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101 cose da fare a Venezia almeno una volta nella vita
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101 cose da fare a Venezia almeno una volta nella vita
E-book570 pagine4 ore

101 cose da fare a Venezia almeno una volta nella vita

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Info su questo ebook

Venezia come non l'avete mai vista!

Illustrazioni di Thomas Bires

Pensando a Venezia non si può fare a meno di evocare quelle immagini che fanno della città sulla laguna una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo: le gite in gondola, piazza San Marco, il Carnevale, il Ponte di Rialto… Eppure, vagando tra i sestieri, si ha l’impressione che ci sia dell’altro, un clima particolare e caratteristico tutto da assaporare. A chi desidera calarsi anima e corpo nella magica atmosfera della città sono dedicati questi 101 consigli, che vi guideranno nell’intrico romantico di calli e campielli alla scoperta dei luoghi più remoti e misteriosi, vi permetteranno di rivivere alcuni momenti della nostra storia attraverso spezzoni e riferimenti a famosi film, a pagine illustri della letteratura mondiale, di sbirciare attraverso il buco di una serratura o una fessura il magico mondo dei giardini segreti o le più nascoste botteghe, depositarie di segreti e secolari pratiche che tante bellezze hanno creato. Un itinerario insolito che attraversa memorie e tradizioni, curiosità e storia, raccontate dalle voci immortali della pittura del Canaletto o del Guardi, dalla poesia di Byron o di Shakespeare, dai volti scanzonati dei gondolieri… Una Venezia che si offre generosa come un’“ombra” delle sue osterie, fastosa come i palazzi che si affacciano sul Canal Grande, intrigante come i volti celati dalle maschere, immortale e incredibilmente varia e affascinante, assolutamente da non perdere.


Gianni Nosenghi
piemontese di nascita, genovese di adozione, veneziano di elezione, oltre a insegnare a truppe di ragazzini, si occupa di storia (una delle sue passioni), di didattica della storia, di teatro (altra sua passione) e di teatroscuola in particolare: tutto questo quando non si perde tra le calli e i campielli della città che ama di più al mondo.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854125438
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    101 cose da fare a Venezia almeno una volta nella vita - Gianni Nosenghi

    1.

    MANGIARE UN GIANDUIOTTO ALLE ZATTERE

    Venezia è una città da conquistare a piedi e già questo è sufficiente a renderla unica. Ogni passo, ogni scalino è un pezzetto di conoscenza che si accumula nella memoria.

    I piedi imparano a conoscere la forma del selciato, le mani accarezzano le balaustre dei ponti e pian piano si impara a conoscere Venezia semplicemente perdendosi al suo interno. Non è raro uscire al mattino con un percorso ben preciso in mente e sorprendersi dopo molte ore a girovagare per deviazioni, scorciatoie, percorsi diversi che sempre portano a scoperte inaspettate.

    In una simile prospettiva è indispensabile prevedere qualche sosta per riprendere fiato e decidere il da farsi. A seconda dell’orario si può scegliere un caffè all’aria aperta, uno spuntino in un bacaro, un’osteria, uno spritz, oppure, in orario di merenda, si può prendere in considerazione l’ipotesi di un gianduiotto. Per quest’ultima specialità, un indirizzo sicuro è la gelateria di Nico alle Zattere; il che ci dà l’occasione per regalarci una pausa di dolcezza e visitare questa zona di Venezia.

    Il nome Zattere di questa fondamenta, marginata e pavimentata nel 1519, deriva probabilmente dall’uso al quale era adibita: vi approdavano le zattere che trasportavano il legname dalla terraferma.

    Inizialmente il termine Zattere indicava solo una parte della fondamenta, mentre ora indica tutto il percorso che si snoda per centinaia di metri dalla punta della dogana fino a Santa Marta, a lato del Canale della Giudecca.

    Il tramonto alle Zattere è già di per sé un momento magico, col molino Stuchy in lontananza reso ancor più rosso dalla luce e i gabbiani che sorvolano tranquillamente le acque della Giudecca. È questo il momento migliore per avvicinarsi alla gelateria Nico e sedersi ai tavolini piazzati sulle fondamenta, nella bella stagione, oppure ripararsi al caldo del locale d’inverno. Cioccolate calde, caffè e gelati non mancano mai sui tavolini ingombri di bicchieri, ma a farla da padrone nella gelateria delle Zattere è il gianduiotto. Questa superba golosità consiste in un parallelepipedo di gelato al gianduia artigianale, affettato da una grande forma rettangolare che troneggia in vetrina, posto verticalmente in un capiente bicchiere pieno di panna montata (della casa, quella di Nico è famosa!). Essendo fondamentalmente un gelato, il gianduiotto è perfetto per combattere la calura estiva, ma, grazie al suo contenuto calorico, si apprezza anche nei giorni del rigido inverno veneziano dall’aria gelida e sferzante.

    Nel locale, se si tengono d’occhio i movimenti del cameriere lo si vedrà avvicinarsi al banco che dà sulla vetrina, quindi alla macchina per la panna; l’intera operazione verrà svolta dando le spalle forse non a caso: perché rovinare la sorpresa agli avventori? Anche il gourmand più smaliziato non può smettere di stupirsi di fronte a quella composizione monumentale: gli eleganti bicchieri di vetro, alti e stretti, sono sormontati da un’imponente guglia bianca che ne slancia ulteriormente la silhouette. Per scovare il gianduia bisogna prima attaccare la panna, in quantità più che generosa, sempre compatta e fresca. Dopo qualche cucchiaiata, ecco la massa scura, ghiacciata, da scalfire piano piano con la punta del cucchiaino. Riuscire a portarsi alla bocca un ricciolo di gelato e un po’ di panna contemporaneamente richiede un minimo di metodo e attenzione, ma il risultato è appagante.

    E per chi volesse continuare la passeggiata lungo le fondamenta, esiste anche il gianduiotto in versione passeggio, per non dire da asporto, termine che, chissà perché, sembra incapace di raccontare il piacere di regalarsi la doppia dolcezza del gelato gustato in uno dei più noti luoghi di Venezia, ammirando la Giudecca.

    Forse è la bellezza del luogo ad avere sempre attirato una clientela numerosa e spesso abituale, forse la bontà della panna e del gelato, o forse entrambe le cose; di sicuro gustare un gianduiotto alla Zattere non è solo un premio per le lunghe camminate ma soprattutto una piacevole e saporita maniera per prender parte alla vita di Venezia e dei veneziani.

    2.

    CONTARE I GRADINI DELLA SCALA DEL BOVOLO

    La Venezia più segreta si scopre camminando piano, senza fretta, senza ansia e senza badare al passo dei veneziani che, di calle in calle, di campiello in campiello, macinano chilometri e chilometri con passo da alpino.

    Se un giorno vi trovate in Campo San Luca, mantenete la destra, imboccate la prima calle a sinistra e vi troverete in Campo Manin dove sorge il monumento dedicato a uno dei patrioti protagonisti della lotta per l’indipendenza veneziana, che guidarono la ribellione contro gli austriaci nel 1849: Daniele Manin, appunto.

    Proprio in corrispondenza del monumento realizzato da Luigi Borro, sulla sinistra del campo, una stretta calle vi condurrà in uno degli angoli più nascosti e piacevoli di Venezia. Nel quattrocentesco Palazzo Contarini si trova infatti la splendida Scala del Bovolo, sì, quella di cui, tra le tante cose da fare almeno una volta nella vita, conteremo i gradini.

    Il nome stesso è un’anticipazione di questa straordinaria costruzione, perché bòvolo significa chiocciola, in veneto, o anche spirale, vortice, come il bòvolo de l’aqua. Esiste anche un tipo di pane chiamato così per la sua forma caratteristica, e persino i riccioli dei capelli che un tempo le signore arrotolavano pazientemente, scaldandoli perché mantenessero la forma, si chiamano così. E bovoi sono le lumachine che si mangiano anche crude, comprandole al mercato del pesce di Rialto, dove vengono vendute a secchi.

    La Scala del Bovolo è infatti a chiocciola e si arrampica entro una torre tonda, congiunta a un loggiato a cinque ordini sovrapposti.

    Una costruzione così particolare e spettacolare che finì per dare il nome non solo all’intero edificio, ma anche alla famiglia che lo fece costruire. La corte era chiamata un tempo Corte Maltese, per l’albergo Il Maltese aperto agli inizi dell’Ottocento da Arnoldo Marseille.

    Ma il Bovolo finì per fare prevalere la sua grazia e la sua unicità.

    La torre, costruita nel 1499 probabilmente a opera di Giovanni Candi, fu voluta da Pietro Contarini per abbellire la facciata interna del palazzo di San Paternian, oggi campo Manin.

    Attualmente è proprietà dell’IRE, Istituzione di Ricovero e di Educazione, ed è possibile visitarla tutti i giorni dalle dieci alle diciotto.

    La scala ha un aspetto quattrocentesco, in cui l’impronta primo rinascimentale viene resa più affascinante dall’influenza bizantina. Attiguo alla scala c’è un piccolo giardino in cui si notano, tra gli altri frammenti architettonici, alcune vere da pozzo, una delle quali, veneto-bizantina, è dell’XI secolo. Nell’insieme, però, il giardino non risponde appieno all’apparenza lieve e aggraziata del Bovolo, per quella sua aria un po’ cimiteriale che contrasta con la gioiosa corsa delle volute del Bovolo verso la cuspide della loggia con copertura a cupola, dalla quale si può godere di un bellissimo panorama.

    Salendo si possono ancora osservare i resti degli affreschi quattrocenteschi che ornavano la facciata.

    E salendo si contano i gradini... uno, due, tre... fino a... No, non lo diciamo. Vale la pena di contarli tutti e di arrivare in alto a dominare i tetti, i campanili, le cupole di San Marco, con un’intera visuale su questa magica città.

    3.

    TRASCORRERE UN POMERIGGIO NEL LABORATORIO DEL BEPI... MAESTRO DI FORCOLE PER GONDOLE

    Un’altra cosa da fare a Venezia, almeno una volta nella vita, è trascorrere qualche ora in uno degli ormai rari laboratori artigiani dove si costruiscono le forcole e i remi per tutti i tipi di imbarcazioni che richiedono la voga alla veneta.

    Ci si può recare da uno degli ultimi maestri remèri: Saverio Pastor, che lavora con Giuseppe Carli, il re delle fórcole, e Gino Fossetta, il mago dei remi. Il laboratorio delle forcole è in San Gregorio, vicino alla chiesa della Madonna della Salute.

    I costruttori di forcole erano, e sono, gli stessi che costruiscono i remi: i remeri. Fin dal 1307 erano associati in corporazione e, come rivela il nome, erano importanti soprattutto per la costruzione delle migliaia di remi necessari alla Serenissima, più che per la costruzione delle forcole. Queste erano ricavate da scarti della lavorazione delle barche ed erano molto semplici: nel XVI secolo la forcola era una soltanto: una tavola piatta con uno o due incavi semicircolari, morsi, dove appoggiare il remo.

    Ma cosa sono e a cosa servono le forcole? Le forcole sono gli scalmi per la voga alla veneta, di forma molto differente in base al tipo di barca cui appartengono e alla posizione di voga cui sono assegnate.

    La voga alla veneta nasce dalla necessità di percorrere gli stretti canali veneziani con il minimo ingombro e la massima visibilità. Si voga in piedi, con una tecnica del tutto originale che appare un miracolo di equilibrio e che è talmente nota da essere diventata un’icona della città, soprattutto nel caso della gondola, di cui in particolare parleremo: il rematore infatti sta eretto in fondo alla barca, rivolto verso prua, e rema utilizzando un solo lungo remo o due incrociati, appoggiati appunto alle forcole, scalmi liberi, sui quali il remo passa da un punto d’appoggio a un altro, ottimizzando la spinta e permettendo ogni tipo di manovra e che soprattutto, insieme all’inclinazione e alla linea asimmetrica della gondola, consente di avanzare in linea retta pur vogando su di un unico fianco, grazie a un esperto movimento del remo in entrata (premer) e in uscita (staìr).

    Il remo lavora sulla forcola in molte posizioni, ad esempio nella voga all’indietro o quando la barca deve ruotare sul suo asse.

    La forcola ha così assunto le forma che la caratterizza e le parti in cui si articola hanno in veneziano nomi che per curiosità riportiamo senza addentrarci ulteriormente in aspetti tecnici: testa, morso, naselo de sora, naselo de soto, recia, sanca e comio, tapa, sata.

    La forma della forcola varia in relazione alle tradizioni locali, a fattori di carattere estetico e all’uso cui è destinata, ma anche in rapporto alle caratteristiche corporee e di stile di voga di ogni singolo vogatore, come avviene ad esempio per le forcole da regata, disegnate su misura per ciascuno.

    Le forcole da lavoro sono più semplici e meno decorate di quelle da diporto, spesso impreziosite da intagli e dorature, le velae. Semplificando le tecniche di questo complesso strumento, possiamo dividerne l’uso in forcole da poppiere e forcole da prodiere, queste ultime utilizzabili sia per la voga a uno o sulla nerva, cioè sul fianco della barca, sia in presenza di più vogatori, posizionando il remo su uno o l’altro degli alloggiamenti presenti sulla forcola stessa secondo la necessità.

    Il tipo di legno, noce in genere, ma anche ciliegio, acero e ulivo, e la tecnica di taglio che segue la venatura del legno sono naturalmente essenziali per ottenere il primo pezzo, la stela, di una buona forcola.

    Ma dopo questo primo passo, la strada è ancora lunga e complessa.

    I pezzi freschi vengono tagliati in quarti, scortecciati e stagionati.

    La lavorazione viene effettuata poi con la sega a nastro e l’ascia prima di scolpire le curve alla morsa con i ferri a due manici. Il remèr deve seguire l’operazione passo per passo e quando finalmente il pezzo è pronto, si rifinisce e si liscia con raschietto e carta da vetro. La forcola viene firmata, numerata e rifinita con più mani d’olio paglierino.

    Non so se, con questo racconto dettagliato, sono riuscito a trasmettere la qualità artigianale, l’arte che richiede la creazione di questo importante pezzo, il cui utilizzo si mantiene sostanzialmente inalterato, pur con qualche cambiamento e miglioria, fin dal XVI secolo.

    Un’arte che ha fatto della forcola addirittura un pezzo da collezione, custodito in raccolte in ogni angolo del mondo.

    Il lungo remo, che secondo il tipo di barca da due metri e mezzo arriva a superare i cinque, è invece ricavato da una stela di faggio, cioè da un giovane tronco che garantisca al tempo stesso elasticità e robustezza. L’ampliamento della pala fino alla misura voluta si ottiene con cortei laterali asimmetrici in legno duro.

    L’impugnatura cilindrica del remo si chiama in veneziano giron mentre l’entra è la parte che lavora sullo scalmo; vi sono poi il soraosso, il copo, la pala, il corteo longo e il corteo curto che, trovandosi sul lato inferiore della pala, è il primo a entrare in acqua. I remi sono costruiti in modo che risultino più pesanti nella parte inferiore per aiutare il movimento della voga e variano per dimensione e forma secondo l’uso a poppa o a prua.

    Guardarne la realizzazione, passando qualche ora in uno dei laboratori artigiani, significa toccare con mano l’ingegno e la creatività: un pomeriggio diverso, costruttivo e affascinante di una Venezia insolita e sorprendente.

    4.

    ANDARE IN GONDOLA SOTTO IL PONTE DEI SOSPIRI

    Passare in gondola sotto il Ponte dei Sospiri: bisognerebbe farlo al buio, quando la sua sagoma arcuata, sospesa sull’acqua del rio di Palazzo, s’intravede appena. Nell’aria galleggia il ritmico sciacquio della vogata, quasi un respiro nel silenzio della notte.

    Un respiro o un sospiro, quali quelli che la nostra immaginazione ci fa percepire e che fanno rivivere, di quel ponte, l’antica, cupa leggenda.

    Durante il giorno, con le migliaia di turisti in posa, sorridenti, che uno dopo l’altro si fanno immortalare dinanzi al ponte più famoso di Venezia, e con l’altrettanto costante calca in attesa del proprio turno per la foto ricordo, con l’inerte fair play del turista educato, è quasi impossibile cogliere quel respiro profondo del mare, dell’aria che scivola lungo le mura e turbina e sale come un lamento.

    Un tempo, il ponte veniva attraversato dai condannati o dai detenuti in attesa di giudizio, trascinati dagli uffici dei tribunali di Palazzo Ducale alle Prigioni o nel percorso inverso, e se ne udivano i lamenti, i sospiri appunto, o forse lo si supponeva soltanto, vista la durezza delle condanne.

    Il ponte fu voluto dal doge Marino Grimani nel 1602, per collegare Palazzo Ducale all’edificio delle Prigioni Nuove. Costruito in pietra, in stile Barocco, nasconde completamente due corridoi separati da un muro che collegano le Prigioni, l’uno diretto alle Sale dei Magistrati situate al piano nobile del Palazzo Ducale, l’altro alle Sale dell’Avogaria e al Parlatorio. Ciascun corridoio è poi collegato alla scala di servizio che dai Pozzi porta fino ai Piombi.

    Le prigioni nuove furono fatte costruire dopo il 1580 da Antonio da Ponte, in un palazzo separato dal Ducale dal rio di Palazzo, anticamente chiamato delle Prigioni, e sostituirono quelle vecchie risalenti al secolo XI, site nel Palazzo Ducale, dove il Consiglio dei Dieci raccoglieva i prigionieri. Le celle più inospitali erano i cosiddetti Pozzi, collocati al piano terreno al di sotto del livello dell’acqua e perciò estremamente umidi e malsani: diciotto stanzette rivestite in legno, buie e comunicanti attraverso tetri corridoi. Erano destinate ai prigionieri di condizioni inferiori che vi venivano ammassati in condizioni di vita spaventose: insetti di qualsiasi tipo annidati in ogni fessura, cibo scarso e disgustoso e aria irrespirabile. Si dice che ai condannati a morte fosse concesso una possibilità di scampo: se riuscivano a girare attorno a una colonna, tuttora visibilmente rientrante, senza scivolare in acqua, avevano salva la vita. Un’impresa quasi impossibile.

    I condannati eccellenti erano invece detenuti nei Piombi, così chiamati per le lastre di piombo che ne rivestivano i tetti, e quindi gelidi d’inverno e torridi in estate. Anche i detenuti per crimini politici erano sistemati qui e, in altre celle, venivano imprigionati quanti erano stati condannati per reati minori ed erano in attesa di giudizio: poche celle ricavate nel sottotetto grazie a tramezze di legno inchiodate e irrobustite da grosse lamine di ferro. Ai detenuti, però, era garantita assistenza medica, quella dell’epoca, ovviamente, oltre alla possibilità di una modesta somma con la quale potevano procurarsi pasti migliori e soddisfare piccole necessità; era concesso loro anche di usufruire di propri mobili e suppellettili, di muoversi al di fuori della cella per una breve passeggiata e di vivere in ambienti che venivano regolarmente puliti.

    Le numerose informazioni sulle antiche prigioni veneziane provengono in gran parte da Casanova che nell’autobiografica Storia della mia fuga dai Piombi fornisce numerosi dettagli sulle carceri e sulla vita dei detenuti. Casanova non fu il solo personaggio famoso detenuto nei Piombi e nei Pozzi di Venezia: tra gli altri, anche Giordano Bruno, Silvio Pellico, Daniele Manin e Nicolò Tommaseo ne furono loro malgrado ospiti. A dispetto degli attenti controlli, qualche prigioniero riuscì a fuggire dalle prigioni del palazzo e il più famoso fu proprio Giacomo Casanova, al quale abbiamo dedicato un capitolo: vi si racconta anche la rocambolesca fuga che riuscì grazie all’aiuto di un monaco somasco, nonché patrizio veneziano, Marino Balbi, suo compagno di reclusione. Nella notte tra il 31 ottobre e il primo di novembre del 1756, Casanova avrebbe, secondo il suo racconto, scavato le assi di legno con uno strumento di fortuna e rimosso la lastra di piombo della copertura, per salire poi sul tetto e lasciarsi scivolare lungo lo spiovente fino a una delle stanze del palazzo. Sarebbe persino stato visto, ma non riconosciuto, da una guardia che, scambiandolo per un personaggio di riguardo rimasto chiuso nella stanza per errore, l’avrebbe inconsapevolmente aiutato a uscire. Appena fuori dal palazzo, Casanova avrebbe addirittura gustato un caffè in piazza San Marco prima di allontanarsi e fuggire verso la Francia.

    Altre prigioni furono collocate nelle Terre Nuove dove un tempo erano i Giardinetti Reali: vi erano serragli per belve e squeri, o cantieri, in cui si lavorava alla costruzione di galee. Dal 1340 vi si costruirono poi magazzini per grano, i pubblici granai di San Marco.

    In quelle prigioni furono rinchiusi i genovesi catturati nella cosiddetta guerra di Chioggia del 1380.

    Altri sospiri erano sicuramente percepibili accanto al ponte del Rialto dove si trovavano le Prigioni dei Debiti e luogo dei magistrati differenti, poste a pianterreno del palazzo in cui avevano sede tra l’altro le attività di riscossione e quindi i consoli, i sopraconsoli e i camerlenghi. Erano prigioni utilizzate per piccole trasgressioni e per debitori, ma in qualche caso ospitavano anche colpevoli in attesa di essere trasferiti.

    Molti dei condannati, nell’età d’oro della Serenissima, erano individuati e arrestati da una particolare e temuta istituzione, il Collegio dei Signori della notte, creato nel 1274 e poi suddiviso nel 1544 in Signori della notte al Criminal e Signori della notte al Civil. Già il loro nome fa comprendere che si trattasse di un’istituzione di tutto rispetto, composta da due particolari magistrature della Repubblica che, già dal XII secolo, avevano il compito di girare per la città e arrestare qualsiasi tipo di malfattore, indagare su incendi notturni, vegliare sulle osterie e sulle meretrici. Avevano competenza sui reati carnali e sulla bigamia, come su furti, assassinii, vagabondaggio e persino sulle danze notturne, competenza che fa immediatamente comprendere quanto frequente fosse questo tipo di criminalità. Il loro lavoro si svolgeva dal tramonto all’alba, le ore in cui il buio favoriva le attività criminali. Anche la loro stanza a Palazzo Ducale aveva un nome altrettanto inquietante: si chiamava infatti Camera del Tormento. Interrogatori e processi avvenivano prevalentemente nelle ore notturne e, per aumentare lo stato d’ansia che certamente il buio instillava in chi veniva arrestato, i Signori della Notte ricorrevano ad alcuni accorgimenti psicologici come quello di mantenere sempre le spalle alla luce, in modo che il loro volto restasse nascosto. Quando la psicologia non era sufficiente, sopperivano con la tortura ed era così facile piegare la resistenza degli accusati. Un tipico supplizio era quello della corda: gli inquisiti venivano appesi per le braccia legate dietro alla schiena. E dopo la confessione, qualche volta purtroppo brutalmente estorta, le condanne erano altrettanto crudeli, qual era la consuetudine dell’epoca.

    Facciamo un esempio a caso: Giovanni Nasone, omicida, 1539.

    Nasone fu condannato a morte per decapitazione e più precisamente a essere condotto su una chiatta, legato seminudo a un palo, a essere colpito per dieci volte con una tenaglia infuocata, al taglio della mano destra che gli sarebbe poi stata appesa al collo fino al momento della decapitazione, alla quale avrebbe fatto seguito lo smembramento del corpo in quattro parti. Alla vigilia dell’esecuzione, fu concesso al fratello, Pietro, di abbracciarlo per l’ultima volta.

    Forse vi furono anche degli abbracci, ma Pietro soprattutto si preoccupò di portare al fratello una dose mortale di veleno che gli risparmiasse quella condanna disumana. Le autorità comunque pretesero che, anche se ormai cadavere, Nasone subisse le mutilazioni comminate.

    5.

    SALIRE SUL CAMPANILE DI SAN GIORGIO E GUARDARE VENEZIA DALL’ALTO

    Il campanile in questione si trova nell’Isola di San Giorgio Maggiore o Isola dei cipressi, come spesso viene chiamata; Maggiore per distinguerla dall’omonima, e più piccola, San Giorgio in Alga.

    Prima del Mille, nei terreni allora paludosi della piccola isola, vivevano stabilmente poche persone impegnate nell’attività di un mulino e di una salina e faccia a faccia con i soldati del sistema di fortificazioni sorte a difesa della laguna.

    Nel 790 era stata costruita dai monaci una piccola chiesa, dedicata al santo, che costituì il primo nucleo di quello che sarebbe divenuto uno dei centri culturali più vivi e prestigiosi nonché un’oasi spirituale della laguna veneta.

    L’avvio di questo processo ha radici lontane: era l’anno 1108 quando i monaci presero in consegna le spoglie di santo Stefano, il 26 di dicembre, giorno appunto intitolato al santo. L’allora doge Ordelaffo Falier diede inizio alla tradizione che vide per secoli la Signoria e le massime cariche dello stato sfilare in processione il giorno dopo Natale, per rendere omaggio al santo. E il numero di barche addobbate che riempivano il canale era sempre sorprendente, a dispetto della temperatura spesso inclemente.

    Nel secolo successivo, l’isola subì, come l’intera Venezia, i danni del tremendo terremoto del 1223 che le cronache ricordano come uno dei peggiori della storia: gli effetti devastanti fecero sì che il doge Sebastiano Ziani facesse costruire un nuovo convento e una nuova chiesa. Ma l’impronta definitiva fu data nella seconda metà del Cinquecento quando Andrea Palladio progettò e iniziò la costruzione di quell’opera grandiosa che è la chiesa di San Giorgio: un miraggio, un tempio che sembra galleggiare sull’acqua, posto di fronte alla piazzetta di San Marco e alla Riva degli Schiavoni, dalle quali può essere ammirato in tutta la sua magnificenza. La visione palladiana comprendeva, oltre alla chiesa, il refettorio e i chiostri, altrettanto poderosi nella struttura.

    Scomparso il Palladio, la costruzione passò nelle mani di Baldassare Longhena, artista altrettanto geniale che, pur rispettando la sostanza del progetto, lo integrò con l’ampio scalone a due rampe e la biblioteca, completandone la scenografica visione plastica.

    Tra le date memorabili che la piccola isola annovera, si può ricordare in particolare l’incontro tra Federico Barbarossa e il pontefice Alessandro III nel 1177, e il Conclave del 1800 che elesse papa Pio VII, un conclave forzatamente riunito lontano da Roma, per evitare le ingerenze e le richieste di Napoleone che pesavano sulla città Eterna, nella sala dove oggi è conservato il San Giorgio che uccide il Drago del Carpaccio, tema classico che ritroviamo anche nella Scuola di San Giorgio di Riva degli Schiavoni.

    Poco dopo questo evento anche San Giorgio subì il destino di tutti gli altri insediamenti religiosi, con le usuali manomissioni e spoliazioni e soprattutto con una nuova destinazione a uso pubblico che seguirono il dominio francese. Negli anni la piccola isola avrebbe avute molte funzioni e le più disparate: da foresteria a deposito di munizioni, da porto franco a deposito di aerostati.

    Quando San Giorgio divenne porto franco, nel 1810, vennero edificate due torrette faro sulla banchina ma, soprattutto, l’isola si riempì di capannoni antiestetici che rispondevano disordinatamente alle nuove necessità commerciali; alla metà di quello stesso secolo il convento sarebbe stato infine adibito a caserma per il reggimento dei genieri lagunari. Le filosofiche dispute che ne avevano animato il chiostro e il convento, ispirate dal beato Giovanni Morosini fin dagli inizi del millennio, sembravano cancellate. In seguito, il recupero della vocazione spirituale e letteraria dell’isola sarebbe stato però costante grazie alle attenzioni della Fondazione Cini e della Fondazione Campiello che nel 1963 avrebbe inaugurato proprio in San Giorgio il Premio Campiello, premiando in quella prima edizione il romanzo di Primo Levi La Tregua.

    Sotto il profilo culturale formativo, sono da ricordare anche il Centro salesiano arti e mestieri e il Centro del marinaro per i mestieri del mare. E oggi il Teatro Verde, che sarà presto riaperto con nuovi spazi museali, laboratori e sale per la ristorazione, nonché con l’indispensabile punto di ristoro, per sedersi ad ammirare la città, costituisce un ulteriore momento dell’azione di rinnovamento e ammodernamento dell’isola.

    La nostra meta è quella di raggiungere il campanile per regalarci un’altra visione di Venezia dall’alto e non solo della città: Giudecca, San Marco, tutti i sestieri, il Lido e l’intero specchio lagunare, con le isole della laguna nord e sud, grazie all’altezza di 75 metri del campanile, inferiore soltanto a quello di San Marco. Nello specchio d’acqua sottostante i tre colori del campanile si riflettono come una bandiera: la canna quadrata in laterizi rossi, il bianco della pietra d’Istria della cella campanaria e infine il verde della cuspide sormontata da un angelo.

    Costruito nel 1467, dopo un crollo nel XVII secolo, venne ricostruito alla fine di quello stesso secolo su progetto del frate bolognese Benedetto Buratti, ancora una volta grazie alla disponibilità del Senato che favorì economicamente l’opera: San Giorgio Maggiore, del resto, si affaccia proprio di fronte al Palazzo Ducale ed è comprensibile che le più alte cariche veneziane ne seguissero le sorti con particolare attenzione.

    Ma prima di arrivare alla cima del campanile e godere di un panorama straordinario, attraversiamo la basilica. Vi sono molte opere da ammirare ma ne citiamo solo qualcuna, in questa nostra guida che non ha la pretesa di essere una guida all’arte, ma solo uno spunto per vivere 101 momenti indimenticabili: La Madonna in trono di Sebastiano Ricci, L’ultima Cena di Jacopo Tintoretto; le tele di Palma il Giovane e di Jacopo Bassano e i bassorilievi del coro di Albert Van der Brul.

    Poi, quando finalmente arriviamo lassù, ci sentiamo padroni della città.

    6.

    INSEGUIRE TADZIO AL LIDO SULLE ORME DI THOMAS MANN

    Per chi ha una vena romantico-letteraria e trova nell’estetica l’espressione più alta della mente umana, consiglio una particolare visita al Lido e alla città, per ripercorrere l’itinerario struggente descritto da Thomas Mann in La morte a Venezia: il famoso romanzo, pubblicato nel 1912, che racconta l’inseguimento di un sogno irrealizzabile, ambientato in una Venezia lugubre e splendida.

    Dovremmo seguire l’avvertimento dello scrittore e raggiungere il Lido dal mare: «Che arrivare a Venezia per via di terra dalla stazione significa entrare in un palazzo dalla porta posteriore».

    Il Lido sembra fatto apposta per evidenziare quell’atmosfera di sogno decadente. È del resto sempre stato una meta prediletta degli spiriti romantici, fin dai primi anni dell’Ottocento quando in laguna arrivò lord George Byron, fuggiasco dall’Inghilterra, e fu stregato da quest’isola che, come una diga allegorica, sembrava escludere Venezia dal tempo e dal mondo. La sua atmosfera sospesa ed evanescente, in bilico tra la carnale vivacità di Venezia e le solitudini melanconiche del mare aperto, sembra esercitare un’attrazione fatale sugli intellettuali decadenti e simbolisti dell’Europa del Nord.

    Dopo Byron anche lo scrittore Percy Bysshe Shelley si entusiasmò per quel: «Vassoio riempito da una rena dorata, morbida e liscia come la pelle di una giovane dama», che sarebbe stato salotto letterario di George Sand, Alfred de Musset e Henry James e luogo di culto del turismo d’élite: l’aristocrazia europea e i ricchi borghesi tedeschi e inglesi, i dandy e gli snob di ogni continente, nel secolo scorso, la consideravano una tappa d’obbligo per la stagione balneare e un rifugio per i loro vizi più segreti.

    Una sfilata di ville e villini neogotici, neobizantini o liberty, mescolati all’architettura eclettica e borghese della Belle Époque, fiorirono tra la chiesa cinquecentesca di Santa Maria Elisabetta, la chiesa e convento di San Nicolò, il porticciolo e il vecchio borgo marinaro di Malamocco. Ma il tratto distintivo del Lido sono i grandi alberghi: l’Hotel Des Bains, dalle preponderanti atmosfere liberty, e il Grand Hotel Excelsior, maestosa costruzione neomoresca con tanto di cupole e minareti, sono edifici sfarzosi che il tempo ha trasformato in protagonisti del paesaggio con cui mentalmente raffiguriamo Venezia. Ancora oggi emana il fascino nostalgico e inquieto della malinconia, soprattutto in primavera, se vogliamo seguire i passi del nostro protagonista, Aschenbach, e immergerci nell’atmosfera rarefatta e surreale di questa stagione.

    Mann, che, ricordiamo, ebbe il Premio Nobel per la letteratura nel 1929, era del resto un cliente abituale del Grand Hotel Des Bains del Lido che, assieme al centro storico di Venezia, fa da sfondo alla struggente, impossibile e violenta passione dello scrittore Gustav von Aschenbach per l’efebico Tadzio.

    Il grande regista Luchino Visconti porterà sullo schermo nel 1971 questa vicenda di estenuata sensualità che trova nella solitaria morte del protagonista l’epilogo tragico di un amore impossibile.

    Entrando all’Hotel Des Bains si ha la sensazione di venire proiettati nell’atmosfera ovattata e opulenta della Belle Époque e di scorgere nella penombra l’infantile figura di Tadzio, così come ce la racconta il grande scrittore tedesco: «Un ragazzo dai capelli lunghi, sui quattordici. Con stupore, Aschenbach notò che quest’ultimo era di una beltà perfetta. Il volto, pallido e graziosamente chiuso, incorniciato di capelli color miele, il naso diritto, la bocca vezzosa, un’espressione di gentile, divina serietà, ricordava le sculture greche dell’epoca d’oro, e alla pura perfezione della forma univa un fascino così unico e personale, ch’egli credette di non aver mai incontrato, né in arte né in natura, nulla di così compiutamente riuscito...».

    E poi andiamo a passeggiare da soli sul litorale deserto sferzato da un vento ancora freddo, cercando d’immaginare la spiaggia d’estate affollata di bagnanti, di individuare in quella folla immaginaria l’esile figura di Tadzio sulla battigia: «...e lo spettacolo di quella figura viva, giovanilmente acerba e piena di grazia, che sorgeva coi riccioli grondanti dalle profondità del cielo e del mare e, bello come un dio, si scioglieva dall’amplesso dell’onda, quello spettacolo evocava mitici fantasmi, era come una leggenda poetica dell’età arcaica, dell’origine della forma e della nascita degli dèi».

    Amore e morte in un freddo tramonto sul mare e sulla laguna, in un gioco di rilettura e d’interpretazione di La morte a Venezia, per far rivivere, ancora una volta, i personaggi del romanzo, collocandoli negli ambienti e nelle atmosfere descritte da Thomas Mann.

    Un itinerario di struggente malinconia che ci offre l’occasione di riprendere tra le mani un grande classico e di vedere Venezia con gli occhi di quella

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