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Storia e storie di camorra

Storia e storie di camorra

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Storia e storie di camorra

Lunghezza:
419 pagine
5 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854126848
Formato:
Libro

Descrizione

La storia senza fine del crimine in Italia

I segreti e gli intrighi di potere dello scioccante mondo parallelo della criminalità organizzata

Episodi di sangue, violenza e intrighi da cui emerge il potere devastante della camorra. Protagonisti delle storie non sono soltanto i boss e i loro sicari alle prese con omicidi, stragi ed esecuzioni brutali, ma anche personaggi della società civile che hanno pagato un prezzo altissimo nel tentativo di opporsi alla logica della violenza e dell’illegalità: in questo libro si parla di gente perbene, vittime innocenti, poliziotti corrotti, killer pentiti, preti dalla doppia vita, politici collusi, eroi mancati, martiri ammazzati nell’indifferenza generale. Alcuni episodi sono noti, altri invece sono finiti nel dimenticatoio o vengono volutamente ignorati; talvolta sono vicende che i media hanno colpevolmente trascurato o sottovalutato, in altri casi ancora si tratta di delitti rimasti impuniti. Ma ciascuna di queste 101 storie denuncia la presenza sul territorio di un potere parallelo, strisciante e tentacolare, capace di infestare progressivamente tutti gli ambiti della società: un fenomeno allarmante che investe l’Italia intera, e non solo quella parte dello stivale che va dalla Campania in giù.

Killer senza scrupoli
Vittime innocenti
La storia senza fine del crimine in Italia

Alcune delle storie narrate:

• La camorra nel Palazzo
• Il calciatore che premiò il boss
• Il caso Tortora
• Corna o camorra?
• Maradona nella vasca dei Giuliano
• Tre carabinieri sul libro paga del clan
• Il boss comunista
• Il “pentimento” di Cutolo

Hanno scritto dei libri di Bruno De Stefano:

«Un libro secco, chiaro, duro.»
Roberto Saviano
Bruno De Stefano
Giornalista professionista, ha seguito la cronaca nera e giudiziaria per diversi quotidiani, tra cui «Paese Sera» e «Il Giornale di Napoli», e per il settimanale «Metropolis». Ha lavorato per il «Corriere del Mezzogiorno», «City», il «Corriere della Sera» e «La Gazzetta dello Sport». Tra le sue pubblicazioni per la Newton Compton La casta della monnezza, La penisola dei mafiosi, 101 storie di camorra che non ti hanno mai raccontato, I boss della camorra, Napoli criminale e, insieme a Vincenzo Ceruso e Pietro Comito, I nuovi boss. È stato tra i curatori dell’antologia sulle mafie Strozzateci tutti e nel settembre del 2012 ha vinto il Premio Siani con il volume Giancarlo Siani. Passione e morte di un giornalista scomodo.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854126848
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Storia e storie di camorra - Bruno De Stefano

STEFANO

Guardie o ladri?

Quando nell’agosto del 2001 l’allora ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi (Lega Nord), sostenne che «mafia e camorra sono fenomeni che ci sono sempre stati» e che quindi «dovremo convivere con queste realt໹ , si scatenò un putiferio. L’uscita fu infelice, è innegabile, soprattutto perché un uomo di governo certe affermazioni non può farle come se stesse chiacchierando al Bar dello Sport. Lunardi fu massacrato (da politici, magistrati, giornalisti, antimafiosi veri e antimafiosi di professione, associazioni varie, preti, prefetti, questori e via discorrendo) perché colpevole di aver certificato una resa incondizionata dello Stato di fronte a un dramma che invece andava affrontato impiegando tutte le forze sane disponibili. Una reazione, quella degli antilunardiani, decisamente condivisibile, ma un po’ ipocrita. Perché basta sfogliare un libro di Storia per rendersi conto che in passato le mafie non solo sono state tollerate, ma sono state anche utilizzate dalle istituzioni.

Uno dei casi più eclatanti riguarda proprio Napoli e la camorra. «Sembra una storia inventata da qualche vecchio leghista ubriaco, e invece è vera», scrivono Antonio Emanuele Piedimonte e Arianna Scognamiglio nel libro Napoli. Uomini, storia e luoghi della città smarrita (Edizioni Intra Moenia 2009).

Sembra una storia inventata, infatti, invece è tragicamente vera perché è proprio all’ombra del Vesuvio che si è realizzata la più straordinaria delle metamorfosi, con la trasformazione della camorra in un corpo di polizia. Un compromesso alla luce del sole grazie al quale i ladri diventarono guardie. Tutto accadde nell’estate del 1860, quando il dominio dei Borbone fu messo in crisi dal vento nuovo che arrivava dalla Sicilia, dove Giuseppe Garibaldi era sbarcato insieme ai suoi mille volontari. Allarmato dall’incalzare degli eventi, il re Francesco II, per dimostrare di essere aperto al nuovo, varò un governo più in linea con le idee liberali in voga in quel momento; e per dimostrare di fare sul serio, promulgò un’amnistia con la quale restituì la libertà a molti oppositori. Dalle celle, però, non uscirono solo fior di patrioti ma anche, e soprattutto, tantissimi delinquenti. Il risultato fu disastroso, perché Napoli diventò ingovernabile, le forze dell’ordine finirono completamente allo sbando e impreparate ad affrontare il ritorno in circolazione di tantissimi criminali. E allora entrò in scena Liborio Romano, un ex prefetto diventato ministro di polizia, che escogitò una soluzione che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto impedire omicidi, furti e saccheggi. A pochi giorni dai disordini, il ministro convocò Salvatore De Crescenzo, un personaggio conosciuto col soprannome di Tore ’e Crescienzo. Non era né un avvocato né uomo di legge. Tutt’altro: Tore era un feroce delinquente, un cosiddetto capintesta della Bella Società Riformata, una sorta di boss della camorra del diciannovesimo secolo. Aveva commesso degli omicidi ed era notoriamente un estorsore, in pratica quanto c’era di peggio in circolazione. Ma Liborio Romano pensava che, proprio perché rappresentava il peggio, potesse essere l’unico a riportare l’ordine in una città ormai in preda al caos. A De Crescenzo, il ministro propose l’occasione per redimersi e per rendersi utile alla collettività: nominarlo comandante della polizia e concedergli la possibilità di arruolare tutti i suoi compari della Bella Società Riformata. Tore, sbalordito dall’incredibile offerta, chiese un’ora per pensarci, poi tornò da Romano per riferirgli che era pronto ad accettare l’incarico: «Eccellenza, state sicuro che tutti i compagni sono stati avvertiti. Disponete pure della nostra vita». Agli inizi di luglio del 1860, dunque, si compì l’abbraccio mortale tra il potere legale e la camorra.

Scrive Vittorio Paliotti in Storia della camorra (Newton Compton 2004):

Contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello e armati apparentemente solo di un bastone, i membri della Bella Società Riformata arrestarono ladri e malfattori e impedirono quei saccheggi tipici dei periodi di transizione politica. Salvarono insomma la città dal caos, come hanno riconosciuto tutti gli storiografi, tranne, naturalmente, quelli di osservazione borbonica.

Per deformazione professionale, i camorristi promossi a guardie da Romano nei primi giorni si impegnarono soprattutto a regolare i conti con alcuni rivali, vendicandosi degli ispettori e dei commissari di polizia che li avevano giustamente perseguitati in passato. Ma, come racconta Paliotti, dopo aver creato ulteriore trambusto, i camorristipoliziotti ben presto si rivelarono degli integerrimi paladini della legge. E proprio gli uomini agli ordini dell’ex capintesta Tore ’e Crescienzo, qualche mese dopo, garantiranno una degna accoglienza a Garibaldi e alle sue truppe, approdati a Napoli per completare la rivoluzione iniziata con lo sbarco a Marsala. Liborio Romano venne riconfermato ministro di polizia e i camorristi continuarono a fare i poliziotti, ma ben presto si resero conto che potevano continuare a delinquere come ai vecchi tempi, utilizzando a proprio favore l’appartenenza alle forze dell’ordine. Ed ecco che Tore, rispolverando la sua vocazione da criminale, rimise in piedi il racket sul contrabbando di mare, mentre il suo collega Pasquale Merolle prese la gestione di quello di terra. Gli uomini di De Crescenzo e Merolle controllavano tutti i varchi della città e imponevano una tangente che finiva nelle casse della mai debellata Bella Società Riformata. La polizia, imbastardita dalla presenza dei camorristi, continuò a dettare legge, a seminare violenza e a coprire furti e ruberie; ciò accadde anche dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, avvenuto nell’ottobre del 1860. Poi, però, il vento cambiò. Uscito di scena Liborio Romano, a guidare il ministero dell’Interno arrivò Silvio Spaventa: resosi conto di chi fossero i poliziotti, sciolse la guardia cittadina capeggiata da Tore ’e Crescienzo e, tra arresti e congedi, azzerò quasi completamente la presenza dei delinquenti in uniforme. Buttati fuori dalla polizia, i camorristi tornarono alle loro abituali attività illegali. E anche De Crescenzo, dopo un breve periodo trascorso in carcere, ricominciò a fare quello che aveva sempre fatto.

¹ «La Stampa», 24 agosto 2001, p. 8.

La camorra nel Palazzo

Camorristi protetti dalla politica; aspiranti sindaci e consiglieri comunali sostenuti dalla criminalità; una borghesia a caccia solo di prebende e di appalti. Raccontata così sembra una breve descrizione della realtà attuale, invece è (in sintesi) il contenuto della Regia commissione d’inchiesta per Napoli presieduta dal senatore piemontese Giuseppe Saredo, nata nel dicembre del 1900 per volontà del capo del governo e ministro dell’Interno, Giuseppe Saracco.

La decisione di indagare su quanto accadeva nei palazzi del potere nacque sotto la spinta delle dimissioni dell’onorevole Alberto Agnello Casale, costretto a lasciare il seggio per i suoi legami con gli uomini della succitata Bella Società Riformata. Saracco sospettò che Casale potesse essere solo uno dei tanti uomini delle istituzioni scesi a compromessi con i delinquenti, e affidò a Saredo il compito di verificare fino a che punto la politica fosse corrotta o contaminata da presenze malavitose. Il lavoro della commissione durò poco meno di dieci mesi, durante i quali furono ascoltati più di mille testimoni, e la relazione finale fu pubblicata in undici volumi. La realtà scoperta da Saredo si rivelò ancora più allarmante di quanto si potesse prevedere, anche perché, accanto a fenomeni di corruzione, peculato e commercio delle assunzioni, emerse che l’amministrazione comunale era fortemente condizionata dai camorristi che avevano avuto campo libero per infiltrarsi nella politica. Nella relazione si faceva cenno alla presenza di due tipi di camorra: quella «bassa» della plebe, e quella «alta» della borghesia, del commercio e di parte del ceto intellettuale. E, inoltre, si denunciava il ruolo decisivo dei criminali alle elezioni.

Alla fine dell’inchiesta, la commissione scrisse:

Seminando la corruzione nel corpo elettorale col farlo funzionare a base di clientele e d’interessi, mantenendo innestata la politica all’amministrazione, aprendo alla camorra l’adito a esercitare la sua prepotente azione nella funzione elettorale, e rendendola così indirettamente quasi arbitra della vita pubblica, volgendo infine tutta la vita medesima a servizio delle elezioni, si determinarono nell’organismo rigenerato, con la riproduzione di parecchi degli antichi mali, che quasi accennavano a scomparire, anche nuovi e peggiori che per la loro essenza ne compromettevano la vitalità. Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali. In corrispondenza quindi alla bassa camorra originaria esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di servaggio, con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un’Alta Camorra, costituita dai più scaltri ed audaci borghesi.

Oltre a denunciare la pervasività della criminalità, la commissione d’inchiesta puntò il dito contro quelli che oggi chiameremmo colletti bianchi, ovvero la borghesia che faceva affari con gente senza scrupoli e stringeva mani sporche di sangue.

Scriverà Saredo nella relazione conclusiva:

Costoro profittando della ignavia della loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione, in gran parte derivante dal disagio economico, e imponendole la moltitudine prepotente e ignorante, riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli, nella stampa. E quest’alta Camorra che patteggia e mercanteggia con la bassa, e promette per ottenere, e ottiene promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza la piazza, ben a ragione è da considerare come il fenomeno più pericoloso, perché ha ristabilito il peggiore dei dispotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo l’imposizione alla volontà, annullando l’individualità e la libertà e frodando le leggi e pubblica fede.

Come accadrà anche nei decenni successivi, il lavoro delle commissioni d’inchiesta non produsse risultati significativi, a eccezione di un dibattito parlamentare movimentato dal socialista Enrico Ferri, fino ad allora noto soprattutto per aver fondato la scuola positivista di Diritto penale insieme a Cesare Lombroso. Nel descrivere quel che accadeva al Sud, Ferri sostenne: «Nell’Italia settentrionale ci sono delitti, ci sono delle malversazioni, ci sono dei fraudolenti, ci sono malattie isolate; nell’Italia meridionale, invece, la malattia ha forma infettiva, epidemica. Nell’Italia settentrionale sono casi di eccezione i centri di criminalità, nell’Italia meridionale sono centri di eccezione, tanto più mirabili per questo, i centri di onest໲ .

Sembra ieri, ma era il 1901.

² Vittorio Paliotti, Storia della Camorra, Newton Compton, Roma 2004.

Quando i politici collusi si dimettevano

Oggi può apparire incredibile, ma una volta i giornalisti costringevano alle dimissioni i politici collusi con la camorra. In tempi recenti, invece, chi racconta gli intrallazzi degli squallidi personaggi che popolano i partiti viene trattato con sufficienza, e articoli, inchieste e libri suscitano al massimo solo qualche moto d’indignazione.

Più di cent’anni fa la situazione era molto diversa, forse anche perché in circolazione c’era qualcuno intenzionato a fare pulizia sul serio. Una felice combinazione tra cronisti con la schiena dritta e politici perbene si verificò alla fine del Novecento, quando il giornale socialista «La propaganda» diede vita a una martellante campagna contro alcuni parlamentari compromessi, in particolare contro Alberto Agnello Casale, un deputato napoletano sospettato di essere stato eletto grazie al sostegno dei camorristi e di aver sponsorizzato gli affari dei criminali corrompendo l’amministrazione comunale di Napoli, guidata dal sindaco Celestino Summonte. A partire dal dicembre del 1899, «La propaganda» descrisse nei dettagli il connubio tra Casale, gli altri suoi colleghi e la camorra e sostenne che i principali collaboratori del deputato fossero degli autentici criminali. Sulla base delle denunce del giornale, Giacomo De Martino, un altro deputato napoletano, propose una «Commissione parlamentare d’inchiesta su Napoli e Palermo e sulle condizioni politiche, sociali ed amministrative di queste due città nei rapporti della mafia e della camorra».

Per sostenere la necessità di indagare a fondo, De Martino utilizzò espressioni che a distanza di oltre un secolo sono ancora tristemente attuali:

Napoli ha più di ogni città d’Italia una massa enorme di non abbienti, venuta man mano crescendo dalle dissestate condizioni economiche della città. […] Nelle masse non abbienti impera la camorra, cioè la violenza e il predominio individuale. In questa massa dominano il diritto di camorra sugli scambi, i dichiaramenti per le vie pubbliche come affermazione di superiorità o come riparazione di offesa. Ma queste masse, diventate in gran parte elettorali, hanno acquistato una forza e un valore amministrativo e politico. Quelle masse guidate e comandate dalla camorra non possono avere ideali, ma interessi. Donde e come si creano? Dalla vita amministrativa, e così sorge l’altra camorra. Tutta una fitta rete di interessi avviluppa la vita amministrativa. Nell’alto si formano gli appalti, i contratti, le cessioni pubbliche: su di esse si arricchiscono i pezzi grossi, ma a quelli appalti, a quei contratti, a quelle concessioni partecipa man mano la bassa camorra che è loro assoldato. Tutto è latente, abilmente dissimulato nella vita comune, ma venga il giorno delle elezioni e voi vedrete scatenata per la città tutta questa massa ingorda, famelica, minacciosa. Allora, senz’altra dimostrazione, s’intende cos’è la camorra, qual è il potere, quali sono i suoi fini. Qualunque inchiesta, fatta onestamente e coraggiosamente, dimostrerebbe che l’amministrazione comunale di Napoli è guasta e corrotta nelle midolla e che, sorta da compromessi con la camorra, alta e bassa, per essa e con essa vive.³

All’epoca i politici onesti, soprattutto intellettualmente, non venivano ascoltati e la proposta di De Martino fu completamente ignorata. Nel frattempo i cronisti de «La propaganda» non smettevano di dare addosso ai corrotti e sfidarono Casale a querelarli; lui accettò la sfida e li trascinò in tribunale convinto di vincere la battaglia. Durante il processo l’onorevole non riuscì a dimostrare che il giornale aveva detto cose false sui suoi contatti con la camorra e il 31 ottobre del 1900 la vicenda si chiuse con l’assoluzione di tutti i redattori perché risultò che non avevano fatto altro che scrivere la verità. Per il politico amico dei camorristi fu uno smacco terribile, la prova evidente che i sospetti sul suo conto erano più che fondati e che era davvero un uomo al servizio dei criminali. Di fronte a una sconfitta così evidente, Alberto Agnello Casale si rese conto che non avrebbe potuto proseguire la sua carriera politica portandosi addosso il marchio di colluso. E così, pochi giorni dopo aver perso il braccio di ferro con «La propaganda», si dimise dalla carica di deputato. Peccato per lui, ma eravamo agli inizi del Novecento ed erano altri tempi. Oggi probabilmente sarebbe rimasto incollato alla sua poltrona.

³ Ibidem.

Dal carcere al cinema. E ritorno

Dalla galera ai talk show il passo è sempre più breve e sempre più spesso chi commette un reato grave è inseguito da giornali e TV interessati ad avere interviste e foto esclusive. In tanti storcono la bocca di fronte al corteggiamento dei media nei confronti di soggetti che non meriterebbero alcuna sovraesposizione mediatica. Invece c’è chi s’inventa una nuova e più remunerativa vita, dopo essere transitato dalle patrie galere per aver ucciso, stuprato o spacciato droga.

Ma che un protagonista della cronaca nera diventi un personaggio da copertina non è una novità. Un precedente illustre è costituito da uno dei nomi più noti della camorra campana, quello di Assunta Maresca, meglio conosciuta come Pupetta, la cui storia è stata raccontata in un film e in uno sceneggiato televisivo. Pupetta è stata la prima a vestire in rapida successione i panni dell’assassina, della detenuta e dell’attrice nella pellicola del 1967 intitolata Delitto a Posillipo. Londra chiama Napoli di Renato Parravicini. Purtroppo, però, la carriera cinematografica di Pupetta è stata brevissima ed è passata quasi inosservata dopo la feroce stroncatura dei critici. E al termine di una fugace esperienza nel mondo della celluloide, è tornata nell’ambiente a lei più congeniale, quello della camorra.

Pupetta Maresca è approdata alla ribalta delle cronache nell’ottobre del 1955 per aver vendicato la morte del marito, Pasquale Simonetti, alias Pascalone ’e Nola. I due si sono sposati in aprile: lui, trent’anni, è un guappo che campa gestendo il mercato ortofrutticolo; lei, venti, è figlia di don Vincenzo, capostipite dei cosiddetti Lampetielli, una famiglia malavitosa di Castellammare di Stabia. Pascalone è temuto e rispettato da tutti, tranne che da Antonio Esposito, un altro guappo intenzionato a sfilargli il controllo del mercato ortofrutticolo. A due mesi dal matrimonio, però, Simonetti viene ucciso al termine di un alterco con Gaetano Orlando, un uomo legato a Esposito. Il consorte della Maresca finisce all’ospedale ma spira dopo qualche giorno, giusto in tempo per riferire alla sua donna chi è che ha armato la mano di Orlando: «L’avevano operato, ma era subentrata la peritonite. Mi rincuorava e mi fece il nome di Esposito come mandante della sparatoria. Pascalone era il mio principe azzurro e io volevo che si facesse giustizia, ma la giustizia voleva prove, prove, prove»⁴ .

A Pupetta basta ciò che le ha detto il suo amato marito in punto di morte. E così il 4 ottobre del 1955, ancora vestita a lutto, affronta Antonio Esposito e lo uccide a pistolettate. I giornali impazziscono: una ragazza che vendica il marito è una notizia sensazionale. Tanto più che a dare maggiore risalto alla vicenda subentra un altro particolare: la Maresca è incinta di quattro mesi. La storia finisce su tutti i quotidiani nazionali e suscita l’interesse del regista Francesco Rosi, convinto che le disavventure della fascinosa vedova debbano essere raccontate al grande pubblico. E così nel 1956 gira il film La sfida, ispirato a Pascalone ’e Nola e alla sua Pupetta, in cui il ruolo della ragazza viene affidato all’avvenente Rosanna Schiaffino. Intanto la Maresca resta in carcere fino al 1965 e nel frattempo dà alla luce Pasqualino, l’erede di Pascalone, il bimbo che aveva in grembo nel giorno in cui si trasformò in un’assassina. Mentre la pena detentiva sta per finire, un produttore e un regista pensano di sfruttare la popolarità di Pupetta lanciandola sul grande schermo. Quando nel 1965 esce dalla galera, il regista Renato Parravicini e il produttore Fortunato Misiano le propongono un ruolo da protagonista in un film che si intitolerà, come abbiamo accennato, Delitto a Posillipo. Londra chiama Napoli. Pupetta non ci pensa due volte, del resto economicamente non se la passa benissimo e poi le servono i soldi per allevare Pasqualino. Senza contare che il cinema potrebbe consentirle di cambiare vita. Il 12 novembre del 1966 il produttore convoca una conferenza stampa in un bar di Roma per annunciare che la Maresca diventerà un’attrice. Lei si presenta all’incontro con i giornalisti in splendida forma: la detenzione le ha fatto perdere una dozzina di chili e il suo fisico è valorizzato da una gonna nera aderente e da un golfino celeste. Misiano è entusiasta: «Pupetta è straordinariamente fotogenica». Lei invece mantiene un profilo basso e in un italiano incerto spiega: «Negli anni trascorsi in carcere non ho mai pensato di fare l’attrice. Ho solo composto qualche canzone». Ai cronisti che le chiedono quale sarà il suo futuro, risponde che le piacerebbe aprire una boutique a Castellammare di Stabia, poi aggiunge: «Lavorare per il cinema mi sta bene perché mi dà la possibilità di guadagnare. È presto per dire se quello di Parravicini sarà l’unico film della mia vita. Con il denaro che guadagnerò comprerò una casa per me e il mio bambino che ha vissuto con me solo diciassette mesi, in carcere. E ora la nonna la chiama mamma». Il produttore è talmente convinto che Pupetta farà carriera da rivelare anche il ruolo che interpreterà nella prossima pellicola: «Sarà una ex suora: suor Sorriso»⁵ .

Insieme alla notizia del film diretto da Parravicini, circola un’altra voce: Pupetta Maresca andrà al festival di Sanremo. Del resto a molti è piaciuto il brano da lei composto e interpretato in Delitto a Posillipo, intitolato ’O bbene mio e dedicato al figlio Pasqualino. Ma Pupetta non funziona, né nelle sale né con le canzoni. Il film di Parravicini, infatti, non piace a nessuno. Il pubblico lo snobba, i critici lo stroncano. Il critico cinematografico Paolo Mereghetti scrive nel suo Dizionario dei film (Baldini e Castoldi 2007):

L’unica regia di un direttore di produzione partenopeo, autore anche della sceneggiatura, è un melodramma improbabile e sconclusionato, il cui solo interesse consiste nell’aver affidato a Pupetta Maresca un ruolo che ricorda le sue vere disavventure giudiziarie: una specie di mise en abîme in cui il riferimento, più che alla realtà, è all’ordine morale delle cose, come se si volesse riconfermare anche dallo schermo l’intrinseca onestà della donna accusata da una serie di ingiuste coincidenze. Doppiata nei dialoghi, la Maresca canta con la propria voce ’O bbene mio, da lei stessa scritta.

Per la giovane vedova le porte del mondo dello spettacolo si chiudono con la stessa facilità con la quale si erano aperte. Il pubblico, forse, non è ancora maturo per accettare l’idea che un’assassina passi dalla cella al set. E, probabilmente, nemmeno lei è fatta per il cinema. La protagonista di Delitto a Posillipo tornerà sui giornali a distanza di qualche anno, ma solo per vicende giudiziarie: prima perde il suo Pasqualino, ucciso perché voleva seguire le orme del babbo, poi sfida apertamente il boss Raffaele Cutolo e infine si lega a un altro pezzo grosso della camorra, Umberto Ammaturo, dal quale si separerà dopo aver avuto due figli.

⁴ «Il Mattino», 17 luglio 2005.

⁵ «Il Mattino», 13 novembre 1966.

Spavone, l’eroe di Firenze

Potrebbe essere definito, con un ossimoro forse un po’ troppo semplificatorio, un guappo buono, perché al confronto dei boia che hanno preso il suo posto fa la figura dell’agnellino. Antonio Spavone, in ogni caso, non era né guappo né buono, ma sicuramente era fatto di una pasta diversa rispetto ai tradizionali boss della camorra.

Salito alla ribalta negli anni Cinquanta, Spavone diventò un pezzo grosso della criminalità napoletana, grazie soprattutto al contrabbando di sigarette, e trascorse un discreto numero di anni in galera per aver ammazzato un paio di persone.

Noto come ’O Malommo, appellativo ereditato dal più aggressivo fratello Carmine, riuscì a salire tutti i gradini della scala malavitosa senza spargere troppo sangue, utilizzando quasi esclusivamente le sue capacità diplomatiche. Tant’è che quando a Napoli spuntarono come funghi capoclan e aspiranti tali, fu lui a svolgere un ruolo di mediazione per evitare inutili guerre. Un tentativo riuscito solo in parte, visto che fu progressivamente messo da parte da personaggi poco inclini al dialogo ma abituati a usare la forza, come Raffaele Cutolo, tanto per fare un nome.

A prescindere, però, dall’intensa attività criminale, vale la pena ricordare che Antonio Spavone nella sua turbolenta esistenza non si è macchiato solo di reati orrendi. È stato anche protagonista di un gesto di straordinario altruismo, che gli ha consentito di riacquistare la libertà.

Nel gennaio del 1967, infatti, fu graziato dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, per «atti di eroismo». Riconoscere lo status di eroe a un camorrista può apparire un clamoroso controsenso, ma effettivamente il malavitoso omicida almeno in un’occasione si era comportato in maniera esemplare. All’epoca ’O Malommo era rinchiuso nel carcere delle Murate, a Firenze, dove stava scontando tre condanne (un omicidio e due ferimenti) per un totale di trentatré anni. Com’è noto, il 4 novembre del 1966 la città venne devastata da un’alluvione: il fiume Arno straripò e l’acqua trascinò via ogni cosa. L’emergenza scattò anche nel carcere delle Murate, dove al piano terra si scatenò l’inferno, come racconterà l’ex detenuto Alessandro D’Ortenzi al programma La storia siamo no i di Giovanni Minoli nella puntata dell’11 marzo 2010:

C’era tensione e paura perché volevamo farci aprire le celle per riuscire in qualche modo a salvarci. Quando l’acqua è salita ancora di più, allora, gli stessi detenuti che fanno le pulizie si sono ribellati contro le guardie, che hanno cominciato ad aprire contro l’ordine del maresciallo.

Ma quando le porte delle celle vennero spalancate, tutti scapparono all’impazzata. In quegli istanti, però, qualcuno si accorse che i figli di un ispettore delle guardie erano rimasti intrappolati in un appartamento situato ai piani bassi del carcere. Alcuni detenuti, invece di correre verso la salvezza, decisero quindi di andarli a salvare, con la consapevolezza che avrebbero rischiato la propria vita. Racconta sempre D’Ortenzi:

Non si apriva un cancello, lo abbiamo forzato, e ci siamo buttati in acqua. Abbiamo fatto una catena umana tra la sezione cubicolare delle nostre celle e il reparto dove stavano i figli dell’ispettore. Li abbiamo presi e li abbiamo passati uno per uno, portandoli man mano in salvo all’ultimo piano dove si trovava la sartoria.

Tra i carcerati che parteciparono al salvataggio c’era anche Antonio Spavone. La sera del 4 novembre detenuti e guardie trovarono riparo nella sartoria, ma la situazione s’era fatta ingovernabile. Nel gruppo, infatti, c’erano anche diverse donne, e tra i carcerati c’era chi s’era messo in testa di abusarne. Si trattava di galeotti condannati a pene pesantissime e quindi consapevoli che commettere una violenza sessuale non avrebbe cambiato di una virgola la loro situazione. Quando qualcuno cominciò a molestare le ragazze, convinto di poterla fare franca, Spavone decise di dimostrare che un boss del suo calibro certe cose non le tollerava. In quei frangenti, tra paura e confusione, poteva succedere di tutto. E Spavone fu l’unico che impedì ai detenuti di compiere gli abusi affrontandoli da solo a muso duro. Ancora D’Ortenzi:

Quelli che non avevano più niente da perdere volevano violentare le donne. Spavone le ha difese, a costo della propria vita. Erano in quattro o cinque e lui poteva benissimo essere accoltellato. Poi mi affiancai pure io e anche Vincenzo Aspra. Sennò finiva in un fiume di sangue: o noi a loro o loro a noi.

L’autorevolezza del Malommo, dunque, evitò che alle Murate si compiessero abusi sessuali. Una volta tanto, essere un boss era servito per una giusta causa. Quando la situazione tornò alla normalità, il direttore del carcere scrisse una relazione dettagliata su quanto era accaduto nei giorni dell’alluvione e in diversi passaggi sottolineò l’atto di coraggio del capoclan napoletano e di altri suoi colleghi. La relazione finì sulla scrivania del presidente Saragat, che restò colpito da quel camorrista che coraggiosamente aveva contribuito a salvare delle vite e aveva difeso un gruppo di donne a costo della propria vita. Per il capo dello Stato, pur avendo un passato da delinquente, meritava una seconda chance per la generosità dimostrata in carcere. A gennaio del 1967, Spavone ricevette un’inaspettata notizia: gli era stata concessa la grazia per «atti di eroismo». Il riconoscimento di Saragat avrebbe dovuto convincerlo a cambiare vita e a lasciarsi alle spalle il mondo del crimine. Ma nonostante la patente di eroe, ’O Malommo non aveva alcuna intenzione di redimersi. Continuò a fare il camorrista, sopravvivendo a un attentato che gli sfigurò il volto, e nel maggio del 1993 passò a miglior vita dopo aver perso la sua battaglia contro un male incurabile.

Quando Cutolo si allontanò rumorosamente

Nella vita di ogni criminale c’è sempre un’impresa dalla quale si intuisce se è destinato a intraprendere una folgorante carriera. Nella turbolenta esistenza di Raffaele Cutolo, tale impresa porta la data del 5 febbraio del 1978, il giorno in cui evase dal manicomio criminale di Aversa. Una fuga senza spargimenti di sangue, che solo una mente del suo calibro avrebbe potuto architettare. Lui la definirà in seguito «un allontanamento rumoroso», ma in realtà fu una evasione che provocò molto scalpore anche per la palese inadeguatezza dei sistemi di sorveglianza. E fu in quell’occasione che si scoprì che il camorrista era in realtà sano di mente e non soffriva neppure di epilessia, una delle ragioni per le quali gli era stato concesso il ricovero in una struttura psichiatricogiudiziaria.

Siamo verso la fine degli anni Ottanta. All’epoca Il Professore di Ottaviano non è ancora il capo della camorra campana, ma ha già dimostrato di avere la stoffa del malavitoso, tant’è che si è guadagnato l’ammirazione e il rispetto di molti delinquenti. Al manicomio Saporito di Aversa c’è finito grazie a una generosa perizia psichiatrica che ha stabilito che non solo è mezzo pazzo, ma soffre pure di epilessia. In realtà è sano come un pesce. In mezzo ai matti veri, Cutolo la fa da padrone, la sua camera è dotata di parecchi confort e gode di alcuni privilegi inimmaginabili per un detenuto. Chiunque può fargli visita. Vanno a trovarlo, ad esempio, due persone che non avrebbero potuto: il parroco don Peppino Romano, che si spaccia una volta per cognato e la volta successiva per il cugino, e Giuseppe Puca, un suo affiliato, pure lui registrato come il cugino. Cutolo, insomma, riesce a gestire i suoi rapporti e i suoi affari con una certa tranquillità e in un regime di detenzione assolutamente morbido. Ma fuori dal manicomio c’è qualcuno che ha intuito la pericolosità del Professore, sa che sta mettendo in piedi un clan con centinaia di affiliati e per questo va fermato prima possibile. Il boss di Ottaviano viene informato sulle intenzioni omicide dei nemici e decide di giocare d’anticipo organizzando un’evasione coi fiocchi che passerà alla storia.

Il 5 febbraio del 1978 è una domenica e la zona circostante l’ospedale psichiatrico è completamente deserta. Intorno alle 14:30 una Giulia 1300 con a bordo due persone arriva a piazza Sellitto, dove si affaccia anche il Saporito; su quello slargo si può agire indisturbati perché intorno ci sono il seminario vescovile e l’istituto magistrale Iommelli, entrambi chiusi perché è domenica. I due scendono dalla macchina e cominciano a scavare un buco sulla parete del manicomio. Poi nel foro praticato sul muro infilano un candelotto di tritolo di quasi un chilo, accendono la miccia e si

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