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Buddha: Gli eventi più salienti della vita di Buddha

Buddha: Gli eventi più salienti della vita di Buddha

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Buddha: Gli eventi più salienti della vita di Buddha

Lunghezza:
168 pagine
2 ore
Pubblicato:
12 dic 2012
ISBN:
9788854148468
Formato:
Libro

Descrizione

Gli eventi più salienti della vita di Buddha

Oggi di buddhismo si parla molto, a proposito e a sproposito. Ma chi era realmente il Buddha storico, Gotama Siddhattha, che alcuni secoli prima di Cristo aveva diffuso questa grande dottrina, destinata a divenire il credo di milioni di fedeli? In questo libro viene ripercorsa la sua vicenda biografica. Figlio del ràja di un modesto Stato, Buddha raggiunge la «liberazione» dopo aver rifiutato sia una vita di piaceri, sia le teorie dei suoi direttori spirituali, nella scelta d'un percorso tutto suo. Darà vita alla Comunità (Sangha), per diffondere e predicare la Dottrina (Dhamma). Arena descrive gli eventi più salienti della sua vita e la sua entrata nel mito, con i primi Concili e la compilazione del Canone buddhista.


Leonardo Vittorio Arena
insegna Teoria e storia della storiografia presso la Facoltà di lettere dell'Università di Urbino. I suoi interessi si rivolgono alle logiche extraeuropee, nell'auspicata sintesi della filosofia occidentale e orientale. Tra le sue numerose pubblicazioni: Storia del Buddhismo Ch'an, Il canto del derviscio, Antologia del Buddhismo Ch'an, I maestri, Il Nyàya Sùtra, Haiku, Diario Zen, Nietzsche e il nonsense, Realtà e linguaggio dell'inconscio.
Pubblicato:
12 dic 2012
ISBN:
9788854148468
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Buddha - Leonardo Vittorio Arena

18

Prima edizione ebook: dicembre 2012

© 2012 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-4846-8

www.newtoncompton.com

Edizione digitale a cura di Librofficina

Progetto grafico: Sebastiano Barcaroli

Immagine di copertina: © Niko Guido/iStockphoto

Leonardo Vittorio Arena

Buddha

Gli eventi più salienti della vita di Buddha

Avvertenza

Tutte le traduzioni sono dell’Autore.

Per la trascrizione dei termini pàli e sanscriti, usati in maniera indeclinabile, è stata adottata una grafìa semplificata: i segni diacritici sono stati soppressi e le quantità lunghe delle vocali sono state indicate con accenti gravi. Lo stesso sistema di trascrizione è stato usato in un’altra opera dell’Autore: La filosofia indiana (Newton & Compton, 1996).

Premessa

Nella fruizione di una biografia del Buddha si devono tener presenti alcuni punti, per evitare equivoci e inquadrare correttamente l’argomento.

L’esistenza del personaggio è un dato storico, ma quasi ogni altra informazione in merito dovrebbe essere, come minimo, sottoposta al beneficio del dubbio. In effetti, i singoli eventi sono filtrati da una fitta nebbia di leggende; né è possibile eliminare completamente le vistose intrusioni di elementi magici e fiabeschi.

Non è sufficiente espungere i vari resoconti di miracoli o di azioni prodigiose: l’agiografia fa quasi ovunque capolino, alterando le linee della prospettiva storica.

Si consideri anche che le fonti, tutte dal Canone buddhista, sono, oltreché partigiane, molto posteriori rispetto agli avvenimenti. A complicare il quadro, inoltre, le più antiche non sempre appaiono le più attendibili.

E lo stesso Buddhismo delle origini, inestricabilmente connesso alla figura del suo fondatore, potrebbe essere stato molto diverso dai suoi ulteriori sviluppi, canonici e scolastici. Questa possibilità, del resto, è tranquillamente ammessa dagli storici.

La presente avvertenza preliminare va tenuta in considerazione. Non disponiamo delle «dirette» parole del Buddha – il quale, come altri grandi della storia, non scrisse mai nulla –, ma soltanto di trascrizioni.

Così, ci affideremo al Canone, compilato in una lingua che non era quella dell’Illuminato: un ulteriore elemento che non agevola la ricostruzione storica.

Tuttavia, malgrado certe riserve, una biografia del Buddha possiede un innegabile, e notevole, valore didattico. Pur non disponendo di dati «certi», nell’ambito della realtà storica, possiamo attingere preziosi insegnamenti dallo stile di vita del Maestro, per poi utilizzarli nella nostra realtà psichica, nel contesto delle molteplici attività quotidiane.

Storia di una nascita

Il tempo, i luoghi e i nomi

È impossibile determinare con precisione la data di nascita del Buddha. Secondo la maggior parte degli storici, sembra la si debba individuare intorno alla metà del

VI

secolo a.C., verso il 563, in ossequio alla cosiddetta «corretta cronologia di Ceylon». Una tradizione meno attendibile, invece, la colloca un secolo prima, intorno al 624. Di recente sta prendendo piede una «cronologia breve o indiana», che posticipa tutti gli eventi della vita del Maestro di ben 115 anni¹.

Quanto al luogo di nascita, si tratterebbe di Kapilavatthu, la capitale della Repubblica aristocratica dei Sakiya (o Sakya; sanscrito: Çàkya)². Secondo gli archeologi indiani, la città era situata a circa 200 chilometri da Benares e corrisponderebbe all’attuale Pipràvà (per ulteriori dettagli, si veda il capitolo «Intrighi di corte»). La tribù dei Sakiya, vassalla del re dei Kosala e non molto importante, era stanziata in un territorio coincidente con l’attuale zona di confine tra l’India e il Nepal, situata alle pendici dell’Himàlaya.

Quanto alle origini del Buddha, per smentire una tradizione molto diffusa va subito sottolineato che questi non era affatto figlio di un re, bensì del ràja Suddhodana, capo o presidente in carica della Repubblica dei Sakiya: quindi, proveniva dalla casta guerriera (khattiya; sanscrito: kshatriya). Poiché la famiglia paterna era legata al clan dei Gotama, nei testi antichi lo si chiama generalmente con questo nome.

Tuttavia, gli vennero attribuiti anche altri appellativi. Il primo è Siddhattha (sanscrito: Siddhărtha), vale a dire «colui che ha raggiunto lo scopo» (oppure: «colui il cui oggetto è la perfezione») – si tratta forse del nome che gli fu imposto alla nascita. Un altro è, per l’appunto, «Buddha», che significa «illuminato» o «risvegliato», e poté essere impiegato soltanto in seguito all’attingimento del nibbàna («liberazione»). Il Maestro venne anche chiamato Sakyamuni («il saggio o l’asceta dei Sakya»), Tathàgata (forse: «colui che è arrivato [a cogliere la realtà] così com’è») e Bhagavant («Beato»).

Dopo queste indicazioni preliminari, occupiamoci ora delle varie circostanze preliminari della nascita.

Concepimento e profezie

Màyà, la madre del Buddha, era la moglie favorita, nonché cugina, del ràja Suddhodana. Il suo nome, che significa «illusione», potrebbe avere una valenza simbolica.

Si narra che un giorno, mentre era già gravida dell’illustre rampollo, la donna fece un sogno: un elefante bianco scendeva dal cielo per deporle in grembo un fiore di loto, penetrando, infine, nel suo corpo. Era un sogno piacevole, che produsse in Màyà una grande serenità.

Poco dopo, accompagnata dal suo seguito, la donna si mise in viaggio per Devadaha, affinché il parto avvenisse nella casa paterna in conformità alle consuetudini. La carovana fece sosta nello splendido parco del villaggio di Lumbinì (l’attuale Rummindai). Qui, in un’atmosfera onirica e in preda a una sorta di trance, Màyà prese a camminare tra le piante e la lussureggiante vegetazione; infine, sentì che doveva appoggiarsi a un ramo, e… nello stesso istante concepì Siddhattha!

Il parto in posizione eretta corrispondeva alle abitudini e alle usanze dell’epoca. Altri dettagli della vicenda, invece, risultano ampiamente leggendari, e hanno il mero scopo di abbellire la narrazione: così, per esempio, l’indicazione che le stesse piante avrebbero recato omaggio al neonato, inchinandosi al suo passaggio per averne riconosciuta la futura grandezza.

Dopo tre giorni dalla nascita, il vecchio Asita, un saggio (isi; sanscrito: rishi) che viveva appartato tra le nevi dell’Himàlaya, giunse a corte. Appena vide il neonato, gli predisse un fulgido avvenire: questi sarebbe divenuto un Risvegliato, un famoso predicatore della Verità. Un tale destino comportava, beninteso, l’abbandono di qualsiasi interesse materiale, politico o militare.

Asita aveva emesso il suo responso dopo aver individuato, ben visibili nel corpo del neonato, i segni del Grande Uomo³. Alla fine singhiozzò, perché la sua vita non sarebbe stata tanto lunga da consentirgli di udire la predicazione della Dottrina⁴.

Si può immaginare lo sconforto di Suddhodana. Il ràja s’era prospettato un ben diverso futuro per il figlio! D’altra parte, pensò che Asita poteva sbagliarsi, e si sentì lievemente sollevato.

In altre versioni, la stessa profezia viene annunciata da un asceta dedito a varie austerità, un certo Kàladevala, frequentatore abituale della corte. A un attento esame del personaggio, tuttavia, sembra che nei suoi panni si celasse lo stesso Asita.

Gli otto bràhmani che celebrarono il rito dell’imposizione del nome, probabilmente nel quinto giorno dalla nascita, espressero un parere molto simile a quello del vecchio saggio: anch’essi presagirono il successo del bimbo nella sfera religiosa, aggiungendo che, se pure si fosse dedicato alla politica, avrebbe acquisito anche qui una reputazione assai illustre e duratura.

Secondo molte versioni, il figlio di Suddhodana sarebbe stato chiamato Siddhattha. Nel Mahàvastu, un’opera in sanscrito, viene menzionato anche il nome Sarvàrthasiddha (ovvero «colui che ha realizzato tutti i suoi scopi»).

Dall’infanzia alla giovinezza

Nel frattempo, Màyà si era ammalata gravemente. Le diverse fonti non specificano di quale tipo di malattia si trattasse; comunque sia, la fanno morire dopo circa una settimana dalla nascita, in seguito ad atroci sofferenze. La cifra indicata è probabilmente simbolica; d’altra parte, molte donne morivano effettivamente di parto nelle zone tropicali.

Siddhattha fu affidato alla seconda moglie di Suddhodana, cioè a Mahàpajàpatì, sorella minore della defunta. Costei prese talmente a cuore il proprio impegno da consegnare a una balia il figlio Nanda, in modo da occuparsi personalmente del nipote.

Del periodo successivo, relativo agli studi del giovane Siddhattha, ci sono soltanto notizie vaghe e lacunose. In qualità di khattiya («guerriero»), questi avrebbe dovuto essere addestrato nel combattimento e nella lotta, nelle arti marziali e nel tiro con l’arco; tuttavia, non sembra aver riportato grandi successi in questi settori, contrariamente a quanto affermano le varie fonti agiografiche. Inoltre, gli viene anche attribuito uno spiccato talento musicale, ma la notizia è alquanto dubbia.

E anche il suo alfabetismo desta perplessità: non è sicuro che Siddhattha sapesse leggere e scrivere; certe attività, del resto, non erano di competenza di un guerriero. Alcuni storici imputano a un probabile analfabetismo la sua posteriore diffidenza verso la scrittura: divenuto un Buddha, egli avrebbe osservato che un monaco doveva preoccuparsi unicamente della salvezza e non di attività superflue⁵.

D’altra parte, Suddhodana non si preoccupava delle prestazioni sportive e militari, bensì del futuro di Siddhattha: il ricordo delle varie profezie tornava ad affiorare.

Così, decise che il figlio avrebbe dovuto sposarsi presto, e progettò un matrimonio combinato, nello stile dell’epoca. La stretta vicinanza di una donna avrebbe distolto il giovane da eventuali propositi monastici.

Venne scelta allo scopo la stessa cugina di Siddhattha, cioè la figlia della sorella più giovane di Suddhodana. La ragazza si chiamava Bhaddakaccanà, ma nelle varie narrazioni viene indicata anche con altri nomi: per esempio, Yasodharà o Gopà. D’altra parte, alcuni sospettano che Siddhattha avesse due mogli, e che gli ultimi nomi si riferissero a persone diverse.

Secondo la leggenda, il giovane avrebbe conquistato il cuore della futura sposa in occasione di un torneo, svoltosi nei pressi del lago Kunau. Qui avrebbe sconfitto gli altri Sakiya pretendenti in tutte le gare previste, tra cui il tiro con l’arco e la corsa a cavallo; considerate le sue mediocri capacità, tuttavia, un simile esito appare poco probabile.

Al termine di una sontuosa e sfarzosa cerimonia, Siddhattha convolò a nozze con Yasodharà. Ai due giovani sposi sarebbero stati donati tre palazzi: uno per l’inverno, uno per l’estate, e uno per la stagione delle piogge. D’altra parte, in realtà Siddhattha potrebbe non avere mai conosciuto tanto lusso: come al solito, è l’agiografia ad abbellire gli eventi. Non si dimentichi che Suddhodana era soltanto il ràja dei Sakiya, e non certo un grande re.

Qualche tempo dopo Yasodharà diede alla luce un figlio, che fu chiamato Ràhula.

La scelta della rinuncia

A questo punto il racconto, già storicamente lacunoso, si arricchisce di ulteriori elementi leggendari.

Sembra che, in seguito alla nascita del figlio, Siddhattha decidesse di abbracciare la vita monastica. «Mi è nato un legame»: questo sarebbe stato il suo unico commento alla nascita di Ràhula. E così, si verificava il contenuto della profezia.

Ma per quale motivo il giovane fu spinto a questa decisione? Varie narrazioni tentano di rispondere al

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