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Nessuna verità
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E-book462 pagine6 ore

Nessuna verità

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Info su questo ebook

Da questo romanzo il film di Ridley Scott con Leonardo Di Caprio e Russel Crowe

Roger Ferris è un agente della CIA impegnato nella lotta al terrorismo. Reduce da una missione in Iraq che gli ha procurato una grave ferita alla gamba, viene incaricato di infiltrarsi nella rete di Suleiman, un pericoloso terrorista attivo in Medio Oriente e pronto a colpire obiettivi americani. Il piano di Ferris per stanare Suleiman si ispira a un capolavoro di intelligence messo in atto dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale: Ferris utilizza come esca un cadavere, attribuendogli un falso nome e un falso passato. Spera così di seminare la confusione tra i terroristi, di istillare dubbi e sospetti, fino a costringere Suleiman a venire allo scoperto nel tentativo di identificare i traditori. Ma anche Hani Salaam, il capo dell’intelligence giordana, ha i suoi piani segreti per catturare il terrorista, e la collaborazione con la CIA diventa di ora in ora più spinosa. Nel frattempo, Ferris intreccia una relazione con Alice Melville, un’americana che lavora per una ONG palestinese. Ma il loro amore esporrà entrambi a mortali pericoli.
Nessuna verità è un thriller ricco d’azione e di colpi di scena, in cui ogni dettaglio della situazione internazionale è riprodotto con inquietante realismo, ogni mossa, anche la più piccola, è gravida di temibili conseguenze e la tensione è una bomba a orologeria pronta a scoppiare da un momento all’altro.


David Ignatius

è un editorialista del «Washington Post», su cui tiene una rubrica di politica globale, economia e affari internazionali. Si è occupato della copertura giornalistica dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, un lavoro che ha fatto vincere al giornale il Premio Pulitzer. Ignatius ha ricevuto due volte l’Edward Weintal Prize per il giornalismo diplomatico nonché il Gerald Loeb Award per la cronaca. È autore di diversi romanzi di successo, tra cui Nessuna verità, pubblicato in Italia dalla Newton Compton, e definito uno dei libri migliori del 2007 dal «Publishers Weekly». Il regista Ridley Scott ne ha tratto un film interpretato da Leonardo DiCaprio e Russell Crowe. Anche Attacco a Teheran diventerà presto un film.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854125193
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    Nessuna verità - David Ignatius

    abboccare.

    1

    BERLINO

    Quattro giorni dopo l’esplosione dell’autobomba a Milano, Roger Ferris si recò a Berlino in compagnia di Hani Salaam, il capo dei servizi segreti giordani. Il quartier generale della CIA ad Amman era tempestato da un’incessante frenesia di telefonate: il settimo piano era in stato d’allerta e aveva richiesto la collaborazione di tutti per ottenere qualsiasi informazione che il direttore potesse riferire al Presidente sugli attentatori di Milano. Ma capitava di rado che al quartier generale non fossero in stato d’allerta per un motivo o per un altro, e così Ferris aveva deciso di dare priorità al suo viaggio con Hani. Il corso degli eventi gli diede ragione.

    Ferris aveva sentito più volte decantare le capacità dei servizi segreti giordani. Gli agenti della CIA li chiamavano I Cuori, in parte per il loro nome in codice, QM CUORE, e in parte perché quell’appellativo si addiceva bene al loro stile nel condurre le operazioni. Ma fu solo nel corso del suo viaggio a Berlino che Ferris poté vedere i Cuori davvero in azione. Lo scenario non aveva nulla di particolarmente originale. C’erano voluti mesi per preparare l’operazione, ma non appena venne messa in atto, sembrò la cosa più semplice del mondo. Era come una domanda alla quale si può dare una sola risposta. Ferris non si era soffermato troppo a riflettere sulle difficoltà nascoste: il labirinto era costruito con tale perfezione che non induceva a chiedersi se facesse parte di un labirinto più vasto; la via d’uscita era così fulgida da non lasciar pensare che costituisse uno sbocco verso qualcos’altro.

    Raggiunsero in macchina un condominio nella periferia est di Berlino, in un quartiere che non si era mai del tutto ripreso dai violenti colpi inflitti nel 1945 dall’Armata Rossa. Il pallido sole d’ottobre conferiva alle nuvole una leggera tonalità metallica. Il paesaggio urbano nell’insieme era color fango: muri imbrattati con un intonaco brunastro, pozzanghere oleose nelle buche della strada, una vecchia Trabant arrugginita parcheggiata lungo il marciapiede. In fondo alla via alcuni bambini turchi giocavano a calcio, e si sentiva il rumore del traffico che proveniva da Jakobstrasse, a un isolato di distanza. Ma per il resto era tutto tranquillo. Si trovavano davanti a un tetro caseggiato che era stato costruito alcuni decenni prima per gli operai di una fabbrica nelle vicinanze. Ora era un blocco di rovine urbane popolato da immigrati, squatter e qualche sparuto vecchietto tedesco, troppo stralunato o scoraggiato per andare a vivere altrove. Gli odori che esalavano dalle poche finestre aperte non erano odori di verza o di schnitzel, ma di aglio e olio d’oliva scadente.

    Ferris era alto poco meno di un metro e ottanta, aveva ispidi capelli neri e lineamenti regolari. La sua bocca cedeva spesso a un sorriso indulgente, e nei suoi occhi brillava una piccola scintilla che lo faceva sembrare interessato anche quando non lo era. Il suo corpo era segnato da un’unica imperfezione: zoppicava, in seguito a un attentato in una strada a nord di Balad, in Iraq, sei mesi addietro. La sua macchina era stata centrata da un razzo. Ferris aveva avuto fortuna: la sua gamba era stata crivellata dalle schegge della granata, ma era sopravvissuto. L’agente iracheno che guidava la macchina era morto. Nell’immaginario collettivo, un buon agente segreto è una persona dall’aspetto anonimo: uno di quei volti che non si distinguono tra la folla. Se si prendeva in considerazione solo questo criterio, bisognava concludere che Ferris aveva sbagliato professione. Era bramoso e impaziente, e sempre alla ricerca di qualcosa che ancora non possedeva.

    Ferris seguì Hani e il suo assistente, Marwan. Giunti in un viottolo, aggirarono con cautela un bidone traboccante di immondizia e si diressero verso la porta sul retro. Il muro era ricoperto di graffiti a caratteri cubitali, scritte che mescolavano tedesco e turco. Accanto alla porta sembrava ci fosse scritto Allah. O forse era Abba, il gruppo rock svedese. Hani si portò un dito alle labbra e indicò le finestre del terzo piano. Attraverso le tende scure e macchiate si vedevano delle luci. Il bersaglio era nella sua tana, ma non era certo una sorpresa. Gli uomini di Hani avevano sorvegliato il posto per diversi mesi, e non sbagliavano mai.

    * * *

    Hani Salaam era un giordano raffinato ed elegante. I suoi capelli erano di un nero lucente, troppo neri per un uomo che si avvicinava alla sessantina, ma le striature grigiastre dei suoi baffi tradivano la sua età. Era il capo del GID, il Dipartimento generale di intelligence, ovvero i servizi segreti giordani. Era un uomo autoritario e dotato di un buon eloquio; solitamente la gente si rivolgeva a lui impiegando il titolo onorifico ottomano pascià, pronunciando la p come una b, perciò veniva fuori Basha. Ferris inizialmente ne fu intimidito, ma dopo qualche settimana cominciò a vedere in lui una versione araba del cantante da piano-bar Dean Martin. Hani Salaam era un uomo imperturbabile, dalla punta delle scarpe perfettamente tirate a lucido fino alle lenti grigio fumo dei suoi occhiali da sole. Come la maggior parte degli orientali che hanno avuto successo nella vita, aveva un contegno riservato, quasi diffidente. Le sue buone maniere potevano sembrare di stampo britannico, un retaggio del semestre passato all’accademia militare di Sandhurst parecchio tempo addietro. In realtà la sua natura più profonda era quella di un capo tribù beduino, magnanimo ma riservato. Il tipo di persona che non dice mai tutto quello che sa.

    Una volta, mentre gli stava facendo visitare il GID di Amman, Hani ridendo gli aveva rivelato che i giordani avevano talmente paura di lui che tutti si riferivano al quartier generale come alla Fabbrica di Unghie. «Sai, questa gente dice un sacco di sciocchezze», aveva concluso, rigettando l’accusa con un gesto della mano. Era ovvio che non avrebbe mai autorizzato i suoi uomini a strappare le unghie ai detenuti. Non serviva a nulla: i prigionieri confessavano qualunque cosa pur di far cessare il dolore. A Hani non importava di essere considerato una persona crudele; ma non tollerava che lo si ritenesse un incompetente. Nel corso di quel loro primo incontro aveva spiegato a Ferris che quando arrivava un nuovo prigioniero, membro di Al Qaeda, lo teneva sveglio per alcuni giorni nella stanza degli interrogatori che i giordani chiamavano l’hotel blu, e in seguito gli mostrava una fotografia dei suoi parenti. Spesso bastava solo questo. «La famiglia può farti ottenere ciò che una guardia carceraria non riesce a strappare con migliaia di colpi ben assestati», gli aveva confidato. «Stronca la voglia di morire e alimenta la voglia di vivere».

    Gli agenti di Langley avevano sempre descritto Hani come un professionista. C’era qualcosa di accondiscendente in questo giudizio, come negli elogi dei bianchi che si complimentano per la capacità di eloquio di un nero solo perché questi si esprime con scioltezza. Ma il plauso che veniva rivolto a Hani serviva a mascherare il fatto che ormai l’agenzia dipendeva fin troppo da lui. In qualità di capo in carica della centrale, Ferris era tenuto ad allacciare rapporti con il capo del servizio di collegamento internazionale. Perciò, quando Dean Martin l’aveva personalmente invitato con due giorni d’anticipo a unirsi a lui per un’operazione in Germania, Ferris aveva colto la palla al balzo. I colleghi della Divisione Vicino Oriente si erano opposti, sostenendo che il suo ruolo consisteva nel rimanere alla scrivania a rispondere ai telegrammi che riguardavano l’attentato di Milano. Ma Ed Hoffman, il capo divisione, era intervenuto in suo favore. «Sono dei cretini», aveva detto, liquidando i suoi subordinati che avevano provato a impedire la partenza di Ferris. Aveva chiesto a Ferris di contattarlo telefonicamente a operazione conclusa.

    Il giordano aprì delicatamente la porta sul retro e fece segno a Ferris e a Marwan di avanzare. Il corridoio era buio, i muri odoravano di muffa. Procedendo lentamente sulla punta dei suoi costosi mocassini inglesi, Hani salì su per le scale di cemento. L’unico rumore percepibile era il sibilo che emettevano i suoi polmoni da fumatore. Marwan salì dietro di lui. Aveva l’aria di un teppistello di strada che si era ripulito per non scioccare Ferris. Aveva una cicatrice sulla guancia destra, vicino all’occhio, e il suo corpo era asciutto e tirato come quello di un cane del deserto. Ferris seguì i due; la sua andatura zoppicante era quasi impercettibile, sebbene la gamba gli facesse ancora male.

    Marwan portava con sé una pistola automatica, la cui sagoma traspariva chiaramente sotto la giacca. Mentre salivano le scale tirò fuori la pistola dalla fondina e la tenne a mezz’aria. I tre rimasero vicini mentre avanzavano. Hani si irrigidì nell’udire una porta aprirsi al piano superiore. Rivolse un gesto a Marwan, il quale annuì e si tenne pronto, con la pistola lungo la gamba. Ma si trattava solo di un’anziana tedesca che stava uscendo con un carrello per fare compere. Passò davanti ai tre uomini che si trovavano per le scale senza rivolgere loro nemmeno un’occhiata.

    Hani riprese a salire. Ad Amman l’unica cosa che aveva rivelato a Ferris era che aveva impiegato mesi per preparare quell’operazione. «Vieni a vedermi mentre premo il grilletto», gli aveva proposto. Ferris non sapeva dire se Hani e Marwan avrebbero davvero ucciso qualcuno. Sarebbe stata una mossa illegale, almeno tecnicamente, ma il quartier generale non si sarebbe scandalizzato, se lui avesse redatto il suo rapporto nel modo giusto. Non erano troppo suscettibili su quel genere di cose. L’America era in guerra. E in tempo di guerra le regole cambiano. O almeno, questo era ciò che Hoffman gli ripeteva sempre.

    Quando il giordano arrivò al terzo piano, fece loro segno di fermarsi. Tirò fuori da una tasca un cellulare, se lo portò all’orecchio e sussurrò qualcosa in arabo. Un cenno del capo, e i tre uomini avanzarono lentamente verso la porta dell’appartamento numero 36. Hani sapeva che Mustafa Karami si trovava a casa quel pomeriggio. In realtà sapeva praticamente tutto di lui: conosceva il suo lavoro, le sue abitudini, i suoi amici di scuola a Zarqa quando era bambino, i membri della sua famiglia che vivevano ad Amman. Sapeva quale moschea frequentava a Berlino, i numeri di cellulare che utilizzava, sapeva quale hawala¹ gli faceva arrivare fondi da Dubai. Soprattutto sapeva quando Mustafa Karami era andato in Afghanistan, quando era entrato a far parte di Al Qaeda, chi si fidava di lui nell’organizzazione e chi era il suo contatto. Era un po’ come se Hani avesse seguito un corso su di lui e adesso fosse il momento dell’esame finale.

    Non appena Hani fu davanti alla porta, Marwan alzò la pistola. Ferris rimase nell’ombra, indietro di qualche metro. Aveva la sua pistola nella fondina da spalla sotto il cappotto, e portò la mano destra sul calcio di metallo zigrinato dell’arma. Da un appartamento sopra di loro giungevano attutite le note di una musica araba. Hani alzò una mano per indicare che era pronto. Bussò rumorosamente alla porta, aspettò un attimo, poi diede altri colpetti sullo stipite.

    La porta si aprì di poco e una voce borbottò in tedesco: «Bitte?». Karami aveva lasciato la catenella agganciata alla porta, ma lanciò fuori ugualmente un’occhiata sospettosa. Non appena scorse gli sconosciuti fermi nell’androne provò a richiudere la porta, ma Hani infilò prontamente un piede nello spiraglio.

    «Ehi Mustafa, amico mio», esordì Hani in arabo. «Allah è grande. La pace sia con te». Marwan si preparò a sfondare la porta con un calcio, se necessario.

    «Che vuoi?», domandò la voce da dentro l’appartamento. La catenella era ancora agganciata.

    «C’è qui una persona che vuole parlare con te», rispose Hani. «Prendi questo telefono, per favore. Te lo giuro, è solo un telefono. Non aver paura». Gli allungò lentamente il cellulare attraverso la fessura della porta. Karami in principio non volle toccarlo.

    «Prendi il telefono, mio caro», lo incoraggiò Hani con voce candida.

    «Perché? Chi è che mi cerca?»

    «Parla con tua madre».

    «Cosa?»

    «Parla con tua madre. È in linea, ti sta aspettando».

    Il giovane arabo accostò il telefono all’orecchio. Ascoltò una voce che non sentiva più da tre anni. Inizialmente ebbe difficoltà a capirla. Gli diceva che era tanto fiera di lui. Aveva sempre saputo che lui sarebbe diventato qualcuno, già a Zarqa, quando era solo un bambino. E ora stava facendo grandi cose. Le aveva mandato soldi, un frigorifero, e in ultimo anche un televisore. Con quel denaro avrebbe potuto trovarsi un nuovo appartamento, e si sarebbe seduta in poltrona ad ammirare il tramonto del sole sopra le colline. Era così fiera di lui ora che era diventato qualcuno. Era un ottimo figlio, grazie a Dio. Era il sogno di ogni madre. Era un dono di Dio. Stava piangendo. Quando lo salutò, anche Mustafa piangeva. Per la gioia di aver sentito sua madre, ovviamente, ma anche d’angoscia. Aveva capito di essere finito in trappola.

    «Sei l’orgoglio di tua madre», gli fece Hani.

    «Cosa le avete fatto?». Mustafa si asciugò le lacrime. «Io non ho fatto nessuna delle cose che lei ha detto. L’avete imbrogliata».

    «Lasciami entrare, così possiamo parlare».

    Mustafa indugiò, come se stesse provando a farsi venire in mente una via di fuga, ma ormai era alla mercè di Hani. Sganciò la catenella e aprì la porta. I tre uomini entrarono nella stanza. Era stranamente vuota, non c’erano mobili o suppellettili, a eccezione di un materasso addossato a una parete e di un tappeto da preghiera orientato verso la Mecca. Il corpo scarno di Mustafa era inerte e ricurvo, come un abito dismesso. «Che cosa volete?», domandò. Le mani gli tremavano.

    «Ho aiutato tua madre», gli rispose Hani. Si protese verso il giovane. Non c’era bisogno che puntualizzasse l’evidente corollario di quella dichiarazione: così come l’aveva aiutata, poteva anche farle del male.

    «L’avete imbrogliata», ripeté Mustafa. Tremava leggermente mentre pronunciava quelle parole.

    «No, noi l’abbiamo aiutata. Le abbiamo fatto molti regali, e le abbiamo detto che questi regali erano da parte del suo figliolo adorato. Quello che abbiamo fatto è una hasanna, un’opera buona». Le parole di Hani rimasero come sospese nell’aria.

    «Si trova in prigione?», chiese Mustafa. Le sue mani continuavano a tremare. Hani gli offrì una sigaretta e gliel’accese.

    «Certo che no. Ti sembrava per caso che avesse la voce di una che sta in prigione? È felice. E a me farebbe piacere che continuasse a esserlo, per il resto dei suoi giorni».

    Ferris osservava la scena da un angolo della stanza, con gli occhi sgranati. Non osava muovere un solo muscolo, per paura di interrompere il discorso di Hani. I suoi datori di lavoro avevano per così dire finanziato la realizzazione di quella performance, ma lui era solo uno spettatore.

    Il silenzio si prolungò per parecchi secondi, mentre Mustafa prendeva atto della propria condizione. Loro avevano sua madre. Lo avevano dipinto come un eroe. Potevano distruggere sia lui che sua madre, se avessero voluto. Questo era certo.

    «Cosa volete che faccia?», gli domandò alla fine Mustafa. Ferris si concentrò al massimo per capire i vocaboli arabi, in modo da non lasciarsi sfuggire neanche una parola. Aveva la sensazione di assistere all’unica data di una grande pièce teatrale. Hani non aveva messo le mani addosso al suo uomo, né l’aveva minacciato apertamente – non l’aveva sfiorato con un dito. Era proprio in questo che consisteva tutto il fascino dell’operazione. Hani aveva costruito un canale lungo il quale la preda, suo malgrado, veniva inesorabilmente trascinata.

    «Vorremmo che tu ci aiutassi», rispose Hani. «In realtà, quello che devi fare è molto semplice. Vogliamo che tu continui a vivere come prima. Non vogliamo farti diventare un traditore, o un cattivo musulmano. Non devi fare nulla di haram². Vogliamo semplicemente che tu sia un buon amico. E un buon figlio».

    «Volete che diventi un vostro agente?»

    «No, no. Hai frainteso. Ma parleremo di tutto questo in seguito. Per prima cosa, voglio darti un telefono speciale, con cui potrai contattarmi». Hani gli porse un piccolo cellulare. Mustafa lo scrutò con aria diffidente, come se si trattasse di una granata sul punto di esplodere.

    «Ci rivedremo domani, in un posto sicuro, per parlare», aggiunse Hani. Gli diede un biglietto, sul quale figurava un indirizzo della periferia di Berlino. «Vedi di memorizzare quest’indirizzo, e poi restituiscimelo».

    Mustafa distolse lo sguardo, alla ricerca di un modo per sfuggire alla trappola che si stava richiudendo su di lui. «E se non accetto?», domandò con voce tremante.

    «Tua madre sarà triste. Lei è fiera di te. Tu sei un dono di Dio per una donna anziana. Ecco perché so che non rifiuterai».

    Le parole erano affabili, ma lo sguardo di Hani non lo era affatto. Mustafa si rese conto che non aveva nessuna scappatoia. Guardò di nuovo il biglietto, contemplando l’indirizzo per una decina di secondi, poi chiuse gli occhi.

    «Ridammelo, se hai fatto», lo sollecitò Hani. Il giovane diede un’ultima occhiata al biglietto, poi glielo restituì.

    «Bravo», gli disse Hani con un sorriso incoraggiante. «Allora siamo d’accordo: ci rivediamo domani alle quattro al numero 114 di Handelstrasse. Dovrai bussare alla stanza 507 e chiedere di Abdul-Aziz. Ti risponderò io, ti chiederò se sei Mohsen, e tu risponderai di sì. Questo è il codice di riconoscimento. Io mi chiamerò Abdul-Aziz e tu ti chiamerai Mohsen. Se non riesci a venire domani pomeriggio, recati a questo stesso indirizzo alle ore dieci della mattina seguente, usando gli stessi nomi. È tutto chiaro?».

    Mustafa fece di sì con la testa.

    «Se provi a fregarci e a scappare, noi ti inseguiremo. Se provi a contattare i tuoi amici, noi lo verremo a sapere. Ti teniamo d’occhio notte e giorno. Se fai la minima stupidaggine, farai del male a te e alle persone che ami. Niente sciocchezze. Mi hai capito bene?».

    Il giovane fece un altro cenno di assenso.

    «Ripetimi nomi, gli orari e l’indirizzo».

    «Abdul-Aziz e Mohsen. Domani alle quattro del pomeriggio, oppure, se non riesco a venire, il giorno dopo alle dieci di mattina. L’indirizzo è Handelstrasse 114, stanza 507».

    Il capo dei servizi segreti giordani prese la mano di Mustafa e lo avvicinò a sé. Mustafa baciò ossequiosamente l’uomo più anziano su entrambe le guance. «Che Dio ti protegga», gli disse Hani.

    «Sia lodato Dio», rispose il giovane, così piano che lo si udì a malapena.

    Quella sera, tranquillamente seduti a un tavolo in un ristorante praticamente vuoto a Kurfurstendamm, Ferris fece una domanda a Hani. Era tentato di non dire nulla, di limitarsi ad assaporare le ultime note suonate dal maestro nel silenzio giunto dopo la fine della musica. Ma doveva sapere.

    «Il tuo tipo ci aiuterà per la faccenda di Milano?». Questa era l’unica questione veramente importante per gli agenti della Divisione Vicino Oriente.

    «Be’, che dire, spero proprio di sì. E se non ci aiuta per questa faccenda, lo farà per una prossima Milano, o per quella dopo ancora. Stiamo affrontando una lunga guerra. Ci saranno molti attacchi. Al momento, abbiamo un nuovo bandolo della matassa. Lo seguiremo. E quando scopriremo dove porta, allora forse capiremo il senso di tutte le Milano avvenute. Non trovi?».

    Ferris annuì. Non era una vera e propria risposta, quantomeno non era una risposta che gli Sherlock Holmes della Divisione Vicino Oriente avrebbero compreso. Gli avrebbero senz’altro chiesto per quale motivo avesse accompagnato il giordano fino a Berlino per poi non scoprire niente di nuovo. E dopotutto la domanda sarebbe stata legittima.

    «Ma allora perché mi hai invitato a venire con te?», azzardò Ferris. «Ti sono stato solo d’impaccio».

    «Perché mi piaci, Roger. Sei molto più sveglio dei tipi che Hoffman manda di solito ad Amman. Volevo farti vedere come operiamo, così forse non prenderai cantonate come gli altri. Non voglio che diventi arrogante. È la grande malattia degli americani, non trovi? Non voglio che contagi anche te».

    Hani era avvolto nel fumo bluastro e denso della sua sigaretta. Ferris lo osservò. Le cose stavano cambiando. Un mese prima dell’attentato a Milano, ce n’era stato uno a Rotterdam. In Europa ormai i terroristi ricorrevano regolarmente alle autobombe. Attacchi del genere avrebbero dovuto facilitare la cattura dei membri dell’organizzazione, ma invece il nemico diventava sempre più inafferrabile. Aveva modificato la sua strategia di guerra. Si percepiva un diverso fervore nella pianificazione di queste operazioni: sicuramente si era imposto un nuovo capo. Ferris era convinto che Hani l’avesse capito – era quello il bandolo della matassa, giusto? Per quello erano andati a Berlino quel giorno.

    «A chi dai la caccia?», gli domandò placidamente Ferris.

    Hani sorrise dietro le volute di fumo: «Non posso dirtelo, mio caro».

    Ma Ferris credeva di conoscere la risposta. Hani stava rincorrendo il suo stesso uomo, l’uomo di cui Ferris aveva già percepito la presenza alcuni mesi addietro in un nascondiglio a nord di Balad, qualche giorno prima di ritrovarsi con la gamba squarciata da una granata. Quando Ferris chiudeva gli occhi, un’immagine offuscata gli si formava sulla retina: l’immagine di un uomo che spediva bombaroli nelle capitali di quello che la gente voleva ancora considerare il mondo civilizzato. Di lui non esisteva nessuna foto, nessuna segnalazione, non si sapeva nemmeno se esistesse davvero. Tutto ciò che avevano era un nome. Quando l’agente iracheno di Ferris l’aveva pronunciato, quel giorno nei pressi di Balad, la sua voce si era ridotta a un cauto mormorio. «Suleiman», gli aveva rivelato. L’aveva a malapena articolato, come se nominarlo bastasse a decretare la sua condanna a morte. Il terrore aveva dunque un nome, e questo nome era Suleiman.

    ¹ Sistema tradizionale e rapido di trasferimento del denaro al di fuori del sistema bancario, usato in Medio Oriente, Africa e Asia, basato esclusivamente sul senso dell'onore dei contraenti (n.d.t.).

    ² Qualsiasi atto vietato dalla religione e dalla legge musulmana, perciò illecito, proibito (n.d.t.).

    2

    AMMAN

    Amman sembrava in preda a una febbrile inquietudine quando Ferris vi fece ritorno il giorno seguente, ma di quei tempi quasi tutte le città avevano i nervi a fior di pelle. In Iraq gli Stati Uniti erano inciampati in un nido di vespe, che adesso ronzavano in ogni suk e in ogni moschea del mondo arabo – e presto sarebbero arrivate nei centri commerciali e nelle gallerie di negozi del mondo occidentale. Nel volo della Royal Jordanian che da Berlino lo riportava ad Amman, Ferris captò la conversazione tra due arabi in abiti eleganti, seduti davanti a lui in business class, che parlavano dell’attentato di Milano, dimostrando buona conoscenza dell’argomento. «La dinamica dell’autobomba era esattamente identica a quella di Rotterdam». «No, la carica di esplosivi era maggiore, ed erano stati inseriti dei cilindri di propano nella macchina per potenziare l’esplosione». «È stata opera di Al Qaeda». «No, sono stati gli sciiti, che si sono fatti passare per Al Qaeda». «No, è stata una nuova organizzazione, più terribile di tutte le altre». Non concordavano su nulla, tranne sul fatto che la responsabilità ricadesse sugli Stati Uniti.

    Anche l’hostess aveva un’aria diffidente. Indossava una gonna rossa che le fasciava il fondoschiena, una giacca rossa in tinta e uno zuccotto rosso, di un modello che non si vedeva più da nessuna parte tranne che sulla testa delle assistenti di volo. Era questo che rendeva la Royal Jordanian così accattivante: come la stessa Giordania dava l’impressione che il tempo si fosse fermato. Ma l’hostess non rispose al tentativo di Ferris di attaccar bottone, e distolse deliberatamente lo sguardo con un leggero ghigno, mentre gli porgeva il vassoio del pasto. Era come se dicesse: tutto questo è colpa vostra, di voi americani.

    Ferris si accorse di essere oggetto di sguardi ostili mentre passava il controllo passaporti ad Amman. Il volo da Tel Aviv arrivava insieme al suo e i giordani lanciavano occhiatacce a tutti i passeggeri che sembravano israeliani o americani. Ebrei e crociati per gli arabi erano la stessa cosa. Ferris aveva voglia di mettersi al lavoro, di fare qualcosa di utile che potesse impedire a tutte quelle persone inferocite di seminare altra distruzione. Era tardo pomeriggio, quindi quasi tutti gli impiegati dell’ambasciata erano ancora al lavoro. Avrebbe potuto chiamare Hoffman, consultare la sua casella di posta, rispondere ai telegrammi che erano arrivati, pensare a cosa rispondere a chi gli avrebbe chiesto in che modo lui, Roger Ferris, si stesse adoperando per fermare gli attentatori prima che prendessero di mira una qualunque città americana.

    L’autostrada che dall’aeroporto conduceva ad Amman era disseminata di cartelloni pubblicitari che davano la falsa impressione di un mondo in pieno sviluppo: reclame di compagnie telefoniche, di proprietà immobiliari in riva al mare a Dubai, della Citibank, dell’hotel Four Seasons e dell’infinita gamma di servizi che la globalizzazione aveva fatto piombare nelle aspre terre del deserto arabo. Solo se ci si soffermava sui giganteschi manifesti che raffiguravano il giovane re – dall’aspetto un po’ ridicolo, con indosso vestiti tribali che non avrebbe mai messo nella vita reale o nell’atto di baciare il suo defunto padre in fotografie divenute amuleti nazionali, come se il vecchio re fosse ancora vivo – solo allora ci si rendeva conto che la tensione regnava ovunque. Quello era ancora il paese dei segreti e degli inganni, e la sopravvivenza era l’unico vero obiettivo della politica.

    Ciononostante Ferris amava Amman. Gli edifici bianchi dai muri di calce che davano alla città un’aria monastica, la purezza arida del deserto che può far girare la testa e che, ogni millennio circa, rende le persone talmente folli da inventare nuove religioni. Persino a mezzogiorno, in piena estate, faceva l’effetto di una sauna rinvigorente, una sensazione ben diversa dall’umidità spossante che Ferris ricordava di aver provato nello Yemen, o dallo spietato caldo torrido di Balad. Inoltre, in quel luogo sopravvivevano ancora diverse caratteristiche del mondo arabo: persino sull’autostrada che portava all’aeroporto si vedevano chioschi improvvisati, costruiti da ragazzini che vendevano frutta e ortaggi o servivano minuscole tazze di caffè arabo dall’aroma fragrante e amaro. Greggi di pecore girovagavano per le strade, sorvegliate da pastori che indossavano ampi mantelli e sembravano reduci da altre epoche. A dispetto di tutti gli sforzi che faceva per occidentalizzarsi, la Giordania rimaneva un paese orientale. I suoi mercati ospitavano ancora venditori di spezie, veggenti e trafficanti d’armi: una vita segreta che apparteneva a un circuito totalmente diverso rispetto al mondo McDonald’s.

    Vivere nella tranquillità non era forse la migliore delle vendette, ma era l’unica a disposizione dei palestinesi che abitavano lì e che costituivano ormai la maggioranza della popolazione. Tornavano da Doha e Riyad con modeste ricchezze, che spendevano nella costruzione di sontuose ville ad Amman, dove potevano invitarsi a vicenda, concludere affari e sfoggiare le proprie mogli, alla maniera occidentale. La chirurgia estetica ora spopolava nella moderna Amman: una donna non poteva considerarsi affermata se non si era rifatta il naso o il seno. Era come a Los Angeles, mancava solo l’oceano. Amman aveva anche una rivista, «Living Well», piena di pubblicità di negozi in cui le giovani donne arabe potevano comprarsi bikini, dvd di Sex and the City e mobili retrò. I rifugiati iracheni arrivati negli ultimi tempi aggiungevano il loro tocco personale all’insieme: facevano lievitare i prezzi del mercato immobiliare locale e creavano posti di lavoro per migliaia di delinquenti, che dovevano proteggerli da altri delinquenti.

    Il giovane re pareva aver compreso che l’avidità era il collante che assicurava l’unità nazionale. Sotto il suo regno la Giordania era passata dalla corruzione insignificante di un tempo a una corruzione barocca, alla libanese: persino alcuni generali dell’esercito avevano i loro portaborse. Gli agenti segreti erano così conosciuti che la loro identità era ormai un segreto di pulcinella, spettegolato in tutta la città, pur senza comparire mai per iscritto. Tutti quanti qui si nutrivano al seno dell’ipocrisia.

    E poi la Giordania era una terra dell’Islam: l’ispirazione segreta e il tormento di ogni paese arabo. Era quella la principale fonte di preoccupazione per gli agenti CIA di Amman – a parte fornire assistenza al giovane re. I giordani erano sunniti, e le moschee gestite dallo Stato erano fossilizzate quanto la Chiesa d’Inghilterra. All’interno della città vecchia, la grande moschea del re Hussein, a pietre bianche e rosa, era praticamente vuota il venerdì. I praticanti frequentavano le piccole moschee dei quartieri poveri e dei campi profughi al di fuori della città, oppure si recavano a Zarqa, la grande città industriale appena a nord di Amman, fondamentale centro di reclutamento per le attività clandestine. A volte si aveva la sensazione che in quella società gli sceicchi fondamentalisti fossero gli unici a dire la verità: denunciavano la corruzione e la decadenza delle nuove élite, dando voce alla rabbia che tutti provavano nel veder sfilare le Mercedes e le BMW senza poterla esprimere apertamente. Mentre il giovane re riceveva i maggiori rappresentanti del World Economic Forum in lussuosi hotel sul Mar Morto, nelle viuzze di Zarqa si vendevano arazzi con l’effigie di Osama Bin Laden e si ascoltavano registrazioni della sua dichiarazione di guerra agli Stati Uniti.

    In un telegramma che aveva inviato a Hoffman alcune settimane dopo il suo arrivo, Ferris l’aveva chiamata oleodotto: una rete jihadista che passava per Zarqa, faceva entrare e uscire dall’Iraq alcuni membri, li immetteva nei nodi linfatici del mondo arabo, e infine nelle arterie del mondo intero. Ferris era sulle tracce di una rete che aveva un nome. Quel nome che lui aveva pagato a caro prezzo in Iraq e che inseguiva sin dal suo arrivo ad Amman, due mesi prima. Sapeva dove si trovava il covo di Zarqa in cui il suo agente iracheno era stato reclutato, e conosceva i nomi di alcune persone che facevano la spola tra Zarqa e Ramadi. Queste informazioni frammentarie gli erano quasi costate la vita, ma erano un punto di partenza.

    Fin dal primo giorno ad Amman, Ferris aveva usato quei pochi elementi come uno scalpello, per scavare una falla nella caverna sotterranea dell’organizzazione. Aveva disposto che il covo di Amman fosse messo sotto sorveglianza. La National Security Agency captava ogni telefonata e ogni comunicazione telematica di tutti coloro che si erano avvicinati, anche solo di poco, al covo terrorista. Alcune unità di intercettazione seguivano i movimenti delle macchine che uscivano dalla casa. Ferris non aveva rivelato a Hani il nome del suo obiettivo, ma aveva la netta sensazione che non fosse necessario. A Berlino aveva maturato la certezza che entrambi stessero dando la caccia allo stesso uomo.

    L’ambasciata americana si levava imponente come una fortezza nel quartiere di Abdoun, fuori dal centro della città. Aveva una facciata di marmo bianco, il cui ingresso principale dava su un cortile semicircolare decorato con pietre rosa salmone. Era un bell’edificio, ma aveva un che di minaccioso. Alcuni blindati per il trasporto delle truppe giordane erano parcheggiati davanti all’ingresso, e al loro interno vi erano dei soldati delle Forze Speciali giordane, con il loro profilo aquilino e le mimetiche blu. Aveva tutta l’aria di essere l’ambasciata di un paese sotto assedio, il che non era molto lontano dal vero. Ferris penetrò all’interno del complesso a bordo di una macchina di servizio, poi salì lo scalone fino all’ultimo piano e alla sezione segreta della CIA. Quasi tutti gli impiegati erano ancora alle loro scrivanie quando lui arrivò. Magari volevano fargli una buona impressione, ma Ferris pensò piuttosto che evidentemente non avevano niente di meglio da fare che starsene chiusi in ufficio.

    Non appena fu nel suo ufficio Ferris chiuse la porta e chiamò Hoffman sulla linea protetta. Gli aveva mandato un telegramma da Berlino, ma non aveva avuto l’occasione di parlare direttamente con il suo capo divisione. Negli ultimi sette anni aveva capito che non si poteva mai sapere con certezza cosa si aspettasse Hoffman. Come la stessa agenzia, il suo superiore era un assemblaggio di compartimenti. Ci si poteva benissimo trovare in uno dei suoi compartimenti, con la convinzione di aver compreso alla perfezione il quadro d’insieme, per poi scoprire all’improvviso che ciò che interessava realmente a Hoffman si trovava in un altro compartimento, della cui esistenza si poteva essere al corrente oppure no. Ferris aveva imparato a rivolgersi prima all’ufficiale di guardia, quando voleva parlare con il suo capo. A quanto sembrava i tipi della Divisione Vicino Oriente spesso avevano qualche difficoltà a rintracciarlo – e in realtà non era chiaro se fossero poco collaborativi di proposito o se davvero non sapessero dove si trovasse. Ma questa volta l’ufficiale di guardia trasmise immediatamente la chiamata.

    «Aspettavo la tua chiamata», disse Hoffman. «Ma dove diavolo sei stato?»

    «Su un aereo. Poi in una macchina. Ma ora sono qui». Ferris si aspettava di dover fornire a Hoffman un resoconto dell’operazione di Berlino, ma a giudicare dal tono brusco del suo superiore capì che non sarebbe stato necessario.

    «A cosa mira Hani? È questo che voglio sapere. Questa operazione berlinese ci sarà d’aiuto?»

    «Non lo so. Hani non ha voluto dirmi un granché. Tu lo conosci meglio di me, ma la mia impressione è che proceda a un ritmo tutto suo. Non gli piace sentirsi pressato».

    «Hani va solo a due velocità: prima e retromarcia. Ma questa volta non possiamo permetterglielo. Questi suoi lentissimi movimenti di merda devono finire. Dobbiamo costringerlo a cambiare marcia. L’attentato di Milano ha terrorizzato tutti. Il Presidente dà addosso al direttore, chiedendogli come mai non siamo capaci di fermare questi terroristi, e il direttore dà addosso a noi. O meglio a me, per la precisione. Dobbiamo smantellare questa rete. E in fretta. Vedi di comunicarlo a Hani».

    «Non è ritornato. Si trova ancora a Berlino».

    «Perfetto! Il che significa che si sta lavorando la sua nuova recluta senza di noi. Non ci sto. Ma lo sa chi li paga i conti, eh?».

    Ferris esitò un momento, poi si decise a confidare a Hoffman i suoi sospetti.

    «Credo che stia dietro al mio stesso uomo. Non posso metterci la mano sul fuoco, ma credo che sia questo il vero obiettivo dell’operazione di Berlino».

    «Suleiman?»

    «Sissignore. Altrimenti non vedo perché si sarebbe adoperato così tanto per progettarla. Né perché mi avrebbe invitato. Secondo me c’è una sola ragione: sta cercando di penetrare nella rete di Suleiman».

    «Ora è più chiaro», rispose Hoffman. «Allora vengo da te. Questa faccenda dobbiamo condurla noi. O il Presidente chiederà la mia testa. E anche la tua, anche se non sarebbe poi una grave perdita. Intanto ti spedisco qualche pensierino per Hani, per fargli vedere che gli vogliamo bene. Cerca di accattivartelo quando sarà di ritorno. Papà arriverà presto per finire il lavoro».

    «Sicuro che sia necessario?». Ferris provò improvvisamente una strana inquietudine. Paura di perdere l’esclusiva sull’operazione di Berlino, innanzitutto, ma anche qualcos’altro che non riusciva a esprimere, nemmeno a se stesso. Non era il modo giusto di procedere, in quella parte del mondo. Non si poteva semplicemente dare un calcio nel sedere a qualcuno e poi aspettarsi di vederlo cooperare. Quello non era il KGB. Gli arabi ti aiutano se si fidano di te. Farebbero qualsiasi cosa per un amico, ma non farebbero mai niente per un estraneo. E meno di niente per qualcuno che ha mancato loro di rispetto. Stava per provare a dissuadere Hoffman, quando sentì un clic all’altro capo del telefono. Aveva riagganciato.

    3

    BALAD, IRAQ

    Quando Ferris udì per la prima volta il nome di Suleiman, aveva da poco iniziato quella che sarebbe dovuta essere una missione di un anno presso la sede della CIA di Balad,

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