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101 battaglie che hanno fatto l'Italia unita
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E-book558 pagine4 ore

101 battaglie che hanno fatto l'Italia unita

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Info su questo ebook

Rivolte popolari, azioni eroiche e scontri sanguinosi per realizzare un sogno

Il Piemonte sabaudo a nord, il regno borbonico delle Due Sicilie a sud, lo Stato pontificio al centro, e poi le regioni settentrionali sotto l’Austria, oltre ai vari staterelli sotto il controllo straniero: così era suddivisa l’Italia all’indomani dell’avventura napoleonica. Dovette passare quasi mezzo secolo perché l’espansione del Piemonte si trasformasse in regno italiano, e ancora un altro mezzo secolo e più perché l’intera penisola fosse libera dallo straniero e riunita sotto un unico sovrano. Dalle due guerre d’indipendenza per acquisire la Lombardia alla spedizione dei Mille, dagli anni di guerra civile nel Meridione alla terza guerra d’indipendenza per il Veneto, fino alla guerra mondiale per il Trentino e il Friuli, tanto, tantissimo sangue è stato versato nelle battaglie e insurrezioni che fecero l’Italia unita. Imprese grandiose compiute da eroi come Garibaldi, i fratelli Bandiera, Luciano Manara, che hanno visto volontari lombardi andare a combattere per la libertà del Sud e siciliani risalire la penisola per liberare le terre in mano agli austriaci. In un racconto intenso e appassionante ecco 101 di queste straordinarie battaglie, in cui decine di migliaia di valorosi soldati, volontari o regolari, si sono sacrificati per una grande causa esibendo un coraggio encomiabile: una lezione che nessun italiano, oggi, dovrebbe dimenticare.

L’unità del nostro paese raccontata da un autore che con i suoi romanzi storici e i saggi ha venduto oltre 600.000 copie

«Andrea Frediani rievoca con brevi e accurati capitoli gli episodi bellici salienti del nostro Risorgimento.»
Corrado Augias


La spedizione dei fratelli Bandiera
Le cinque giornate di Milano
Curtatone e Montanara: volontari sugli scudi
La vittoria di Goito
Le dieci giornate di Brescia
La Repubblica romana
Sangue sulla Cernaia
Il sogno di Carlo Pisacane
La battaglia di Magenta
Solferino e San Martino
Garibaldi a Calatafimi
Custoza: una cocente sconfitta
La Breccia di Porta Pia
…e tanti altri episodi che hanno fatto l’Italia unita


Andrea Frediani

è nato a Roma nel 1963. Laureato in Storia medievale, ha collaborato con numerose riviste specializzate, tra cui «Storia e Dossier», «Medioevo» e «Focus Storia». Attualmente è consulente scientifico della rivista «Focus Wars». Con la Newton Compton ha pubblicato, tra gli altri, i saggi Gli assedi di Roma, vincitore nel 1998 del premio Orient Express quale miglior opera di Romanistica, I grandi generali di Roma antica, Le grandi battaglie di Giulio Cesare, Le grandi battaglie del Medioevo, Le grandi battaglie di Roma antica, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia e L’ultima battaglia dell’impero romano. Ha scritto 101 battaglie che hanno fatto l’Italia unita, 101 segreti che hanno fatto grande l’impero romano, i romanzi storici 300 guerrieri, Jerusalem (tradotti in varie lingue), Un eroe per l’impero romano e la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare).
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854130890
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    Anteprima del libro

    101 battaglie che hanno fatto l'Italia unita - Andrea Frediani

    131

    Prima edizione ebook: marzo 2011

    © 2011 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-3089-0

    www.newtoncompton.com

    Edizione elettronica realizzata da Gag srl

    Andrea Frediani

    101 battaglie

    che hanno fatto

    l’Italia unita

    Rivolte popolari, azioni eroiche

    e scontri sanguinosi per realizzare un sogno

    Illustrazioni di Fabio Piacentini

    Mappe di Emiliano Tanzillo

    Newton Compton editori

    INTRODUZIONE

    Nessuno si è mai preso la briga di appurare esattamente quanti morti è costata l’unità d’Italia, dai moti iniziali fino alla prima guerra mondiale, con la quale il Paese ha raggiunto i suoi confini naturali. Neanche contare le cifre fornite per ogni scontro di questo volume basterebbe a darcene un’idea: sarebbero esclusi i caduti di molte battaglie della grande guerra che non hanno trovato spazio in questo libro, quelli delle tante scaramucce, delle stragi, delle rappresaglie e dei massacri avvenuti prima e dopo l’unità del 1861. Ma si tratta senza dubbio di una cifra esorbitante. Una cifra che andrebbe esposta nell’ufficio di ciascun rappresentante delle Istituzioni, perché ricordi quanto sangue è costata la costruzione del nostro Paese, che parlamentari, ministri, consiglieri regionali, provinciali, comunali o circoscrizionali dovrebbero servire operando per il bene comune.

    Mi sentirei di suggerire l’acquisto di questo libro proprio ai rappresentanti delle Istituzioni, affinché ricordino quali sacrifici sono stati compiuti per permettere loro di occupare le poltrone su cui siedono.

    Adesso tutto questo suona irreale, perfino assurdo, magari anche ridicolo. Eppure c’è stato un tempo, neanche tanto lontano, in cui due fratelli veneziani, Emilio e Attilio Bandiera, sono partiti da Corfù per andare a sollevare le masse contadine in Calabria. C’è stato un tempo in cui un giovane comandante milanese, Luciano Manara, è andato a Roma a morire per la Repubblica. Senza dimenticare Garibaldi, naturalmente. Oggi, gli stessi discendenti di questi personaggi – che possiamo definire eroi – mostrano un inquietante spirito di campanile e un frequente disprezzo per il tricolore, emblema che tanti esibivano orgogliosamente sul petto prima ancora che diventasse bandiera e in onore del quale centinaia di migliaia di persone si sono immolate. Un simbolo, va detto per spirito di equità, che ha tratto in inganno molta gente. Vi sono pochi dubbi, ormai, sul fatto che il 1861 non abbia rappresentato l’unità d’Italia ma l’espansione del regno di Sardegna e dei possedimenti di casa Savoia. Se ne accorse Garibaldi dopo aver svolto il lavoro sporco per la dinastia, ma se ne accorsero soprattutto le popolazioni meridionali, che si opposero pervicacemente all’annessione almeno fino alla terza guerra d’indipendenza, terminata con il bombardamento di Palermo da parte delle truppe regolari del generale Cadorna. Un bombardamento degno di quello di Messina che era valso a Ferdinando II di Borbone il soprannome di Re Bomba.

    Non sarebbe del tutto fuori luogo asserire che, dal 1861 al 1865, vi fu nella penisola una guerra civile tra Nord e Sud, contemporanea a quella di secessione che oppose nordisti e sudisti negli Stati Uniti. Un conflitto che tenne impegnati fino a 100.000 soldati nello scacchiere meridionale e che provocò, tra regolari, ribelli e popolazione civile, un numero di morti enormemente superiore a quello di tutte le guerre del Risorgimento. Altro che lotta al brigantaggio, come è stata rubricata fino a quando il velo, solo pochi anni fa, non è stato squarciato!

    Poi però, tutto sommato, l’Italia s’è fatta davvero. Saranno state le guerre coloniali, le guerre mondiali, la Repubblica, ma infine uno spirito nazionale si è formato. Una storia comune l’abbiamo, insomma, e c’è da augurarsi che sia sufficiente a garantire la sopravvivenza di uno Stato su cui gravano molte ombre. Sfogliando queste pagine, il lettore potrà apprendere, o forse solo ricordare, gli innumerevoli atti di valore di cui ha dato prova il soldato italiano e, ancor prima, il regolare piemontese che ha creduto nella dinastia Savoia, o l’irregolare volontario che ha creduto in un’idea di unità e di libertà dallo straniero. Ma anche il valore mostrato dall’irregolare o dall’ex soldato borbonico che, dopo l’unità, ha opposto resistenza a quella che viveva anch’egli come l’oppressione di uno straniero.

    Ho cercato di inserire tutti gli episodi, anche quelli minori, che hanno contrassegnato le tre guerre d’indipendenza, perché su quelli si è costruita l’unità d’Italia, a cominciare dall’epoca murattiana. È da allora che, seppur strumentalmente, si inneggia a un’Italia unita e si tenta di realizzarla. Il resto è stato imperialismo – qualcuno dice perfino colonialismo – o comunque nulla di più di ciò che si sarebbe potuto ottenere con la diplomazia o con una politica più saggia. Così, ho dovuto fare una scelta tra i tanti scontri di modesta valenza militare, ma di grande impatto narrativo, che hanno contraddistinto l’annessione effettiva del Meridione. Ancora più drastico sono stato con la grande guerra, alla quale, ovviamente, andrebbe riservato un volume a parte, data l’enorme quantità di episodi.

    Sebbene questa rassegna tratti più sconfitte che vittorie, solo chi è prevenuto può definire il combattente italiano meno coraggioso e capace di quello di altri Paesi. Il difetto, semmai, è sempre stato negli alti comandi, formati troppo spesso da personaggi non all’altezza, emersi dalla stessa élite dei politici: generali indecisi, invidiosi e sospettosi l’uno dell’altro, incapaci di leggere lo svolgimento di una battaglia e apportare le necessarie contromisure, privi del sangue freddo necessario per superare i momenti di crisi, troppo prudenti per sfruttare i momentanei successi e trasformarli in vittorie decisive, troppo distanti dalla truppa per motivarla senza adottare una spietata disciplina. Non tutti, naturalmente, ma un numero più che sufficiente per provocare al Paese una discreta quantità di brutte figure. Un male tipicamente italiano, che si perpetua ancora oggi nella vita civile…

    ANDREA FREDIANI

    L’AVVENTURA DI RE GIOACCHINO

     1.

    ALL’ARREMBAGGIO SUL PANARO

    4 aprile 1815

    È curioso che il primo a parlare di unità d’Italia e a tentare di realizzarla sia stato un francese; per l’esattezza, un guascone nato come soldato della rivoluzione e divenuto re di una parte della penisola. Il proclama, pubblicato a Rimini il 30 marzo 1815, viene scritto dal giurista di Massa Carrara Pellegrino Rossi, ma il promotore dell’iniziativa è Gioacchino Murat. Già maresciallo di Napoleone, questi evita di farsi coinvolgere nella sua prima caduta stipulando, da sovrano del regno di Napoli, una pace separata con gli austriaci. Giunge addirittura a minacciare il viceré Eugenio Beauharnais, rappresentante dell’imperatore in Italia, portando il suo esercito a Bologna nel 1814, per essere accolto dal popolo al grido di «viva il re d’Italia». È in questa occasione che forse si convince di poter unire la penisola sotto il suo scettro, ma tali ambizioni si scontrano con l’opposizione di Austria e Inghilterra e con il disinteresse della gran parte dei suoi sudditi, i quali non hanno motivo di sostenere le mire di un re che non vuole concedere loro la Costituzione. Temporaneamente deve quindi starsene buono. Ma non per molto. Quando Napoleone fugge dall’Elba, infatti, Murat approfitta delle circostanze per tentare la conquista della penisola. Coordinatosi – ma solo sulla carta – con l’imperatore, raduna nelle Marche tre divisioni e la Guardia Reale per marciare verso la Toscana. Qui si ferma, forte di 5000 uomini di cui un quinto a cavallo, senza tuttavia concludere alcunché.

    È un gesto impulsivo. I suoi ministri non sono d’accordo, l’esercito è demotivato e il suo regno sprovvisto di difese e riserve adeguate. Murat conta però sulla possibilità di sollevare la popolazione italica, sull’adesione dei reduci delle campagne napoleoniche e sulla scarsa resistenza da parte degli austriaci, presumibilmente impegnati contro Napoleone.

    Inizialmente, in effetti, la marcia delle sue truppe non incontra ostacoli. Gli austriaci sono asserragliati in due distinte colonne: una lungo il Po, nei pressi di Ferrara, l’altra dietro il Panaro, lungo la via Emilia non lontano da Modena. Quest’ultima è comandata da Federico Bianchi, un viennese di padre comasco. Insomma, un francese si fa promotore dell’indipendenza e dell’unità d’Italia mentre un mezzo italiano lo contrasta per conto di un regime germanico.

    Subito dopo il proclama di Rimini ha luogo un primo contatto tra i due eserciti. La retroguardia austriaca deve lasciare Cesena ai napoletani, che il 3 aprile entrano a Bologna.

    L’accoglienza pare entusiastica ma poi, nei fatti, all’esercito di re Gioacchino si unisce solo un battaglione di reduci, guidato dal colonnello Neri.

    Murat ritiene di non poter temporeggiare in attesa di nuove adesioni, rischierebbe di offrire agli austriaci l’occasione per organizzarsi. Così il 4 aprile punta con decisione contro lo sbarramento dietro il Panaro, ma con una sola parte dell’armata. Preferisce distaccare la 2a divisione, comandata da Angelo D’Ambrosio, verso Cento, dove Bianchi ha spedito 3000 uomini per minacciare il suo fianco destro. La situazione è assai rischiosa: con 8000 fanti e 500 cavalieri, Gioacchino attacca un avversario pari in effettivi ma trincerato dietro solide postazioni difensive. Tenta quindi di aggredire le difese nemiche con un attacco a tenaglia, di fronte e di fianco. A tale scopo, si avvale del suo più valido generale di brigata, Guglielmo Pepe. Questi, con la sua unità, attraversa il fiume più a monte, minacciando il fianco destro nemico. Gli austriaci, però, non si fanno sorprendere e oppongono una strenua resistenza, che mette a dura prova la pazienza del guascone. «Avido di vittoria, sospese quei movimenti obbliqui», scrive il suo collaboratore Pietro Colletta. Gioacchino, infatti, non attende che Pepe sfondi e ordina, lungo il ponte di Sant’Ambrogio sulla via Emilia, l’attacco frontale alla 1a divisione del generale Michele Carascosa.

    Gli assalti alle postazioni nemiche si susseguono senza esito. Ben quattro finiscono lasciando sul ponte morti e feriti delle truppe napoletane. Murat decide di fare aprire la strada alla cavalleria, ma il comandante Giovanni Battista Fontaine obbedisce solo dopo molte discussioni. Alla testa dell’attacco si mette allora il generale Gaetano Filangieri, dello stato maggiore reale. Seguito da ventiquattro lancieri, questi si porta dietro l’intera cavalleria, ma Fontaine si ferma a metà del ponte, lasciando il drappello alla mercé degli austriaci.

    «I tedeschi osservando il piccolo numero degli assalitori tirano sopra quelli, pochi ne cadono, retrocedono alcuni, otto soli col generale, certo del vicino soccorso, valorosamente combattono. Alfine non mai ajutati, e colpiti da mille offese, cadono tutti e nove, otto estinti, Èl Filangieri, come estinto, gravemente ferito», scrive ancora Colletta.

    Il Filangieri cade nel fiume con sette pallottole in corpo. I suoi lancieri vengono massacrati. Ma intanto Pepe è riuscito a sfondare e minaccia da tergo gli austriaci. Il suo successo permette al generale Raffaele De Gennaro, a capo della 2a brigata, di guadare il Panaro. A quel punto gli austriaci, prima di vedersi chiudere la via di fuga, evacuano la posizione ritirandosi alla volta di Modena. Murat ha vinto, nonostante tutto, infliggendo agli austriaci un migliaio tra morti, feriti e prigionieri, a fronte delle sue 700 perdite. Ma i segnali, per il prosieguo della campagna, sono decisamente negativi…

     2.

    GLI ERRORI DI TOLENTINO

    3 maggio 1815

    L’avanzata di Murat nella pianura padana è avara di soddisfazioni. Privo di sostegno da parte della popolazione, costretto a dividere le proprie forze, isolato tra presìdi austriaci, minacciato di fianco da due armate nemiche, privo del sostegno francese più a nord, il re deve prendere atto del fallimento. Per di più, giunge notizia che l’Inghilterra, sulla cui neutralità contava, ha deciso di scendere in campo al fianco dell’Austria; da un momento all’altro, pertanto, il regno potrebbe essere invaso dalle forze inglesi.

    A Murat non rimane che il ripiegamento. Se battaglia dev’essere, che sia a ridosso del suo regno, con retrovie salde e linee di collegamento sicure. Il nuovo obiettivo diventa Ancona. Il re raccoglie le sue tre divisioni intorno a Bologna e poi abbandona la città, neanche due settimane dopo esservi entrato, rinunciando definitivamente all’ambizione di riunire l’Italia sotto il proprio scettro.

    Il generale Bianchi si pone al suo inseguimento, dividendo il proprio esercito in tre colonne: la prima, di 21.000 uomini, guidata del generale Adam Albrecht von Neipperg, segue Murat da presso; la seconda, composta da 14.000 effettivi, marcia verso sud passando per la Toscana, comandata dallo stesso Bianchi, che intende tagliare la strada al nemico; la terza, proveniente dalla Toscana e agli ordini di Laval Nugent von Westmeath, scende attraverso l’Umbria puntando direttamente alla Campania.

    Murat capisce troppo tardi che quello del Neipperg è solo un troncone dell’esercito nemico, e rinuncia ad attaccarlo pur potendo disfarsene con facilità. Quando se ne rende conto, il 30 aprile ad Ancona, ormai ha Bianchi addosso, e decide di procedere contro quest’ultimo, in marcia tra Tolentino e Macerata. Adesso Gioacchino ha con sé anche la Guardia Reale, che lo ha raggiunto a Pesaro: 30.000 uomini in tutto, una forza rispettabile con la quale, però, deve guardarsi da tergo e sul fianco.

    Il re lascia la 1a divisione a controllo del Neipperg e il 2 maggio procede alla volta di Macerata contro Bianchi, con la 2a, la 3a e la Guardia, «bastando tre legioni, nella mente del re, per vincer Bianchi». Un primo scontro tra le avanguardie, in effetti, si risolve a suo favore. Ma la battaglia vera e propria è fissata per il giorno seguente. «Fu lunga l’alba del 3, coperta da nebbia densissima che nascondeva i due eserciti», scrive Colletta. Alle sei del mattino Murat, con la linea difensiva austriaca sulle alture intorno a Tolentino e con l’ala sinistra lungo il Chienti, manda all’attacco solo un reggimento e la Guardia, per un totale di 6000 fanti e 800 cavalieri. Bianchi lo accoglie con almeno 15.000 uomini schierati. Attacchi e contrattacchi si susseguono per ben tre volte da ciascuno schieramento, «con prodezza eguale e con fortuna poco varia e vicendevole».

    Dopo quattro ore di combattimenti arrivano da Macerata, dove Murat li ha colpevolmente lasciati, alcuni battaglioni e squadroni della 3a divisione guidata da Giuseppe Lechi. Il re se ne avvale per attuare una manovra a tenaglia: un braccio agisce oltre il Chienti per tagliare agli austriaci la via per Tolentino, l’altro punta contro le postazioni in altura, che proteggono il fondovalle ancora occupato dal nemico. Ma metà dell’esercito è rimasta distribuita tra Macerata, Osimo e Ancona, dove staziona nullafacente, tra l’altro, l’intera 1a divisione.

    Insomma, la tattica di Gioacchino ha un che di surreale: il re potrebbe avere la superiorità numerica e invece, contro il totale degli uomini impiegati da Bianchi, è in inferiorità. Oltretutto divide in tre tronconi le sue forze, senza neanche tentare di concentrarle per lo sfondamento a valle, dove converge la difesa austriaca.

    L’attacco alle postazioni sopraelevate parte solo alle 2:00 pomeridiane, dopo lunghe discussioni tra Murat e il comandante della 2a Luigi D’Aquino, che ha sostituito il generale D’Ambrosio, ferito negli scontri del giorno precedente. L’assalto dei volteggiatori viene sgominato dagli austriaci, poi tocca alla fanteria, 5000 uomini distribuiti in quattro quadrati che attaccano lo sbarramento nemico uno alla volta. Ma c’è da superare una serie di ostacoli naturali, oltretutto su un terreno reso pesante dalla pioggia della notte. Una dopo l’altra, le formazioni si fanno prendere in mezzo dal fuoco incrociato degli austriaci a fondovalle e in altura. Bianchi si permette perfino un contrattacco, che costringe i napoletani al ripiegamento. Solo la tenuta dell’ultimo quadrato scongiura la rotta dell’intera colonna. Tuttavia gli austriaci non sembrano a loro volta in grado di scalzare i napoletani dalle loro posizioni. L’altro braccio della tenaglia, costituito da sei battaglioni della 3a divisione, ha svolto correttamente il suo compito e minaccia Bianchi sul fianco. Inoltre, Murat dispone di riserve maggiori rispetto al nemico. Insomma, la battaglia è ben lungi dall’essere decisa e il re continua ad avere più chance dell’avversario. Di sicuro, Bianchi ha già fallito nell’impedire a Gioacchino di rientrare nel Regno, né avrebbe potuto condurre un’invasione con le magre forze di cui disponeva.

    «Cadente il giorno, stanchi i soldati, cessarono senza accordo ma per comune bisogno le offese, e i due capitani ordivano per il dì seguente nuova guerra», scrive Colletta. Ma alle 16:30 arriva la svolta. Murat riceve notizie dal generale Agostino Montigny- Turpin, che presidia gli Abruzzi. E sono notizie funeste. Un contingente austriaco ha sfondato e si è impossessato dell’Aquila; per giunta, la Calabria è in rivolta. La situazione non è poi così drammatica, ma il re non può permettersi di sottovalutarla. Ordina il ripiegamento, che con l’andare del tempo si trasforma in una ritirata e poi, complici il buio incipiente e la pioggia, in una caotica rotta. A Macerata i suoi reparti giungono alla spicciolata. Tra morti e feriti si contano 1800 uomini, 2000 sono i prigionieri, contro le 1100 perdite austriache.

    L’avventura di Murat termina di lì a poco. Il Regno precipita nel caos: rivolte, diserzioni e sconfitte sul campo inducono il re a lasciare ai suoi luogotenenti il compito di trattare la pace. Da parte sua, Gioacchino si rifugia in Francia, ma Napoleone non vuole neanche riceverlo. Tenta allora un’ultima avventura, solo per finire fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre dello stesso anno.

    I PRIMI MOTI

     3.

    LE CINQUE GIORNATE DI AVELLINO

    2-6 luglio 1820

    7 marzo 1820: una data fondamentale nella storia europea. È il giorno in cui il re di Spagna, messo alle strette dall’insurrezione militare scoppiata due mesi prima a Cadice, rinuncia al potere assoluto e concede la Costituzione abrogata dopo la fine dell’avventura napoleonica. L’evento dà la stura alle aspirazioni di libertà che serpeggiavano nei Paesi europei dopo la Restaurazione conservatrice del 1815, inesorabile nel cancellare la democrazia introdotta dai regimi ispirati alla rivoluzione francese. E in Italia spinge finalmente all’azione la Carboneria, un’associazione che riunisce tutte le società segrete costituite per dar corpo alle aspirazioni autonomistiche, indipendentistiche, costituzionali o solo economiche degli aderenti.

    Nel Regno delle Due Sicilie, retto dai Borboni di Napoli, i carbonari decidono di emulare gli spagnoli, ma si imbattono in parecchie false partenze. Al movimento hanno aderito molti soldati e ufficiali, anche di alto grado. Troppi hanno paura di compromettersi. Cautele, sospetti ed esitazioni costanti condizionano l’azione dei rivoluzionari, finché un prete, tale Luigi Minichini, il 2 luglio 1820 non induce alla sollevazione il reggimento Borbone di stanza a Nola.

    In realtà si tratta di soli 127 uomini, al comando del sottotenente Michele Morelli affiancato dal sottotenente Giuseppe Silvati. Contando sull’appoggio del generale Guglielmo Pepe, la piccola unità si mette in marcia alla volta di Avellino, dove intende valersi del sostegno dei carbonari per proclamare la Costituzione. La colonna si muove nell’indifferenza generale, al rassicurante grido di «Dio, Re e Costituzione!», ma poi le milizie incaricate di ostacolare il loro ingresso in città sposano la causa degli insorti, e il 3 i soldati entrano ad Avellino tra l’entusiasmo della folla.

    Segue la richiesta formale a Ferdinando II di concedere la Costituzione. Ma il re si trova in mare, e a Napoli è il suo ministro Luigi de’ Medici a decidere il da farsi: il suo consiglio di guerra è composto in gran parte di generali murattiani, e delibera di agire lasciando però ampi margini per la trattativa con gli insorti. Il comando della reazione borbonica è affidato al generale Carascosa, che offre un’amnistia ai ribelli, ma nel frattempo si preoccupa di accerchiarli, facendo avanzare le poche truppe disponibili, frontalmente da Salerno e da tergo dalla Puglia.

    Intanto il reggimento di Nola è diventato una piccola armata e ha fortificato le sue posizioni tutt’intorno ad Avellino. Il primo tentativo di assalto ai rivoltosi lo compie il generale Ferdinando Sambiase, principe di Campana, proveniente da Salerno con soli 650 uomini. Il giorno 4, poco a nord di Solofra, gli opposti schieramenti si scambiano fucilate, ma Campana preferisce ritirarsi prima che si arrivi allo scontro vero e proprio, lasciando la cittadina agli insorti.

    Il subalterno di Carascosa ci riprova quando si vede affiancare dal collega Ferdinando Nunziante, arrivato alla testa di 1200 uomini. I due attaccano Solofra a tenaglia, Campana a destra e Nunziante a sinistra. Nel frattempo Carascosa, che dispone di un altro migliaio di uomini, rimane impotente di fronte alle forti posizioni ribelli di Monteforte.

    I rivoltosi sono ora comandati dal tenente colonnello Lorenzo De Concilj, capo di stato maggiore di Pepe e responsabile delle difese di Avellino, il quale a lungo «restava incerto tra il secondar il Morelli e combatterlo», scrive Colletta. Dopo aver aderito infine al moto, De Concilj ha assegnato al capitano Bartolomeo Paolella e allo stesso tenente Morelli la guida della controffensiva, che si concentra sulla più debole ala del Campana.

    Intanto Guglielmo Pepe decide di aderire al movimento, e da Napoli marcia verso Monteforte alla testa di due reggimenti di cavalleria e di una compagnia di fanteria. L’adesione sua e del generale Antonio Napolitani conferisce alla rivolta l’autorevolezza che ancora le mancava e rassicura anche i moderati, timorosi di veder sfociare il movimento nell’anarchia.

    Sovrastato da forze superiori, la mattina del 6 Campana è costretto a ritirarsi alla volta di Salerno. Lascia così scoperto il fianco destro del collega Nunziante, che non può far altro che ripiegare su Nocera per evitare l’accerchiamento. «Le mosse di Campana non erano aiutate da Nunziante né da Carascosa, le mosse di Nunziante non aiutavano Carascosa o Campana», scrive Colletta, testimone di quei giorni cruciali, evidenziando come il governo, diffidando ormai di chiunque, volesse evitare di congiungere le tre colonne nel timore di una congiura tra i generali.

    Il contrattacco dei ribelli prosegue stringendo da presso gli avversari, ma Nunziante non si dà per vinto. Dapprima tenta una reazione mandando all’attacco il reggimento di cavalleria Principe, che però passa agli insorti, poi mette in atto una manovra aggirante verso San Severino, per tagliare fuori da Avellino gli inseguitori. Ma i suoi uomini sono pochi, scarsamente affidabili, e finisce per rinunciare. I due comandanti borbonici si ricongiungono a Nocera e arretrano dietro il Sarno a protezione della capitale.

    Il giorno stesso in cui Campana inizia a ritirarsi, il governo borbonico cede e un editto reale proclama l’imminente concessione della Costituzione. Sono state sufficienti cinque incruente giornate intorno ad Avellino per conseguire ciò che in Spagna si era ottenuto in due mesi. L’8 luglio Pepe, alla testa di una colonna di 14.000 uomini, tra i quali i protagonisti delle cinque giornate avellinesi, sfila a Napoli raccogliendo l’ovazione della folla in una sorta di trionfo. Ma i due promotori della rivolta, Morelli e Silvati, appena due anni dopo, vengono catturati e giustiziati dal governo borbonico.

     4.

    L’INSURREZIONE DI PALERMO

    25 settembre-5 ottobre 1820

    Il successo della rivoluzione napoletana ha immediate ripercussioni anche in Sicilia. L’isola ha perso la sua autonomia con il ritorno dei Borboni, e sono in molti, in tutti gli strati sociali, a rimpiangere l’indipendenza. I primi tumulti a Palermo scoppiano il 14 luglio, obbligando il luogotenente del viceré, generale Diego Naselli, a impegnarsi per introdurre anche qui la Costituzione. Non serve a molto. Il generale Riccardo Church, comandante militare dell’isola, evita per un soffio il linciaggio della folla. Con l’intera città in subbuglio e solo un paio di migliaia di soldati a presidiarla, Naselli ha la pessima idea di armare anche cittadini ritenuti lealisti. Ma una volta aperte le porte dell’armeria del castello, ben 14.000 fucili finiscono nelle mani della popolazione. È il caos. Il 17 Naselli fa intervenire le truppe, che devono combattere per le vie della città perfino contro migliaia di criminali comuni fatti evadere dalle prigioni. L’attacco principale dei soldati si concentra lungo la via del Cassaro, dove le truppe regie riescono anche a strappare ai ribelli alcuni cannoni. Ma alla lunga i napoletani sono costretti a evacuare la città dopo aver subito perdite per 400 uomini, tra morti e feriti.

    Nei giorni seguenti gli insorti si organizzano. Eleggono una giunta, con a capo il principe di Villafranca Giuseppe Alliata, costituiscono un esercito di cinque reggimenti e una guardia civica, ma non raccolgono adesioni nel resto dell’isola, a eccezione di Girgenti. D’altronde, anche tra i loro principali esponenti c’è chi vuole l’autonomia e la totale indipendenza da Napoli.

    I tentativi di estendere il moto agli altri centri dell’isola sono solo parzialmente coronati da successo, e portano al saccheggio della filo-napoletana Caltanissetta. Gli eccessi della guerriglia sull’isola obbligano il governo partenopeo a intervenire. Viene allestito un corpo di spedizione, in verità non molto consistente, di 6000 fanti, 500 cavalieri e 6 cannoni, al comando del fratello maggiore di Guglielmo Pepe, Florestano, già militante nelle guerre napoleoniche. Ma con l’appoggio dei lealisti siciliani le sue forze non arrivano a diecimila unità, troppo poche per poter riprendere il controllo dell’isola.

    Pepe sbarca a Milazzo il 5 settembre puntando su Palermo (tra le sue file anche Morelli e Silvati, i promotori del moto di Nola); si fa precedere dal suo subalterno Gaetano Costa, che agisce dalla costa orientale e si ricongiunge al comandante dopo aver riconquistato Caltanissetta. La difesa dei ribelli è inconsistente: sono disorganizzati, divisi, indisciplinati e privi di un capo autorevole. Il principe di Villafranca decide quindi di accordarsi con Pepe, che incontra a Termini Imerese il 22 settembre concordando l’entrata dei napoletani a Palermo, ma anche l’amnistia generale e la sovranità della giunta riguardo l’eventuale distacco da Napoli.

    Tali accordi provocano la reazione delle frange più estremiste della rivoluzione, che disarmano guardia civica e milizie regolari, gettando di nuovo la città nell’anarchia. Il generale napoletano non può far altro che tentare l’azione di forza. Il 25 concentra le sue truppe sul lato orientale della città, lungo un fronte di 2 chilometri, schierando due colonne e una riserva, con la flotta a sostegno.

    La battaglia si concentra lungo il fiume Oreto e alla fine della giornata i napoletani sono giunti a ridosso delle mura; ma permangono alcune sacche di resistenza nei sobborghi. Il giorno seguente lo scontro riprende, e stavolta i napoletani devono vedersela anche con i contadini armati che provengono dalle colline. La cavalleria, disperdendo i nuovi arrivati, scongiura il rischio che la fanteria venga presa tra due fuochi.

    Dopo accaniti combattimenti, gli assalitori riescono a penetrare attraverso Porta Termini, ma la resistenza che trovano all’interno della città arresta il loro slancio. Bersagliati all’esterno dalle cannoniere siciliane, ed entro le mura da ogni palazzo, sono infine costretti ad abbandonare le posizioni conquistate e a ripiegare dietro l’Oreto, abbandonando anche i sobborghi.

    Il 27 i palermitani si rendono protagonisti di un contrattacco, assalendo frontalmente le posizioni napoletane mentre una loro colonna, uscita nottetempo, agisce per vie esterne tentando l’aggressione da tergo. Ma Pepe riesce a fermare subito l’assalto principale, rendendo così innocuo quello avvolgente.

    Il generale napoletano decide di rinunciare a un nuovo attacco e si limita a cannoneggiare ininterrottamente la città, per due giorni e due notti, con l’artiglieria fatta di nuovo avanzare oltre l’Oreto e con la flotta. Salta una polveriera, facendo quasi un centinaio di morti. I palermitani sono all’esasperazione ma non demordono. Saccheggi e rappresaglie sono all’ordine del giorno, e si arriva a uccidere chiunque sia sospettato d’intesa col nemico. Ma la città è quasi alla fame e quando il vecchio principe di Paternò, Giovanni Luigi Moncada, a capo di una nuova giunta, propone una nuova sortita, nessuno si dichiara disposto a parteciparvi.

    Pepe, oltretutto, ha bloccato l’afflusso idrico alla città, e concede l’acqua ai palermitani per non più di sei ore al giorno. A quel punto, neppure gli elementi più esaltati si oppongono alla ricerca di un accordo, che Paternò stipula con Pepe il 5 ottobre su una nave inglese. Ogni decisione sull’autonomia dell’isola viene rimandata a una futura assemblea dei deputati siciliani. Ma poi il governo napoletano rigetta la convenzione.

     5.

    RIETI: IL SOGNO DI GUGLIELMO PEPE

    6 marzo 1821

    Sul Regno delle Due Sicilie non smette mai di gravare la minaccia dell’Austria, che rifiuta di riconoscere il governo costituzionale. Il re Ferdinando II ha concesso la Costituzione con riluttanza e, appena possibile, si reca a Lubiana e fa valere un trattato segreto che autorizza gli austriaci a intervenire. Il 1821 si apre con la dichiarazione di guerra del primo ministro austriaco Metternich, seguita dalla decisione del parlamento napoletano di accettare la sfida.

    Con le milizie disponibili si costituiscono due corpi d’armata. Il 1° e più consistente, al comando del Carascosa, si attesta al confine lungo la via Latina, dove si suppone che entrerà

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