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I diari delle streghe
I diari delle streghe
I diari delle streghe
E-book680 pagine9 ore

I diari delle streghe

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Info su questo ebook

5 milioni di copie

La saga da cui è tratta la serie TV The Secret Circle

4 romanzi in 1
L'iniziazione - La prigioniera - La fuga - Il potere

Filtri d’amore, evocazioni, sortilegi: i poteri della magia bianca non hanno segreti per i ragazzi del circolo di New Salem.
Sono streghe e stregoni capaci di effettuare le mirabolanti magie contenute nei misteriosi Libri delle ombre, ma sono anche ragazzi normali, che vanno a scuola come tutti gli altri, si innamorano, tradiscono, si ingelosiscono e si lasciano come i loro coetanei. Quando Cassie si trasferisce a New Salem entra a far parte del gruppo capeggiato da Diana, la strega forte e bellissima che guida il Circolo con saggezza e determinazione. Ma non tutti si piegano ai suoi voleri, e negli occhi di Faye, la strega malvagia, la scintilla dell’ambizione arde più forte che mai. Per diventare leader è disposta a tutto. E come se non bastasse c’è Adam, il ragazzo di Diana, che ha uno sguardo magnetico e profondo, ed è legato a Cassie da un vincolo che nessuno può spezzare… I diari delle streghe è una saga magica, in cui passioni, tradimenti e amori immortali si fondono per creare l’incantesimo perfetto: una storia unica, che ha conquistato il cuore dei lettori.

«La signora delle saghe fantasy.»
Laura Pezzino, Vanity Fair

Oltre 1.300.000 copie in Italia e più di 5 milioni nel mondo
Tradotta in più di 30 Paesi

La saga che ha ispirato la serie TV The Secret Circle

«Lisa Jane Smith brilla nel firmamento del new gothic.»
Corriere della Sera

«Ipnotizza il lettore fino all’ultimo capoverso.»
Il Messaggero
Lisa Jane Smith
è una delle scrittrici di urban fantasy più amate al mondo: i suoi libri sono stati tradotti in moltissimi Paesi e hanno conquistato il cuore di due generazioni di fan. Adora sedersi di fronte al camino nella sua casa di Point Reyes, California, e rispondere ai lettori che le scrivono all’indirizzo info@ljanesmith.net
La Newton Compton ha pubblicato in Italia il suo primo romanzo, La notte del solstizio, e le sue saghe di maggior successo: Il diario del vampiro, Dark visions, I diari delle streghe, La setta dei vampiri e Il gioco proibito. Le saghe Il diario del vampiro e I diari delle streghe sono diventate serie TV.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854123267
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    Anteprima del libro

    I diari delle streghe - Lisa Jane Smith

    70

    Titoli originali: The Secret Circle: The Initiation

    The Secret Circle: The Captive Part I

    The Secret Circle: The Captive Part II (traduzioni di Paolo Falcone)

    The Secret Circle: The Power (traduzione di Antonio Bibbò)

    Copyright © 1992 by Lisa Smith and Daniel Weiss Associates, Inc.

    All rights reserved

    Prima edizione ebook: settembre 2010

    © 2009, 2010 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-2326-7

    www.newtoncompton.com

    Edizione elettronica realizzata da Gag srl

    Lisa Jane Smith

    I diari delle streghe

    L’iniziazione • La prigioniera • La fuga • Il potere

    Newton Compton editori

    L’INIZIAZIONE

    A mia madre, paziente e amorevole come Madre Natura.

    A mio padre, cavaliere senza macchia e senza paura.

    Capitolo 1

    Cape Cod non avrebbe dovuto essere così calda e umida. Cassie lo aveva letto sulla guida turistica; tutto avrebbe dovuto essere perfetto lì, come a Camelot.

    Tranne, aggiungeva distrattamente la guida, per l’edera velenosa, le zecche, i pidocchi, i molluschi tossici e le correnti sottomarine nelle acque apparentemente tranquille.

    La guida consigliava inoltre di non avventurarsi sulle lingue di terra che scivolavano in mare perché c’era il rischio che arrivasse l’alta marea e ti trascinasse via. In quel preciso istante, però, Cassie avrebbe dato qualsiasi cosa pur di trovarsi arenata in qualche penisola in mezzo all’oceano Atlantico, sempre che Portia Bainbridge rimanesse dall’altra parte del mondo.

    Non era mai stata così infelice in vita sua.

    «...e l’altro mio fratello, quello del gruppo di dibattito del MIT e che due anni fa ha partecipato al torneo di Dibattito mondiale in Scozia...», stava dicendo Portia. Cassie sentì gli occhi chiudersi e scivolò di nuovo nell’apatia. Entrambi i fratelli di Portia frequentavano il MIT con risultati eccellenti, tanto nel campo intellettuale che in quello sportivo. Portia non era da meno, anche se stava per iscriversi soltanto al primo anno del liceo, come Cassie. E, visto che l’argomento preferito di Portia era Portia, nell’ultimo mese non aveva fatto altro che parlare di sé a Cassie.

    «...e dopo che lo scorso anno mi sono classificata al quinto posto al National Forensic League Championship per la sezione di dizione improvvisata, il mio ragazzo ha detto: Be’, diventerai un’eroina americana...».

    Un’altra settimana, pensò Cassie. Solo un’altra settimana e tornerò a casa. Il pensiero le provocò una tale nostalgia che le vennero le lacrime agli occhi. A casa, dove vivevano i suoi amici, dove non si sentiva un’estranea e un’analfabeta noiosa e stupida solo perché non sapeva cosa fosse un quahog. Dove avrebbe riso di tutto questo: la sua meravigliosa vacanza sulla costa orientale.

    «...così mio padre ha detto: "Perché non lasci semplicemente che io te lo compri?. Ma io gli ho detto: No... be’, magari..."».

    Cassie fissava il mare.

    Non che Cape Cod fosse un brutto posto. I cottage con i tetti in cedro, le palizzate bianche ricoperte di rose, le sedie a dondolo di vimini sui portici e i gerani che pendevano dalle travi, erano deliziosi come quelli che si vedono in cartolina. E i prati, le chiese con gli alti campanili e gli edifici scolastici all’antica davano a Cassie l’impressione di essere tornata indietro nel tempo.

    Ogni giorno, però, c’era Portia con cui doversela vedere. E anche se tutte le notti Cassie pensava a qualche commento incredibilmente sarcastico da rivolgerle il mattino seguente, chissà perché decideva sempre di rimandare. Di gran lunga peggiore di qualunque cosa Portia potesse farle, era la forte sensazione di non appartenenza che provava. Di essere un’estranea in quel posto, di essere approdata sulla costa sbagliata, di essere completamente fuori dal proprio elemento. Il suo piccolo appartamento californiano ormai le sembrava un luogo paradisiaco.

    Un’altra settimana, pensò. Devi resistere solo un’altra settimana.

    E poi c’era sua madre, ultimamente così pallida e silenziosa... Cassie avvertì una morsa di preoccupazione e scacciò subito quel pensiero. La mamma sta bene, si disse. È nata qui, ma anche lei, come te, non si sente a suo agio. Forse sta contando i giorni che ci separano da casa nostra, proprio come fai tu.

    Le cose stavano così, naturalmente, era questo il motivo per cui sua madre sembrava tanto infelice quando Cassie le diceva di provare nostalgia di casa. Si sentiva in colpa per averla portata a Cape Cod, per averle fatto credere che fosse un paradiso turistico. Una volta a casa, tutto si sarebbe aggiustato: per entrambe.

    «Cassie! Mi stai ascoltando? O stai sognando di nuovo a occhi aperti?»

    «Oh, sì, ti stavo ascoltando», rispose subito Cassie.

    «Cos’è che ho appena detto?».

    Cassie s’impappinò. Ragazzi, pensò disperata, il gruppo di dibattito, il college, il National Forensic League.... Spesso la gente le dava della sognatrice, ma mai come da quelle parti.

    «Stavo dicendo che non dovrebbero permettere a certe persone di venire in spiaggia», disse Portia. «Soprattutto se hanno un cane. Cioè, so che non siamo a Oyster Harbors, ma almeno la spiaggia è pulita. E ora, guarda». Cassie seguì lo sguardo di Portia. Tutto ciò che vedeva era un ragazzo che camminava sulla spiaggia. Si voltò verso Portia esitando.

    «Lavora su un peschereccio», disse Portia tirando su col naso come annusando un cattivo odore. «L’ho visto stamattina sul molo mentre scaricava la merce da una barca. Credo che non si sia neppure cambiato i vestiti. Che soggetto sgradevole e rivoltante».

    A Cassie, il ragazzo non sembrava così sgradevole. Aveva i capelli rosso scuro, era alto, e anche a quella distanza si vedeva che stava sorridendo. Dietro di lui c’era un cane.

    «Non parliamo mai con chi lavora sui pescherecci. Non li guardiamo nemmeno», disse Portia. Cassie sapeva che era la verità. In spiaggia c’era un’altra dozzina di ragazze, in gruppi di due o tre, qualcuna in compagnia di ragazzi, la maggior parte no. Al passaggio del giovane, tutte distoglievano lo sguardo, girando la testa dall’altra parte. Ma non era il tipico sguardo civettuolo delle ragazze che ammirano un ragazzo e poi ridacchiano con le amiche. Era un rifiuto sprezzante. Quando lui le fu abbastanza vicino, Cassie notò che il suo sorriso stava assumendo una piega amara.

    Le due ragazze vicino a Cassie e Portia si girarono, quasi tirando su col naso. Cassie vide che il ragazzo scrollava leggermente le spalle, come non si aspettasse altro. Non riusciva ancora a capire cosa ci fosse di tanto odioso in lui. Indossava un paio di pantaloni logori tagliati al ginocchio e una maglietta che aveva visto giorni migliori, ma molti giovani vestivano alla stessa maniera. E il suo cane, che gli trotterellava dietro scodinzolante, era amichevole e vivace. Non stava infastidendo nessuno. Cassie alzò la testa verso il volto del ragazzo, curiosa di vedere i suoi occhi.

    «Abbassa lo sguardo», bisbigliò Portia. Il ragazzo stava passando proprio davanti a loro. Cassie si affrettò a guardare per terra, obbedendo meccanicamente, ma avvertì un moto di ribellione nel cuore. Sembrava un comportamento scorretto e inutile e crudele. Si vergognava di comportarsi come le altre ragazze, di essere come loro, ma non poteva fare a meno di assecondare Portia.

    Guardava le sue dita che giocavano con la sabbia. Riusciva a distinguere ogni singolo granello illuminato dai brillanti raggi del sole. Da lontano, la sabbia sembrava bianca, ma osservandola con attenzione si vedeva che era ricca di colori vivaci: granelli di mica nera e verde, frammenti di conchiglie pastello, schegge di quarzo rosso come minuscoli granati. Non è giusto, pensò, ma ovviamente il ragazzo non poteva sentirla. Mi dispiace, tutto questo è disonesto. Vorrei poter fare qualcosa, ma non posso.

    Un naso umido le spinse la mano.

    Cassie trasalì e un risolino le morì in gola. Il cane le spinse di nuovo la mano, reclamando la sua attenzione. Cassie lo accarezzò e gli lisciò i baffetti ispidi sul naso. Era un pastore tedesco, o almeno qualcosa di simile, un grosso e bellissimo cane con occhi marroni limpidi e intelligenti e un muso allegro. Cassie sentì sciogliersi la rigida maschera di imbarazzo che aveva indossato fino ad allora e cominciò a ridere.

    Poi, incapace di trattenersi, alzò gli occhi verso il proprietario dell’animale. Incontrò il suo sguardo.

    In seguito, Cassie avrebbe ripensato spesso a quel momento, il momento in cui lei aveva alzato la testa verso di lui e lui aveva chinato il capo verso di lei. I suoi occhi erano tra il grigio e l’azzurro, come il mare in tempesta, misteriosi. Aveva un volto particolare: non una bellezza convenzionale, ma affascinante e intrigante, con zigomi alti e un’espressione decisa. Orgoglioso, indipendente, arguto, sensibile: tutto allo stesso tempo. Mentre guardava Cassie, il suo sorriso amaro si addolcì e una scintilla balenò in quegli strani occhi, come il sole che risplende sulle onde.

    Solitamente Cassie era timida con i ragazzi, soprattutto con quelli che non conosceva, ma in questo caso aveva di fronte solo un povero mozzo che lavorava sulle navi da pesca; si sentì dispiaciuta per lui, voleva essere carina e, in realtà, non poteva farne a meno. Così, quando sentì che stava per restituirgli la stessa espressione intensa e contraccambiare il suo sorriso, non fece nulla per trattenersi. In quel momento era come se lei e il ragazzo stessero condividendo un segreto, qualcosa che nessun altro sulla spiaggia potesse comprendere. Il cane si dimenò eccitato, come se la cosa riguardasse anche lui.

    «Cassie», sibilò Portia, fumante di rabbia.

    Cassie si sentì avvampare e distolse lo sguardo dal viso del giovane. Portia la stava squadrando furibonda.

    «Raj!», disse il ragazzo. Il sorriso era sparito. «Andiamo!».

    Con apparente riluttanza, il cane si allontanò da Cassie, ancora scodinzolando. Poi, in una nuvola di sabbia, corse dal suo padrone. Non è giusto, pensò di nuovo Cassie. La voce del ragazzo la fece sobbalzare.

    «La vita non è giusta», disse.

    Scioccata, la ragazza cercò con lo sguardo il volto del giovane.

    I suoi occhi erano cupi come il mare in burrasca. Cassie li vide chiaramente, e per un attimo ne fu quasi spaventata, come se vi avesse visto qualcosa di proibito, qualcosa che andava ben oltre la sua comprensione. Qualcosa di potente. Qualcosa di potente e inaccessibile.

    Poi il ragazzo si allontanò, con il cane che gli saltellava dietro. Non si voltò più.

    Sbalordita, Cassie lo guardò andar via. Non aveva parlato ad alta voce, ne era certa. Allora lui come aveva fatto a sentirla?

    I suoi pensieri vennero interrotti bruscamente da un sibilo accanto a lei. Si fece piccola, ben sapendo cosa Portia stava per dirle. Che quel cane probabilmente aveva la rogna e le pulci, oltre ai vermi e alla scrofola. Che il suo asciugamano da mare adesso brulicava di parassiti.

    Portia, però, non disse niente. Anche lei stava fissando il ragazzo e il cane che, dopo essersi arrampicati su una duna, avevano imboccato uno stretto sentiero scomparendo tra la vegetazione che lambiva la spiaggia. Benché fosse chiaramente disgustata, c’era qualcosa sul suo volto – una sorta di lugubre attenzione e cupo sospetto che Cassie non aveva mai visto prima.

    «Portia, che ti succede?».

    Portia socchiuse gli occhi. «Credo», disse lentamente, a labbra strette, «di averlo già visto una volta».

    «Lo hai visto sul molo. Me lo hai detto prima».

    Portia scosse la testa con impazienza. «Non quella, intendevo un’altra volta. Adesso sta’ zitta e lasciami pensare».

    Confusa, Cassie si zittì.

    Portia continuava a fissare il ragazzo, e dopo qualche secondo cominciò ad annuire, piccoli cenni per confermare qualcosa a se stessa. Aveva le guance in fiamme, e non per via del sole.

    Improvvisamente, mentre continuava ad annuire, bisbigliò qualcosa e scattò in piedi. Adesso respirava affannosamente.

    «Portia?»

    «Devo andare, ho qualcosa da fare», disse, stringendo la mano a Cassie senza guardarla. «Tu resta qui».

    «Che sta succedendo?»

    «Niente!». Portia le rivolse uno sguardo ostile. «Non sta succedendo niente. Dimentica tutto. Ci vediamo dopo». Corse via, diretta verso le dune oltre le quali si trovava il cottage di proprietà della sua famiglia.

    Solo dieci minuti prima, Cassie avrebbe fatto i salti di gioia se Portia fosse sparita dalla circolazione e l’avesse lasciata sola. Ma adesso si accorse che la cosa non le procurava alcun piacere. Aveva la mente in subbuglio, come il mare increspato e nero prima di una burrasca. Era agitata e turbata, quasi spaventata.

    La cosa più strana era la parola che Portia aveva bisbigliato prima di andarsene. L’aveva pronunciata con un filo di voce, e Cassie non era sicura di aver sentito bene. Doveva trattarsi certamente di qualcos’altro, qualcosa come sega, o strema, o frega.

    Doveva aver sentito male. Santo cielo, non si può chiamare un ragazzo strega!

    Adesso sta’ calma, si disse. "Non preoccuparti. Almeno Portia se n’è andata, e adesso finalmente sei sola. Don’t worry, be happy!".

    Per qualche ragione, però, non riusciva a rilassarsi. Si alzò e raccolse l’asciugamano. Dopo esserselo avvolto intorno alla vita, s’incamminò nella direzione presa dal ragazzo.

    Capitolo 2

    Quando arrivò al punto in cui il ragazzo aveva svoltato, Cassie si arrampicò sulle dune destreggiandosi nel groviglio di vegetazione selvaggia che si stendeva tutto intorno alla spiaggia. Arrivata in cima, si guardò intorno. Non c’erano che pini e querce. Nessun ragazzo. Nessun cane. Silenzio.

    Aveva caldo.

    Va bene, si disse, tutto ok. Si girò verso il mare, ignorando la morsa di disagio e la strana sensazione di vuoto che l’attanagliarono all’improvviso. Avrebbe nuotato un po’ per rinfrescarsi. I problemi di Portia non la riguardavano. In quanto al ragazzo coi capelli rossi... be’, probabilmente non l’avrebbe più rivisto, e comunque neanche quello era un suo problema.

    Un brivido leggero le attraversò il corpo, di quelli che ti fanno chiedere se per caso non stai male. "Ho troppo caldo, decise; tanto caldo che cominciava a sentire freddo. Ho bisogno di un bel tuffo in acqua".

    Il mare era freddo, perché in quel punto Cape Cod si affacciava direttamente sull’Atlantico. Cassie s’immerse fino alle ginocchia e cominciò a camminare in acqua parallelamente alla spiaggia.

    Quando raggiunse un pontile, uscì dal mare e ci si arrampicò. C’erano solo tre barche: due a remi e una a motore. Il pontile era deserto.

    Proprio ciò di cui aveva bisogno.

    Sganciò la fune spessa e logora che doveva tenere lontani quelli come lei, ed entrò. Arrivò quasi in fondo alla passerella, il legno consumato da pioggia e vento che le scricchiolava sotto i piedi, l’acqua che si stendeva tutt’intorno. Quando si voltò verso la spiaggia, si accorse di essersi allontanata molto dagli altri bagnanti. Una brezza leggera le accarezzò il volto, sollevandole i capelli e facendole rabbrividire le gambe bagnate. All’improvviso sentì qualcosa di... indefinibile. Come un palloncino catturato dal vento e sollevato in aria. Si sentiva leggera, eterea. Si sentiva libera.

    Avrebbe voluto abbracciare il vento e l’oceano, ma non ebbe il coraggio di farlo. Non era così libera. Ma sorrise quando arrivò in fondo al pontile.

    Il cielo e l’oceano erano dello stesso blu zaffiro intenso, anche se il primo era più chiaro all’orizzonte, dove s’incontrava con l’acqua. Cassie pensò di riuscire a vedere chiaramente la curvatura della terra, ma doveva essere solo la sua immaginazione. Rondini di mare e gabbiani reali danzavano in cielo.

    Dovrei scrivere una poesia, pensò. A casa, sotto il letto, conservava un quaderno pieno di poesie. Le aveva mostrate a qualcuno pochissime volte, quasi mai, ma le leggeva ogni sera. In quel momento, però, non riusciva a pensare a nessuna parola.

    Eppure era meraviglioso trovarsi là, annusando l’odore del sale marino, sentendo il calore delle tavole di legno sotto i piedi, ascoltando il lieve infrangersi delle onde contro i piloni di legno.

    Era un suono ipnotico e ritmato, come il gigantesco battito cardiaco del pianeta, o il suo respiro, e stranamente familiare. Quando si sedette ad ascoltare e a osservare, si accorse che il suo respiro stava rallentando. Per la prima volta da quando era arrivata nel New England, sentì di appartenere a quel luogo. Era parte dell’immensità del cielo, della terra e del mare; una parte minuscola, certo, ma pur sempre una parte.

    Dopo un po’ si rese conto che forse non era una parte così piccola. Se prima si era sentita immersa nel ritmo della terra, adesso le sembrava quasi di poterlo controllare. Era come se si fosse unita agli elementi, come se fosse in grado di dominarli. Riusciva a sentire il battito della vita del pianeta pulsare dentro di lei, intenso e profondo e vibrante. Il palpito cresceva lentamente, aumentava la tensione, come se aspettasse... qualcosa.

    Ma cosa?

    Mentre fissava il mare, le vennero alla mente alcune parole. Solo una semplice filastrocca, come quelle che impari da bambino, ma pur sempre una poesia.

    Cielo e mare, allontanate il male.

    La cosa strana era che non sembravano parole sue, ma qualcosa che aveva letto o sentito tanto tempo prima. Le sovvenne un’immagine fugace: era abbracciata a qualcuno, gli occhi rivolti all’oceano. Qualcuno la stringeva e lei sentiva delle parole.

    Cielo e mare, allontanate il male. Fuoco e terra, ne ho bisogno, portatemi...

    "No".

    La pelle cominciò a formicolarle. Riusciva a percepire, in un modo fino ad allora sconosciuto, la volta del cielo, la solidità granitica della terra e la sterminata vastità dell’oceano, onda su onda su onda, fino all’orizzonte e oltre. Ed era come se gli elementi la stessero aspettando, osservando, ascoltando.

    Non continuare, pensò. Non dire altro. Un’improvvisa certezza irrazionale s’impossessò di lei. Fino a che non avesse pensato le ultime parole di quella poesia, era al sicuro. Tutto sarebbe rimasto come prima; sarebbe tornata a casa, alla sua vita tranquilla e ordinaria, in pace. Finché fosse riuscita a non pronunciare quelle parole, tutto sarebbe andato bene.

    Ma la poesia continuava a girarle nella testa, come l’eco di una musica gelida in lontananza, e le ultime parole arrivarono. Non riuscì a bloccarle.

    Cielo e mare, allontanate il male. Fuoco e terra, ne ho bisogno, portatemi... il mio sogno.

    "".

    Oddio, cosa ho fatto?

    Fu come se un filo si fosse spezzato. Cassie si ritrovò in piedi a fissare l’oceano. Era successo qualcosa, lo aveva sentito. E ora poteva percepire gli elementi che l’abbandonavano: il legame che la univa a loro si era spezzato.

    Non si sentiva più libera e leggera, ma confusa e fuori fase, pervasa di elettricità statica. Improvvisamente l’oceano sembrava più vasto che mai e non necessariamente benevolo. Si voltò di scatto e si diresse a riva.

    Idiota, pensò, mentre si avvicinava di nuovo alla spiaggia bianca e ogni timore scivolava via. Di cosa avevi paura? Che il cielo e il mare ti stessero davvero ascoltando? Che quelle parole avrebbero davvero fatto succedere qualcosa?.

    Adesso riusciva quasi a riderne, ed era imbarazzata e infastidita dal proprio comportamento. Quando si dice un’immaginazione troppo fervida, si rimproverò. Era al sicuro, e il mondo era quello di sempre. Le parole erano solo parole.

    Poi un movimento catturò la sua attenzione, e in seguito avrebbe sempre ricordato che la cosa non l’aveva sorpresa.

    Qualcosa stava succedendo. C’era del fermento a riva.

    Il ragazzo con i capelli rossi era sbucato tra i pini e stava scendendo di corsa la china di una duna. Improvvisamente e inspiegabilmente calma, Cassie si affrettò per incrociarlo sulla spiaggia.

    Il cane correva agilmente accanto al suo padrone, guardandolo come se volesse dirgli che si stava divertendo un mondo, che quel gioco gli piaceva tantissimo. Dall’espressione del ragazzo e dal modo in cui correva, però, Cassie capì che non stavano giocando.

    Il ragazzo squadrò da cima a fondo la spiaggia deserta. A un centinaio di metri sulla sinistra c’era un promontorio che bloccava la visuale. Quando guardò nella direzione di Cassie, i loro sguardi s’incrociarono. Poi, girandosi di scatto, il ragazzo iniziò a correre verso il promontorio.

    Il cuore di Cassie batteva all’impazzata.

    «Aspetta!», urlò.

    Quello si voltò, esaminandola in fretta con i suoi occhi grigioazzurri.

    «Chi ti corre dietro?», chiese Cassie, anche se credeva di saperlo.

    La voce del ragazzo era ferma, le sue parole essenziali: «Due tizi che sembrano i difensori dei New York Giants».

    Cassie annuì, avvertendo il rumore sordo del suo cuore che accelerava. La sua voce, però, era ancora calma: «Si chiamano Jordan e Logan Bainbridge».

    «Ma pensa».

    «Li conosci?»

    «No. Ma pensavo potessero avere nomi simili».

    Ci mancò un soffio che Cassie scoppiasse a ridere. Le piaceva l’aspetto di quel ragazzo, arruffato e sveglio, ancora pieno di fiato nonostante la corsa. E le piaceva l’aria temeraria dei suoi occhi e il modo in cui scherzava anche se era in pericolo.

    «Raj e io avremmo potuto affrontarli, ma quelli hanno portato un paio di amici», disse voltandosi di nuovo. Poi, facendo qualche passo indietro, aggiunse: «È meglio se prendi un’altra strada... Non sono tipi che ti piacerebbe incontrare. E sarebbe carino se facessi finta di non avermi visto».

    «Aspetta!», urlò Cassie.

    Qualunque cosa stesse succedendo non erano affari suoi... ma si ritrovò a parlare senza alcuna esitazione. C’era qualcosa in quel ragazzo, qualcosa che la spingeva ad aiutarlo.

    «Di là non si va da nessuna parte, è un vicolo cieco... Dietro il promontorio ci sono solo rocce. Finirai in trappola».

    «Ma dall’altra parte non c’è niente dietro cui possa nascondermi. Mi vedrebbero. Non sono molto lontani».

    I pensieri di Cassie frullavano veloci nella sua testa, ma all’improvviso la ragazza seppe cosa fare. «Nasconditi nella barca».

    «Cosa?»

    «Nella barca. Nella barca a motore attraccata vicino al pontile». La indicò con la mano. «Se ti nascondi nella cabina, non ti vedrà nessuno».

    Gli occhi del ragazzo seguirono i suoi. Scosse la testa. «Se scoprono che sono nascosto lì dentro, allora sì che sarò in trappola. E a Raj non piace nuotare».

    «Non ti troveranno», disse Cassie. «Non si avvicineranno neppure. Dirò loro che sei scappato».

    La guardò, con il sorriso che gli stava morendo negli occhi. «Non capisci», bisbigliò. «Quei tizi fanno sul serio».

    «Non m’interessa», disse Cassie, quasi spingendolo verso il pontile. Presto, presto, presto, urlava una voce nella sua testa. La timidezza era sparita. Adesso le importava solo che quel ragazzo si nascondesse. «Cosa credi, che mi picchieranno? Sono una passante innocente», disse.

    «Ma...».

    «Oh, per favore. Non discutere. Fallo e basta!».

    Il ragazzo la guardò un’ultima volta, poi si voltò e si diede una pacca su una coscia per richiamare l’attenzione del cane. «Andiamo, bello!». Corse sul pontile, saltò agilmente a bordo della barca a motore e si accucciò nella cabina, scomparendo alla vista. Il cane abbaiò e lo seguì con uno scatto straordinario.

    Zitto!, pensò Cassie. I due nella barca ora erano ben nascosti, ma se qualcuno si fosse avventurato sul pontile li avrebbe visti senz’altro. Cassie agganciò la corda logora all’ultima bitta e bloccò l’accesso al pontile.

    Dopo aver dato un’occhiata frenetica in giro si diresse verso il mare ed entrò in acqua. S’inginocchiò, raccolse una manciata di sabbia e poi la lasciò scivolare tra le dita dischiuse. Un paio di piccole conchiglie le rimasero in mano. Si chinò di nuovo e prese un’altra manciata di sabbia.

    Fu allora che sentì delle grida che provenivano dalle dune.

    Sto raccogliendo conchiglie, sto solo raccogliendo conchiglie, pensò. Non ho bisogno di guardare che succede. Non sono affari che mi riguardano.

    «Ehi!».

    Cassie alzò la testa.

    Erano in quattro; i due davanti erano i fratelli di Portia. Jordan, che faceva parte del gruppo di dibattito, e Logan, iscritto al Club delle armi. O era il contrario?

    «Ehi, hai visto un tipo che correva da questa parte?», chiese Jordan. Stavano guardando in tutte le direzioni, eccitati come cani che seguono una pista, e improvvisamente un altro verso della poesia si materializzò nella mente di Cassie. Quattro agili segugi acquattati e felici. Solo che questi quattro non erano agili, ma robusti e sudati. E senza fiato, notò Cassie con una punta di disprezzo.

    «È un’amica di Portia... Cathy», disse Logan. «Ehi, Cathy, hai visto un tipo che correva da questa parte?».

    Cassie si avvicinò lentamente ai quattro con le mani piene di conchiglie. Il cuore le batteva contro la gabbia toracica con una tale forza che era sicura potessero vederlo. Aveva la lingua paralizzata.

    «Non riesci a parlare? Che ci fai qui?».

    Cassie aprì le mani e le tese verso di loro senza dire nulla.

    I quattro si scambiarono occhiate e grugniti, e in quel momento Cassie si rese conto di come doveva apparire a questi ragazzi in età da college: una ragazzina con banali capelli castani e occhi azzurri, una sciocca liceale californiana la cui idea di divertimento consisteva nel raccogliere inutili conchiglie.

    «Hai visto qualcuno passare di qui?», chiese Jordan, con impazienza ma lentamente, come se Cassie avesse problemi di udito.

    Con la bocca secca, Cassie annuì e guardò in direzione del promontorio. Jordan indossava una giacca a vento aperta sulla maglietta, una stranezza, con quel caldo. Ancor più strano era il rigonfiamento sotto la giacca. Quando il ragazzo si voltò, Cassie notò un luccichio metallico.

    Una pistola?

    Jordan dev’essere quello del Club delle armi, pensò distrattamente.

    Avendo visto qualcosa che davvero la spaventava, Cassie ritrovò la voce e disse debolmente: «Pochi minuti fa è passato un ragazzo con un cane. Sono andati di là».

    «È nostro! Di là ci sono solo le rocce!», disse Logan e cominciò a correre seguito dai due che Cassie non conosceva. Jordan, però, non si mosse.

    «Ne sei certa?».

    Cassie lo guardò con aria sorpresa. Perché quella domanda? Sgranò palesemente gli occhi e cercò di assumere l’espressione più infantile e stupida possibile. «Sì...».

    «Perché è importante», disse il ragazzo afferrandole un polso all’improvviso.

    Cassie abbassò lo sguardo, troppo stupita per dire qualcosa. Le conchiglie le caddero sulla sabbia. «Molto importante », disse Jordan. Cassie percepì la tensione che scorreva nel corpo del ragazzo, ne annusò l’asprezza del sudore. Un moto di repulsione l’aggredì e si sforzò di mantenere l’espressione inespressiva e stupefatta. Temeva che Jordan l’avrebbe tirata a sé, ma quello si limitò a torcerle il polso.

    Avrebbe preferito non urlare, ma non poté farne a meno. In parte fu una reazione al dolore e in parte qualcosa che vide nei suoi occhi, qualcosa di folle e terribile che ardeva come un fuoco. Cominciò ad ansimare; non si sentiva così spaventata da quando era bambina.

    «Sì, sono sicura», disse senza fiato, fissando quegli occhi malvagi senza distogliere lo sguardo. «È andato da quella parte, oltre il promontorio».

    «Andiamo, Jordan, lasciala in pace!», urlò Logan. «È solo una bambina. Muoviti!».

    Jordan esitò. Sa che sto mentendo, pensò Cassie provando una strana attrazione. "Lo sa, ma ha paura di credere a quello che sa perché non sa come fa a saperlo".

    Credimi, pensò, fissandolo in profondità, cercando di convincerlo a fidarsi di lei. "Credimi e vattene. Credimi. Credimi".

    Jordan le lasciò il polso.

    «Scusami», bisbigliò goffamente. Poi si voltò e raggiunse gli amici ad ampie falcate.

    «Figurati», sussurrò Cassie, senza muoversi di un centimetro.

    Osservò con un brivido i quattro che correvano sulla sabbia bagnata, con i gomiti e le ginocchia che andavano su e giù, la giacca a vento di Jordan che svolazzava. La sensazione di debolezza si estese dallo stomaco alle gambe, e fu come se le ginocchia le fossero diventate di gelatina.

    Improvvisamente tornò a essere cosciente del rumore dell’oceano, un suono rassicurante che sembrava avvolgerla. Quando le quattro sagome sparirono oltre il promontorio, Cassie si voltò verso il pontile per dire al ragazzo con i capelli rossi che adesso poteva uscire.

    Ma lui era già fuori.

    Lentamente, Cassie riuscì a muovere le gambe gelatinose fino al molo, dove il ragazzo la stava aspettando con un’espressione che la metteva a disagio.

    «Faresti meglio a levarti da lì... o forse a nasconderti di nuovo», disse Cassie perplessa. «Potrebbero tornare da un momento all’altro...».

    «Non credo».

    «Be’...», farfugliò Cassie fissandolo, quasi spaventata. «Il tuo cane se n’è stato buono», riuscì a dire alla fine con voce incerta. «Cioè, non ha mai abbaiato».

    «Sa come deve comportarsi».

    «Oh». Cassie abbassò gli occhi sulla sabbia, cercando di pensare a qualcos’altro da dire. La voce del ragazzo era dolce, tutt’altro che brusca, ma c’era un’espressione penetrante e sinistra che non lo abbandonava mai. «Credo che se ne siano andati», disse.

    «Grazie», rispose lui. I loro sguardi s’incrociarono. «Non so come ringraziarti», aggiunse, «di aver corso questo rischio per me. Nemmeno mi conosci».

    Cassie si sentiva sempre più strana. Guardarlo la faceva sentire stordita, eppure non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. La scintilla che ardeva prima nel suo sguardo era sparita: adesso aveva le iridi grigie come l’acciaio. Irresistibili, ipnotiche. L’attiravano a sé.

    "Ma io ti conosco", pensò Cassie. In quell’istante, una strana immagine le balenò nella mente. Stava fluttuando fuori dal proprio corpo e riusciva a vedere entrambi, sé e il ragazzo, in piedi sulla spiaggia, il sole che brillava sui capelli di lui e lei che lo guardava. Tra loro c’era un filo d’argento che vibrava e riecheggiava di forza.

    Un fascio di energia che li collegava. Era così reale che quasi allungò una mano per toccarlo. Correva da cuore a cuore, e stava cercando di avvicinarli l’uno all’altra.

    Un pensiero, quasi una debole voce che veniva dal profondo del suo essere, le attraversò la mente. La voce diceva: "Il filo d’argento non potrà mai essere spezzato, le vostre vite sono collegate. Non potete fuggire l’uno dall’altra più di quanto non potete sfuggire al destino".

    All’improvviso, con la stessa velocità con cui erano comparsi, l’immagine e la voce si dissolsero. Cassie sbatté le palpebre e scosse la testa per schiarirsi le idee. Il ragazzo, in attesa di una risposta, la stava ancora fissando.

    «È stato un piacere aiutarti», disse Cassie, accorgendosi di quanto fossero deboli e inadeguate le sue parole. «E, non mi interessa... quel che è successo». Il ragazzo le guardò il polso e un lampo argentato gli balenò negli occhi.

    «A me », disse. «Sarei dovuto uscire prima».

    Cassie scosse di nuovo la testa. Per nulla al mondo avrebbe permesso che qualcuno facesse del male a quel ragazzo. «Volevo solo aiutarti», ripeté con un filo di voce, leggermente confusa. Poi chiese: «Perché ti stanno inseguendo?».

    Lui distolse lo sguardo, respirando a pieni polmoni. Cassie ebbe la sensazione di aver osato troppo. «Va bene. Non avrei dovuto chiedertelo...», cominciò.

    «No». Il ragazzo le rivolse un mezzo sorriso beffardo. «Se qualcuno ha il diritto di chiederlo, sei tu. Ma non è facile da spiegare. Qui... sono un po’ fuori dalla mia zona. Da dove vengo, nessuno avrebbe il coraggio di darmi la caccia. Non oserebbero neppure guardarmi negli occhi. Ma qui sono una preda facile».

    Cassie ancora non capiva. «A questa gente non piacciono i... diversi », disse. «E io sono diverso da loro. Sono molto, molto diverso ».

    , pensò lei. Chiunque lui fosse, di certo non era come Jordan o Logan. Era diverso da chiunque avesse mai incontrato in vita sua.

    «Mi dispiace. Mi rendo conto che come spiegazione non è un granché», disse. «Soprattutto dopo quello che hai fatto. Mi hai aiutato e io non lo dimenticherò». Abbassò gli occhi e le rivolse un sorriso. «Certo, non sembra che ci sia molto che io possa fare per te, vero? Non qui, almeno. Tuttavia...», fece una breve pausa, poi aggiunse: «Aspetta un attimo».

    Infilò una mano in tasca in cerca di qualcosa. Cassie ebbe quasi un mancamento: il sangue le fluì con forza verso le guance. Stava cercando delle monete? Pensava davvero di ripagarla per l’aiuto con del denaro? Si sentiva umiliata, peggio di quando Jordan le aveva afferrato il polso, e quasi non riuscì a trattenere le lacrime. Ma il ragazzo tirò fuori dalla tasca una pietra, di quelle che si trovano sul fondo dell’oceano. Almeno questo era quel che sembrava a una prima occhiata. Un lato, simile al guscio di una piccola conchiglia, era ruvido e grigio, con minuscole spirali nere all’interno. Ma poi lui la girò. L’altro lato era grigio con striature azzurre, cristallizzato, e brillava sotto la luce del sole come se fosse ricoperto di zucchero candito. Era meravigliosa.

    Il ragazzo la posò sul palmo della mano di Cassie, chiudendo le dita della ragazza intorno alla pietra. Appena la toccò, Cassie avvertì una specie di scossa elettrica che dalla mano si propagò al braccio. La pietra sembrava viva in un modo che non riusciva a spiegare. Nonostante le pulsassero le tempie, riuscì a sentire le parole del ragazzo, che parlò velocemente e con un filo di voce.

    «È calcedonio, una... pietra della fortuna. Se mai dovessi trovarti nei guai o in pericolo o qualcosa di simile, se mai dovessi sentirti sola e non c’è nessuno a cui chiedere aiuto, stringila forte – forte – e pensa a me».

    Cassie era rapita. Respirava a fatica e il petto le pesava. Erano così vicini; Cassie riusciva a vedere i suoi occhi, lo stesso colore del cristallo, e poteva sentiva il suo respiro sulla pelle e il calore del suo corpo che rifletteva quello del sole. I suoi capelli non erano solo rossi, ma ricchi di ogni sorta di colore e sfumatura, alcuni ciuffi talmente scuri da essere quasi viola, altri bordeaux, altri ancora dorati.

    Diverso, pensò di nuovo Cassie; era diverso da qualsiasi ragazzo avesse mai conosciuto. Sentì una dolce sensazione di calore lungo il corpo, che sapeva di libertà e possibilità. Stava tremando, riusciva a sentire il battito del cuore nelle dita, ma non era in grado di dire se fosse il suo o quello del ragazzo. Sembrava che prima le avesse letto nel pensiero, ma adesso aveva la sensazione che le fosse penetrato nella mente. Era così vicino e la stava fissando...

    «E cosa succede dopo?», bisbigliò Cassie.

    «E poi... forse la tua fortuna girerà». Il ragazzo fece un brusco passo all’indietro, come se si fosse ricordato qualcosa, e il tono della voce si fece più aspro. Il momento era passato. «Vale la pena provarci, non credi?», disse allegramente.

    Incapace di aprire bocca, Cassie annuì. A differenza di prima, adesso sembrava che la stesse schernendo. Ma prima no, prima stava parlando molto seriamente.

    «Devo andare. Non mi sarei dovuto fermare così a lungo», disse.

    Cassie deglutì. «Fa’ attenzione. Credo che Jordan abbia una pistola...».

    «Non mi sorprenderebbe», la interruppe, impedendole di aggiungere altro. «Non preoccuparti, sto per lasciare Cape Cod. Per il momento, almeno. Tornerò e, chissà, forse ci rivedremo». Si girò per andarsene. Poi si fermò, all’ultimo momento, e prese di nuovo la mano di Cassie tra le sue. Cassie fu troppo sorpresa dal contatto con la sua pelle per fare qualcosa. Il ragazzo girò la sua mano e guardò i segni rossi che aveva sul polso, poi li sfiorò con la punta delle dita. Quando la guardò, i suoi occhi erano di nuovo freddi, pieni di quella luce metallica. «Credimi», le sussurrò, «un giorno mi sdebiterò anche per questo. Te lo prometto».

    E poi fece qualcosa che scioccò Cassie più di ogni altra cosa successa in quel giorno sconvolgente. Avvicinò il polso ferito alle labbra e lo baciò. Fu il più lieve, il più delicato dei tocchi, e avvampò dentro Cassie come un incendio. Lei lo guardò, confusa e incredula, incapace di parlare. Non riusciva nemmeno a muoversi o a pensare; poteva solo restare lì e percepire, sentire.

    Poi il ragazzo si decise ad andarsene davvero. Fischiò per richiamare il suo cane, che intanto correva intorno a Cassie, e s’incamminò con lui. Cassie rimase sola, gli occhi fissi sulla schiena del ragazzo, le dita che stringevano con forza la piccola pietra ruvida contro il palmo della mano.

    Solo allora si rese conto di non avergli chiesto come si chiamava.

    Capitolo 3

    Solo qualche istante dopo Cassie si riscosse da quello stupore che l’aveva come frastornata. Avrebbe fatto meglio ad andarsene, Logan e Jordan potevano tornare da un momento all’altro. E se avessero scoperto che aveva mentito...

    La ragazza si arrampicò con un po’ di difficoltà sul fianco ripido della duna. Il mondo intorno a lei sembrava di nuovo banale, ordinario, privo della magia e del mistero di qualche istante prima. Era come se tutto fosse accaduto in sogno e ora si fosse svegliata. Cos’aveva pensato? Qualche stupidaggine su fili d’argento, destini incrociati e un ragazzo diverso da tutti gli altri. Che sciocchezze. La pietra nella sua mano era solo una pietra. E le parole non erano che parole. Persino quel ragazzo... Non poteva averle letto nel pensiero, era ovvio. Nessuno è in grado di farlo, doveva esserci una spiegazione razionale...

    Allentò la presa sulla piccola pietra. La mano era intorpidita nel punto in cui aveva stretto il dono di quello strano individuo, e la pelle che lui le aveva toccato sentiva in modo diverso da tutto il resto del suo corpo. Cassie pensò che qualsiasi cosa le fosse accaduta in futuro, non importava: avrebbe avvertito per sempre quel tocco.

    Entrò nel cottage che lei e sua madre avevano affittato per l’estate e chiuse a chiave la porta. Si fermò. Riusciva a distinguere la voce della madre in cucina; dal tono intuì che qualcosa non andava.

    La signora Blake era al telefono, schiena alla porta, la testa leggermente inclinata per bloccare la cornetta tra l’orecchio e la spalla. Cassie restò come al solito a bocca aperta davanti alla figura snella e slanciata della madre. Coi lunghi capelli neri fermati sulla nuca da un semplice fermaglio, la signora Blake sembrava una ragazzina. Per questo motivo Cassie era protettiva nei suoi confronti, e a volte si comportava come se lei fosse la madre e la madre fosse sua figlia.

    Decise di non interromperla. La signora Blake era sconvolta, e a intervalli diceva nel microfono «Sì», o «Lo so», con la voce piena di dolore.

    Cassie si girò e andò nella sua camera.

    Si affacciò alla finestra e guardò fuori, chiedendosi distrattamente cosa stesse succedendo a sua madre. Ma non riusciva a togliersi dalla mente il ragazzo incontrato in spiaggia: in realtà, pensava solo a quello.

    Anche nel caso in cui Portia avesse conosciuto il suo nome, non glielo avrebbe mai rivelato, Cassie ne era certa. E senza il nome, come poteva riuscire a ritrovarlo?

    Non poteva. Quella era la cruda verità ed era meglio affrontarla subito. Anche se avesse scoperto come si chiamava, non era una di quelle che vanno a caccia di ragazzi. Non avrebbe saputo nemmeno da cosa iniziare.

    «E tra una settimana torno a casa», bisbigliò. Per la prima volta queste parole non suscitarono in lei conforto e speranza. Poggiò il pezzo di calcedonio grezzo sul comodino producendo un suono secco.

    «Cassie? Hai detto qualcosa?».

    Cassie si voltò di scatto e vide sua madre sulla porta. «Mamma! Pensavo che fossi ancora al telefono». Siccome la madre continuava a guardarla con aria interrogativa, Cassie aggiunse: «Stavo pensando ad alta voce. Dicevo che tra una settimana torneremo a casa».

    Una strana espressione attraversò il volto della madre, come un lampo di dolore represso. Poi cominciò a camminare nervosamente per la stanza, le profonde occhiaie scure che le circondavano i larghi occhi neri.

    «Mamma, che sta succedendo?», chiese Cassie.

    «Ero al telefono con tua nonna. Ti ricordi che stavo pensando di andare a trovarla insieme a te, la settimana prossima?».

    Cassie lo ricordava perfettamente. Aveva detto a Portia che lei e la mamma sarebbero partite per la costa settentrionale, e Portia era scattata dicendo che non era così che si chiamava. Da Boston fino a Cape Cod c’era la riva meridionale, da Boston fino al New Hampshire c’era la riva settentrionale, mentre se andavi nel Maine eri diretta a sud-est. «E comunque, dov’è che vive tua nonna?», le aveva chiesto Portia. Cassie non lo sapeva: sua madre non glielo aveva mai detto.

    «Sì», disse. «Ricordo».

    «Era lei al telefono. È vecchia, Cassie, e non sta molto bene. Sta peggio di quanto pensassi».

    «Oh, mamma. Mi dispiace». Cassie non aveva mai incontrato sua nonna, non l’aveva mai vista neanche in foto, eppure era molto dispiaciuta. Sapeva che la madre e la nonna si erano allontanate anni prima, quando era nata lei. Era a conoscenza del fatto che il litigio tra la nonna e sua madre c’entrasse con la decisione della signora Blake di lasciare la casa di famiglia, ma non sapeva altro. Negli ultimi anni, tuttavia, c’era stato uno scambio di lettere, e Cassie pensava che in fondo si volessero ancora bene. Sperava che fosse così e comunque non vedeva l’ora di conoscere la nonna. «Mi dispiace davvero, mamma», disse. «Credi che si riprenderà?»

    «Non lo so. Vive da sola in quella casa enorme e soffre di solitudine... Ci sono giorni in cui per colpa della flebite non può neanche camminare». Il volto della madre era percorso da strisce di luce e ombra. Parlava con lentezza, quasi formalmente, come se si stesse sforzando di trattenere una forte emozione.

    «Cassie, tua nonna e io abbiamo avuto i nostri problemi, ma siamo pur sempre una famiglia e lei non ha nessun altro. È tempo di seppellire i nostri dissidi».

    La madre non aveva mai parlato così apertamente del suo allontanamento. «Cosa successe, mamma?»

    «Adesso non ha più importanza. Tua nonna voleva che... seguissi una strada che non m’interessava. Pensava che fosse la cosa giusta... Ma adesso è sola e ha bisogno di aiuto».

    Un brivido di paura s’insinuò nella mente di Cassie. Paura per la nonna che non aveva mai conosciuto... e per qualcos’altro. Un lampo cupo illuminò gli occhi di sua madre: la signora Blake ora aveva uno sguardo triste, perso, sembrava dovesse darle una brutta notizia e non riuscisse a trovare le parole. Cassie si allarmò.

    «Cassie, ci ho pensato a lungo, ma la soluzione è una sola. E mi dispiace, perché ti sconvolgerà la vita, e non sarà facile ... Ma tu sei giovane. Ti adatterai. So che ce la farai».

    Una fitta di panico trapassò Cassie come un pugno. «Mamma, è tutto ok», disse in fretta. «Tu resta pure qui e fa’ quel che devi fare.

    Alla scuola penserò io. Non sarà un problema, mi farò aiutare da Beth e dalla signora Freeman...». La madre di Cassie stava scuotendo la testa, e all’improvviso Cassie capì che non doveva fermarsi, che doveva sommergerla con un fiume di parole. «Non ho bisogno delle nuove divise scolastiche...».

    «Cassie, mi dispiace così tanto. Ho bisogno che tu cerchi di capire, tesoro, e che ti comporti da adulta. So che i tuoi amici ti mancheranno. Ma dobbiamo provare entrambe a fare la cosa migliore». Gli occhi di sua madre erano fissi sulla finestra, come se non riuscisse a reggere lo sguardo della figlia.

    Cassie parlò con prudenza: «Mamma, che stai cercando di dirmi?»

    «Sto dicendo che non torneremo a casa, almeno non in quella di Reseda. Andremo a casa mia, dove vive tua nonna. Ha bisogno di noi. Vivremo là, con lei».

    Cassie non sentì niente: torpore, forse, e stupore, nulla di più. Riuscì a dire scioccamente, come fosse la cosa più importante: « dove? Dove vive la nonna?».

    Per la prima volta la mamma si allontanò dalla finestra e si girò verso di lei. I suoi occhi sembravano più grandi e più scuri del solito. Cassie non l’aveva mai vista così, prima di allora.

    «A New Salem», disse in un fil di voce. «La città si chiama New Salem».

    Qualche ora dopo, Cassie era ancora seduta vicino alla finestra con lo sguardo perso nel vuoto e i pensieri che si accavallavano nella sua mente.

    Restare qui... Restare nel New England....

    Una scossa elettrica le attraversò il corpo. "Lui. Sapevo che ci saremmo incontrati ancora", disse una voce dentro di lei, ed era una voce felice. Ma era solo una voce tra le tante, e tutte parlavano contemporaneamente.

    Restare. Non tornare a casa. E che importa se quel ragazzo è qui, da qualche parte nel Massachusetts? Non conosci il suo nome, o dove vive. Non lo ritroverai mai.

    Ma c’è una possibilità, pensò disperatamente. E la voce dentro di sé, quella felice, sussurrò: "Più di una possibilità. È il tuo destino".

    Il destino!, risposero beffardamente le altre voci. Non essere ridicola! Il tuo destino è passare il primo anno del college nel New England. Dove non conosci nessuno. Dove sarai sola.

    Sola, sola, sola, intonarono le voci, tutte insieme.

    Quella felice venne sopraffatta e ridotta al silenzio. Scomparve. Cassie sentì scivolare via ogni speranza di rivedere il ragazzo con i capelli rossi. Dentro di lei non rimase che disperazione.

    Non potrò neppure salutare le mie amiche, pensò. Aveva pregato la madre di tornare a casa per poterle vedere, ma la signora Blake le aveva detto che non avevano né il tempo né il denaro per farlo. I biglietti aerei erano stati già rimborsati. Una sua amica avrebbe spedito le loro cose a New Salem.

    «Se torni a casa», le disse la madre con dolcezza, «partire una seconda volta ti farà sentire peggio. Almeno così il distacco sarà indolore. E potrai rivedere i tuoi amici l’estate prossima».

    L’estate prossima?, si disse Cassie. Mancava un secolo all’estate successiva. Cassie pensò alle sue amiche: l’innocente, buonissima Beth, la silenziosa Clover, e Miriam, la prima della classe. Aggiungeteci la timida e sognante Cassie, e avrete un’idea del loro gruppo. Forse non frequentavano le compagnie giuste, ma se la spassavano e si conoscevano dalle elementari. Come avrebbe fatto senza di loro fino all’estate successiva?

    Ma la voce di sua madre era stata così lieve e distratta, e i suoi occhi si erano mossi per la stanza in modo talmente vago e preoccupato che Cassie non aveva avuto cuore di fare una scenata come avrebbe desiderato.

    In verità, Cassie aveva avuto la tentazione di gettare le braccia al collo della madre e dirle che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Ma non ci era riuscita. Il piccolo ma cocente focolaio di risentimento che le bruciava nel petto non glielo aveva permesso. Per quanto sua madre potesse essere preoccupata, pure non sarebbe stata lei madre a dover affrontare la prospettiva di andare in una scuola tutta nuova in uno Stato a cinquemila chilometri da casa.

    A differenza di Cassie. Nuovi corridoi, nuovi armadietti, nuove classi, nuovi banchi, pensò. Nuovi volti al posto delle amiche che conosco da una vita. Oh, non poteva essere vero.

    Quel pomeriggio Cassie non aveva alzato la voce con la madre, ma non l’aveva neppure abbracciata. Si era voltata silenziosamente verso la finestra e lì era rimasta, mentre la luce moriva poco alla volta e il cielo diventava rosa salmone, poi viola, e infine nero.

    Era passato molto tempo, quando andò a letto. Si rese conto che aveva dimenticato completamente il calcedonio della fortuna. Prese la pietra dal comodino e la infilò sotto il cuscino.

    Portia arrivò mentre Cassie e la madre stavano caricando i bagagli nell’auto a noleggio.

    «Andate a casa?», chiese.

    Cassie diede un ultimo spintone alla sua valigia affinché entrasse nel portabagagli. In quel momento capì di non volere che Portia sapesse che sarebbe rimasta nel New England. Non voleva metterla a parte della sua infelicità: sarebbe stato come servirle su un piatto d’argento una sorta di vittoria su di lei.

    Quando alzò gli occhi per guardarla, fece del suo meglio per sorridere. «Sì», disse lanciando un’occhiata veloce alla madre che stava sistemando delle valigie sul sedile posteriore dopo aver inclinato quello del guidatore.

    «Credevo saresti rimasta fino al prossimo weekend».

    «Abbiamo cambiato idea». Cassie guardò gli occhi color nocciola di Portia, sorpresa dalla loro freddezza. «Non che non mi sia divertita. È stato bello», si affrettò stupidamente ad aggiungere.

    Portia si spostò un ciuffo di capelli color paglia dalla fronte.

    «Forse è meglio se non ti fai più vedere da queste parti», disse.

    «Qui i bugiardi non ci piacciono».

    Cassie aprì la bocca ma la richiuse immediatamente, le guance in fiamme. Quindi sapevano che aveva mentito in spiaggia. Era il momento giusto per uno di quei commenti terribilmente caustici a cui pensava la notte ma, ovviamente, non riuscì a spiccicare parola e serrò con forza le labbra.

    «Fa’ buon viaggio», concluse Portia. Dopo aver lanciato un’ultima occhiata a Cassie, si voltò per andarsene.

    «Portia!». Lo stomaco di Cassie era contratto per la tensione, l’imbarazzo e la rabbia, ma non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione. «Mi diresti una cosa, prima che io parta?»

    «Cosa?»

    «Ormai non fa alcuna differenza, ma volevo sapere... mi chiedevo... >se conosci il suo nome».

    «Il nome di chi?».

    Cassie sentì di nuovo le guance che avvampavano, ma continuò caparbiamente. «Il suo nome. Quello del ragazzo con i capelli rossi che abbiamo visto in spiaggia».

    Gli occhi nocciola di Portia non si mossero. Continuavano a fissare quelli di Cassie, le pupille contratte simili a capocchie di spillo. Cassie sapeva di non avere alcuna speranza.

    Aveva ragione.

    «Quale ragazzo con i capelli rossi sulla spiaggia?», disse Portia scandendo le parole. Ciò detto, girò sui tacchi e se ne andò. Questa volta Cassie non la fermò.

    Verde. Questo è quel che Cassie notò durante il viaggio da Cape Cod verso nord. Su entrambi i lati della strada cresceva una vera foresta. In California, alberi così alti si vedevano solo in un parco nazionale...

    «Quelli sono aceri da zucchero», disse sua madre con allegria forzata, mentre Cassie girava leggermente la testa per guardare un gruppo di piante particolarmente belle. «E quelli più bassi sono aceri rossi. Diventano rossi in autunno, un meraviglioso e lucente rosso tramonto. Aspetta e vedrai».

    Cassie non rispose. Non voleva vedere gli alberi in

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