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I boss della camorra

I boss della camorra

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I boss della camorra

Lunghezza:
735 pagine
11 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854123328
Formato:
Libro

Descrizione

Una delle più potenti organizzazioni criminali del mondo raccontata attraverso la vita e “le imprese” dei suoi capi: dai “guappi” gentiluomini agli spietati boia di Scampia

C’è chi si è dipinto come un Robin Hood moderno, chi ha cominciato ad ammazzare per vendetta e poi ci ha preso gusto. C’è chi si è definito il “Gianni Agnelli di Napoli” perché dava lavoro a migliaia di persone e chi continua a proclamarsi un onesto commerciante perseguitato dalla legge. Pazzi esaltati e timidi, paranoici e spietati, vigliacchi e narcisisti: s’incontra davvero di tutto nell’affollata galleria dei boss che hanno fatto della camorra una delle più ramificate e pervasive organizzazioni criminali del mondo, in grado di impossessarsi di ampi settori dell’economia e di produrre una quantità impressionante di morti ammazzati: quasi quattromila solo negli ultimi 25 anni. In cima all’elenco dei protagonisti di una devastazione alla quale lo Stato è solo in parte riuscito a porre rimedio non ci può che essere Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, da oltre due decenni seppellito in galera sotto una montagna di ergastoli e custode di segreti che si porterà nella tomba. Ha invece preferito dire tutto ciò che sapeva il suo principale antagonista, Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia convinto da papa Wojtyła a collaborare con la giustizia. Ma prima di loro, a fare la storia della camorra erano stati, tra gli altri, il guappo gentiluomo Antonio Spavone e il contrabbandiere Michele Zaza, criminali dall’esistenza affascinante e spericolata. I boss tuttavia non sarebbero divenuti tali se non avessero anche goduto dell’appoggio di rappresentanti delle istituzioni. Ed è per questo che l’ultimo capitolo del libro è dedicato ai rapporti tra camorristi e politici, dei quali forse non si è mai parlato abbastanza.


Bruno De Stefano

è nato nel 1966 a Somma Vesuviana (Napoli). Giornalista professionista, ha lavorato per diversi quotidiani tra cui «Paese sera», «Il Giornale di Napoli», «Corriere del Mezzogiorno » (dorso campano del «Corriere della Sera») e per «Metropolis», occupandosi in particolare di cronaca nera e giudiziaria. Attualmente è redattore di «City», il quotidiano freepress del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Con la Newton Compton ha pubblicato Napoli criminale, I boss della camorra, La penisola dei mafiosi e 101 storie di camorra che non ti hanno mai raccontato. L’indirizzo del suo blog è brunodestefano.splinder.com.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854123328
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I boss della camorra - Bruno De Stefano

definitiva.

Introduzione

Spesso ai cronisti di nera e di giudiziaria si rimprovera, ingiustamente, di ingigantire l’immagine e la potenza dei camorristi raccontando nei dettagli le loro attività. È noto che quasi tutti i delinquenti si esaltano quando si ritrovano sul giornale con tanto di foto a corredo di articoli dai quali emerge quanto siano stati capaci di rubare, uccidere e fare soldi. Sanno benissimo che il titolo di un quotidiano ha uno straordinario effetto moltiplicatore in termini di prestigio e rispetto. Figuriamoci, poi, se si finisce in un libro, magari con un intero capitolo dedicato alle proprie imprese criminali. Sono certo che, tranne pochissime eccezioni, molti dei personaggi di cui si parla nelle pagine che seguono saranno soddisfatti nell’apprendere che le loro gesta siano state inserite in un volume. Ecco perché è necessario dire con chiarezza che I boss della camorra non ha alcun intento celebrativo anche se non troverete giudizi indignati, né leggerete analisi sociologiche su un fenomeno contro il quale tanti sproloquiano ma pochi fanno sul serio qualcosa. A molti potrà sembrare una puntualizzazione superflua, e probabilmente lo è, ma è utile a respingere la prevedibile tesi, più diffusa di quanto si possa immaginare, secondo la quale più se ne parla, più i ladri e gli assassini appaiono forti ed invulnerabili agli occhi della gente.

I boss della camorra è una raccolta di biografie sui principali protagonisti della camorra napoletana e campana degli ultimi cinquant’anni. Sarebbe stato impossibile raccontare le storie di tutti i capoclan perché avendo la camorra una struttura orizzontale e non verticistica come la mafia, oramai se ne contano a battaglioni: tra scissioni, guerre e faide, ne salta fuori uno al mese. E troppe volte la patente di boss viene attribuita con eccessiva leggerezza, trattandosi perlopiù di delinquenti dotati esclusivamente di una ferocia bestiale che resistono sulla scena fino a quando sulla loro strada non incrociano un altro concorrente ancora più feroce e bestiale. Dunque, è stato indispensabile fare una selezione, e alla fine sono stati presi in considerazione quelli che hanno davvero rappresentato qualcosa e le cui vicende, anche sul versante privato, li hanno resi personaggi da raccontare.

Certo, qualcuno meriterebbe una biografia a parte, ma per moltissimi altri è sufficiente lo spazio dedicato in queste pagine. Perché, va detto, contrariamente ai loro colleghi mafiosi, molti camorristi hanno personalità più sbiadite e molto spesso arrivano ad occupare posizioni di vertice solo perché sono stati più spietati di altri, come ha spiegato bene il giudice Nicola Quatrano:

Me li sono visti sfilare davanti i boss terribili della mala napoli… ma ti deludono, nel senso che ti aspetti un Al Capone o un Liggio, e invece in tribunale vedi uno con la faccia da poveraccio, che farfuglia un italiano abbozzato e ha con sé convinzioni rurali e motivazioni misere. Sono straccioni i boss di questa città. Straccioni e sanguinari. Sparano per logiche piccole. Non hanno grandi strategie. Ma stanno crescendo, lentamente, inesorabilmente. Non perché siano più forti o intelligenti di prima, ma per la mancata reazione della città, che li tollera, non li considera, non li ostacola. Non so se i boss riscuotano il consenso sociale, me lo chiedo anch’io. No, mi sembra troppo… ma certo non vengono presi sul serio e quelli continuano a sparare. È un andazzo pericoloso (Giovanni Marino, Bella e Mala Napoli, Laterza, 1993).

Le affermazioni di Quatrano (al di là delle espressioni sinistramente profetiche contenute nelle ultime righe) sono utili per introdurre alcune riflessioni.

Questo è un libro sui boss, non sulla camorra. Può apparire una distinzione oziosa, ma non lo è. Perché è vero che i boss sono stati spietati, violenti e malvagi, ma non hanno fatto tutto da soli. Considerarli come gli unici responsabili della devastazione sociale ed economica che ha divorato due terzi della Campania, significa non solo ingigantire i loro meriti ma ignorare il contesto nel quale hanno potuto allegramente prosperare. Pur riconoscendo loro innegabili qualità sotto il profilo criminale, va detto che soltanto con le loro forze non avrebbero mai potuto guadagnare miliardi e controllare militarmente ampie zone del territorio, né sarebbero riusciti a gestire eserciti di centinaia di uomini e a vivere da latitanti per lunghissimi periodi. E da soli non avrebbero mai potuto evitare inchieste, processi e condanne. I camorristi vogliono fare i soldi e non la guerra, per cui vanno sempre alla ricerca di alleati e non di nemici. E se, come tutti sappiamo, i soldi li fanno, vuol dire che gli alleati li hanno trovati: tra la gente comune, nell’imprenditoria, nella finanza, nella pubblica amministrazione, nella politica. E poi ad indicare i boss come il male assoluto si corre il rischio di ridurre la lotta alla criminalità organizzata ad una faccenda di manette da mettere ai polsi di qualche pezzo da novanta. In questo modo si consegna una delega in bianco a magistrati, carabinieri, poliziotti e finanzieri, dimenticando che oltre ad essere una questione di ordine pubblico, la lotta alla camorra è più che altro un problema di scelte politiche. È vero che la battaglia si combatte a napoli e in Campania, ma è altrettanto vero che si vince a roma, soprattutto attraverso leggi più severe ed efficaci. Ma in questo senso i segnali che arrivano dalla classe politica sono tutt’altro che incoraggianti. Seppellita da tempo la questione morale, la parola camorra è progressivamente sparita dall’agenda dei partiti per tornare ciclicamente sulla bocca di tutti solo quando c’è qualche sparatoria particolarmente cruenta o quando ci va di mezzo un innocente.

Lo so, sarebbe molto meglio dire che la camorra non è un mostro invincibile e che può essere sconfitta con una massiccia «mobilitazione della società civile», tanto per usare l’espressione preferita di chi scarica le proprie responsabilità sui cittadini. Senza doversi necessariamente iscrivere tra i pessimisti o i rassegnati, bisogna ammettere che non c’è un solo motivo che induca a guardare al futuro con fiducia. Sono decenni che si attende una rivolta civile e morale che non è mai arrivata… e sono decenni che i governi di ogni colore annunciano una guerra che non è mai stata combattuta fino in fondo. E almeno per ora segnali di un’inversione di tendenza non si intravedono, anzi.

Napoli, ad esempio, è una città in coma profondo: la speranza di cambiamento viene nutrita artificialmente dalle periodiche dichiarazioni in cui lo Stato mostra i suoi muscoli di latta, fa la faccia feroce e poi s’infila nelle sue auto blu con i vetri fumé attraverso i quali è difficile rendersi conto dell’entità della catastrofe, soprattutto se per l’occasione le strade sono state sgomberate dai rifiuti e dai parcheggiatori abusivi. Poi torna tutto come prima, peggio di prima.

E con una situazione così irrimediabilmente compromessa, non si può dar torto al giudice Nicola Quatrano, per lungo tempo impegnato in inchieste sulla criminalità organizzata, che già quindici anni fa spiegava il perché i boss non incontravano ostacoli: «Napoli è cialtrona. Tutto qui è cialtrone. La giustizia è cialtrona. La politica è cialtrona. Gli intellettuali sono cialtroni. Perché a Napoli la camorra non spara sulle toghe, sui poliziotti, sui carabinieri? Ma perché sanno che siamo cialtroni. Che le nostre decisioni non hanno nessunissima applicazione nella realtà, nella quotidianità. Quanta gente ritenuta pericolosissima, inquisita, accusata dei più efferati delitti, processata, magari condannata, ha visto marcire in carcere e perdere effettivamente il suo potere? Pochissima, pochissima gente» (Giovanni Marino, Bella e Mala Napoli, Laterza, 1993).

***

Uno dei motivi per cui i napoletani, e i campani più in generale, dovrebbero avere in corpo una rabbia incandescente è che nelle loro guerre i camorristi non si uccidono solo a vicenda ma ammazzano anche tanti, troppi innocenti. Neonati, bambini, adolescenti, adulti; e poi madri e padri di famiglia, anziani, pensionati. Ed è a queste vittime, di cui molti non conoscono neppure il nome, che voglio dedicare questo libro:

Alberto Vallefuoco, 24 anni, Rosario Flaminio, 24, e Salvatore De Falco, 21, tre operai del Pastificio russo di Pomigliano d’Arco: abbattuti a colpi di mitra da un commando che li aveva scambiati per estorsori di un clan avversario; Attilio Romanò: 30 anni, assassinato per errore nel negozio che divideva col socio, il vero obiettivo del raid avvenuto durante la faida di Scampìa; Gigi Sequino e Paolo Castaldi, tutti e due ventunenni: trucidati a Pianura da killer che li credevano guardaspalle del boss nemico; Antonio Vairo, 68 anni: pescatore in pensione, fulminato a Capodichino da una pistolettata alla testa da un assassino che lo aveva scambiato per la vittima designata; Silvia Ruotolo, 39 anni: uccisa al Vomero da una pallottola vagante mentre tornava a casa con il figlio di cinque anni; Antonio Raia, 21 anni, obiettore di coscienza: ucciso a Torre del Greco in un agguato ad un camorrista invalido al quale prestava assistenza; Palma Scamardella, 35 anni: stroncata a Pianura, da una pallottola vagante destinata a suo zio, un pregiudicato legato al clan lago; Alfredo Manzoni, 8 anni: colpito alla schiena durante un agguato ad un malavitoso di Afragola; Filippo Scotti, 7 anni: nell’imboscata a suo padre, viene ucciso da un proiettile al petto; Michele Iervolino, 7 anni: un commando fa irruzione in una casa per uccidere suo fratello, ma ammazzano lui; Luigi Cangiano, 10 anni: sta giocando a pallone quando finisce in una sparatoria tra poliziotti e spacciatori, un proiettile lo centra alla schiena; Silvio Iervolino, 2 anni e mezzo: è in macchina con lo zio, ad Ottaviano, i killer sbagliano bersaglio e lo ammazzano; Nunzio Pandolfi, 2 anni: è in braccio al padre, venditore ambulante del rione Sanità e obiettivo del raid, quando gli assassini sparano all’impazzata uccidendolo; Salvatore Ricchiello, 12 anni: assassinato a Castelvolturno da un proiettile vagante mentre è in compagnia del padre, morto anche lui, e di un pregiudicato; Paolo Longobardi, 8 anni: sta giocando sul letto con il papà, un netturbino di Casola condannato a morte dai clan, ma la mira dei killer è sballata e lo uccidono con un colpo alla testa; Andrea Esposito, 12 anni, Sergio Esposito, 32 anni: lavorano nel bar del mercato ortofrutticolo di Casoria, e alle 5 del mattino vengono massacrati in una sparatoria tra due famiglie malavitose del posto; Fabio De Pandi, 11 anni: è insieme ai genitori, al Rione Traiano, quando un proiettile vagante lo ferisce al petto. Morirà poche ore dopo; Giuseppe Piccolo, 14 anni: è in attesa dei compagni di scuola in una piazza di Cercola, una pallottola vagante lo colpisce alla testa. I genitori doneranno cornee, fegato e cuore; Gioacchino Costanzo, 2 anni e mezzo: gli assassini devono uccidere lo zio, ma lo colpiscono al petto uccidendolo all’istante; Giovanni Gargiulo, 14 anni: trucidato nel quartiere Barra per una vendetta trasversale. Il fratello era legato ad un clan camorristico; Valentina Terracciano, 2 anni e mezzo: i sicari devono sparare a suo padre, titolare di un negozio di fiori a Pollena Trocchia, per errore uccideranno lei; Annalisa Durante, 14 anni: sta parlando con la vittima di un’imboscata quando arrivano i killer, nella sparatoria un colpo alla testa la uccide; Rosa Visone, 16 anni: sta passeggiando per il centro di Torre Annunziata quando si ritrova nel bel mezzo di un conflitto a fuoco tra carabinieri e camorristi. Un proiettile le si conficca nel petto, morirà dissanguata mentre la sorella prova inutilmente a chiedere aiuto; Enrico Silenti, 15 anni: stroncato da un proiettile che lo centra in viso, esploso durante una sparatoria ad Ercolano; Carmela Pannone, 5 anni: muore a Paestum in un agguato teso alla zio, un pregiudicato di Afragola; Giuseppina Guerriero, 43 anni: è in auto e sta tornando a casa, ma all’altezza di Scisciano si ritrova in mezzo ad una sparatoria tra camorristi, due proiettili la centrano alla testa. I familiari doneranno cornee e fegato; Dario Scherillo, 26 anni: è in moto, a Casavatore, quando un commando lo insegue e lo uccide per errore. Indossava il casco integrale e i killer credevano fosse il componente di un clan rivale; Francesco Rossi, 50 anni: sta giocando a carte in un circolo ricreativo di Sant’Anastasia, quando i sicari entrano nel locale sparando all’impazzata. Muore dopo due giorni di agonia. L’obiettivo del raid era un camorrista seduto al tavolo a fianco al suo; Antonio Landieri, 27 anni: portatore di handicap, viene ucciso da una raffica di mitra mentre gioca a bigliardino nel corso di una sparatoria avvenuta durante la faida di Scampìa; Salvatore D’addario, 30 anni, poliziotto: è in borghese e non è in servizio quando interviene per interrompere un conflitto a fuoco a Porta Nolana. I camorristi prima gli sparano, poi gli passano addosso con il furgoncino utilizzato per la fuga. Spira dopo alcuni giorni di agonia; Vincenzo Ummarino, 64 anni: un proiettile vagante lo centra alla testa durante una sparatoria ai Quartieri Spagnoli; Antonio Annunziata, di 81 anni, carabiniere in pensione e a sua volta padre di un carabiniere, e Saverio Spiga, di 69 anni: colpiti per errore mentre giocano a carte fuori da un bar di Poggiomarino; Simonetta Lamberti, 7 anni: è in macchina con il padre, il giudice Alfonso Lamberti, vittima designata, ma ammazzano lei in un agguato a Cava dei Tirreni.

BRUNO DE STEFANO

Se vuoi al Capone devi fare così:

lui tira fuori il coltello, e tu la pistola;

lui manda uno dei tuoi all’ospedale, tu mandi uno dei suoi all’obitorio.

È così che si fa la guerra a Chicago. Solo così puoi prendere Capone.

dal film Gli Intoccabili, di Brian De Palma

Se io fossi San Gennaro

giuro che vomiterei

la mia rabbia dal Vesuvio,

farei peggio di Pompei.

Federico Salvatore, Se io fossi San Gennaro

Finché una tessera di partito

conterà più dello Stato,

non riusciremo mai a battere la mafia.

Carlo Alberto Dalla Chiesa

Antonio Spavone

Il guappo gentiluomo

C’è chi comincia con un omicidio, chi con una rapina in banca o in una gioielleria. L’esordio nel mondo della delinquenza quasi sempre avviene con un’impresa che ha a che fare col sangue o col danaro. Ma per Antonio Spavone, detto ’O malommo, nato nel 1926, l’ingresso nell’universo del crimine avvenne con un furto più da bambino goloso che da aspirante camorrista: rubò venti scatolette di cioccolata in un deposito dei soldati americani, durante la seconda guerra mondiale. Il blitz, però, andò male perché due agenti della Militar Police lo acciuffarono prima che potesse squagliarsela con la refurtiva, destinata al fiorente mercato della borsa nera.

Quel giorno nessuno avrebbe potuto immaginare che il ragazzino preso con le mani nel sacco, da adulto sarebbe diventato uno dei boss più importanti della camorra campana, un uomo in grado di riscuotere stima e apprezzamento pure tra i diffidenti padrini di Cosa Nostra americana, di trafficare droga col Sudamerica e di svolgere un ruolo di mediazione tra i clan napoletani perennemente in guerra.

Elegante e raffinato, con modi e movenze da lord inglese, Spavone è stato un autentico leader capace di azioni feroci ma anche di slanci di grande generosità. Insomma, ha ucciso e ha fatto uccidere, ha smerciato droga, si è macchiato di svariati delitti, ma nonostante tutto fa la figura dell’agnellino rispetto alla marmaglia di assassini che dagli anni Ottanta in poi ha trasformato Napoli e la Campania in un enorme cimitero.

***

Figlio di un pescatore, probabilmente non avrebbe mai violato il codice penale se non avesse avuto un fratello, Carmine, che fin da giovanissimo aveva messo in piedi una banda dedita a furti e rapine. Antonio è poco più di un adolescente quando comincia a bazzicare la gang con il desiderio di entrarne a far parte, sempre più affascinato dal rispetto di cui godono Carmine e i suoi scagnozzi. Il gruppo capeggiato da Spavone senior è a conduzione familiare, visto che al vertice ci sono anche i cognati Vincenzo Vuolo e Ciro Palombo. Carmine è conosciuto come ’O malommo, un soprannome ereditato dal nonno Ciro e che sta a indicare una personalità decisamente violenta. E con la fama di duro e prepotente che si ritrova potrebbe avere vita facile nel mondo della delinquenza, se non ci fosse in giro un’altra combriccola con alla guida un tizio dal soprannome impegnativo: è Giovanni Mormone, ma tutti lo chiamano ’O ’mpicciuso, ovvero l’attaccabrighe, con evidente riferimento alle sue scarse capacità diplomatiche. Logico prevedere che tra due malviventi con quei nomignoli la convivenza sarà difficile, se non impossibile. E per un po’ di tempo le due bande si tollerano a malapena, evitando accuratamente di scontrarsi. Agli inizi del 1945 Antonio Spavone non ha ancora 19 anni, ma è un aspirante guappo dall’atteggiamento arrogante di chi vorrebbe fare a cazzotti a tutti i costi. La sua incontenibile sfrontatezza la manifesta, però, con la persona sbagliata. Una mattina entra in un bar nei pressi della stazione centrale dove Mormone e i suoi amici stanno prendendo il caffè, ma invece di salutare ’O ’mpicciuso con fare ossequioso, finge di non accorgersi della sua presenza. Per Mormone è un’offesa al suo prestigio, e non può fare a meno di rivolgersi al ragazzo urlando: «Ué, guagliò, non lo sai che si saluta?». Il tono è perentorio e contiene la richiesta di riparare immediatamente all’incredibile affronto. Ma il futuro boss anziché porgere le sue scuse, reagisce in malo modo e lo schiaffeggia davanti a una dozzina di avventori. Poi esce del bar e se ne va, lasciando Mormone stravolto per il gesto di gravissima tracotanza. Spavone ha fatto la figura dell’uomo di rispetto, ma tutti sanno che non la passerà liscia. ’O ’mpicciuso, infatti, si rivolge a Carmine chiedendogli di richiamare il fratello e di costringerlo a chiedere perdono. Ma Carmine replica stizzito: «Non sono fatti miei, chiaritevi tra di voi». Per Mormone è il secondo insopportabile insulto al suo onore, e l’unico modo per ristabilire chi comanda è lavare l’offesa col sangue, il più in fretta possibile. La mattina del 3 febbraio del 1945, Spavone senior sta andando a messa con i suoi due bambini, quando all’improvviso gli sbuca davanti ’O ’mpicciuso. Non è un incontro casuale perché Mormone è in compagnia di tre suoi sgherri armati di pistola. Carmine fa giusto in tempo a spingere i figli dietro un cumulo di pietre, poi comincia la sparatoria, breve ma intensissima. Carmine ha la peggio, viene ferito a una gamba ma non ne vuole sapere di farsi medicare all’ospedale; e quando la moglie chiama il dottore è troppo tardi: muore dissanguato nella sua casa, a Borgo Loreto. La notizia del conflitto a fuoco arriva all’orecchio della polizia che si precipita a casa Spavone per portare la salma all’obitorio di via Cesare Rosaroll, cosa che avviene tra mille resistenze accompagnate da grida e pianti. I familiari della vittima, capeggiati dal fratello Antonio, però non accettano l’atto di forza, e in massa fanno irruzione all’obitorio, minacciano gli agenti di guardia, poi avvolgono il cadavere nelle lenzuola e lo riportano sul letto di casa affinché riceva l’estremo saluto da chi gli ha voluto bene. Al termine di una complicata trattativa con i poliziotti, si decide che il corpo sarà restituito per l’autopsia dopo i funerali.

E i funerali sono degni di un boss di prima grandezza: dai vicoli di Borgo Loreto parte una carrozza ricca di decorazioni, trainata da otto cavalli, con al seguito un fiume di gente affranta dal dolore. In prima fila dietro al feretro c’è un ragazzo che singhiozza più di tutti e ha gli occhi gonfi dal pianto: è Antonio, sente di essere colpevole della morte di Carmine per aver imprudentemente provocato la violenta reazione di ’O ’mpicciuso. Ma mentre le lacrime sgorgano, nella sua mente si fa strada un solo pensiero, vendicarsi.

«Mentre portavano via il feretro, Antonio Spavone si abbassò a baciarlo mormorando: Fratello mio, giuro che sarai vendicato» (Mino Jouakom, ’O malommo, Pironti, 1979).

Ma mentre in lui cova un rancore sempre meno sopportabile, Giovanni Mormone capisce che deve agire in fretta eliminando anche l’altro rampollo degli Spavone, altrimenti sarà lui a finire prima o poi sotto terra. E così decide di entrare in azione, cercando di cogliere di sorpresa la vittima. Assieme ai suoi accoliti organizza una spedizione nel bel mezzo del matrimonio della sorella degli Spavone, Maria, che si celebra al ristorante Rosiello a Marechiaro. Saranno tutti rilassati, pensa Mormone, non avranno la possibilità di reagire. L’irruzione però finisce con un ribaltamento dei ruoli: i killer fanno fuoco mentre i circa cento invitati cercano riparo sotto i tavoli, ma Spavone scansa le pallottole e senza perdersi d’animo afferra un coltello e va ad affrontare ’O ’mpicciuso per un duello fuori programma. Nel parapiglia a terra resta un solo cadavere: è quello di Mormone. Spavone ha consumato la sua vendetta abbattendo l’assassino del fratello con tredici coltellate. Adesso il nomignolo che era appartenuto prima al nonno Ciro e poi a Carmine, appartiene a lui: ora per tutti è Antonio Spavone detto ’O malommo.

A soli vent’anni, dunque, l’aspirante guappo è definitivamente diventato un boss: il delitto, nel quale si mescolano coraggio e senso dell’onore, lo trasformano in una star agli occhi degli altri delinquenti. Nessuno però può stringergli la mano e complimentarsi, perché dopo l’omicidio si dà alla latitanza. Cinque mesi dopo la fuga, la polizia scopre il suo rifugio nelle campagne di San Giorgio a Cremano: lui non vuole saperne di arrendersi e spara sugli agenti, ferendone uno. Scappa di nuovo ma stavolta la libertà dura meno di quattro settimane. Stavolta per risparmiare tempo gli agenti hanno torchiato duramente il fratello Giuseppe, costringendolo a rivelare il nascondiglio di Antonio, scovato in un sottoscala di un palazzo di via Duca di San Donato, una strada parallela del corso Umberto. Scattano le manette e si spalancano le porte del carcere di Poggioreale.

I detenuti lo considerano un «uomo di rispetto» perché ha saputo difendere l’onore della sua famiglia uccidendo chi gli aveva ammazzato il fratello, però è l’atteggiamento in carcere che lo trasforma in un mito della malavita. Dietro le sbarre la sua fama si consolida ulteriormente quando si vendica di un’aggressione subita qualche giorno prima, accoltellando il presunto mandante, un certo Pasquale Bellotti, detto Mangiaricotta. Per cucire la ferita sul ventre di Bellotti ci vorranno 54 punti di sutura.

***

In prigione Spavone non è un detenuto qualsiasi ma un inquilino di lusso. Gode di un trattamento che di solito si riserva solo ai clienti di un hotel a cinque stelle, non vive in una cella normale ma in una sorta di mini ap partamento dotato di ogni comfort. Ecco come la descrive il giornalista Mino Jouakim:

Tappeto sul pavimento per attenuare l’umidità e rendere i passi felpati, frigorifero, televisione, scaldabagno, mobile personale da toilette e paravento per proteggere l’intimità da sguardi indiscreti: così era arredata al terzo piano del padiglione Milano nel carcere di Poggioreale la cella 101, nella quale è stato detenuto per diciannove mesi Antonio Spavone. Pranzava, naturalmente, a menù perché i pasti, previo formale controllo, gli venivano forniti ogni mattina e sera da uno dei migliori ristoranti del quartiere, dal quale due volte al giorno partiva un cameriere in giacchetta bianca diretto al carcere. Più che una cella era un confortevole pied-à-terre.

Ma ’O malommo non è solo capace di uccidere. Nonostante il suo passato violento è in grado di compiere anche dei concreti gesti d’altruismo. Come accade il 4 novembre del 1966, durante l’alluvione di Firenze. Lo straripamento dell’ Arno trascina un fiume d’acqua pure nel carcere delle Murate dove è rinchiuso per scontare tre condanne: 12 anni per l’uccisione di Mormone, 9 per il ferimento di un poliziotto, 11 per le coltellate a Mangiaricotta. Anziché tentare la fuga come tutti gli altri, salva dall’annegamento tre compagni di cella, due agenti di custodia e la figlia del direttore. Senza il suo intervento sarebbero tutti morti. Due mesi dopo viene premiato dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, che gli concede la grazia per «atti di eroismo».

Uscito dal carcere con l’alone di eroe ma sottoposto alla libertà vigilata, Spavone sembra aver imboccato la strada della redenzione. Nel 1969 in un rapporto consegnato al tribunale, la polizia scrive che ha un lavoro stabile e «conduce una vita modesta unitamente alla famiglia e durante la libertà vigilata non ha dato adito a sospetti. Si ritiene che lo stesso si sia ravveduto ed è quindi da non ritenersi più persona socialmente pericolosa». Nel marzo del 1970 gli viene revocata la libertà vigilata e gli viene riconsegnata la patente: Antonio Spavone è un uomo libero, e per la legge è un cittadino pienamente recuperato. E per confermare i buoni propositi si fa assumere nella gioielleria Tommasini, nella zona degli orefici. Con un lavoro onesto nessuno potrà dubitare della volontà di tornare sulla retta via. Ma al di là delle rassicuranti apparenze, gli inquirenti diffidano e continuano a tenerlo d’occhio nella convinzione che stia utilizzando il prestigio, il potere e i contatti acquisiti in carcere per dedicarsi al contrabbando di sigarette e all’assai più remunerativo traffico di droga.

***

Il 5 marzo del 1971 è un’altra data storica nell’impetuosa esistenza del malommo. Quella mattina l’italo-peruviano Gennaro Ferrigno viene ammazzato nel salotto di casa sua, in via Petrarca, e a ucciderlo è stato Antonio Spavone. Ferrigno lo aveva convocato per un chiarimento, poi evidentemente la discussione è degenerata. I due si sono sparati a vicenda da distanza ravvicinata, ma la mira di Spavone è stata più precisa: Ferrigno è finito al creatore, lui se l’è cavata con una ferita all’addome. Cosa possa aver scatenato la rabbia di uno dei due fino al punto da far fuoco sull’altro, lo spiegano gli agenti dell’FBI, la polizia federale americana, secondo i quali lo screzio finito nel sangue è nato per una questione di soldi: secondo gli investigatori statunitensi, Ferrigno e Spavone erano soci d’affari perché insieme gestivano un traffico internazionale di droga, ma qualcosa tra di loro si è inceppato. Una tesi sostenuta anche dal PM Italo Ormanni, impegnato da tempo in indagini sul guappo che ha fatto carriera. Sul delitto di via Petrarca, però, circola un’altra versione: secondo alcune voci, il chiarimento riguardava una presunta love story tra Spavone e Elisabetta Palma, moglie di Ferrigno. A detta di qualche pettegolo, l’italo-peruviano s’era accorto della tresca e aveva intimato al suo compagno d’affari di stare lontano dalla consorte, altrimenti avrebbe risolto la vicenda uccidendolo. ’O malommo intuendo le intenzioni dell’amico, la mattina del 5 marzo si era presentato all’appuntamento con la pistola infilata nella cintola dei pantaloni, pronto a difendersi.

Benché si sussurrasse da tempo della relazione tra Spavone e la moglie di Ferrigno, gli investigatori sono sempre più convinti che nel salotto di via Petrarca la sparatoria sia stata provocata da un contrasto su come amministrare il contrabbando di sigarette e lo spaccio di droga.

Qualunque sia stato il movente, la sostanza non cambia: Spavone finisce in carcere. La mattina del 18 gennaio del 1975 sotto i portici del palazzo di giustizia, a Castelcapuano, c’è una folla brulicante. In molti si chiedono le ragioni che hanno spinto centinaia di persone a bivaccare per ore in quello spazio umido e angusto. Il perché Castelcapuano sia affollato come mai prima d’ora s’intuisce quando da uno dei corridoi sbuca la sagoma di ‘O malommo: circondato da un un nugolo di carabinieri, viene accompagnato nel gabbiotto degli imputati, davanti alla terza sezione della Corte di Assise presieduta da Francesco Saverio De Simone. I curiosi sono tutti lì per vedere come va a finire una storia dove s’intrecciano amore e affari, corna e droga, onore e sigarette di contrabbando. Il boss è come al solito elegante, ha curato l’abbigliamento nei minimi particolari, come se dovesse andare a una festa: indossa un cappotto nero su completo di grisaglia, camicia azzurra, cravatta a strisce, occhiali scuri. All’inizio è freddo e distaccato, ma la sua espressione si incupisce sempre di più mentre il presidente De Simone espone i contenuti della lunga istruttoria condotta prima dal giudice Maiorano, quindi dal giudice Paolucci e infine conclusa con l’ordinanza di rinvio a giudizio firmata dal giudice Roberto D’Ajello.

Quando prende la parola, pronuncia solo poche frasi per ribadire che non merita di finire all’ergastolo. «Ho sparato per difendermi», spiega, «se avessi sospettato quello che mi attendeva non sarei andato al tragico appuntamento. Per quello che ho fatto ho ampiamente pagato. Sono un altro. Ho ricevuto molto male, ho fatto del male: l’odio semina vendetta e io ero costretto a girare armato. Signor presidente, signori della Corte, giuro che Gennaro Ferrigno ha tentato di uccidermi e che ho sparato per difendermi».

L’assenza di prove certe spinge la Corte a credere alla sua versione: Spavone non può essere condannato perché, si legge nel verdetto, «ha agito per legittima difesa». La gioia per essere stato assolto è immensa, ma dura lo spazio di poche ore. Proprio nel giorno in cui si chiude felicemente il processo Ferrigno, il giudice istruttore Alfredo Le Boffe emette contro di lui un mandato di cattura che contiene accuse molto pesanti: dai reati contro il patrimonio al contrabbando di sigarette, dal traffico di stupefacenti fino al sequestro di Pasqualino Simonetti, figlio di Pasquale, detto Pascalone ’e Nola, e Pupetta Maresca. Dunque, niente libertà, ’O malommo resta in galera con la prospettiva di rimanerci per un bel pezzo. La situazione, intanto, diventa più critica quando sull’esito del processo Ferrigno che gli ha riconosciuto la legittima difesa, cominciano a circolare strane voci: si dice che il giudice De Simone si sia fatto corrompere da Spavone, pare con una ottantina di milioni. De Simone respinge le illazioni, ma il Consiglio superiore della magistratura lo sospende dalle funzioni e dallo stipendio. Qualche anno dopo sarà lo stesso CSM ad assolverlo riaccogliendolo nei propri ranghi; il magistrato, però, si dimetterà subito dopo essere stato reintegrato. In ogni caso, don Antonio non porta fortuna alle toghe, perché qualche mese dopo pure il giudice istruttore Le Boffe, quello che lo accusa di essere un camorrista impegnato in traffici di droga e sigarette, resta impigliato in una vicenda di corruzione. Tempo dopo, Spavone torna a essere un uomo immacolato perché le tesi di Le Boffe si dimostrano prive di fondamento.

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L’ex ladro di cioccolata sarà anche popolare e benvoluto dalla gente, ma l’affetto e l’ammirazione non lo mettono al riparo dall’odio che molti esponenti della malavita nutrono nei suoi riguardi. È consapevole di essere sul libro nero di qualche camorrista, ed è per questo che gira rigorosamente armato anche se sa che tenere gli occhi ben aperti e una mano sul calcio della pistola potrebbe non bastare. E, infatti, la sera del 29 aprile del 1976 non basta. È appena tornato da una cena al ristorante insieme al suo amico e socio Guglielmo Autieri, ed è alla guida di una BMw celeste. All’improvviso dal buio sbuca una moto di grossa cilindrata che si affianca alla sua auto: il tipo che è seduto dietro punta il fucile a canne mozze contro l’uomo al volante e spara a ripetizione. Una parte del parabrezza viene sbriciolato dalle fucilate, l’abitacolo della BMW si macchia di sangue, la vittima si accascia sullo sterzo. I killer sono convinti di aver tolto dalla circolazione, e per sempre, l’ingombrante malavitoso con il vezzo degli abiti eleganti e delle macchine di lusso. Ma non è così. Spavone non è morto: l’assassino gli ha fatto saltare mezzo naso e lo ha ferito piuttosto seriamente sotto l’occhio sinistro, ma non lo ha ucciso. Arriva all’ospedale ancora cosciente ma con la faccia devastata, quasi irriconoscibile.

’O malommo è vivo, ma ora ha la certezza che qualche rivale ha emesso contro di lui una condanna a morte. L’aitante guappo va in depressione: l’imboscata non solo ne ha incrinato fortemente la fama di boss affermato, ma gli ha quasi completamente spappolato il volto. Per un periodo non esce di casa, sa che difficilmente i sicari sbaglieranno mira una seconda volta e inoltre non vuole mostrare a nessuno la sua faccia deturpata. Più che a risalire i gradini della piramide camorristica, Spavone pensa a trovare un chirurgo estetico che possa rimettergli in sesto il naso e restituirgli un aspetto decente. Per farsi operare va prima in Svizzera, poi in Germania. Ma un giorno riceve la telefonata del fratello Giuseppe che da tempo si è trasferito negli Stati Uniti, a Chicago, dove gestisce un ristorante. Giuseppe, forse per placare il rimorso per averlo fatto arrestare tanti anni prima, si impegna a portarlo a proprie spese all’ospedale Saint Francis dove lavora il dottor Richard Sperling, un medico che con il bisturi compie miracoli.

Spavone, sempre più disperato, si aggrappa a quest’ultima possibilità, anche se per andare negli States occorre superare un problema che appare insormontabile: è senza passaporto, gli è stato ritirato dalla Questura di Napoli. Un altro si sarebbe arreso, lui no. E infatti grazie alla collaborazione di un funzionario, il 28 agosto del 1976 riesce a ottenere il passaporto dal Consolato italiano di Hannover; due giorni dopo, invece, il distratto Consolato americano di Napoli gli concede il visto per l’ingresso negli USA. Le mille risorse di cui dispone gli consentono così di superare gli inghippi burocratici e di volare fino a Chicago. La ricostruzione del volto sfigurato dai colpi di fucile si rivela, però, meno facile del previsto: Sperling è senz’altro un mago della chirurgia estetica, ma prima che Spavone esca dall’ospedale con una faccia presentabile occorreranno ben 7 interventi.

Il boss è ancora negli USA quando il 13 gennaio del 1978 comincia l’appello per l’omicidio Ferrigno. Stavolta sul banco degli imputati manca il protagonista, ed è per questo che a seguire il dibattimento non c’è la folla che aveva riempito l’aula nel processo di primo grado. Le udienze durano solo cinque giorni e il 18 gennaio, dopo due ore di camera di consiglio, ‘O malommo viene condannato a 28 anni per omicidio volontario. La presunta love story con la moglie della vittima non c’entra nulla, e nella sentenza i giudici scriveranno che «bisogna penetrare nella giungla della malavita per ricavare il motivo di fondo della vicenda» e che il delitto è maturato in un ambiente «ove i protagonisti hanno in comune una vita tumultuosa, fatta di violenze, traffici illeciti e anni di galera». Secondo la Corte i due vecchi amici erano entrati in conflitto quando Ferrigno, rientrato a Napoli dal Sudamerica, si era convinto di poter acquisire un ruolo di primo piano nella malavita napoletana; ma Spavone, nel frattempo diventato uno dei leader nel traffico di sigarette e di droga, gli aveva fatto capire che non c’erano spazi disponibili per uno venuto da fuori. Da lì erano nati dei contrasti poi sfociati nella sparatoria nell’appartamento di via Petrarca.

Nonostante la sentenza d’Appello abbia certificato che la gelosia dell’italo-peruviano non aveva scatenato il conflitto a fuoco, quel che accade subito dopo induce a qualche riflessione. Spavone, infatti, dopo aver appreso dei 28 anni di galera, lascia gli Stati Uniti e si rifugia in Perú dove, guardacaso, trova ad accoglierlo Elisabetta Palma, la vedova di Ferrigno. Dunque, la tresca c’era.

Per ’O malommo la liaison con la Palma è l’unica fonte di consolazione, visto che davanti a lui si è spalancata la prospettiva di vivere da eterno latitante. Tuttavia, le cose vanno meglio di quanto potesse prevedere perché in Sudamerica è costretto a restarci solo fino all’ottobre del 1979, quando la Cassazione lo alleggerisce di un peso enorme annullando la condanna per il delitto dell’italo-peruviano. «Se la prima sentenza non convince», scrive la Suprema Corte, «la seconda non lascia meno perplessi». D’ora in poi Spavone non è più un uomo in fuga. E ha più tempo a disposizione per dedicarsi al contrabbando e al traffico di droga, le sue due attività più redditizie. Nel commercio di bionde deve però guardarsi dalla spietata concorrenza del clan dei Marsigliesi e dal gruppo di siciliani sbarcati nel Napoletano in soggiorno obbligato. Il commercio di eroina che si sviluppa sull’asse Napoli- New York, invece, funziona alla grande, favorito dall’amicizia con pezzi grossi della mafia americana, per i quali è un piacere trattare con l’unico italiano che non ha mai provato a fregarli. Ogni tanto, però, la droga viene sequestrata dalla polizia federale, il mitico FBI, che su Spavone ha raccolto un dettagliato dossier.

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Dopo aver seppellito l’amico-rivale Ferrigno, ’O malommo seppellisce pure i suoi problemi con la giustizia. L’essere tornato un uomo libero gli consente di viaggiare con maggiore frequenza e di recarsi più volte negli Stati Uniti dove coltiva il legame con i vertici di Cosa Nostra americana, sempre più convinti che quel criminale napoletano sia degno di sedersi al loro stesso tavolo. Tra i mafiosi che lo stimano di più c’è Paolo Gambino, figlio del superboss Carlo Gambino morto nel 1976. Ed è proprio Gambino junior che nell’estate del 1980 gli manifesta tutta la sua preoccupazione per le notizie che arrivano da Napoli, dove un certo Raffaele Cutolo si è messo in testa di diventare il capo dei capi facendo massacrare decine e decine di persone.

Cosa Nostra confida molto nell’ascendente di Spavone e lo invia a Napoli con il compito di frenare l’ascesa del camorrista meglio noto come ’O professore. Per ’O malommo le manie di grandezza di quel delinquente conosciuto in carcere non sono una novità: qualche anno prima mentre tutti e due erano rinchiusi a Poggioreale, Cutolo lo aveva sfidato a scendere in cortile per un duello con la «molletta», il coltello a serramanico. Ma Spavone, forse perché spaventato da tanta audacia o molto più probabilmente per evitare inutili grattacapi, aveva preferito ignorare la provocazione, e invece di affrontarlo se ne era rimasto nella sua confortevole cella-appartamento. Stavolta, però, non può tirarsi indietro, deve assolutamente tessere una rete di alleanze con le altre famiglie che mal sopportano il fragoroso ingresso sulla scena del Professore intenzionato a gestire tutti i traffici illeciti, dalle sigarette alla droga, dalle estorsioni al giro degli appalti pubblici.

Mentre Cutolo prosegue la sua scalata annientando ogni avversario, reale o potenziale che sia, Spavone torna a Napoli e per non dare nell’occhio apre, all’Arenaccia, un negozio di tappeti orientali, il Flying Carpet. Quando va a Ischia organizza dei summit con altri capiclan, qualche volta utilizzando la villetta intestata alla sorella Immacolata. E proprio sull’isola si reca pure Mario Savio, ras dei Quartieri Spagnoli, che resta assai colpito dalle condizioni del viso del malommo:

La faccia di Spavone è completamente trasformata. Aveva un naso importante, di profilo greco. Adesso è piccolo, inesistente. L’osso non c’è. Restano i fori delle narici, praticamente appoggiati sulla pelle del viso. Rossastri e vicinissimi al labbro superiore, quasi senza interruzione. Gli occhi e le parti intorno sono coperti da lenti scurissime, che non si toglie mai. La parte visibile degli zigomi è formata da un insieme di venuzze bordeaux, come quelle che compaiono sul viso degli alcolizzati (Mario Savio-Fabio Venditti, La mala vita, Mondadori, 2006).

Un po’ alla volta Spavone mette insieme gli uomini e i mezzi necessari per fronteggiare il camorrista di Ottaviano. Accanto a lui si schierano i Giuliano di Forcella, i Vollaro di Portici, Umberto Ammaturo, i Mallardo di Giugliano, i fratelli Zaza. L’opera di mediazione, però, riesce solo a metà perché Cutolo concede solo una breve tregua, ma poi ricomincia a uccidere chi non vuole riconoscerlo come l’unico capo della camorra campana. Col passare delle settimane, ’O professore diventa sempre più forte, al punto che nell’estate del 1981 nella masseria dei Nuvoletta, a Poggio Vallesana, a Marano, vengono convocati i capiclan che non intendono piegarsi a Cutolo. Tutti sono concordi nel dichiarargli guerra aperta, ma durante la riunione Spavone, forte del suo prestigio, prende la parola e urla contro Michele e Salvatore Zaza: «Qui non c’è solo Cutolo che dà fastidio», sbraita tra lo stupore generale, «danno fastidio pure altre famiglie, come gli Zaza». Al momento nessuno sa spiegarsi perché Spavone abbia aggredito un gruppo alleato rischiando di provocare un incidente diplomatico proprio nella riunione che avrebbe dovuto invece compattare i ranghi. Si scoprirà dopo che ’O malommo ce l’ha con i fratelli Zaza perché li ritiene i mandanti dell’attentato ai suoi danni avvenuto nel 1976, quello in cui un killer invece di ucciderlo gli sfigurò il volto.

Il summit a Marano è una delle ultime apparizioni di Antonio Spavone nelle vesti di boss di prima grandezza della mala napoletana. La guerra a Cutolo, infatti, imprime un cambiamento nel panorama criminale, e un po’ alla volta si accorge che per quelli come lui, con un minimo di senso dell’onore, gli spazi si stanno progressivamente restringendo. La figura del guappo è ormai obsoleta, ora per combattere contro mille nemici ci vogliono uomini con altre caratteristiche: chi comanda dev’essere più decisionista, più spietato e deve praticare una violenza sempre più cieca e brutale. ’O malommo finisce ai margini di quel mondo che per molti anni lo aveva visto tra i protagonisti assoluti. Le nuove leve gli fanno capire che è il caso di farsi da parte, e in virtù del suo passato e del suo modo di fare da gentiluomo del crimine gli consentono di uscire di scena in maniera indolore: l’accordo è che si farà da parte e che nessuno gli farà mai del male.

Per un periodo sparisce dalle cronache giudiziarie. Il suo nome torna a circolare nella primavera del 1982 quando si chiude il processo relativo al rilascio illegale del passaporto che molti anni prima gli ha permesso di volare negli USA. Il tribunale lo condanna a un anno e tre mesi di reclusione per false dichiarazioni a pubblico ufficiale e per concorso in interesse privato in atti di ufficio. Un anno di carcere viene invece inflitto a Redento Tighes, funzionario del consolato italiano di Hannover (nell’allora Germania Ovest), colpevole di aver rilasciato il passaporto a Spavone senza aver fatto la preventiva richiesta di nulla-osta da parte della Questura di Napoli. Per recarsi in Germania, Spavone, definito dai carabinieri un «camorrista di vecchio stampo», aveva ottenuto la carta d’identità dal comune di Napoli affermando di non avere pendenze penali, pur essendo in attesa di essere processato per la seconda volta per l’omicidio Ferrigno.

Dieci mesi dopo, però, la Corte di Appello ribalta il verdetto di primo grado e assolve Spavone con formula piena. Gli avvocati convincono i giudici mostrando le foto del volto sfigurato del boss, sostenendo che il loro cliente era stato costretto a recarsi negli USA per sottoporsi a intervento di chirurgia plastica e non per sottrarsi al processo.

Il 20 aprile del 1983 ’O malommo torna a far discutere quando il tribunale per le misure di prevenzione di Napoli respinge la richiesta del «soggiorno obbligato» per cinque anni in una regione lontana dalla Campania, avanzata dalla Procura della Repubblica. I giudici accolgono la tesi della difesa secondo la quale Spavone «non è legato ad alcun clan mafioso o camorristico ma vive del suo lavoro». Una decisione che suscita non poche polemiche perché sconfessa il contenuto delle indagini dei carabinieri dalle quali emerge che Spavone sarebbe una specie di «sovrano occulto» della malavita, legato a Cosa Nostra e coinvolto in traffici di stupefacenti. I giudici, inoltre, sostengono che sulla base degli accertamenti fatti dalla Guardia di Finanza, don Antonio vive di «reddito da lavoro avendo con i suoi familiari un’azienda che svolge attività lecita e che ha chiuso il bilancio dello scorso anno con un attivo di oltre duecento milioni di lire».

Secondo le Fiamme Gialle ’O malommo sarebbe solo un pregiudicato che ha saldato i conti con la legge e che oramai riga dritto da un sacco di tempo. Non la pensa così il prefetto di Napoli Riccardo Boccia che, nell’aprile del 1983, in una intervista al settimanale «L’Espresso» critica l’atteggiamento talvolta eccessivamente garantista della magistratura: «Non si può ignorare che la libertà provvisoria concessa a Luigi Giuliano, boss della Nuova famiglia, potrebbe ingenerare l’aspettativa di impunità e nello stesso tempo agevolare la delinquenza. Così come ha suscitato scalpore la notizia del rigetto della proposta di misura di prevenzione contro Antonio Spavone, altro elemento legato alla camorra».

Una conferma alle ipotesi dei carabinieri e del prefetto Boccia, arriva nella notte tra il 15 e il 16 marzo del 1984: il boss finisce in un blitz anticamorra nel quale vengono emessi ben 512 ordini di cattura. Gli inquirenti ritengono che il «malommo» sia legato a Cosa Nostra e che per conto della mafia americana abbia svolto il ruolo di supervisore all’interno della Nuova famiglia. Secondo un pentito avrebbe più volte ricevuto nella propria villabunker di Ischia le visite di alcuni camorristi. Ma lui nega su tutta la linea:

Sono innocente, non so niente. So soltanto che sono venuti a prendermi a casa per portarmi in questura. Non so neppure per quale motivo mi hanno arrestato… Io penso solo ai fatti miei e alla mia famiglia. Svolgo soltanto lavori onesti, ho un negozio per la vendita di tappeti orientali e importo e esporto carni. Ho sempre vissuto nel rispetto delle regole e mi hanno sempre assolto da qualsiasi accusa. E, statene pur sicuri, che uscirò pulito anche da questa vicenda… La camorra? Ma non esiste. Se ci fosse a Napoli non accadrebbero tutte queste cose sporche… Cari giornalisti, scrivete che la mia unica colpa è quella di essere nato in questa città. Io sono una vittima della società napoletana.

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Ma nessuno gli crede, tantomeno i giudici della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli che il 12 giugno 1985, su richiesta della Procura della Repubblica, fanno sequestrare la villa che il boss possiede a Ischia, in località Cretaio di Casamicciola, e che risulta intestata alla sorella Immacolata. Cinque mesi dopo, il 12 novembre, inizia il processo e Spavone è in aula per difendersi dall’accusa di essere un camorrista.

Alla Corte spiega:

Su di me si è scritto e detto di tutto, ma sono solo fandonie. Giudici, giornalisti e fantasia popolare ne hanno dette un sacco sul mio conto. Ma la mia unica colpa è quella di essere nato a Napoli. Se un giorno il Vesuvio erutterà, statene certi che daranno la colpa al sottoscritto. Al tribunale io chiedo soltanto di essere giudicato con serenità, senza preconcetti. Sappiate, comunque, che la mia popolarità è dovuta al fatto che ho fatto sempre del bene pur avendo sofferto tutta la vita.

’O malommo, poi, sostiene che dopo aver ricevuto la grazia da Saragat è diventato un cittadino irreprensibile: «Da allora ho sempre frequentato gente per bene». I pentiti, però, sostengono il contrario: nella sua dimora ischitana aveva ricevuto diversi boss, tra cui Enzo Casillo, e alcuni componenti della famiglia Giuliano di Forcella. Per un ex affiliato alla NF, Achille Lauri, nonostante tutto Spavone «è stato un uomo di pace ma non è un camorrista».

I giudici sono di altro avviso e il 20 novembre 1985 lo condannano a nove anni di carcere per associazione a delinquere di stampo camorristico. Ma, come è già accaduto in altre occasioni, successivamente viene scagionato: il 29 settembre del 1986 la quarta sezione della Corte di Appello lo assolve per insufficienza di prove. I pentiti Pasquale D’Amico, Achille Lauri, Mario Incarnato e Luigi Riccio non sono stati ritenuti credibili. Spavone torna in libertà dopo una detenzione di due anni e mezzo.

A quel punto, però, è gia una pedina finita fuori gioco nel grande scacchiere della camorra napoletana e campana. La NCO di Raffaele Cutolo è stata decimata da arresti e omicidi, e ora a comandare è la Nuova famiglia di Carmine Alfieri dentro la quale non c’è spazio per uno come lui. Tuttavia l’essere stato accantonato non lo mette al riparo dai processi. L’ultima condanna gli viene inflitta il 30 dicembre del 1987: un anno e sei mesi per favoreggiamento personale nei riguardi del cutoliano pentito Mario Incarnato, uno dei sicari del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia. Spavone avrebbe procurato un falso alibi a Incarnato che, grazie all’intervento del boss, il 14 aprile del 1981, giorno dell’omicidio di Salvia, sarebbe risultato in cura presso la clinica Villa dei Mari.

Il 5 febbraio del 1988 su richiesta dei PM che conducono le indagini sulla Nuova famiglia, gli vengono inflitti due anni di soggiorno obbligato, ma il provvedimento viene revocato qualche mese dopo. Oltre alla libertà, a Spavone viene restituita pure la villa di Casamicciola: i giudici accolgono le tesi degli avvocati Ivan Montone e Guglielmo De Antonellis, i quali hanno sostenuto che il possesso dell’immobile non deriva da attività illecite. L’unica limitazione alla quale deve sottostare è la sorveglianza speciale.

Il 2 giugno del 1988 arriva un’altra buona notizia: la prima sezione della Corte di Cassazione conferma l’assoluzione per insufficienza di prove dall’accusa di essere organico alla Nuova famiglia. Dunque, Spavone avrà anche assassinato Giovanni Mormone e Gennaro Ferrigno, ma non è mai stato un camorrista.

Risolte le pendenze con la giustizia, almeno quelle più consistenti, ’O malommo si ritira nella sua villa di Ischia. Ma non c’è verso di godere di un po’ di pace. La Questura di Napoli, guidata da Vito Mattera, nell’ambito dell’operazione Scudo d’estate nel luglio del 1992 emette 50 fogli di via obbligatori contro altrettanti pregiudicati che alloggiano nelle principali località turistiche della regione. Tra i destinatari c’è pure Spavone, al quale la polizia impone di star lontano dall’isola per almeno tre anni. Nel provvedimento si fa riferimento ai suoi precedenti penali – omicidio, associazione camorristica, detenzione di armi e spaccio di stupefacenti – e si afferma che esistono «fondati motivi» per ritenere che Spavone «non svolgendo alcuna attività lavorativa viva con i proventi di azioni illecite» e sia per questo «pericoloso per la sicurezza pubblica».

Assistito dall’avvocato Angelo Cerbone, ’O malommo non ci sta a passare per un criminale e denuncia Mattera per abuso d’ufficio. Nell’istanza il legale ricorda lo stato di «assoluta imperseguibilità» di Spavone «attualmente non assoggettato neppure a procedimento di prevenzione», sottolineando che sussistono le condizioni per la sua permanenza a Ischia «per cure termali». Durissima la replica di Mattera: «Ritengo che si sia trattato di un grave atto di sfrontatezza aver presentato istanza contro tale provvedimento, che considero del tutto legale». La partita col questore si chiude con una vittoria: il TAR accoglie il ricorso dell’avvocato e sospende il foglio di via perché motivato da fatti avvenuti in «epoca remota».

Il braccio di ferro con Mattera è l’ultima sfida di Spavone. Il 5 maggio del 1993 muore nel letto di casa sua, il cancro lo uccide quando ha compiuto da poco 67 anni. Ai funerali che si svolgono nella chiesa Santa Maria de’ Liguori a Napoli, partecipano almeno cinquecento persone. Il guappo che diventò un boss esce di scena alla grande, così come aveva sempre vissuto: la sua bara viene infilata in una Rolls Royce bianca, e quando l’auto di lusso transita per le strade del quartiere i commercianti abbassano le serrande dei negozi. Diranno che lo hanno fatto per rispetto della tradizione e dei morti, e non per una imposizione.

Raffaele Cutolo

Il Professore di Ottaviano

Nel suo genere, bisogna ammetterlo, è stato il migliore. Dal nulla ha costruito una delle organizzazioni camorristiche più spietate che l’Italia abbia mai conosciuto, sfidando perfino la mafia siciliana, alla quale ha sdegnosamente rifiutato di aderire dopo che i vertici di Cosa Nostra avevano capito quanto fosse pericoloso. Se si dovesse assegnare un Oscar del crimine, non ci sarebbero dubbi: il premio andrebbe a Raffaele Cutolo, fondatore della famigerata NCO, acronimo di Nuova camorra organizzata. Conosciuto come il Professore in virtù di una ostentata passione per la lettura e le poesie, per circa un decennio è stato al vertice di un clan che da un piccolo comune dell’area vesuviana, Ottaviano, si è progressivamente ramificato in tutte le province della Campania, fino a contare, nel periodo di massimo fulgore, circa settemila tra affiliati e fiancheggiatori. Un esercito del male che dagli inizi degli anni Settanta, attraverso una sanguinaria strategia del terrore ha tenuto sotto scacco un’intera regione, riuscendo a controllare in maniera capillare tutti gli affari illegali: dal contrabbando di sigarette, sottratto al controllo dei siciliani, alle estorsioni a commercianti e imprenditori, fino alla gestione degli appalti pubblici. Nonostante l’attività di fuorilegge, Cutolo si è sempre definito una specie di Robin Hood, l’eroe popolare inglese che rubava ai ricchi per donare ai poveri.

Con l’avvento del Professore faranno un salto di qualità, in negativo s’intende, pure i rapporti tra politica e camorra che raggiungeranno il picco massimo con le trattative per la liberazione dell’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate rosse e poi tornato a casa grazie a un patto tra camorristi, terroristi, esponenti della DC e funzionari dei Servizi segreti.

Ma come evidenzierà la relazione della Commissione parlamentare antimafia del 21 dicembre 1993, Cutolo è anche l’artefice di quello che si potrebbe considerare un autentico miracolo. Nonostante sia stato detenuto quasi ininterrottamente dal 1963, tranne brevi periodi di latitanza, è riuscito ugualmente a tenere le fila di una cosca composta da migliaia di persone sparse nel raggio di centinaia di chilometri, a coltivare rapporti con esponenti delle istituzioni e della politica, a impartire ordini ai suoi sottoposti in libertà, a comunicare con l’esterno come e quando voleva. Insomma, più che il castello mediceo di Ottaviano, storica base operativa dell’organizzazione, il quartier generale di Cutolo è stato il carcere. Prima a Poggioreale, poi nei manicomi giudiziari di Sant’Eframo e di Aversa e infine a Ascoli Piceno, il Professore ha goduto di uno scandaloso trattamento di favore al quale ha messo fine nel 1982 l’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

La Commissione parlamentare antimafia accerterà, tra l’altro, che da detenuto Cutolo tra il marzo e l’aprile del 1982, aveva ricevuto quasi 4 milioni e 200 mila lire e aveva speso per vitto, sopravvitto e varie più di 20 milioni. Nessuno si era chiesto da dove venissero quei soldi e come un carcerato potesse spendere una cifra del genere. Che il boss pure da galeotto riuscisse a fare tutto ciò che voleva lo dimostrano le tante lettere che gli altri detenuti gli scrivevano chiedendogli il trasferimento in altri penitenziari della penisola. C’era anche chi si era rivolto a lui per chiedere il trasferimento di un agente di polizia. Una serie di vergognosi privilegi resa possibile grazie anche alle false perizie di infermità mentale che gli hanno consentito di soggiornare in strutture psichiatriche dov’era molto più facile agire indisturbati. Per molti anni, dunque, per Cutolo la prigione non è stato un luogo dove espiare la pena ma un fortino dal quale gestire il suo esercito e governare gli affari. Quando però il Professore ha imboccato la parabola discendente, la situazione è profondamente cambiata: è approdato prima in Sardegna, nelle poco confortevoli celle dell’Asinara, poi è finito nelle supercarceri di Belluno e Novara e infine a Terni. Una detenzione priva di benefici e con tante limitazioni, ulteriormente appesantita dal 41 bis, il cosiddetto «carcere duro».

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Ottaviano, anni Cinquanta. Chi lo vede all’opera mentre assiste il prete durante la messa è convinto che da grande indosserà una tonaca. Del resto Raffaele, nato nel 1941, viene da una famiglia umile e devota: il padre Giuseppe, conosciuto con il soprannome di Peppe ’O monaco, è una persona tranquilla ed è titolare insieme ad altri due soci di una piccola azienda ortofrutticola. La sua vita l’ha spesa tutta nei campi. Ha sposato Carolina Ambrosio, che ha qualche anno più di lui. Hanno altri due figli: Pasquale e Rosetta. Il più piccolo è Raffaele, che rispetto agli altri ha sempre dato segni di irrequietezza. Ma dietro una vivacità che appare difficile da contenere, si nasconde una personalità che lo rende assai diverso dal resto dei coetanei. Sul carattere del futuro boss, nel suo Storia della camorra (Newton&Compton, 2004) Vittorio Paliotti scrive:

Appartenente a una famiglia in cui abbondavano gli schizofrenici (un cugino del padre e due nipoti) e gli idioti congeniti (uno zio e una zia), Raffaele si segnalò invece fin da piccolo per la sua intelligenza, oltre che per la sua furbizia. Sospesi gli studi dopo le classi elementari, si convinse di essere un genio e di possedere facoltà taumaturgiche. Garzone prima presso un falegname poi presso un fabbro, spesso s’industriava a fare il guaritore. Questa attività, saltuaria ben s’intende, la iniziò nel 1959, quando aveva diciotto anni… Si impegnò in piccoli furti. Si mise alla testa di una banda paesana specializzata in estorsioni; e tuttavia non si può dire che svolgesse specifica attività camorristica.

Il figlio di don Peppe ’O monaco per un breve periodo fa anche l’apprendista da un barbiere e da un sarto. I lavori pesanti non lo attraggono e non manifesta alcun interesse per l’attività del padre. Diventa amico di don Ferdinando Saviano, l’arciprete della chiesa di San Michele, che lo invoglia a frequentare la parrocchia e a servire messa. Fare il chierichetto gli piace parecchio, e a Ottaviano in molti pensano che da grande quel ragazzino diventerà prete, ma l’abito talare non fa al caso suo. Da giovane trova un impiego nell’azienda vinicola Lacrima Christi di Ottaviano, poi decide di mettersi in proprio e con il contributo della sorella compra un’auto con la quale fa il noleggiatore abusivo.

Raffaele ha l’aria del bulletto di paese ed è conosciuto per il suo atteggiamento prepotente, esaltato da compagnie non sempre raccomandabili e dalla quotidiana frequentazione della strada, dove è più facile incontrare altri violenti come lui. A placare i bollori non ci riesce neppure Filomena Liguori, la sua fidanzata. Anzi, Raffaele è sempre inquieto perché sa di non essere per nulla gradito ai familiari di lei. La relazione diventa ancora più complicata quando viene a conoscenza del fatto che a Napoli la zia di Filomena ha messo su una casa di tolleranza, e teme che anche la fidanzata possa essere risucchiata nel giro della prostituzione. La love story finisce nel dicembre del 1962, però quell’amore breve e turbolento lascia una traccia profonda nella vita dell’ex chierichetto: Filomena, infatti, gli darà il suo unico figlio, Roberto, che però riconoscerà come suo solo diciotto anni dopo. L’essere diventato padre non lo responsabilizza affatto, la sua vita scorre come se il bimbo non

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