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Tutte le avventure dei corsari

Tutte le avventure dei corsari

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Tutte le avventure dei corsari

Lunghezza:
2,257 pagine
31 ore
Pubblicato:
Sep 24, 2012
ISBN:
9788854146839
Formato:
Libro

Descrizione

Il ciclo completo

• Il Corsaro Nero
• La Regina dei Caraibi
• Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero
• Il Figlio del Corsaro Rosso
• Gli Ultimi Filibustieri

A cura di Sergio Campailla
Edizioni integrali

D’istinto, dopo aver creato e ambientato il ciclo di Sandokan nel Borneo, nella Malesia e in India, ricavandone immediata popolarità, Salgari cerca nuovi spazi narrativi per la sua immaginazione e per il suo pubblico. Felice istinto, sulla carta geografica dispiegata sotto gli occhi, che gli spalanca adesso un orizzonte coloratissimo nel centro America, con le risorse dell’epopea corsara, il gusto di una libera trasgressione, un diverso esotismo. Manca sì un protagonista assoluto come Sandokan, ma lo scrittore supera la sfida inventiva, scoccando a ripetizione frecce dal suo arco, con fantasiose variazioni: il Corsaro Nero e il Corsaro Rosso, la pirateria al maschile e al femminile, le successive fasi generazionali dei personaggi. Ne deriva il vantaggio di situazioni fuori dallo standard dell’eroe statuario ma inevitabilmente troppo uguale a se stesso. In culture meno legate alla classicità, Stevenson aveva dato alle stampe già nel 1883 un bestseller mondiale come L’isola del tesoro, scoprendo un filone fortunatissimo che nel nostro secolo arriva alla saga multimiliardaria di Hollywood sui Pirati dei Caraibi, interpretata in maniera fenomenale da Johnny Depp e prodotta da un mago del serial contemporaneo come Jerry Bruckheimer. Ma in Italia il brevetto porta la firma di Salgari. In lui riconosciamo un precursore geniale, il custode prezioso dell’avventura e del regno dell’infanzia.



Emilio Salgari

(Verona 1862 – Torino 1911) compì l’apprendistato letterario collaborando a diversi giornali, come «La Nuova Arena», presso cui pubblicò anche i suoi primi racconti. Raggiunse un vastissimo successo di pubblico con una lunga serie di romanzi d’avventura ambientati in paesaggi esotici e centrati su eroi come Sandokan e il Corsaro Nero. Ma gli ultimi anni della sua vita furono tragici: le precarie condizioni economiche, la cattiva salute, la perdita progressiva dell’ispirazione narrativa e infine il ricovero della moglie in manicomio ridussero lo scrittore alla disperazione, fino al gesto drammatico con cui pose termine ai suoi giorni. Di Salgari la Newton Compton ha pubblicato Il Corsaro Nero. Le Tigri di Mompracem, Sandokan. I pirati della Malesia, e i volumi unici Tutte le avventure di Sandokan e Tutte le avventure dei corsari.
Pubblicato:
Sep 24, 2012
ISBN:
9788854146839
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Tutte le avventure dei corsari - Emilio Salgari

393

Prima edizione ebook: settembre 2012

© 1976, 1977, 1994, 2010 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-4683-9

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Emilio Salgari

Tutte le avventure dei Corsari

Il ciclo completo

Il Corsaro Nero - La Regina dei Caraibi

Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero

Il Figlio del Corsaro Rosso - Gli ultimi Filibustieri

A cura di Sergio Campailla

Edizioni integrali

Newton Compton editori

Un arrembaggio dal lutto alla risata

Viaggiare da fermi, sull’atlante e con la fantasia, presenta sicuramente un vantaggio: si può procedere in qualsiasi direzione, senza contrasto. Salgari all’inizio è partito per il Borneo e per l’India, e ci ha dato il prototipo del suo eroe, esprimendo la tendenza fondamentale del suo bisogno di evasione e trasgressione. Le Tigri di Mompracem, I misteri della jungla nera, I pirati della Malesia organizzano la prima parte di un ciclo ambizioso e definiscono tempestivamente la differenza salgariana. Il successo dell’operazione lega un nome a un prodotto, ma rischia di esaurirlo nella tipicità di quel rapporto. Lo scrittore dunque riparte, per necessità di bottega e per l’ambizione suprema di un racconto infinito. Da quale parte si dirige questa volta?

Credo che per capire il nuovo esito si debba tenere presente la strada che si è percorsa, e a cui occorre portare una variazione. Salgari sin qui ha esplorato l’Asia remota e misteriosa, ora apre un nuovo fronte, piega dalla parte opposta, verso un territorio dell’avventura che suscita un formidabile interesse nell’attualità: le Indie Occidentali. Succede così che in una cultura letteraria come quella italiana, che ignora un fenomeno epocale in corso, l’emigrazione storica verso l’America del Nord e del Sud, che svuota le campagne e modifica gli equilibri economici e sociali del paese, il sedicente capitano Emilio Salgari si orienta su quella rotta, con tutt’altri intendimenti. Il che comporta un’immediata conseguenza: la retrocessione cronologica al diciassettesimo secolo, che gli permette di conservare e di elaborare una materia e un’atmosfera esotiche, nonostante la base storica e documentaria da cui peraltro egli preleva con abbondanza.

Il mondo della filibusteria e della guerra di corsa è esistito veramente, ha lasciato un’impronta sull’immaginario collettivo e alimentato una letteratura di genere. Salgari non è in grado di attingere direttamente alla fonte di questa letteratura che è la Storia degli avventurieri, filibustieri e bucanieri che si sono distinti nelle Indie uscita in Olanda nel 1678 ad opera dell’Exmelin, una figura irripetibile di chirurgo, pirata e cronista; ma ha consultato le pubblicazioni ottocentesche che ne derivano, in particolare la Storia dei filibustieri dell’Archenholz, tradotta in italiano nel 1820, e I filibustieri, terzo volume della traduzione italiana uscita nel 1880 dell’Histoire illustrée des pirates, corsaires, filibustiers, boucaniers, forbans, négriers et écumeurs dans tous les temps et dans tous les pays del Trousset. Conosce inoltre il Costume antico e moderno di Giulio Ferrario, il romanzo I Robinson della Gujana di Louis Boussenard, pubblicato dal 1882 sul Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure. Inutile insistere su queste fonti, che sono state studiate dagli specialisti. Basti dire qui che Salgari conosce questi libri ed altri ancora sui costumi, sulla flora e sulla fauna locali. Come è costante al suo metodo di lavoro, si documenta con scrupolo, né probabilmente potrebbe fare diversamente, senza che l’avventura narrativa diventi temerarietà e forse sproloquio.

Ma la difficoltà fondamentale è di collocare all’interno di questo contenitore un eroe e una vicenda fortemente attrattivi, che reggano il confronto con l’inevitabile pietra di paragone: il personaggio di Sandokan e i pirati della Malesia. Che reggano il confronto, beninteso, distinguendosi. L’eroe salgariano per eccellenza è Sandokan, d’accordo, forse persino nell’iniziale del nome e nell’adozione dello sdrucciolo. Ma come si fa a inventare un altro eroe che non gli assomigli, che sotto mentite spoglie non lo riproponga tale e quale? Questo il pericolo da scongiurare.

Mi chiedo adesso: che cosa, nell’identificazione giovanile inconscia, ha significato Sandokan? Nella sostanza e nel profondo, rappresenta un’esplosione di energia vitale, un’energia vitale in positivo, illimitata e sottratta al codice di censura della civiltà europea. Il colore di questo magma è il rosso, il colore del sangue e della bandiera della Tigre della Malesia; il suo stemma araldico e la sua metafora-pilota sono la tigre. Ma nell’America latina non ci sono tigri reali del Bengala, Salgari si proverà a sfruttare le risorse offerte dal giaguaro e dal coguaro, ma è già un’altra cosa.

Sandokan è affascinante, ma pericoloso, perché rischia di plagiare i suoi emuli degradandoli a controfigure. Nasce, per antitesi, il mito del Corsaro Nero, dove la novità autentica sta, al di là delle apparenze, nell’aggettivo forse più che nel sostantivo. Salgari punta tutto su questa carta, rielaborando un altro livello dell’autobiografia. Il Corsaro Nero esce nel 1898, a quindici anni dalla prima versione delle Tigri di Mompracem a puntate su La Nuova Arena: Salgari ha trentasei anni, e ne aveva probabilmente trentacinque quando lo componeva. Il Corsaro Nero ha circa trentacinque anni, è conte di Ventimiglia e possiede terre e castelli abbastanza confusamente in Piemonte e Liguria, mentre il suo autore dal 1892 abita a Cuorgnè e poi a Torino e dal 1898 si trasferisce a Sampierdarena, senza contare che pubblica a Genova presso l’editore Donath. Egli insomma da Verona guarda al bornese e alternativo Sandokan, ma più che trentenne dalla nuova residenza ha bisogno di più ravvicinate gratificazioni, modifica il tiro e fa un omaggio alla classe aristocratica dell’ambiente sabaudo. In questa prospettiva, non stupisce che un casato Ventimiglia sia documentato negli archivi, e che rami di questo albero genealogico si siano sviluppati nel 1600. Luciano Tamburini ha scritto sull’argomento un dotto saggio, scovando quanto c’era da sapere per precisare riferimenti (generici) e arbitri e incongruenze (a ogni passo). Il fatto è che a Salgari interessava e bastava non la verità storica di una singola famiglia, ma il prestigio di una dinastia qualsiasi che avesse radici in quel lembo di terra e non altrove.

Procedendo per opposizione, nella proposta di un’energia vitale superiore, ma depressa e negativa, Salgari scandaglia le regioni del notturno, in una scala sentimentale e pittorica romantica e ultraromantica, sino a uno sbocco scapigliato e melodrammatico. Come El Desdichado di Nerval, il suo eroe potrebbe ripetere di sé: «Je suis le ténébreux - le veuf - l’inconsolé», egli è bello di fama e di sventura, e la sua bellezza è il lutto, che lo fascia. Rileggiamo la descrizione con cui entra per la prima volta in scena:

Era vestito completamente di nero e con una eleganza che non era abituale fra i filibustieri del grande Golfo del Messico, uomini che si accontentavano di un paio di calzoni e d’una camicia, e che curavano più le loro armi che gli indumenti.

Portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi d’egual colore, coi risvolti di pelle egualmente nera; calzoni pure di seta nera, stretti da una larga fascia frangiata; alti stivali alla scudiera e sul capo un grande cappello di feltro adorno d’una lunga piuma nera che gli scendeva fino alle spalle.

Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente fra le nere trine del colletto e le larghe tese del cappello, adorno d’una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena ed un po’ arricciata.

Questo il ritratto in nero del cavaliere Emilio di Roccanera, altra volta Emilio di Roccabruna, conte di Ventimiglia e signore di Valpenta. Grava su quest’uomo un segreto, che giustifica il suo eccentrico costume e dovrebbe conferirgli un ’aureola tragica, un segreto che egli esterna come un ritornello, ad ogni occasione, con orgoglio, come un segno rovesciato di elezione. È la leggenda dei quattro fratelli, belli, ricchi e audaci, il nucleo originario da cui scaturisce l ’intero ciclo dei corsari: di questi quattro fratelli, il primogenito in un oscuro episodio della guerra delle Fiandre viene ucciso dal duca fiammingo Wan Guld, che si è macchiato di tradimento per ottenere dagli Spagnoli la nomina a governatore di Maracaybo, nella colonia americana. Scatta la vendetta, si fiondano uno dopo l’altro i fratelli, che per questa missione diventano corsari: prima il Corsaro Verde, che ha sfortuna e viene invece impiccato dal temibile avversario; quindi il Corsaro Rosso, che segue la stessa sorte. Il suo cadavere penzola da una forca sulla piazza principale di Maracaybo, insieme ad altri quattordici, mentre già volteggiano avvoltoi pronti a dilaniarne le carni, in uno spettacolo lugubre, quando arriva - tardi - il Corsaro Nero, il superstite dei fratelli, quello a cui è affidata l’eredità della suprema resa dei conti. Salgari dunque catapulta i suoi eroi uno dopo l’altro dall’Europa all’America alla ricerca e alla caccia del nemico traditore. Non si capisce bene perché questi fratelli per effettuare il loro disegno di rivalsa personale debbano trasformarsi in corsari che sono altrettanti castighi di Dio. Su questo punto si alza un polverone, e non è il caso di sottilizzare: se la vendetta si riducesse a un delitto puro e semplice, non ci sarebbe spazio per l’epopea corsara, che è quella che lo scrittore è determinato a raccontare. Anche i corsari hanno i loro alibi, e si sa che quando si vuole punire qualcuno, la vittima qualche colpa ce l’ha sempre. E l’alibi di prendersela con gli Spagnoli, alleati di Wan Guld ma soprattutto razza di conquistadores, ha il pregio di restituire la ragione del diritto a chi lo trasgredisce: come già Sandokan era il campione schierato contro l’imperialismo inglese e olandese, così il Corsaro Nero e la filibusteria salgariana si schierano contro il colonialismo spagnolo. Si intende che i conti tornano per modo di dire: Sandokan è un indigeno che lotta per una causa, per la sua terra e per la sua gente, e convoglia la simpatia universale; il Corsaro Nero scorrazza in mari lontani e, quando avrà centrato il suo bersaglio, non si vede come le popolazioni colpite dal genocidio e dalla conquista potranno ricavarne un beneficio.

Non l’ideologia staremo a discutere, ma il richiamo irrazionale a cui lo scrittore ha risposto e che, con il massimo sforzo, cerca di comunicarci. Alla roulette della scrittura, prima ha puntato sul rosso, e ora punta tutto sul nero. Egli procede per accumulazione, e talora con riprese sinfoniche: il conte di Ventimiglia è «tetro e malinconico» non prevalentemente, ma sempre, tanto che nessuno lo ha mai veduto sorridere una sola volta. Dal ritratto d’ingresso ci appare «pallido», «quasi marmoreo», «funebre». Se questa è la normalità, immaginiamoci le situazioni di crisi. È in altri termini una figura di morte, non soltanto nel senso che la dà, ma che ne è espressione. Una situazione drammatica è sicuramente quella del giuramento: ritornato sulla sua nave, la Folgore, con la salma del fratello, egli incute paura al suo stesso equipaggio. Si infittiscono i segnali misteriosi, ipresagi, i miraggi: le onde del mare lanciano bagliori fosforescenti, si odono echi e urli, riaffiorano corpi non identificabili. La bandiera nera è calata a mezz’asta, e i pennoni dei pappafichi e dei contropappafichi vengono disposti a croce.

Il pensiero corre alle leggende marinare, al vascello fantasma dell’Olandese volante, al vascello-feretro, puntualmente evocati. Salgari ha sperimentato queste atmosfere meglio di chiunque altro, vi soggiace, e le sfrutta con abilità. In simile scenario di tregenda il corsaro, come un grande attore chiamato sul palcoscenico per un assolo magistrale, viene a pronunciare il terribile giuramento, «sul mare, su Dio e sull’inferno». Se vogliamo, potrebbe aver fatto quel giuramento già a casa sua, nelle sue proprietà di Ventimiglia, e lo avrà anche fatto, altrimenti non si sarebbe preso la briga di farsi corsaro, lui gentiluomo attentissimo all’etichetta, e di andare sino a Maracaybo, ma appunto, per la scena è meglio, è più teatrale, un attore recita magari il medesimo pezzo per l’ennesima volta, ma sembra la prima. Quando sprofonda in mare la salma del fratello, avviene qualcosa di inspiegabile, che appartiene al paranormale: si suppone che i due fratelli, il Corsaro Rosso e il Corsaro Verde, si siano incontrati, negli abissi del mare. Gli uomini commentano l’evento, ritengono il loro capitano ora «uno spirito del mare», ora «il dio del mare», ora addirittura «uno spettro». Ho il sospetto che questo Corsaro Nero sia un po’ anche iettatore: per questo i due inseparabili amiconi, Carmaux e Wan Stiller, secondo il rito del matelotage ma soprattutto per scaramanzia, appena avvistano una nave spagnola, si affrettano a scambiarsi promessa reciproca di eredità, in caso di decesso.

Il problema qual è? Il Corsaro Nero potrebbe riuscire a vendicare i fratelli, e la storia si concluderebbe e si sgonfierebbe. Invece sul vascello spagnolo conquistato all’arrembaggio si trova una bellissima duchessa fiamminga, di cui l’eroe si invaghisce a prima vista, e che solo molto più avanti saprà essere nientemeno che la figlia di Wan Guld, l’odiato nemico che il Corsaro Nero ha appena giurato di sterminare, lui e la sua famiglia! Questa duchessa è una giovinetta che non ha ancora «le forme sviluppate della donna» - per Salgari l’eroina ha un’età fissa di quindici o sedici anni -, ha i capelli lunghi «d’un biondo pallido, con riflessi più d’argento che d’oro», insomma di fronte al Corsaro Nero è la luce accanto alla tenebra, in una relazione complementare e perfetta, per giunta si chiama Honorata, a riparare già nel nome le malefatte di quel disonorato del padre. A questo punto il progetto di vendetta diventa un rompicapo insolubile, la giovinetta mostra di essere informata della fama del corsaro che la sequestra e gli chiede affascinata a sua volta: «È vero che voi evocate i morti?». Honorata è la donna fatale, degna compagna di un uomo fatale. Il Corsaro Nero rispolvera la profezia di una zingara, accettata come una sentenza senza appello e dichiara, al culmine di una tempesta, come in un’opera verdiana: «Tutto è nelle mani del destino».

Nel frattempo ci accorgiamo che, in tanta frenesia sentimentale, Salgari non ha tralasciato di utilizzare uno schema già collaudato: al Corsaro Nero capita infatti la disgrazia accaduta a Sandokan, quella di innamorarsi della figlia del nemico. Peggio anzi, perché la Perla di Labuan è appena la nipote, non la figlia di Lord Guillonk. Il risultato è un conflitto da cui non si esce: tra Amore e Onore, perché salvando l’uno si rinuncia all’altro; tra Amore e Morte, perché - stando alla profezia - l’amore è per il conte di Ventimiglia come la guerra di Troia per il fatato Achille. Chissà come avrebbe reagito Salgari leggendo una ricerca storica recente, Pirati e sodomia, di un professore di un’università americana, B.R. Burg, che sfata questa reputazione amatoria a proposito di Barbanera e compagni e pretende di riconoscere nell’universo corsaro dei Caraibi un esilio e un paradiso omosessuale.

Il lutto che avvolge il personaggio giocoforza dovrà travolgerlo. Il suo destino, e simmetricamente quello di Honorata, è segnato, anche nello svolgimento narrativo. Al più, gli si potrà accordare una pausa. Il Corsaro Nero si chiude con una sospensione, e prosegue nella Regina dei Caraibi, che è in pratica la seconda parte di uno stesso romanzo. La quale tuttavia non comincia dove la prima era terminata, e finge di dimenticare l’interrogativo a cui ancora non si è risposto: dove e come è finita Honorata, abbandonata su una scialuppa in balìa del mare in tempesta? Il nuovo romanzo, pubblicato a tre anni di distanza, distrae il lettore con il racconto delle varie tappe e fasi alterne dell’inseguimento di Wan Guld, fuggiasco e imprendibile, da parte del Corsaro Nero, che vede frustrata la realizzazione della sua vendetta. Salgari comunque nel duello finale tra il Corsaro Nero e Wan Guld ha l’accortezza di evitare che l’uno uccida l’altro, con ciò risparmiando all’eroe un’infamia che la donna rediviva non potrebbe mai legittimamente perdonargli, e invece ricorre a un compromesso, fa in modo che sia Wan Guld a eliminarsi con le sue stesse mani. I tempi sono maturi per il colpo di scena, preparato a lungo. In conseguenza dell’esplosione della santabarbara ad opera di Wan Guld, il Corsaro Nero, naufrago con i suoi uomini sulle coste della Florida, viene catturato dagli antropofagi, e sarebbe da questi sacrificato senza l’intervento del deus ex machina, anzi della dea ex machina, la regina della tribù, che non è altri che la giovinetta perduta, salvata dagli indigeni e adorata come una divinità. In pagine a mio parere tra le più suggestive che siano uscite dalla penna di Salgari, si celebra la cerimonia degli sponsali tra i due amanti ritrovati, tra il triste Corsaro Nero e la leggiadra giovinetta in stile quasi liberty assurta a regina degli antropofagi; e quindi dopo un’ultima scena visionaria, sotto il chiarore di una luna tropicale, in un desiderio struggente di amore e insieme di morte, la coppia scompare nel mare senza lasciare traccia, per sempre.

Superfluo precisare che la soluzione salgariana è da un lato felicemente suggestiva, dall’altro evasiva con una componente mistificatoria. E si avverte quanto lo sia, ad apertura del nuovo libro, Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero, pubblicato a distanza di altri anni, nel 1904. Sandokan durerà il tempo interiore di ben undici romanzi; il Corsaro Nero non resiste oltre la lunghezza di due volumi, e deve essere liquidato. Si rinnova la domanda posta al termine del primo romanzo: che fine ha fatto Honorata Wan Guld? E questa volta la curiosità riguarda anche il Corsaro Nero. Lo veniamo dunque a sapere all’inizio di Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero: la donna è morta in un incidente di parto, dando alla luce una bambina, e il conte di Ventimiglia, che non si è rassegnato a sopravviverle, ha cercato e trovato la morte sulle Alpi, combattendo contro i Francesi che minacciavano di invadere il Piemonte. Tutto bene, il conte di Ventimiglia si conferma un eroe, la caduta sul campo riscatta la sua memoria di corsaro in senso patriottico e nazionalistico, ma che bisogno c’era di scomparire in quel modo fumoso? Ipotizzavamo un doppio suicidio romantico, tra mare, luna e selvaggi, e invece rischiavamo di ritrovarli in Piemonte, soddisfatti e imborghesiti in un legame coniugale imbarazzante.

Si conferma altresì che queste donne predilette da Salgari non solo hanno sempre quindici o sedici anni, ma immediatamente dopo si devono togliere di mezzo. La notizia della morte dei due capostipiti del ciclo viene data in una taverna di Maracaybo nel corso di un combattimento di galli: chi muore si dà pace, e lo scrittore ha fretta di sbarazzarsi del ricordo ormai ingombrante e di passare ad altro. La notizia ghiotta, ora, è che esiste una figlia, la quale naturalmente ha i rituali quindici o sedici anni. E poi c’è il combattimento di galli da raccontare, e - tra parentesi - Salgari non è Jack London né Alex Haley, ma la descrizione di un combattimento di galli non è un’occasione frequente nella letteratura italiana.

Con Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero si tocca un nuovo livello generazionale, e prende respiro il ciclo vero e proprio, a costo di anacronismi e forzature. Salgari apre una nuova pista e ha l’audacia e l’astuzia di mutare rotta, tentando il romanzo al femminile, come già aveva provato nella Capitana del Yucatan: protagonista una donna corsaro, con un’eredità da riscuotere, e contestata dal conte di Medina, alias il figlio di Wan Guld. Si ricomincia perciò da capo, al giro successivo, con una disputa tra eredi, che tra l’altro sono parenti tra loro. E siccome Jolanda non può fare tutto da sola, l’appoggio glielo dà Morgan, l’ex luogotenente del padre e uno dei più famosi capi della filibusteria di ogni tempo. Senonché, per reggere il ruolo di protagonista, Jolanda non fa che riproporre il Corsaro Nero in panni femminili: è troppo coraggiosa, troppo resistente alla fatica, troppo forte. Nel rapporto tra i due, che presto diventa inevitabilmente amoroso, è Jolanda che fa l’uomo, e al micidiale Morgan non rimane che fare la donna: lo si vede allorché egli viene ferito, ed è assistito e protetto fisicamente da lei contro i mille pericoli. E se mai, del romanzo si potranno valorizzare i capitoli che descrivono l’immensa foresta dell’America Meridionale, che ripropongono il gusto salgariano per gli esemplari esotici della flora e della fauna, per il meraviglioso naturale, e quelli sulla navigazione e sugli uragani nelle acque delle Antille, dove si esalta il tecnicismo del linguaggio marinaresco.

Ma vinta la partita, morto il conte di Medina, ritiratosi Morgan in Giamaica con le favolose ricchezze del sacco di Panama insieme alla sua compagna, il ciclo non può crescere se non con un nuovo innesto generazionale, quando ormai sono esaurite le risorse del nero. Il lettore non sopporterebbe più quella tematica, satura sia nella linea maschile che in quella femminile, né lo scrittore probabilmente saprebbe aggiungervi niente di significativo.

Perciò Salgari abbandona il nero e ritorna al rosso. Nel 1908 dà alle stampe Il Figlio del Corsaro Rosso, non senza difficoltà dato che ogni volta ci vuole un pretesto diverso perché il personaggio nobiluomo si scomodi a venire in America dall’Europa e dall’Italia, e sempre da corsaro. Questa volta il rosso non è viscerale e sanguinario come in Sandokan, è invece estetico, la sua fascinazione è di qualità pittorica. È smagliante questo rampollo dei Ventimiglia che fa la sua apparizione nel salone della marchesa di Montelimar, con cui balla un irresistibile fandango suscitando passioni e gelosie. Ha anche lui una missione, deve assicurare l’eredità a una sorella, che suo padre, il Corsaro Rosso, ha avuto da una principessa del Darien, difendendola dalle cupidigie del cattivo di turno, il marchese di Montelimar. Ma il tono cambia, a poco a poco ma sensibilmente. Intanto questa sorella, che muove l’azione, rimane sullo sfondo e in realtà non interessa nessuno,perché la donna del cuore la conosciamo sin dall’inizio: è la seducente marchesa di Montelimar. Inoltre, questo giovane Ventimiglia sarà un corsaro, ma soprattutto è uno spadaccino: e un episodio culminante infatti è il duello con El Valiente, il professionista che uccide su commissione. La narrazione piega verso Dumas e i suoi Tre moschettieri, mentre acquistano peso personaggi come il bucaniere Buttafuoco, il fiammingo, il basco Mendoza, il guascone don Barrejo. In queste storie molteplici e laterali Salgari trova sfogo, accorgendosi di nuove possibilità di sviluppo, che lo portano lontano dal punto di partenza. A ben considerare, questi avventurieri di piccolo calibro, ciarlatani, deliranti, ubriaconi, formano una brigata simpatica, più attraente della performance sempre uguale di un uomo in costume rosso.

Si modifica completamente il registro. Nello stesso 1908 in cui pubblica Il Figlio del Corsaro Rosso, escono Gli ultimi Filibustieri, l’ultimo romanzo del ciclo, il canto del cigno della filibusteria, a suo modo un capolavoro della produzione salgariana. Era cominciata in tono solenne e luttuoso, finisce allegramente, in una risata colossale, tra sbronze, spacconate e prodezze mirabolanti. Anche qui c’è da recuperare l’eredità di una contessina Ventimiglia, figlia del Corsaro Rosso e nipote del Gran Cacico del Darien. Ma l’aggancio genealogico è un atto dovuto, sarà piuttosto una corsa al tesoro, un saccheggio ad uso generale. Domina una figura che era nata come una macchietta nel Figlio del Corsaro Rosso, al pari del piantatore grasso don Raffaele, del vecchio notaio di Maracaybo: il cadetto don Barrejo, dalle gambe lunghissime, gran donnaiolo, gran bevitore, millantatore e guascone. Don Barrejo ne combina di tutti i colori: con lui la taverna diviene un luogo centrale, la botte un oggetto di culto, a un certo punto gli capita di lottare in cima a un albero con un condor («che aveva dell’aquila e del marabu indiano»), di aggrapparsi alle zampe dell’uccellaccio, di planare come col paracadute su un toro, di fare una galoppata furibonda impugnando le corna di quest’ultimo, di capitombolare incolume dentro un cespuglio mentre l’animale inferocito si schianta infilzato in un palo aguzzo. In questo trambusto don Barrejo ha nervi saldi e tempo per apostrofare, per sfidare, per vantarsi. Il fatto è che è guascone, lo ripete in modo ossessivo. Lo ripete continuamente perché qui è il nome a fare il carattere, e non viceversa.

Affiorano echi, dai celebri guasconi della letteratura francese: d’Artagnan, Capitan Fracassa, Cyrano de Bergerac. Si muore ridendo, come il personaggio eroicomico del Pulci. In fondo, confessiamo la verità, anche quel Corsaro Nero col suo fatalismo era ridicolo, e non lo sapeva. Bisognava mettergli accanto, come doppio, l’adorabile Totò, che gli rifà il verso in Totò contro il Pirata Nero.

SERGIO CAMPAILLA

Emilio Salgari: la vita e le opere

LA VITA

Nato a Verona il 21 agosto 1862, Emilio Salgari fu nella prima giovinezza appassionato lettore degli scrittori d’avventura allora più in voga: verne, Stevenson, Boussenard, Mayne-Reid, Karl May. Egli frequentava contemporaneamente il Regio Istituto Tecnico e Nautico «P. Sarpi» di Venezia, con esiti non brillanti nelle materie scientifiche. Respinto due volte agli esami per ottenere il brevetto di capitano di lungo corso, interruppe gli studi nel 1881. Secondo la testimonianza di Emilio Firpo, «si limitò, in quell’anno, a imbarcarsi come turista a pagamento su uno di quei trabaccoli che facevano il piccolo cabotaggio commerciale sull’Adriatico, tra le coste italiane e quelle dalmate: fu sino a Brindisi per tornare, nel giro di tre mesi circa, a Venezia e poi nella città natale».

Maturò intanto la decisione di dedicarsi alla letteratura e nel 1883 esordì sul milanese «La Valigia. Giornale illustrato di viaggi» con il racconto in quattro puntate I selvaggi della Papuasia, siglato «S.E.». Quindi divenne redattore del quotidiano veronese «La Nuova Arena» e vi pubblicò a puntate Tay-See (poi rielaborato e ristampato col titolo La rosa del Dong-Giang), cui fecero seguito La Tigre della Malesia (che diventerà Le Tigri di Mompracem) e La favorita del Mahdi. Nel 1885 fu detenuto nel carcere-fortezza di Peschiera per aver ferito gravemente in duello un giornalista de «L’Adige», Giuseppe Biasioli.

È di questa fase il primo grande amore di Emilio Salgari: una fanciulla inglese di nobile famiglia, Veronica, che egli raffigurò nelle vesti delle romantiche eroine dei romanzi giovanili. Passato, grazie al successo di pubblico, al quotidiano concorrente della stessa città, «L’Arena», Salgari conobbe la giovane Ida Peruzzi (che subito ribattezzo «Aida») e dimenticò la ricca inglesina.

Dopo il matrimonio con Aida, avvenuto nel 1892, egli si stabilì dapprima a Cuorgné, poi a Torino e iniziò il suo vero lavoro di professionista della penna. Salgari riceveva inizialmente un compenso di 300-400 lire a romanzo. Per un lungo, fecondo periodo, pubblicò le sue opere presso tre editori contemporaneamente: Paravia di Torino, Treves di Milano e Donath di Genova. Quest’ultimo, un berlinese trapiantato in Italia, offrì a Salgari un compenso fisso di tremila lire per quattro romanzi all’anno. E poiché la famiglia dello scrittore si era notevolmente accresciuta con la nascita di quattro figli (a cui impose nomi esotici: Fatima, Nadir, Romero e Omar), la sua attività assunse ritmi quasi frenetici. Tutti i suoi romanzi, prima ancora d’essere pubblicati in volume, apparivano a puntate su quotidiani, spesso con episodi aggiunti in modo da renderne più sensazionale il procedimento narrativo.

Sul suo metodo di lavoro ha osservato Mario Spagnol: «I viaggi del capitano Salgari si compirono tra le placide costiere delle biblioteche. Usi e costumi di popoli, flora e fauna esotiche, paesaggi inusitati, fenomeni meteorici, bizarrie della natura, frammenti di mondi lontani Salgari li raccoglieva sui libri e sui giornali e minuziosamente li schedava. Non inventava nulla, arrivava a battezzare i suoi personaggi, quando non aveva a disposizione nomi autentici di persona, con nomi di luoghi e di cose per dar loro almeno una chance fonica di veridicità. ogni animale, ogni pianta, ogni comparsa ed elemento scenico del grande presepio salgariano è garantito da una fonte».

Di più, a Villa Ugo, la minuscola dimora torinese dello scrittore, egli aveva ricostruito un campionario esotico perfettamente idoneo alle sue esigenze. C’era l’angolo-jungla, il separ-capanna indiana, il giardinetto-foresta del Borneo. E all’occorrenza le pozze della vicina campagna potevano essere trasformate dalla sua fantasia in infidi acquitrini, magari infestati di coccodrilli, gli isolotti sul Po in una Mompracem da idillio e le barchette del Valentino in veloci prahos malesi. Nel 1898 la famiglia del cavalier Salgari si trasferì a Sampierdarena, ma il tenore di vita non mutò, alternando momenti rosei ad altri in cui si cenava senza companatico.

Un nuovo editore, Bemporad di Firenze, richiese di pubblicare le opere di Salgari e questo determinò per lo scrittore un ritmo di produzione ancor più affannoso e confuso. Scriveva in maniera disordinata senza aver mai il tempo di rileggersi, di correggere sviste o ripetizioni.

Nei ricordi del figlio Omar, Emilio Salgari appare come pater familias buontempone, che organizza corse di gatti col carrettino attaccato o impone alla cameriera di partecipare al torneo casalingo di fioretto. Una scoperta tardiva del mondo della parapsicologia contribuì a turbare il suo equilibrio, superstizioni e presentimenti lo assalivano in modo sempre più frequente e violento, lo costringevano all’insonnia per varie notti consecutive. Ormai Salgari non poteva coricarsi se le lenzuola del suo lettone intarsiato di madreperla non venivano cosparse di essenze orientali: «solo così sapevano di foreste e di tropici, di alghe marine e di venti del Sud».

Sempre inseguiti dai creditori, i Salgari tornarono a trasferirsi a Torino, in un modesto alloggio popolare di Corso Casale.

Furono anni pieni di angoscia a cui lo scrittore reagì con un abuso di alcol e di fumo. Inoltre un grave indebolimento alla vista gli fece temere la cecità completa. E nello stesso tempo il totale disinteresse dei letterati piemontesi per la sua pur fervida opera e l’indebolirsi delle qualità di ideazione fantastica, che avevano sino ad allora contraddistinto la sua narrativa, lo rattristarono e lo costrinsero a chiudersi in se stesso. Infine si aggiunsero, ad aggravare maggiormente la situazione, le precarie condizioni mentali della moglie. Salgari tentò una prima volta il suicidio, ma fu salvato. Quando la moglie peggiorò e dovette essere internata in manicomio, Salgari soffrì l’umiliazione di non poterle garantire un’assistenza decorosa. Il 25 aprile 1911 pose termine alla sua esistenza, quarantanovenne, lasciando due lettere, una tenerissima di monito ai figli, l’altra di accusa agli editori che lo avevano sfruttato.

LE OPERE

Edizioni moderne

Il primo ciclo della jungla, edizione annotata a cura di M. Spagnol, prefaz. di P. Citati, Milano, Mondadori, 1969, 2 voll. con illustrazioni. Vol. I: Le tigri di Mompracem. I misteri della jungla nera. Vol. II: I pirati della Malesia. Le due tigri.

Il secondo ciclo della jungla, edizione annotata a cura di M. Spagnol con la collaborazione di G. Turcato, Milano, Mondadori, 1971, 3 voll. con illustrazioni. Vol. I: Il Re del Mare. Vol. II: Alla conquista di un impero. Vol. III: Sandokan alla riscossa.

Romanzi di guerriglia, edizione annotata a cura di M. Spagnol con la collaborazione di G. Turcato, Milano, Mondadori, 1974, 3 voll. con illustrazioni. Vol. I: La capitana dell’Yucatan. Vol. II: Le stragi delle Filippine. Vol. III: Il Fiore delle perle.

Tutti i racconti e le novelle di avventure, Milano, Mursia, 1977.

All’interno della collana Salgari & Co. sono pubblicati dalla casa editrice Viglongo di Torino i seguenti testi:

L’eroina di Port Arthur, 1990; La Tigre della Malesia, 1991; Le figlie dei Faraoni, 1991 ; I drammi della schiavitù, 1992; Il figlio del Corsaro Rosso, 1993; Gli strangolatori del Gange, 1994; Le meraviglie del Duemila, 1995; Il Corsaro Nero - Cento anni dopo, edizione del centenario, con saggi introduttivi di R. Antonetto, F. Pozzo, G. Viglongo,

1998; Racconti, vol. I, 1999; Racconti, vol. II, 2001; La «Stella Polare» ed il suo viaggio avventuroso, 2001 ; Racconti, vol. III, 2003 ; L’uomo di fuoco, 2003 ; Spada al vento, 2007.

Nelle edizioni Newton & Compton di Roma sono stati pubblicati a cura di Sergio Campailla:

«Il ciclo di Sandokan», 1994: Le Tigri di Mompracem; I misteri della jungla nera; I pirati della Malesia; Le due Tigri; Il Re del Mare; Alla conquista di un impero; Sandokan alla riscossa. Nel 1995: La caduta di un impero; La rivincita di Yanez; La riconquista di Mompracem; Il Bramino dell’Assam.

«Il ciclo dei Corsari», 1996: Il Corsaro Nero; La Regina dei Caraibi; Jolanda, la Figlia del Corsaro Nero; Il Figlio del Corsaro Rosso; Gli ultimi Filibustieri.

Il sotterraneo della morte, introd. di B. Traversetti, 1995.

Nelle Edizioni Mondolibri di Milano sono stati pubblicati, a cura di S. Campailla: Le

Tigri di Mompracem, 2002; I misteri della jungla nera, 2003; Ipirati della Malesia, 2003; Il Corsaro Nero, 2003.

Si veda anche:

Una tigre in redazione, a cura di S. Gonzato, introd. di G. Nascimbeni, venezia, Marsilio, 1994.

Cronologia delle opere

1883. Iselvaggi della Papuasia, in «La valigia», nn. 6-8.

1883. Tay-See, in «Nuova Arena», nn. 9-10, ripubblicato col titolo di La Rosa del Dong- Giang, Livorno, 1897.

1884. La Tigre della Malesia, in «Nuova Arena», nn. 10-12 del 1883 e nn. 1-3 del 1884, ripubblicata in volume col titolo Le tigri di Mompracem, Genova, 1900.

1887. La favorita del Mahdi, Milano.

1888. Duemila leghe sotto l’America, Milano, 2 voll.

1892. La scimitarra di Budda, Milano.

1892. Il tesoro del Presidente del Paraguay, Torino.

1894. Gli amori di un selvaggio, in «La Provincia di Vicenza», 21 agosto 1893-13 novembre 1894 (anticipato come Gli strangolatori del Gange, in «Il Telefono», 1887); in vol. col titolo I misteri della jungla nera, Genova, 1895.

1894. I pescatori di balene, Milano.

1894. Le novelle marinaresche di Mastro Catrame, Torino.

1895. I naufraghi del Poplador, Milano.

1895. Al Polo Australe in velocipede, Torino.

1895. Un dramma nell’Oceano Pacifico, Firenze.

1896. Inaufragatori dell’«Oregon», Torino.

1896. Ipescatori di Trepang, Torino.

1896. Il re della prateria, Firenze.

1896. Ipirati della Malesia, Genova.

1896. Attraverso l’Atlantico in pallone, Torino.

1896. I drammi della schiavitù, Roma.

1896. Nel paese dei ghiacci. I naufraghi dello Spitzberg. I cacciatori di foche alla baia di Baffin, Torino.

1897. Il capitano della Djumna, Genova.

1897. Le stragi delle Filippine, Genova.

1897. I Robinson italiani, Genova.

1898. Al Polo Nord, Genova.

1898. La Costa d’Avorio, Genova.

1898. La città dell’oro, Milano.

1899. Il tesoro della montagna azzurra, Milano.

1899. La capitana dell’Yucatan, Genova.

1899. Il Corsaro Nero, Genova.

1900. Una sfida al Polo, Firenze.

1900. Gli scorridori del mare, Genova.

1900. Avventure tra le Pelli Rosse, Torino.

1901. La scotennatrice, Firenze.

1901. La «Stella Polare» e il suo viaggio avventuroso, Genova, ripubblicata con varianti col titolo di Verso l’Atlantide con la «Stellapolare», Milano, 1929.

1901. Il Fiore delle perle, Genova.

1901. La regina dei Caraibi, Genova.

1902. La giraffa bianca, Livorno.

1903. Sul mare delle perle, Livorno.

1903. Isolitari dell’Oceano, Genova.

1903. I naviganti della Meloria, Torino.

1903. Le pantere d’Algeri, Genova.

1904. La gemma del fiume rosso, Livorno.

1904. I figli dell’aria, Genova.

1904. La città del re lebbroso, Genova.

1904. Le due trigri, Genova.

1904. Le grandi pesche nei Mari Centrali, Torino.

1904. L’uomo di fuoco, Genova.

1905. Iminatori dell’Alaska, Genova.

1905. La perla sanguinosa, Genova, ripubblicata con varianti col titolo di Il gioiello maledetto, Lugano, 1910.

1905. La sovrana del Campo d’Oro, Genova.

1905. Le figlie dei Faraoni, Genova.

1905. Capitan Tempesta, Genova.

1905. La montagna di luce, Milano.

1905. Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, Genova.

1906. Il Re del Mare, Genova.

1906. La stella dell’Araucania, Firenze.

1907. Le meraviglie del Duemila, Firenze.

1907. Alla conquista di un impero, Genova.

1907. Sandokan alla riscossa, Firenze.

1907. Il re dell’aria, Firenze.

1907. Le aquile della steppa, Genova.

1908. Il figlio del Corsaro Rosso, Firenze.

1908. La riconquista di Mompracem, Firenze.

1908. Gli ultimi filibustieri, Firenze.

1908. Cartagine in fiamme, Genova.

1908. Sull’Atlante, Firenze.

1908. Il re della montagna, Milano.

1908. Sulle frontiere del Far-West, Firenze.

1908. I predoni del Sahara, Genova.

1909. I corsari delle Bermude, Firenze.

1909. La bohème italiana. Una vendetta malese, Firenze.

1909. Il vascello maledetto, Milano.

1910. La crociera della Tuonante, Firenze.

1910. Gli orrori della Siberia, Milano.

1910. Storie rosse, Firenze.

1910. Il leone di Damasco, Firenze.

1910. Le selve ardenti, Milano.

Senza data. Il sotterraneo della morte, Milano.

Senza data. Il treno volante, Milano.

Senza data. Padre Crespel nel Labrador, Milano.

Opere postume

1911. Il Bramino dell’Assam, Firenze.

1911. La caduta di un impero, Firenze.

1913. La rivincita di Yanez, Firenze.

1921. I briganti del Riff, Firenze.

1922. Le avventure di Simon Wander, Firenze.

1922. Il tesoro misterioso, Firenze.

1924. La naufragatrice, Milano (prima versione col titolo L’eroina di Port Arthur, 1904, sotto lo pseudonimo di Capitano Guido Altieri).

1925. I cacciatori del Far West, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1926. Il naufragio della Medusa, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1928. Lo scettro di Sandokan, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1928. Le ultime avventure di Sandokan, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1929. Straodinarie avventure di Testa di Pietra, Milano.

1929. I cacciatori di foche. A bordo dell’«Italia Una», Milano.

1929. Le mie memorie, Milano.

1929. La gloria di Yanez, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1929. Addio, Mompracem!, in collaborazione con Luigi Motta, Milano.

1947. Il continente misterioso, Milano.

1952. Sandokan, rajah della jungla nera, in collaborazione con Luigi Motta, Torino.

1954. Il maharajah di Jafnapatam (e Sul mare delle perle), Torino.

Senza data. Sandokan contro il leopardo di Sarawak, Milano.

A questi titoli è opportuno aggiungere altre opere di dubbia paternità, quali quelle attribuite a Nadir Salgari su trama del padre (I cannibali dell’Oceano Pacifico; Il fantasma di Sandokan; José il peruviano; Manoel de la Barrancas; I prigionieri delle Pampas; Lo schiavo del Madagascar; Song-Kay, il pescatore; Lo smeraldo di Ceylan); a omar Salgari, sempre su trama del padre (La vendetta dei thugs; I predoni del gran deserto; L’indiana dei monti neri; Sandokan nel cerchio di fuoco; Sandokan nel labirinto infernale). Questi due ultimi titoli sono stati ristampati nel 1947 con attribuzione al solo Emilio Salgari (Milano, Carroccio).

Studi recenti

G. RAJOLA, Sandokan, mito e realtà, Roma, Edizioni Mediterranee, 1975.

G. ZACCARIA, Il romanzo d’appendice, Torino, paravia, 1977.

AA.VV., Scrivere l’avventura: Emilio Salgari, Atti del Convegno nazionale, Torino, 1980.

M. SPAGNOL, «Filologie salgariane», in AA.VV., L’isola non trovata, Milano, Emme Edizioni, 1982.

G. TURCATO, Echi salgariani nella Torino del primo Novecento, in «Almanacco piemontese», 1982.

G. ARPINO-R. ANTONETTO, Vita, tempeste, sciagure di Emilio Salgari, il padre degli eroi, Milano, Rizzoli, 1982.

B. TRAVERSETTI, Introduzione a Salgari, Roma-Bari, Laterza, 1989.

Catalogo della Mostra I pirati in biblioteca, biblioteca Civica di verona, dicembre 1991-febbraio 1992, a cura di S. Gonzato e P Azzolini.

R. LEONARDI, Nella giungla di Salgari, Cinisello balsamo, Edizioni paoline, 1992.

La valle della luna: avventura, esotismo, orientalismo nell’opera di Emilio Salgari, a cura di E. Beseghi, Scandicci, La Nuova Italia, 1992.

V. SARTI, Nuova bibliografia salgariana, Torino, S. Pignatone, 1994.

P. PALLOTTINO, L’occhio della tigre, palermo, Sellerio, 1994.

S. GONZATO, Emilio Salgari: demoni amori e tragedie di un capitano che navigò solo con la fantasia, vicenza, Neri pozza, 1995.

B. BASILE, De Amicis nei Pirati della Malesia?, in «Filologia e critica», XXI (1996), n. 3, pp. 482-486.

V. RODA, I fantasmi della ragione. Fantastico, scienza e fantascienza nella letteratura italiana tra Otto e Novecento, Napoli, Liguori, 1996.

F. POZZO, Nella giungla degli pseudonimi salgariani, Bari, Dedalo, 1997.

Il caso Salgari, Atti del Convegno di Napoli del 1995, Istituto universitario Suor orsola Benincasa, introd. di C. Di Biase, Napoli, cuen, 1997.

A. NIERO, Quell’inferno di ghiacci e tormenti. L’immagine della Siberia in Emilio Salgari, in «Quaderni di Lingue e letterature», XXII (1997), pp. 77-85.

F. POZZO, L’anomalo Far West di Salgari, in «Bollettino della biblioteca civica di verona», III (1997), pp. 205-211.

Salgari l’ombra lunga deipaletuvieri. Salgariani e salgaristi in Friuli Venezia Giulia, Atti del Convegno nazionale di Udine del 1997, Udine, Marioni, 1998.

S. RUBINO, L’autore fantasma. L’industria culturale italiana e i falsi salgariani, in «Comunicazioni sociali», XX (1998), n. 1, pp. 90-109.

A. LAWSON LUCAS, La ricerca dell’ignoto: i romanzi d’avventura di Emilio Salgari, trad. it. di S. Rizzardi e F. Rusciadelli, Firenze, olschki, 2000.

F. POZZO, Emilio Salgari e dintorni, premessa di A. palermo, Napoli, Liguori, 2000.

G. P. MARCHI, La spada di sambuco: cinque percorsi salgariani, verona, Fiorini, 2000.

S. CAMPAILLA, Il caso Salgari, in id., Controcodice, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, pp. 87-96.

S. CAMPAILLA, L’avventura di Salgari, in id., Controcodice, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, pp. 117-121.

C. GALLO, Sul tavolo di lavoro di Emilio Salgari: note sui preliminari geografici, cartografici, teorici e stilistici dello scrittore, in «Studi piemontesi», XXXII (2003), n. 2, pp. 413-431.

A. BISANTI, Il ritorno di Emilio Salgari, in «Critica letteraria», 2004, n. 2, pp. 363-397.

Viva Salgari!, testimonianze e memorie raccolte da G. Turcato, a cura di C. Gallo, Reggio Emilia, Aliberti, 2005.

I miei volumi corrono trionfanti, Atti del 1o Convegno internazionale sulla fortuna di Salgari all’estero, Torino 2003, a cura di E. Pollone, S. Re Fiorentin, P vagliani, Alessandria, Edizioni dell’orso, 2005.

M. COLIN, La Littérature enfantine italienne dans la France de la Troisième République: De Amicis, Salgari, Collodi, in «Transalpina», 2005, n. 8, pp. 69-88.

M. TROPEA, Salgari e la storia. La storia antica: Le figlie dei Faraoni e Cartagine in fiamme , in «Moderna», 2006, n. 1-2, pp. 187-203.

P. ORVIETO, Il Polo, ovvero l’altroveparaletterario, in «paragone», 2006, n. 66-68, pp. 54-75.

Emilio Salgari e la grande tradizione del romanzo d’avventura, a cura di L. Villa, Genova, ecig, 2007.

A. LUZI, Emilio Salgari e Il Re del mare. Un romanzo tra esotismo e tecnologia, in «Rivista di Letteratura italiana», 2009, n. 1, pp. 41-49.

Salgari-Spezia: oltre l’avventura, Atti del Convegno (La Spezia 17 maggio 2008), Macerata, Stampalibri, 2010.

Salgari, salgariani e falsi Salgari, a cura di Massimo Carloni e Franco Spiritelli, Senigallia, Fondazione Rosellini per la letteratura popolare, 2011.

I luoghi dei romanzi

CARDENAS. «La Baia di Cardenas», secondo la descrizione di Salgari, «è una delle più ampie che si trovano nella grande isola di Cuba. Essa è formata da due lunghissime penisole [...]. È proprio all’estremità meridionale che si trova la cittadella di Cardenas. In quei tempi però non aveva l’importanza che ha oggidì, non consistendo che in un gruppo di abitazioni ed in parecchie raffinerie difese da due fortini di legno. Serviva però di stazione alle navi costiere, trovandosi a non molta distanza dall’Avana e quasi di fronte alla Florida, allora colonia spagnola». Vi è ancorata l’Alambra.

CUMANA. Salgari ce la presenta come «una delle città più ricche e più popolose della venezuela e che era anche ben difesa, trovandosi a non molte centinaia di miglia dalla Tortue».

FLORIDA. «È una grande penisola che, staccandosi dal continente dell’America Settentrionale, si prolunga per trecento e ottanta miglia fra il mare delle Antille e l’Atlantico. Anche oggidì è una delle meno note ed una delle meno popolate dell’Unione Americana, non avendo ancora raggiunto i centomila abitanti; a quell’epoca poi era un paese assolutamente selvaggio, che inspirava terrore ai naviganti, quantunque gli spagnuoli fossero riusciti a fondare alcune città lungo le coste orientali ed occidentali»; così Salgari all’inizio di un’ampia descrizione della regione secondo dati ricavati dal libro del Poussielgue La Florida.

LA FORESTA. A dodici miglia da Maracaibo, «tenebrosa come un’immensa caverna. Tronchi d’ogni forma e dimensione si slanciavano in alto [...]. Festoni di liane cadevano dappertutto intrecciandosi in mille guise, salendo e scendendo dai tronchi delle palme [...] mentre al suolo strisciavano, attortigliate le une alle altre, radici smisurate». La foresta vicino a Maracaibo presentava sino alla fine del secolo scorso caratteri simili a quelli descritti da Salgari.

GIBRALTAR. Si tratta del piccolo porto del Venezuela, sulla sponda meridionale del lago di Maracaibo. Fondata nel 1592 da Gonzalo Pina Liduena, nativo della spagnola Gibraltar. Nel corso di un secolo fu ripetutamente saccheggiata e distrutta dai pirati.

HISPANIOLA. Antica denominazione della seconda più grande isola delle Grandi Antille, quella che oggi è divisa tra Haiti (parte occidentale) e Repubblica Dominicana (parte orientale), e che domina tutte quelle isolette, tra cui Tortuga, che la circondano. Fu la prima colonia europea del Nuovo Mondo. Durante la colonizzazione spagnola fu chiamata San Domingo, dal nome dell’omonima capitale. Grazie alla sua felicissima posizione, aveva il controllo sui traffici commerciali con le Americhe.

ISOLA DI SAN CRISTOFORO. «Isoletta nel Mar delle Antille, abitata solamente da alcune tribù di Caribbi».

ISOLA DI SAN GIOVANNI. «Una piccola terra che non dista che cinque leghe dal continente [...] di là meditano chissà quali formidabili imprese ai danni della Spagna». Probabilmente Salgari si riferisce all’odierna Puerto Rico, isola delle Antille, tra l’oceano Atlantico a nord e il Mar dei Caraibi a sud. Subì nel Cinquecento e nel Seicento continue incursioni da parte di flotte britanniche e olandesi.

MARACAYBO. «Quantunque non avesse una popolazione superiore alle diecimila anime, in quell’epoca era una delle più importanti città che la Spagna possedesse sulle coste del Golfo del Messico. Situata in una splendida posizione, all’estremità meridionale del Golfo di Maracaybo, dinanzi allo stretto che mette nell’ampio lago omonimo, che internasi per molte leghe nel continente, era diventata rapidamente importantissima e serviva da emporio a tutte le produzioni del Venezuela». Maracaibo in realtà non è sul Golfo del Messico e la sua popolazione di allora era almeno tre volte superiore a quella indicata da Salgari. Saccheggiata ripetutamente dai pirati per la sua straordinaria collocazione e per le sue risorse economiche, oggi è la città del Venezuela più grande dopo Caracas, centro petrolifero e finanziario della nazione.

MONASTERO DEI CARMELITANI. È il convento di Maracaibo nei cui sotterranei è tenuta prigioniera Jolanda.

NUOVA GRANATA (oggi Granada). «Era una delle più cospicue città che gli spagnoli possedessero nell’America Centrale [...] sorgeva sulle sponde del lago omonimo, a circa venti leghe dall’Oceano Pacifico». Si trova nel sud-ovest dello Stato del Nicaragua. Fondata nel 1524, fiorì durante il periodo coloniale e divenne oggetto della cupidigia dei pirati provenienti dai Caraibi. Fu razziata molte volte nel Seicento e più tardi ne fece il suo quartier generale il famoso filibustiere William Walker, che divenne anche presidente della Repubblica del Nicaragua.

PANAMA. «L’opulenta regina dell’Oceano Pacifico», forziere di «immense ricchezze». Così Salgari definisce la città, capitale dell’omonimo Stato centroamericano. Per la sua posizione, attrasse le mire dei corsari, che la assaltarono più volte. Particolarmente devastante fu il saccheggio ad opera degli uomini di Morgan.

PANAMA. Repubblica dell’America Centrale, tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico. La regione presenta un aspetto montuoso, con numerosi vulcani, la maggior parte dei quali non più in attività. Scoperta nel 1502, assunse ben presto grande importanza nella nascente politica coloniale della Spagna, quale crocevia dei suoi traffici; ciò le attirò incursioni e scorrerie da parte dei pirati. La sua rilevanza strategica si conferma in epoca contemporanea con la costruzione del Canale ad opera degli Stati Uniti, che mette in comunicazione i due oceani e i cui lavori si protraggono dal 1907 al 1914.

PUERTO LIMÓN. Cittadella presso le isole Chiriqui, sede di una guarnigione di centocinquanta uomini; il Corsaro Nero vi sbarca con pochi valorosi per avere notizie su Wan Guld. Puerto Limón è oggi il porto principale della Costa Rica sul Mar dei Caraibi.

RIO CATATUMBO. Largo fiume che nasce nella parte orientale dell’attuale Colombia e si getta, dopo un corso di circa 300 chilometri nel lago di Maracaibo: è un «piccolo corso d’acqua» solo nella fantasia salgariana.

SAN DOMINGO (oggi Santo Domingo). Città capitale dell’odierna Repubblica Dominicana, su quella che una volta era detta l’isola di Hispaniola. Fu la prima città ad essere fondata dagli spagnoli, nel 1496. A partire dal Cinquecento, fu oggetto di incursioni e saccheggi dei pirati; celeberrimo quello effettuato da Francis Drake nel 1586.

SAN GIOVANNI DE LUZ. Sede di un forte, che giganteggia a strapiombo «coi suoi formidabili bastioni, ed i suoi torrioni merlati».

SAVANE tremanti. «Le savane tremanti sono terre grasse, formate dalla decomposizione di erbe marine, ora riscaldate dal sole ora inondate dalle acque delle vicine paludi. La terra, mobile e friabile, non offre alcuna consistenza» (Da Etudes sur les Guyanes et l’Amazonie, di H.A. Coudreau, Parigi 1886-87).

TORTUE (in spagnolo Tortuga). Isola del Mar dei Caraibi, situata a nord-ovest di Haiti. È il covo del Corsaro Nero, come Mompracem lo è di Sandokan. Fin dal 1629 avventurieri europei vi si stabilirono, sfruttando l’eccezionale conformazione dell’unico porto naturale e della costa rocciosa. Questi filibustieri e bucanieri, conosciuti come «Fratelli della Costa», di qui partivano all’attacco delle imbarcazioni spagnole che commerciavano con il Nuovo Mondo. In tempi diversi è appartenuta alla Gran Bretagna, alla Francia e alla Spagna. La descrizione della villa del Corsaro Nero («una modesta casetta di legno, costruita alla buona, col tetto coperto di foglie secche») corrisponde alle caratteristiche delle abitazioni rustiche nel territorio delle Antille.

EL TORO. Una taverna di Maracaibo: «Quantunque non fosse una delle migliori di Maracaybo, frammiste a marinai, a facchini del porto, a meticci e ad indiani caraibi, si vedevano - cosa piuttosto insolita - delle persone appartenenti alla migliore società di quella ricca ed importante colonia spagnuola». Vi si svolgevano combattimenti tra galli.

VERA-CRUZ. Questa città, secondo la descrizione di Salgari, «nel 1683 era reputata come uno dei migliori e dei più ricchi porti del Messico, sebbene anche allora godesse fama di essere uno dei più malsani del gran golfo e uno dei più battuti dalle tempeste. Gli spagnuoli ne avevano fatto un gran centro commerciale e vi avevano accumulato ricchezze immense, munendolo però di solide fortificazioni, onde metterlo al coperto da un possibile assalto da parte dei filibustieri». Il saccheggio di Veracruz (Vera-Cruz è grafia salgariana) da parte di Grammont e Laurent è un fatto storico.

YUCATAN. Penisola messicana tra il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi. Fu una delle regioni più ricche dell’impero Maya. Tra i luoghi ricordati la «vasta laguna di Caratasca», il capo Cameron e l’isola Bonaca. Nel 1899 Salgari aveva già pubblicato La Capitana del Yucatan.

Il Corsaro Nero

Stampa popolare raffigurante un pirata. Nella pagina precedente: il Corsaro Nero sulla scialuppa che lo porta alla Folgore. Illustrazione di Gamba per la prima edizione.

Premessa

Nell’ottobre 1898 comincia a uscire in dispense presso l’editore Donath di Genova il romanzo Il Corsaro Nero. Salgari ha all’attivo il successo legato alla figura e alle imprese di Sandokan e cerca nuovi spazi per il suo narrare continuo. Si inaugura così il ciclo dei corsari, che sposta l’attenzione dal Borneo e dall’india del diciannovesimo secolo all’America spagnola del diciassettesimo. Alla mitica isola di Mompracem si sostituisce il covo della Tortue.

Sandokan è un eroe indigeno, un selvaggio superdotato, che ha il vantaggio e la legittimazione di lottare per l’indipendenza del suo popolo contro l’imperialismo inglese. Il nuovo protagonista invece è un europeo, un conte di Ventimiglia, che si dà alla guerra di corsa non per bisogno o avidità di bottino, perché anzi possiede di suo terre e castelli, ma per una vendetta personale. E le ragioni di questa vendetta non possono che essere gravissime: un traditore, il governatore di Maracaybo, il fiammingo Wan Guld, gli ha ucciso uno dopo l’altro ben tre fratelli: il primo in un episodio della guerra delle Fiandre, e poi il Corsaro Verde e il Corsaro Rosso partiti alla volta del Nuovo Mondo in un vano tentativo di eliminarlo.

Tocca ora al quarto, il meno giovane e la lama più imbattibile del suo tempo, di fare giustizia. Nella scena iniziale il Corsaro Nero si presenta per la prima volta al lettore con un’audace incursione nella piazza di Maracaybo, dove trafuga la salma del fratello impiccato. Gli fanno da spalla nelle alterne vicende dell 'azione la coppia di inseparabili Carmaux e Wan Stiller, oltre che l’erculeo negro Moko.

Il fuggiasco Wan Guld riesce ogni volta miracolosamente a sottrarsi al Corsaro Nero che gli dà la caccia e che, galvanizzando i suoi uomini, arriva con l’aiuto del corsaro Pietro l’Olonese a conquistare e a saccheggiare le munitissime Maracaybo e Gibraltar.

Ma intanto è intervenuto un avvenimento a complicare la partita tra i due rivali: all’eroe capita infatti la ventura e la sventura di innamorarsi proprio della figlia dell’odiato nemico, dopo aver solennemente giurato la morte di lui e di tutti i membri della sua famiglia. La giovinetta bionda Honorata Wan Guld è questa donna fatale. E l’azione si sviluppa allora come conflitto tra Amore e Onore, tra Amore e Morte. Il Corsaro Nero alla fine non avendo cuore di por fine all’esistenza dell’amata, la abbandona naufraga nel mare in tempesta...

S. C.

I personaggi del romanzo

DON BARTOLOMEO DEI BARBOZA E DEI CAMARGUA. Un allampanato soldato, che discende da una delle più nobili famiglie di Catalogna e le cui avventure si intrecciano con quelle del Corsaro Nero. Salvato da questi, lo aiuta poi nell’inseguimento del governatore wan Guld e rischia di morire nella foresta per l’assalto di un giaguaro.

I CINQUE BASCHI. Al servizio del governatore di Maracaibo. Ficcanaso che vogliono conoscere l’identità del Corsaro Nero e incappano in una puntuale punizione.

IL CLIENTE DEL NOTAIO. Altezzoso giovanotto armato di pugnale, figlio del giudice di Maracaibo, don Alonzo de Conxevio. È anche nipote del conte di Lerma.

IL CONTE DI LERMA. Nobile castigliano, salvato dal Corsaro Nero a sua volta cavallerescamente gli salverà la vita. Ma poi sarà proprio il Corsaro Nero, pur riluttante, a doverlo uccidere in un duello d’onore durante la presa di Gibraltar.

IL CONTRO-MASTRO DELLA NAVE SPAGNOLA. Un valoroso, unico rimasto in vita fra i numerosi graduati della nave.

EMILIO DI ROCCANERA, SIGNORE DI VENTIMIGLIA, DETTO IL CORSARO NERO. Sui trentacinque anni, alto, aristocratico. «Portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi d’egual colore, coi risvolti di pelle egualmente nera; calzoni pure di seta nera, stretti da una larga fascia frangiata; alti stivali alla scudiera e sul capo un grande cappello di feltro adorno d’una lunga piuma nera che gli scendeva fino alle spalle. Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente fra le nere trine del colletto e le larghe tese del cappello, adorno d’una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena ed un po’ arricciata». Datosi alla filibusteria per vendicare l’onore della famiglia, è il paladino della giustizia umiliata. Il suo carisma nasce da poteri oscuri e, si sospetta, negromantici. È la proiezione della melanconia salgariana.

DON GAMARA Y MIRANDA, CONTE DI BADAYOZ. «Un vero tipo di bravaccio, coll’ampio cappello piumato inclinato su di un orecchio ed il petto racchiuso entro una vecchia corazza di pelle di Cordova».

HONORATA WAN GULD. Duchessa fiamminga, figlia del governatore di Maracaibo, acerrimo nemico del Corsaro Nero e da questi, nonostante un folle amore, abbandonata sul mare in tempesta per tener fede a un giuramento di vendetta. È una giovanissima, splendida creatura «alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, d’un bianco leggermente roseo, di quel roseo che solo si scorge sulle fanciulle dei paesi settentrionali [...]. Aveva lunghi i capelli, d’un biondo pallido, con riflessi più d’argento che d’oro, che le scendevano sulle spalle, raccolti in una grossa treccia fermata da un grande nastro azzurro adorno di perle; occhi dal taglio perfetto, d’una tinta indefinibile che avevano dei lampi dell’acciaio brunito, sormontati da sopracciglia finissime e che, cosa davvero strana, invece di essere bionde al pari dei capelli, erano nere». Nell’epopea corsara, è il corrispettivo della Perla di Labuan.

MICHELE IL BASCO. È il coraggioso comandante d’un vascello ausiliario a quelli del Corsaro Nero e dell’olonese.

MOKO. È il negro che forma un terzetto con Carmaux e Wan Stiller. Incanta i serpenti ed è dotato di forza gigantesca.

MORGAN. È il comandante in seconda della Folgore, personaggio storico (1635-1688), uno dei nomi più celebri della pirateria di tutti i tempi, uomo inflessibile e audace. Il suo ruolo, dopo Il Corsaro Nero, è destinato a crescere.

IL NOTAIO. Don Turillo, «un vecchietto già calvo, rugoso, dalla pelle incartapecorita e color del mattone, con una barbetta da capra e due baffi arruffati».

PEDRO HERRERA. Amico di don Bartolomeo dei Barboza e dei Camargua, quando appare nella storia è già cadavere. Identificato per la sua corazza di pelle di Cordova e per il suo costume, ha fatto una fine terribile, in pasto agli animali.

PIETRO NAU DETTO L’OLONESE. Filibustiere realmente esistito, il suo vero nome era Jean David Nau, noto come Fran§ois l’Olonnais, «nativo dell’Olonne, nel Poitou», terrore degli spagnoli. Celebre per la sua audacia, ma anche per la sua terribile crudeltà. Tra i suoi successi, il saccheggio di Maracaibo e quello di Gibraltar. Nel romanzo, alleato del Corsaro Nero, concorre infatti alla presa di Gibraltar. Drammatica la sua morte: tentando di conquistare Città del Guatemala e sorpreso da una tempesta, naufragò e alla fine fu divorato, lui e il suo superstite equipaggio, da una tribù di cannibali.

SEBASTIANO, DIEGO e PEDRO. Seguaci di Wan Guld.

IL SERVO DEL CLIENTE DEL NOTAIO. Finisce rapidamente come il suo illustre padrone.

LO STREGONE DEGLI ARAWAKI. Lo stregone di una tribù antropofaga della foresta vergine. «Era un uomo un po’ attempato, di statura media come lo sono quasi tutti gl’indiani della Venezuela, con larghe spalle, muscoli robusti e la pelle d’un giallo rossiccio, reso forse un po’ scuro dall’abitudine di stropicciarsi il corpo in una manteca d’olio di pesce o di noce di cocco e d’oriana, per preservarsi contro le atroci punture delle zanzare». Si presenta con un costume carico di ornamenti, di cui Salgari dà una descrizione dettagliata e pittoresca.

IL TENENTE. Capo coraggioso d’una squadra di vigliacchi.

WAN GULD. Nobile fiammingo, viene indotto dagli spagnoli al tradimento in cambio della carica di governatore a Maracaibo. Ha fatto impiccare il Corsaro Verde e il Corsaro Rosso, fratelli di Emilio di Roccanera. «Era un vecchio d’aspetto imponente, con una lunga barba bianca, con larghe spalle, petto ampio, un uomo dotato di una robustezza eccezionale, malgrado i suoi cinquantacinque o sessant’anni. Aveva l’aspetto d’uno di quei vecchi dogi della repubblica veneta, che guidavano alla vittoria le galere della regina dei mari, contro i formidabili corsari della mezzaluna».

WAN HORN. «Aveva cominciata la sua carriera come semplice marinaio, però ben presto era diventato un timoniere famoso [...]. Un brav’uomo che un giorno diverrà un filibustiere di buona fama» conquistando Veracruz. Personaggio storico.

WAN STILLER E CARMAUX. L’amburghese Wan Stiller e il biscaglino Carmaux, secondo il rapporto di matelotage, si muovono sempre in coppia e, in caso di decesso, sarà l’uno erede dell’altro. Intraprendenti e fedelissimi, prima al servizio del Corsaro Rosso, poi del Corsaro Nero, infine di Morgan.

Il Corsaro Nero in un’illustrazione di Gamba.

1. I filibustieri della Tortue

Una voce robusta, che aveva una specie di vibrazione metallica, s’alzò dal mare ed echeggiò fra le tenebre, lanciando queste parole minacciose:

- Uomini del canotto! Alt! o vi mando a picco!... -

La piccola imbarcazione, montata da due soli uomini, che s’avanzava faticosamente sui flutti color dell’inchiostro, fuggendo l’alta sponda che si delineava confusamente sulla linea dell’orizzonte, come se da quella parte temesse un grave pericolo, s’era bruscamente arrestata.

I due marinai, ritirati rapidamente i remi, si erano alzati d’un sol colpo, guardando con inquietudine dinanzi a loro, e fissando gli sguardi su di una grande ombra, che pareva fosse improvvisamente emersa dai flutti.

Erano entrambi sulla quarantina, ma dai lineamenti energici e angolosi, resi più arditi dalle barbe folte, irte e che forse mai avevano conosciuto l’uso del pettine e della spazzola.

Due ampi cappelli di feltro in più parti bucherellati e colle tese sbrindellate, coprivano le loro teste; camicie di flanella, lacerate e scolorite e prive di maniche, riparavano malamente i loro robusti petti, strette alla cintura da fasce rosse, del pari ridotte in stato miserando, ma sostenenti un paio di quelle grosse e pesanti pistole che si usavano verso la fine del sedicesimo secolo. Anche i loro corti calzoni erano laceri e le gambe ed i piedi, privi di scarpe, erano imbrattati di fango nerastro.

Quei due uomini che si sarebbero potuti scambiare per due evasi da qualche penitenziario del Golfo del Messico, se in quel tempo fossero esistiti quelli fondati più tardi alle Guiane, vedendo quella grande ombra che spiccava nettamente sul fondo azzurro cupo dell’orizzonte, fra lo scintillìo delle stelle, si scambiarono uno sguardo inquieto.

- Guarda un po’ , Carmaux, - disse colui che pareva il più giovane. - Guarda bene, tu che hai la vista più acuta di me. Sai che si tratta di vita o di morte.

- Vedo che è un vascello e sebbene non sia lontano

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