chiamava Progresso aveva conosciuto un immenso sviluppo. Il monopolio, questo non plus ultra della perfezione, teneva stretto nei suoi artigli l’intero paese; si moltiplicavano, si fondavano, si organizzavano società che avrebbero sbigottito i nostri antenati per i loro risultati inattesi.

Il denaro non mancava; vi fu solo un istante in cui rischiò di restare inattivo, allorché le ferrovie passarono dalle mani dei privati in quelle dello Stato; c’era dunque abbondanza di capitali, e ancor più di capitalisti in cerca di operazioni finanziarie o di affari industriali.

Detto questo, non sorprendiamoci più di tanto di ciò che avrebbe meravigliato un parigino del diciannovesimo secolo, e, tra le altre meraviglie, della creazione del Credito istruzionale. Questa società funzionava con successo da una trentina d’anni, sotto la guida finanziaria del barone di Vercampin.

A furia di moltiplicare le succursali dell’Università, i licei, i collegi, le scuole elementari, i convitti cristiani, i corsi preparatori, i seminari, le conferenze, gli asili, gli orfanotrofi, una istruzione sia pur minima aveva permeato fin negli ultimi strati l’ordine sociale. Se nessuno leggeva più, almeno tutti sapevano leggere, e addirittura scrivere; non c’era figlio d’artigiano ambizioso o contadino declassato che non aspirasse a un posto nell’amministrazione; il funzionarismo si sviluppava sotto tutte le forme possibili; più tardi vedremo quale legione di impiegati il governo guidasse al passo, e militarmente.

Per ora sarà sufficiente spiegare come i mezzi di istruzione dovettero incrementarsi di pari passo con il numero di persone da istruire. Nel diciannovesimo secolo, non si erano forse inventate le società immobiliari, le banche degli imprenditori, il Credito Fondiario, quando si volle rifare una nuova Francia e una nuova Parigi?

Ora, costruire e istruire è tutt’uno per degli uomini d’affari, visto che l’istruzione, in fondo, non è altro che un tipo di costruzione, solo un po’ meno so­lido.

È quanto pensò nel 1937 il barone di Vercampin, assai noto per le sue vaste imprese finanziarie; ebbe l’idea di fondare un immenso collegio nel quale l’albero dell’insegnamento potesse crescere in tutti i suoi rami, lasciando del resto allo Stato la cura di tagliarlo, di sfrondarlo, di disinfestarlo a suo piacimento.

Il barone fuse i licei di Parigi e della provincia, Sainte-Barbe e Rollin, le diverse istituzioni private in un’unica fondazione; vi centralizzò l’educazione della Francia intera; i capitali risposero al suo appello, poiché egli presentò l’impresa sotto forma di un’operazione industriale. L’abilità del barone era una garanzia in materia di finanza. Il denaro arrivò copioso. La Società fu fondata.

L’affare fu lanciato nel 1937, sotto il regno di Napoleone V. Il suo manifesto fu tirato in quaranta milioni di esemplari. In testa si leggeva:

Società Generale

di

Credito istruzionale

Società anonima costituita con atto redatto

dal dott. Mocquart e associati, notai in Parigi,

il 6 aprile 1937, e approvato con decreto imperiale

del 19 maggio 1937.

Capitale sociale: cento milioni di franchi,

suddiviso in 100.000 azioni di 1000 franchi ciascuna.

Consiglio d’amministrazione:

presidente,

, direttore delle ferrovie di Orléans

Vice presidenti:

Garassu, banchiere.

, senatore.

.

Dermangent, deputato.

, direttore generale del Credito istruzionale.

Seguiva lo statuto societario, accuratamente redatto in gergo finanziario. Come si vede, nessun nome di scienziato o di professore nel Consiglio d’amministrazione. Era più rassicurante per l’impresa commerciale.

Un ispettore governativo vigilava sulle operazioni della Società, e riferiva direttamente al ministro degli Abbellimenti di Parigi.

L’idea del barone era buona e straordinariamente pratica, per questo ebbe successo al di là di ogni aspettativa. Nel 1960, il Credito istruzionale non contava meno di 157.342 allievi, nei quali si infondeva la scienza grazie a mezzi meccanici.

Dobbiamo ammettere che lo studio delle belle lettere e delle lingue antiche (compreso il francese) si trovavano a essere allora quasi sacrificati; latino e greco erano lingue non solo morte, ma anche sepolte; esisteva ancora, per salvare la forma, qualche classe di lettere, mal seguita, poco considerevole e ancor meno considerata. I dizionari, i rimari, le grammatiche, le scelte di temi e di versioni, gli autori classici, tutti quei vecchi libri come i de Viris³, i Quinto Curzio⁴, i Sallustio, i Tito Livio, marcivano tranquillamente negli scaffali della vecchia casa editrice Hachette; ma i compendi di matematica, i trattati di geometria descrittiva, di meccanica, di fisica, di chimica, d’astronomia, i corsi d’industria pratica, di commercio, di finanza, di arti industriali, insomma tutto ciò che aveva a che fare con le tendenze speculative del momento proliferava in migliaia di esemplari.

In breve, le azioni della Compagnia, decuplicate in ventidue anni, valevano allora 10.000 franchi ciascuna.

Non insisteremo ulteriormente sul florido stato del Credito istruzionale; come recita un proverbio da banchiere, le cifre parlano.

Verso la fine del secolo scorso, la Ecole Normale era in evidente declino; tra i giovani che si sentivano portati verso la carriera letteraria, erano pochi quelli che vi si presentavano; si erano già visti molti di loro, e tra i migliori, gettare alle ortiche la toga da professore e gettarsi a capofitto nella mischia dei giornalisti e degli autori; ma questo spiacevole spettacolo ormai non si verificava più, poiché, da dieci anni, soltanto gli studi scientifici affollavano di candidati gli esami dell’Università.

Ma, se gli ultimi professori di greco e di latino finivano di estinguersi nelle loro classi abbandonate, che invidiabile posizione, al contrario, quella dei signori ordinari di Scienze, e con quanta distinzione riscuotevano lo stipendio!

Le Scienze si suddividevano in sei branche: c’era il capo divisione di matematica, con i suoi capi sezione di aritmetica, geometria e algebra, il capo divisione di astronomia, quello di meccanica, quello di chimica, e infine, il più importante, il capo della divisione di Scienze applicate, con i suoi capi sezione di metallurgia, di architettura industriale, di meccanica e di chimica applicata.

Le lingue vive, a eccezione del francese, erano in auge; godevano di una speciale considerazione; un filologo appassionato avrebbe potuto imparare le duemila lingue e i quattromila idiomi parlati nel mondo intero. Il capo della sezione cinese raccoglieva un gran numero di allievi dalla colonizzazione della Cocincina.

La Società Generale di Credito istruzionale possedeva immensi edifici, eretti nell’area dell’ex Campo di Marte, divenuto inutile da quando Marte non era più nel libro paga dello Stato. Era un centro completo, una vera città, con i suoi quartieri, le sue piazze, le sue strade, i suoi palazzi, le sue chiese, le sue caserme, qualcosa di paragonabile a Nantes o a Bordeaux, potendo contenere centottantamila anime, compresi gli insegnanti.

Un arco monumentale introduceva nel vasto cortile d’onore, detto Stazione dell’istruzione e circondato dai docks della Scienza. I refettori, i dormitori, la sala del concorso generale, in cui entravano comodamente tremila studenti, meritavano di essere visitati, ma non stupivano più gente abituata da cinquant’anni a siffatte meraviglie.

Dunque, la folla si precipitava avidamente a quella distribuzione di premi, rito sempre curioso e che, tra parenti e amici, interessava ben cinquecentomila persone. E così quella moltitudine affluiva dalla stazione ferroviaria di Grenelle, situata allora all’estremità della via dell’Università.

Eppure, malgrado tutta quell’affluenza di pubblico, tutto procedeva con ordine; gli impiegati del governo, meno zelanti e conseguentemente meno insopportabili degli agenti delle vecchie compagnie, lasciavano volentieri tutte le porte aperte; ci erano voluti centocinquant’anni per scoprire questa verità, vale a dire che con le grandi folle è meglio moltiplicare le vie di accesso anziché ridurle.

La Stazione dell’istruzione era sontuosamente addobbata per la cerimonia; ma non c’è piazza tanto grande da non potersi riempire, cosicché il cortile d’onore fu presto gremito.

Alle tre, il ministro degli Abbellimenti di Parigi fece il suo ingresso solenne, accompagnato dal barone di Vercampin e dai membri del Consiglio d’amministrazione; il barone stava alla destra di Sua Eccellenza; il signor Frappeloup troneggiava alla sua sinistra; dall’alto del palco, lo sguardo si perdeva su un oceano di teste. Allora, le diverse musiche dell’Istituto esplosero fragorosamente in tutte le tonalità e sui ritmi più inconciliabili. Questa cacofonia regolamentare non parve urtare più di tanto le duecentocinquantamila paia di orecchie in cui si riversava.

La Cerimonia cominciò. Si fece un silenzioso rumore. Era il momento dei discorsi.

Nel secolo scorso, un certo umorista di nome Karr⁵ trattò come meritavano quei discorsi più ufficiali che latini propinati in occasione delle distribuzioni di premi; nell’epoca di cui parliamo, questa occasione di scherno gli sarebbe venuta a mancare, poiché il brano di eloquenza latina era caduto in disuso. Chi l’avrebbe capito? Neppure il capo sezione di retorica!

Lo sostituiva con profitto un discorso in cinese; parecchi passaggi suscitarono mormorii di approvazione; una magnifica solfa sulle civiltà comparate delle isole della Sonda ebbe perfino l’onore del bis. Questa parola si capiva ancora.

Infine, si alzò il Direttore delle scienze applicate. Momento solenne. Era il pezzo forte.

Quel discorso furibondo ricordava, tanto da trarre in inganno, i fischi, gli sfregamenti, i gemiti, i mille rumori sgradevoli che si sprigionano da una macchina a vapore in attività; la parlata affrettata dell’oratore assomigliava a un volano lanciato a tutta velocità; sarebbe stato impossibile contenere quell’eloquenza ad alta pressione, e le frasi sogghignanti si ingranavano come ruote dentate, le une nelle altre.

Per completare l’illusione, il Direttore sudava sangue e acqua, e una nuvola di vapore lo avvolgeva dalla testa ai piedi.

«Diamine!», disse ridendo a un suo vicino un vecchio, il cui volto quanto mai perspicace esprimeva in sommo grado il disprezzo per quegli spropositi oratori. «Che cosa ne pensate, Richelot?».

Per tutta risposta, il signor Richelot si accontentò di alzare le spalle.

«Si scalda troppo», proseguì il vecchio continuando nella metafora; «al che voi risponderete che è munito di valvole di sicurezza; ma un Direttore di scienze applicate che dovesse scoppiare costituirebbe uno spiacevole precedente!».

«Ben detto, Huguenin», rispose il signor Richelot.

Alcuni sss! vigorosi interruppero i due conversatori, che si guardarono sorridendo.

Ma l’oratore continuava sempre più forte; si lanciò a corpo morto nell’elogio del presente a detrimento del passato; intonò la litania delle scoperte moderne; diede perfino a intendere che, sotto quell’aspetto, all’avvenire era rimasto ben poco da fare; parlò con benevolo sdegno della piccola Parigi del 1860 e della piccola Francia del diciannovesimo secolo; enumerò a furia di epiteti i benefici del suo tempo, le rapide comunicazioni tra i diversi luoghi della Capitale, le locomotive che solcavano l’asfalto dei viali, la forza motrice inoltrata a domicilio, l’acido carbonico che aveva detronizzato il vapore acqueo, e infine l’Oceano, quello stesso Oceano che ora lambiva con i suoi flutti le sponde di Grenelle; fu sublime, lirico, ditirambico, insomma perfettamente insopportabile e ingiusto, dimenticando che le meraviglie del ventesimo secolo erano in embrione già nei progetti del diciannovesimo.

Frenetici consensi esplosero in quello stesso luogo dove, centosettanta anni prima, gli applausi accoglievano la festa della federazione.

Tuttavia, poiché tutto deve avere una fine a questo mondo, anche i discorsi, la macchina si fermò. Essendosi conclusi senza incidenti gli esercizi oratori, si procedette alla distribuzione dei premi.

Il quesito di matematica superiore posto al grande concorso era il seguente:

«Date due circonferenze OO’, da un punto preso su O si traccino le tangenti a O’; si congiungano i punti di contatto di queste tangenti; si tracci la tangente in A alla circonferenza O; si chiede il luogo del punto di intersezione di questa tangente con la corda dei contatti nella circonferenza O’».

Tutti comprendevano l’importanza di un simile teorema. Era noto come fosse stato risolto secondo un nuovo metodo dall’allievo Gigoujeu (François Némorin) di Besançon (Alte Alpi). Gli applausi raddoppiarono al richiamo di quel nome; durante quella memorabile giornata fu pronunciato settantaquattro volte: in onore del vincitore si fracassavano le sedie, cosa che, anche nel 1960, altro non era se non una metafora destinata a rappresentare i furori dell’entusiasmo.

Gigoujeu (François Némorin) vinse in quella circostanza una biblioteca di tremila volumi. La Società Generale di Credito istruzionale faceva le cose per bene.

Non possiamo citare per intero la sterminata nomenclatura di Scienze che si insegnavano in quella caserma dell’istruzione: un albo d’oro del tempo avrebbe lasciato di stucco i bisnonni di quei giovani studiosi. La distribuzione seguiva il suo corso, e gli sghignazzamenti scoppiavano quando qualche povero diavolo della divisione di lettere, provando vergogna sentendo chiamare il proprio nome, riceveva un premio per un tema in latino o una menzione per una versione dal greco.

Ma vi fu un istante in cui i motteggi si moltiplicarono, in cui l’ironia assunse le forme più sconcertanti. Fu quando il signor Frappeloup fece udire le seguenti parole:

«Primo premio di versi latini: Dufrénoy (Michel Jérôme) di Vannes (Morbihan)».

L’ilarità fu generale, condita da frasi di questo tenore:

«Premio di versi latini!».

«Era il solo a comporre!».

«Guarda un po’ questo membro del Pindo!».

«Questo assiduo dell’Elicona!».

«Questo pilastro del Parnaso!».

«Ci andrà! Non ci andrà!» ecc.

Ma Michel Jérôme Dufrénoy ci andava, e con sicurezza per giunta; sfidava le risate; era un giovanotto biondo dal volto incantevole, con un bello sguardo, né sinistro, né goffo; i lunghi capelli gli davano un’aria un po’ femminile. La sua fronte splendeva.

Avanzò fino al palco, e strappò più che non ricevette il suo premio dalle mani del Direttore. Quel premio consisteva in un unico volume: il Manuale del buon industriale.

Michel guardò il libro con disprezzo e, gettandolo per terra, tornò tranquillamente al suo posto, con la corona sulla fronte, senza neppure aver baciato le gote ufficiali di Sua Eccellenza.

«Bene», fece il signor Richelot.

«Ragazzo coraggioso», disse il signor Huguenin.

Ovunque si scatenarono mormorii; Michel li accolse con un sorriso sprezzante, e raggiunse il suo posto in mezzo alle irriverenti risate dei suoi condiscepoli.

La grande cerimonia si concluse senza intoppi verso le sette di sera; vi furono consumati quindicimila premi e ventisettemila menzioni speciali.

I principali premiati delle Scienze cenarono quella sera stessa alla tavola del barone di Vercampin, in mezzo ai membri del Consiglio d’amministrazione e ai maggiori azionisti.

La gioia di questi ultimi troverà spiegazione nelle cifre! Il dividendo per l’esercizio 1960 era stato fissato a 1169 franchi e 33 centesimi per azione. L’interesse attuale superava già il prezzo di emissione.

² Verne allude ironicamente a Georges Eugène Haussmann (1809-1891), prefetto della Senna dal 1853 al 1870, ideatore e realizzatore delle grandi trasformazioni urbanistiche che modificarono radicalmente l’aspetto della Parigi del XIX secolo.

³Allusione al De viris illustribus di Svetonio.

⁴Quinto Curzio Rufo (I sec. d.C.), scrittore latino, noto soprattutto per una alquanto romanzesca Storia di Alessandro Magno.

⁵Alphonse Karr (1808-1890), scrittore satirico e umorista francese, direttore del «Figaro», fu tra gli altri amico di Théophile Gautier.

II. Scorcio generale delle vie di Parigi

Michel Dufrénoy aveva seguito la folla, semplice goccia d’acqua di quel fiume trasformato in torrente dalla rottura dei suoi sbarramenti. Il suo stato di esagitazione si era placato. Il campione della poesia latina diventava un timido giovanotto in mezzo a quell’allegra baraonda; si sentiva solo, estraneo, e come isolato nel vuoto. Laddove i suoi condiscepoli avanzavano con passo rapido, lui procedeva lentamente, esitando, ancor più orfano in quell’assemblea di genitori soddisfatti; sembrava rimpiangere il suo studio, il suo collegio, il suo professore.

Orfano di padre e di madre, era costretto a tornare in seno a una famiglia che non era in grado di capirlo, certo di non essere ben accolto con il suo premio di versi latini.

«Insomma», si disse, «coraggio! Sopporterò stoicamente il loro cattivo umo­re! Mio zio è un uomo concreto, mia zia una donna pratica, mio cugino un ragazzo speculativo; in casa io e le mie idee siamo mal visti; ma che cosa posso farci? andiamo!».

Tuttavia non si faceva fretta, non essendo uno di quegli studenti che si gettano a capofitto nelle vacanze come i popoli nella libertà. Suo zio, nonché tutore, non aveva reputato conveniente neppure assistere alla distribuzione dei premi; sapeva di che cosa era «incapace» suo nipote, così diceva, e sarebbe morto di vergogna nel vederlo incoronare come un poppante delle Muse.

Frattanto la folla trascinava però l’infelice premiato, che si sentiva catturato dalla corrente come un uomo in procinto di annegare.

«Il paragone è azzeccato», pensava; «eccomi trascinato in mare aperto; laddove servirebbero le attitudini di un pesce, io porto gli istinti di un uccello; amo vivere nello spazio, nelle regioni ideali ormai abbandonate, nel paese dei sogni, dal quale difficilmente si torna!».

Così, assorto nei suoi pensieri, urtato e sballottato, raggiunse la stazione della ferrovia metropolitana di Grenelle.

Quella linea faceva servizio sulla riva sinistra del fiume attraverso il boulevard Saint-Germain, che si estendeva dalla stazione di Orléans fino agli edifici del Credito istruzionale; là, piegando verso la Senna, la attraversava sul ponte di Iena, sovrastato da un piano superiore per il servizio della strada ferrata, e si saldava allora alla linea della riva destra; quest’ultima, tramite il tunnel del Trocadéro, sbucava sugli Champs-Élysées, raggiungeva la zona dei boulevard, risalendola fino alla piazza della Bastiglia, e si riannodava alla linea della riva sinistra mediante il ponte di Austerlitz. Questa prima cinta di binari abbracciava press’a poco la vecchia Parigi di Luigi XV proprio sul luogo delle mura alle quali sopravviveva questo verso eufonico:

Le mur murant Paris rend Paris murmurant.

Una seconda linea collegava i vecchi sobborghi di Parigi, prolungando per un’estensione di trentadue chilometri i quartieri un tempo situati al di là dei viali esterni.

Seguendo il tracciato dell’antica cinta muraria, una terza strada ferrata si snodava su una lunghezza di cinquantasei chilometri.

Infine, un quarto reticolo collegava tra loro la linea dei forti e serviva un’estensione di oltre cento chilometri.

Come si vede, Parigi aveva perforato la sua cinta muraria del 1843 ed era straripata nel bois de Boulogne, nelle piane di Issy, di Vanves, di Billancourt, di Montrouge, d’Ivry, di Saint-Mandé, di Bagnolet, di Pantin, di Saint-Denis, di Clichy e di Saint-Ouen. Le alture di Meudon, di Sèvres, di Saint-Cloud avevano arrestato le sue invasioni verso ovest. La delimitazione della capitale attuale era segnata dai forti di Mont-Valérien, di Saint-Denis, di Aubervilliers, di Romainville, di Vincennes, di Charenton, di Vitry, di Bicêtre, di Montrouge, di Vanves e di Issy; una città con un perimetro di ventisette leghe aveva divorato l’intero dipartimento della Senna.

Quattro cerchi concentrici di ferrovie formavano dunque la rete metropolitana; erano collegati tra loro da diramazioni che, sulla riva destra, seguivano i boulevard di Magenta e di Malesherbes all’uopo prolungati e, sulla riva sinistra, rue de Rennes e rue des Fossés-Saint-Victor. Si poteva circolare da un’estremità all’altra di Parigi con la massima rapidità.

Queste strade ferrate esistevano già dal 1913; erano state costruite a spese dello Stato, secondo un sistema proposto nel secolo precedente dall’ingegner Joanne⁶.

A quell’epoca, furono molti i progetti sottoposti al governo. Quest’ultimo li fece esaminare da un comitato di ingegneri civili, visto che gli ingegneri della viabilità pubblica non esistevano più dal 1889, anno di soppressione dell’École polytechnique; quei signori tuttavia rimasero a lungo in disaccordo su una questione; alcuni volevano erigere una via sopraelevata sulle principali strade di Parigi; altri preconizzavano binari sotterranei a imitazione della ferrovia metropolitana di Londra; ma il primo di quei progetti avrebbe reso necessaria la costruzione di barriere chiuse al passaggio dei treni, donde un accumulo di pedoni, di vetture, di carrozze facile da concepire; il secondo comportava enormi difficoltà di esecuzione; d’altronde, la prospettiva di ficcarsi in un interminabile tunnel non sarebbe stata affatto attraente per i viaggiatori. Tutti i percorsi costruiti in precedenza in quelle deplorevoli condizioni si erano dovuti rifare. Tra gli altri la linea del bois de Boulogne che, tanto per i suoi ponti quanto per i suoi sotterranei, costringeva i viaggiatori a interrompere ventisette volte la lettura del loro giornale in un tragitto di ventitré minuti.

Il sistema Joanne sembrò riunire tutti i requisiti di rapidità, di facilità, di benessere e, in effetti, da cinquant’anni le ferrovie metropolitane funzionavano con soddisfazione generale.

Questo sistema consisteva in due binari separati, uno di andata, l’altro di ritorno; perciò, nessun incontro in senso opposto era possibile.

Ciascuno di questi binari si sviluppava lungo il tracciato dei boulevard, a cinque metri dalle case, al di sopra del bordo esterno dei marciapiedi; eleganti colonne di bronzo galvanizzato li sostenevano ed erano tutte collegate tra loro mediante armature traforate a giorno; di tanto in tanto le colonne trovavano un sostegno sulle case rivierasche, per mezzo di arcate trasversali.

Così, questo lungo viadotto, sorreggendo la strada ferrata, formava una galleria coperta sotto la quale i passanti trovavano un riparo contro la pioggia o il sole; la carreggiata asfaltata era riservata alle vetture; il viadotto scavalcava con eleganti ponteggi le principali vie che ne tagliavano il percorso, e il binario, sospeso all’altezza degli ammezzati, non creava alcun ostacolo alla circolazione.

Alcune case prospicienti, trasformate in luoghi d’attesa, formavano le stazioni; comunicavano con il binario tramite enormi passerelle; sotto si spiegava la scala a doppia rampa che dava accesso nella sala viaggiatori.

Le stazioni della metropolitana dei boulevard erano situate all’altezza del Trocadéro, della Madeleine, del bazar Bonne Nouvelle, di rue du Temple e della piazza della Bastiglia.

Questo viadotto sostenuto da semplici colonne non avrebbe certo resistito a lungo ai vecchi mezzi di trazione, che necessitavano di locomotive di enorme peso; ma, grazie all’applicazione di nuovi propulsori, i convogli erano leggerissimi; si susseguivano ogni dieci minuti, ospitando ciascuno mille viaggiatori nelle loro vetture rapide e confortevoli.

Le case limitrofe non soffrivano né del vapore né del fumo, per la semplice ragione che non esistevano locomotive. I treni camminavano con l’aiuto di aria compressa, secondo un certo sistema Williams – preconizzato del resto da Jobard, il celebre ingegnere belga – sistema che aveva conosciuto notevole impulso verso la metà del diciannovesimo secolo.

Un tubo vettore, del diametro di venti centimetri e dello spessore di due millimetri, era disposto lungo l’intera linea, tra i due binari; racchiudeva un disco di ferro dolce che scorreva all’interno sotto l’azione di aria compressa a parecchie atmosfere, fornita dalla Società delle Catacombe di Parigi. Quel disco, sospinto a gran velocità nel tubo, come la palla nella cerbottana, trascinava con sé la prima carrozza del treno. Ma come agganciare una carrozza a un disco racchiuso all’interno di un tubo, se quest’ultimo non poteva avere alcuna comunicazione con l’esterno? grazie alla forza elettromagnetica.

Infatti, la prima vettura aveva tra le ruote alcuni magneti distribuiti a destra e a sinistra del tubo, il più vicino possibile, ma senza toccarlo. Questi magneti, attraverso la parete del tubo, agivano sul disco di ferro dolce⁷. Quest’ultimo, scorrendo, trascinava il treno al suo seguito, senza che l’aria compressa potesse avere qualunque possibilità di fuga.

Quando un convoglio doveva fermarsi, un addetto della stazione girava un rubinetto; l’aria fuoriusciva, e il disco restava immobile. Richiuso il rubinetto, l’aria dava un nuovo impulso, e il treno riprendeva la sua marcia con immediata rapidità.

Sicché, grazie a un sistema tanto semplice, di così facile manutenzione, niente fumo, niente vapore, niente scontri, possibilità di salire tutte le rampe: sembrava proprio che quei percorsi dovessero esistere da tempo immemorabile.

Il giovane Dufrénoy prese il biglietto alla stazione di Grenelle; dieci minuti dopo, si fermava alla stazione della Madeleine; scese nel viale e si diresse verso rue Imperiale, prolungata secondo l’asse dell’Opéra fino ai giardini delle Tuileries.

La folla riempiva le strade; cominciava a fare buio; i negozi sontuosi proiettavano in lontananza lampi di luce elettrica; i candelabri basati sul sistema Way, ossia sull’elettrizzazione di un filo di mercurio, irradiavano un bagliore incomparabile; erano collegati per mezzo di cavi sotterranei; nello stesso istante, i centomila lampioni di Parigi si accendevano d’un sol colpo.

Qualche bottega più retrograda restava tuttavia fedele al vecchio gas di idrocarburi; è vero che lo sfruttamento di nuovi giacimenti permetteva di sprigionarlo a dieci centesimi il metro cubo, ma la Società lucrava considerevoli profitti soprattutto distribuendolo come agente meccanico.

In effetti, delle innumerevoli vetture che solcavano le carreggiate dei viali, la maggior parte andava senza cavalli; esse si muovevano grazie a una forza invisibile, per mezzo di un motore ad aria dilatata dalla combustione del gas. Era la macchina Lenoir⁸ applicata alla locomozione.

Questa macchina, inventata nel 1859, presentava come primo vantaggio quello di sopprimere caldaia, fuoco e combustibile; un po’ di gas da illuminazione, misto ad aria introdotta sotto il pistone e infiammata dalla scintilla elettrica, produceva il movimento; colonnine di gas predisposte alle diverse stazioni fornivano l’idrogeno necessario; recenti perfezionamenti avevano consentito di sopprimere l’acqua destinata in precedenza a raffreddare il cilindro della macchina.

Quest’ultima era dunque facile, semplice e maneggevole; il macchinista, seduto al proprio posto di guida, manovrava una ruota direttrice; un pedale posto sotto il suo piede gli permetteva di modificare in modo istantaneo la marcia del veicolo.

Le vetture, per una forza erogata di un cavallo vapore, non superavano il costo giornaliero di un ottavo di cavallo; il consumo del gas, controllato in modo esatto, permetteva di calcolare il lavoro utile di ogni vettura, e non c’era più pericolo che la Società fosse ingannata come un tempo dai suoi conducenti.

Questi gaz-cabs⁹ o vetture a gas facevano gran consumo di idrogeno, per non parlare di quegli enormi barrocci, carichi di pietre e di materiali, che dispiegavano potenze da venti a trenta cavalli. Il sistema Lenoir aveva anche il vantaggio di non costare nulla durante le ore di pausa, economia impossibile da realizzare con le macchine a vapore, che divorano combustibile anche nei tempi di arresto.

I mezzi di trasporto erano quindi rapidi sulle strade, meno affollate che in passato, poiché un’ordinanza del ministero della Polizia proibiva a qualunque carro di qualsivoglia dimensione di circolare dopo le dieci del mattino, fuorché su certi percorsi riservati.

Questa congerie di miglioramenti si addicevano a quel secolo febbrile in cui la moltitudine di affari non lasciava alcun riposo e non consentiva alcun ritardo.

Che cosa avrebbe detto un nostro antenato nel vedere quei viali illuminati con un bagliore paragonabile a quello solare, quelle mille vetture circolare senza far rumore sul sordo asfalto delle strade, quei magazzini ricchi come palazzi, da cui la luce si propagava in bianche irradiazioni, quelle vie di comunicazione vaste come piazze, quelle piazze vaste come pianure, quegli immensi alberghi nei quali alloggiavano sontuosamente ventimila viaggiatori, quei viadotti così leggeri, quelle lunghe gallerie eleganti, quei ponti gettati da una via all’altra, e infine quei treni sfavillanti che sembravano solcare l’aria con fantastica rapidità.

Indubbiamente sarebbe rimasto assai sorpreso; ma gli uomini del 1960 non lo erano più alla vista di quelle meraviglie; ne usufruivano tranquillamente, senza gioia, poiché, dalla loro andatura incalzante, dal loro passo frettoloso, dal loro impeto americano, si intuiva che il demone della prosperità li spingeva avanti senza posa e senza quartiere.

⁶ 6Adolphe Joanne (1813-1881), geografo francese, autore di guide diffusissime nel secolo scorso.

⁷ Se un elettromagnete può sopportare un peso di 1000 kg al contatto, la sua forza di attrazione è ancora di 100 kg a una distanza di 5 millimetri (nota di Verne).

⁸Étienne Lenoir (1822-1900), ingegnere francese di origine vallone, nel 1860 fece brevettare un «sistema di motore ad aria dilatata grazie alla combustione di gas infiammati mediante elettricità», prototipo del motore a scoppio, che in seguito lui stesso perfezionò facendolo funzionare secondo il ciclo di Beau de Rochas.

⁹ Lasciamo nell’originale questo neologismo di Verne, composto dal francese gaz (gas) e dall’inglese cab (carrozza, vettura di piazza).

III. Una famiglia eminentemente pratica

Finalmente il giovanotto arrivò in casa di suo zio, il signor Stanislas Boutardin, banchiere e direttore della Società delle Catacombe di Parigi.

Questo importante personaggio abitava in un magnifico palazzo di rue Impériale, enorme costruzione di un mirabile cattivo gusto, crivellata da una moltitudine di finestre, una vera e propria caserma trasformata in abitazione privata, non imponente, ma pesante. Gli uffici occupavano il pianterreno e gli annessi del palazzo.

«Ecco dove trascorrerò la mia vita», pensò Michel al momento di entrare! «Devo forse lasciare ogni speranza fuori della porta?».

Allora fu colto come da un invincibile desiderio di fuggire lontano; ma si trattenne, e pigiò il pulsante elettrico del portone; quest’ultimo si aprì senza far rumore, mosso da una molla nascosta, e si richiuse da sé dopo aver lasciato passare il visitatore.

Un vasto cortile introduceva negli uffici disposti circolarmente sotto una tettoia di vetro smerigliato; in fondo si apriva un’ampia rimessa sotto la quale parecchie vetture a gas attendevano l’ordine del padrone.

Michel si avviò verso l’ascensore, sorta di camera sulle cui pareti dominava un divano imbottito; un domestico in livrea color arancio lo presidiava permanentemente.

«Il signor Boutardin», chiese Michel.

«Il signor Boutardin si è appena messo a tavola», rispose l’inserviente.

«Vogliate annunciare il signor Dufrénoy, suo nipote».

Il domestico pigiò un bottone metallico situato nel rivestimento ligneo, e l’ascensore si sollevò con un moto insensibile fino all’altezza del primo piano, dove si trovava la sala da pranzo.

Il domestico annunciò Michel Dufrénoy.

Il signor Boutardin, la signora Boutardin e il loro figlio erano a tavola; un profondo silenzio si fece all’ingresso del giovane; il suo coperto lo attendeva; il pranzo era appena cominciato; a un cenno di suo zio, Michel si unì al banchetto. Nessuno gli rivolse la parola. Evidentemente conoscevano il suo disastro. Michel non riuscì a toccare cibo.

Quel pranzo aveva un’aria funebre; i domestici servivano a tavola senza far rumore; le portate salivano silenziosamente attraverso pozzi praticati nello spessore del muro; erano opulente con un’aria di avarizia, e sembravano nutrire a malincuore i convitati. In quella triste sala, ridicolmente dorata, si mangiava rapidamente e senza convinzione. L’importante, in effetti, non era tanto nutrirsi, quanto guadagnare di che nutrirsi. Michel avvertiva questa sottile sfumatura; si sentiva soffocare.

Al dolce, suo zio prese la parola per la prima volta e disse:

«Domani, di buon’ora, signore, dovremo parlare».

Michel si inchinò senza rispondere; un domestico vestito d’arancio lo condusse nella sua camera; il giovane si coricò; il soffitto esagonale richiamava nella sua mente una quantità di teoremi geometrici; suo malgrado, sognò triangoli e rette tracciate dal loro apice a uno dei lati.

«Che famiglia!», si diceva nel bel mezzo del suo sonno agitato.

Stanislas Boutardin era il prodotto naturale di quel secolo industriale; non era venuto su all’aria aperta, ma dentro una serra riscaldata; uomo pratico prima di tutto, non faceva nulla che non fosse utile, riconducendo all’utilità ogni sua minima idea, con un desiderio smodato di essere utile che derivava da un egoismo autenticamente ideale, unendo l’utile allo spiacevole, come avrebbe detto Orazio; la sua vanità traspariva dalle sue parole, più ancora dai suoi gesti, e non avrebbe permesso alla propria ombra di precederlo; si esprimeva a grammi e a centimetri, e portava in ogni stagione una sorta di bastone metrico, cosa che gli infondeva una grande conoscenza delle cose di questo mondo; disprezzava sovranamente le arti, e soprattutto gli artisti, per dare a credere che li conosceva; per lui, la pittura si fermava al bozzetto, il disegno all’assonometria, la scultura al calco, la musica al fischio delle locomotive, la letteratura ai bollettini della Borsa.

Quest’uomo allevato nella meccanica spiegava la vita con gli ingranaggi o con le trasmissioni; si muoveva regolarmente evitando ogni possibile attrito, come un pistone in un cilindro perfettamente alesato; trasmetteva il suo moto uniforme a sua moglie, a suo figlio, ai suoi impiegati, ai suoi domestici, vere macchine utensili da cui lui, il grande motore, traeva il massimo profitto.

Una natura gretta, insomma, incapace di una buona azione, e neppure di una cattiva d’altronde; non era né buono né cattivo, insignificante, spesso sciatto, chiassoso, orribilmente comune.

Aveva fatto – se si può usare il termine fare – un’enorme fortuna; lo slancio industriale del secolo lo aveva preso nel vortice; di conseguenza egli si mostrava riconoscente verso l’industria, che adorava come una dea; fu il primo ad adottare, per sé e per la sua famiglia, abiti in filato di ferro, che fecero la loro apparizione attorno al 1934. Quel genere di stoffa, del resto, era duttile al tatto come kashmir, non molto caldo, è vero; ma d’inverno, con una buona imbottitura, si tirava avanti; quando quegli abiti inutilizzabili si arrugginivano, si mandavano a limare e a tingere con i colori in voga.

La posizione sociale del banchiere era la seguente: Direttore della Società delle Catacombe di Parigi e della forza motrice a domicilio.

Il lavoro di questa Società consisteva nell’immagazzinare aria in quegli immensi sotterranei rimasti così a lungo inutilizzati; l’aria vi veniva compressa a una pressione dalle quaranta alle quarantacinque atmosfere, forza motrice costante che opportune condutture portavano nelle fabbriche, nelle officine, nelle filande, nelle industrie molitorie, ovunque fosse necessaria un’azione meccanica. Quell’aria serviva, come si è visto, a muovere i treni sui binari cittadini. Milleottocentocinquantatré mulini a vento, situati nella piana di Montrouge, la convogliavano grazie a una serie di pompe in quei vasti serbatoi.

Questa idea, evidentemente molto pratica, e che ricorreva all’impiego delle forze naturali, fu vivamente preconizzata dal banchiere Boutardin; egli divenne il direttore di questa importante società, pur restando membro di quindici o venti comitati di vigilanza, vicepresidente della Società delle locomotive rimorchiatrici, amministratore del Sottocomitato dei bitumi fusi ecc.

Quarant’anni prima, aveva sposato la signorina Athénaïs Dufrénoy, zia di Michel; costei era proprio la degna e arcigna compagna di un banchiere, brutta, grassa, simile in tutto e per tutto a una ragioniera o a una Cassiera, priva di qualunque attributo femminile; si intendeva di contabilità, si destreggiava con la partita doppia e all’occorrenza avrebbe inventato quella tripla; una vera amministratrice, ossia un amministratore in gonnella.

Amò il signor Boutardin? Ne fu riamata? Sì, nella misura in cui potevano amare quei cuori industriali; la seguente similitudine ne darà una definitiva idea: lei era la locomotiva e lui il macchinista; la teneva in buono stato, la strofinava, la lubrificava, e lei andava avanti così da mezzo secolo, con il discernimento e l’immaginazione di una Crampton¹⁰.

Inutile aggiungere che non deragliò mai.

Quanto al figlio, moltiplicate la madre per il padre, e avrete come coefficiente Athanase Boutardin, principale socio della banca Casmodage & Co.; un gentile ragazzo, che aveva preso l’allegria dal padre e l’eleganza dalla madre. Mai dire una battuta di spirito in sua presenza; era come se gli si mancasse di rispetto: le sue sopracciglia si aggrottavano sopra occhi inebetiti. Al grande concorso aveva ottenuto il primo premio in scienze bancarie. Si può dire che non si limitava a far lavorare il denaro, ma lo stremava; aveva un’aria da usuraio; cercava di accasarsi con qualunque ragazza orribile la cui dote compensasse decisamente la bruttezza. A vent’anni portava già occhiali d’alluminio. La sua intelligenza gretta e abitudinaria lo spingeva a stuzzicare i suoi impiegati con molestie da ficcanaso. Una delle sue bizzarrie consisteva nel credere vuote le sue casse, quando invece traboccavano d’oro e di banconote. Era un uomo spregevole, senza gioventù, senza cuore, senza amici. Suo padre lo ammirava molto.

Ecco dunque questa famiglia, questa trinità domestica alla quale il giovane Dufrénoy avrebbe dovuto chiedere aiuto e protezione. Il signor Dufrénoy padre, fratello della signora Boutardin, possedeva tutte le mitezze di sentimento e le squisite delicatezze che in sua sorella si traducevano in durezze. Quel povero artista, musicista di grande talento, nato per un secolo migliore, perì in giovane età, non riuscendo a sopravvivere alla pena, lasciando a suo figlio nient’altro che le sue tendenze poetiche, le sue inclinazioni e le sue aspirazioni.

Michel doveva avere da qualche parte anche uno zio, un certo Huguenin, del quale non si parlava mai, uno di quegli uomini istruiti, modesti, poveri, rassegnati, dei quali le famiglie opulente arrossiscono per la vergogna; ma si proibiva a Michel di vederlo, e lui neppure lo conosceva; sicché non c’era nemmeno da pensarci.

La posizione sociale dell’orfano era dunque ben determinata: da una parte uno zio impossibilitato ad aiutarlo, dall’altra una famiglia ricca di quelle qualità che si coniano alla zecca, con quel tanto di cuore che basta per sospingere il sangue nelle arterie.

Non c’era certo di che essere grati alla provvidenza.

L’indomani, Michel scese nello studio di suo zio, uno studio solenne, parato, come se non bastasse, di una stoffa serissima; vi si trovavano il banchiere, sua moglie e suo figlio. La cosa minacciava di essere seria.

Il signor Boutardin, in piedi accanto al camino, le mani nel panciotto, tirando fuori il petto si espresse in questi termini:

«Signore, state per udire parole che vi prego di scolpire nella vostra memoria. Vostro padre era un artista. Questa parola dice tutto. Mi piace pensare che non abbiate ereditato i suoi sciagurati istinti. Tuttavia ho scoperto in voi certi germi che è necessario stroncare sul nascere. Voi navigate di buon grado nelle sabbie dell’ideale e, finora, il risultato più lampante dei vostri sforzi è stato questo premio di poesia latina che disonorevolmente avete conseguito ieri. Esaminiamo la situazione. Non avete un patrimonio, ed è già una iattura; quel che è peggio è che non avete genitori. Ora, intendetemi bene, io non voglio poeti nella mia famiglia! Non voglio individui che vanno a sputare rime in faccia alla gente; avete una famiglia ricca, non compromettetela. L’artista non è lontano dal saltimbanco cui getto cento soldi perché rallegri le mie digestioni. Mi capite. Niente talento. Capacità. Poiché non ho ravvisato in voi nessuna speciale attitudine, ho deciso che entrerete nella banca Casmodage & Co., sotto l’alta direzione di vostro cugino; prendete esempio da lui; lavorate per diventare un uomo pratico! Rammentate che nel vostro sangue scorre anche un po’ di sangue dei Boutardin e, per trarre il massimo profitto da queste mie parole, abbiate cura di non dimenticarle mai!».

Nel 1960, come si vede, la razza dei Prudhomme¹¹ non si era ancora estinta; avevano conservato belle tradizioni. Che cosa poteva rispondere Michel a una simile filippica? Niente, e così tacque, mentre sua zia e suo cugino approvavano con il capo.

«Le vostre vacanze», proseguì il banchiere, «cominciano questa mattina e finiscono questa sera. Domani sarete presentato al direttore della Casmodage & Co. Andate».

Il giovane lasciò lo studio di suo zio; le lacrime gli inondavano gli occhi, ma si irrigidì contro la disperazione.

«Ho un solo giorno di libertà», si disse; «almeno, lo impiegherò a modo mio; ho qualche soldo; cominciamo col mettere su una biblioteca con i grandi poeti e gli autori illustri del secolo scorso. La sera, mi consoleranno dei fastidi della giornata».

¹⁰Allusione alla locomotiva Crampton, una delle prime ad alta velocità, cosiddetta dal suo inventore, l’ingegnere inglese Thomas Russel Crampton (1816-1888).

¹¹Celebre personaggio dei Mémoires de Joseph Prudhomme (1857), ideato da Henri Monnier, campione della nullità soddisfatta e di un linguaggio di una solenne banalità.

IV. Su alcuni autori del XIX secolo, e sulla difficoltà di procurarseli

Michel tornò rapidamente in strada e si diresse verso la Libreria delle Cinque parti del Mondo, immenso magazzino situato in rue de la Paix e diretto da un funzionario statale.

«Là dentro devono essere sepolte tutte le creazioni del genere umano», si disse il giovanotto.

Entrò in un vasto atrio, al cui centro un ufficio telegrafico corrispondeva con i settori più distanti; una legione di impiegati circolava incessantemente; contrappesi che scorrevano nei muri sollevavano i commessi fino ai camminamenti superiori delle sale; una folla considerevole assediava l’ufficio, e i fattorini erano curvi sotto fardelli di libri.

Michel, sbigottito, tentava invano di contare le innumerevoli opere che gremivano le pareti, e il suo sguardo si perdeva nelle sterminate gallerie di quell’edificio imponente.

«Non riuscirò mai a leggere tutto questo», pensava facendo la fila davanti all’ufficio. Finalmente arrivò allo sportello.

«Che cosa desiderate, signore?», gli chiese l’impiegato, capo della Sezione delle Domande.

«Vorrei avere le opere complete di Victor Hugo», rispose Michel. L’impiegato spalancò tanto d’occhi.

«Victor Hugo?», disse. «Che cosa ha scritto?»

«È uno dei grandi poeti del XIX secolo, anzi il più grande», rispose il giovane quasi ruggendo.

«Lo conoscete?», chiese l’impiegato a un secondo impiegato, capo della Sezione delle Ricerche.

«Non ne ho mai sentito parlare», rispose quest’ultimo. «Siete proprio sicuro del nome?», chiese al giovane.

«Assolutamente sicuro».

«Il fatto è», riprese il commesso, «che qui ci capita di rado di vendere opere letterarie. Tuttavia, visto che siete sicuro... Rhugo, Rhugo...», disse telegrafando.

«Hugo», ripeté Michel. «Domandate, per favore, anche Balzac, de Musset e Lamartine».

«Scienziati?»

«No! Scrittori».

«Viventi?»

«Morti da un secolo».

«Signore, faremo ogni sforzo per favorirvi; ma temo proprio che le nostre ricerche saranno lunghe, se non vane».

«Aspetterò», rispose Michel.

E si ritirò in un angolo, sconcertato! E così, tutta quella grande fama non durava un secolo! Le Orientales, le Méditations, le Premières Poésies, la Comédie humaine, dimenticate, perdute, introvabili, misconosciute, ignote!

Intanto, grandi gru a vapore calavano carichi di libri in mezzo alle corti, e gli acquirenti si accalcavano all’ufficio domande. Ma l’uno voleva avere la Teoria degli attriti in venti volumi, l’altro la Compilazione dei problemi elettrici, questo il Trattato pratico di ingrassaggio delle ruote motrici, quello la Monografia del nuovo cancro cerebrale.

«Come!», si diceva Michel, «scienza! industria! qui come in collegio, e niente per l’arte! E io devo avere l’aria di uno squilibrato chiedendo opere letterarie! E se fossi davvero pazzo?»

Michel restò immerso nelle sue riflessioni per più di un’ora; frattanto le ricerche continuavano, e il telegrafo funzionava senza posa, e ci si faceva confermare il nome degli autori; si frugavano gli scantinati, le soffitte, ma invano. Bisognò rinunciare.

«Signore», disse infine al giovanotto un impiegato, capo della Sezione delle Risposte, «non li abbiamo. Probabilmente questi autori erano poco noti ai loro tempi; le loro opere non saranno state ripubblicate...».

«Notre Dame de Paris», rispose Michel, «è stato tirato in cinquecentomila esemplari».

«Voglio credervi, signore, ma in materia di vecchi autori ristampati ai nostri giorni abbiamo soltanto Paul de Kock, un moralista del secolo scorso; sembra scritto assai bene e, se volete...».

«Cercherò altrove», rispose Michel.

«Oh! Girereste tutta Parigi senza trovare nulla! Quello che non si trova qui, non si trova da nessun’altra parte».

«Lo vedremo», disse Michel allontanandosi.

«Ma, signore», replicò l’impiegato, che per il suo zelo sarebbe stato degno di essere garzone di droghiere, «se voleste qualche opera letteraria contemporanea... Abbiamo opere che hanno fatto un certo scalpore in questi ultimi anni; non si sono vendute male per dei libri di poesia...».

«Ah!», fece Michel allettato, «avete poesie moderne?»

«Certamente. E, tra l’altro, le Armonie elettriche di Martillac, opera insignita dall’Accademia delle Scienze, le Meditazioni sull’ossigeno del signor de Pulfasse, il Parallelogramma poetico, le Odi decarbonate ecc.».

Michel non era riuscito ad ascoltarne di più, e si ritrovava per strada, costernato, stupefatto! Quel poco d’arte non era dunque sfuggito all’influenza perniciosa del tempo! La scienza, la chimica, la meccanica facevano irruzione nel regno della poesia!

«E la gente legge queste cose», ripeteva vagando per le vie, «le compra addirittura! E tutto questo ha un suo posto negli scaffali di letteratura! E si cerca invano un Balzac, un Victor Hugo! Ma dove trovarli? Ci sono! la biblioteca!».

Michel, con passo rapido, si diresse verso la biblioteca imperiale; i suoi edifici, singolarmente proliferati, si estendevano su gran parte di rue Richelieu, da rue Neuve-des-Petits-Champs fino a rue de la Bourse. I libri, accumulati incessantemente, avevano fatto scricchiolare le mura dell’Hôtel des Nevers. Ogni anno si stampavano quantità favolose di opere scientifiche; gli editori non bastavano più, pubblicava perfino lo Stato; i novecento volumi lasciati da Carlo V, moltiplicati mille volte, non avrebbero pareggiato il numero attuale di volumi accatastati nella biblioteca; dagli ottocentomila raggiunti nel 1860, ora essi ammontavano a più di due milioni.

Michel si fece indicare la sezione di edifici riservata alle lettere, e si avviò sulla scala dei geroglifici, che alcuni muratori stavano restaurando a picconate.

Michel, arrivato nella sala delle lettere, la trovò deserta, e più curiosa oggi, nel suo abbandono, che un tempo, piena di una folla studiosa. C’era ancora qualche straniero che andava a visitarla, come si va a vedere il Sahara, e veniva loro mostrato il posto in cui nel 1875 morì un arabo, allo stesso tavolo che occupò per tutta la vita.

Le formalità necessarie per ottenere un’opera non erano certo elementari; il modulo firmato dal richiedente doveva contenere il titolo del libro, il formato, la data di pubblicazione, il numero dell’edizione e il nome dell’autore: vale a dire informazioni che, a meno di essere un dotto, non si sapevano mai tutte; per giunta, il richiedente doveva indicare l’età, il domicilio, la professione e lo scopo delle sue ricerche.

Michel si attenne alle norme, e consegnò il suo modulo in perfetta regola al bibliotecario che dormiva; seguendo il suo esempio, gli addetti di sala russavano spaventosamente su sedie accostate alla parete; le loro funzioni erano divenute una sinecura completa quanto le funzioni di agente di collocamento all’Odéon.

Il bibliotecario, svegliatosi di soprassalto, guardò quell’audace giovanotto; lesse il modulo e parve stupefatto della richiesta; dopo aver lungamente riflettuto, con gran terrore di Michel, indirizzò quest’ultimo a un impiegato subalterno, che lavorava accanto alla finestra, su un piccolo scranno solitario.

Michel si trovò in presenza di un uomo sulla settantina, dotato di uno sguardo vivo, di un volto sorridente, e con l’aria di un saggio che credesse di ignorare tutto. Il modesto impiegato prese il modulo e lo lesse attantamente.

«Chiedete degli autori del diciannovesimo secolo», disse; «è un onore per loro, e ci consentirà di rispolverarli. Diciamo, signor... Michel Dufrénoy?» A quel nome, il vecchio sollevò bruscamente il

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