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101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita
101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita
101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita
E-book510 pagine5 ore

101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita

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Info su questo ebook

101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita non vi farà chiudere occhio: la vita notturna della città eterna è ormai quella di una grande metropoli, sempre in fermento e densa di appuntamenti. Dai cinema ai teatri, dalle manifestazioni culturali alle discoteche, dai ristoranti alle vinerie, la città coinvolge e trascina cittadini e turisti in una girandola di iniziative ed eventi che hanno fatto di Roma la Regina delle notti italiane. E di questa bella dama senza età, Adriano Angelini vi racconterà ogni segreto, accompagnandovi mano nella mano tra vicoli, ponti e palazzi, svelandovi locali e angoli ancora poco noti dove sorprendere una città che si distrae e si diverte, golosa della vita e pronta a liberarsi del grigiore quotidiano. Quella che scoprirete sarà una Roma inedita, in paillettes e cotillons, pronta a conquistare tutti i nottambuli scalpitanti che non sapranno resistere al suo richiamo.

«Roma di notte? Ecco cosa fare (…) le proposte di questo itinerario by night sono quanto meno eterogenee.»
Laura Laurenzi - La Repubblica

«Quella che scoprirete sarà una Roma inedita, in pailette e cotillon, pronta a conquistare tutti i sonnambuli impenitenti.»
Stefano Clerici - La Repubblica


Roma di notte come non l’avete mai vista!

- Passare di cuscino in cuscino nei locali dell’Isola Tiberina
- Lasciarsi ammaliare dalle Cosmofonie a Ostia Antica
- Passeggiare nei giardini di Castel Sant’Angelo senza aver paura degli spiriti
- Sentirsi trasteverini alla Festa de’ Noantri
- Innamorarsi delle pin up al Micca Club
- Morire di birra e alette di pollo da Mastro Titta
- Cenare dalla Sora Lella ricordando Aldo Fabrizi e pensando a Carlo Verdone
- Girare per i quartieri che non dormono mai: il Pigneto, San Lorenzo, Testaccio, Trastevere
- Cenare su un tram chiamato desiderio

Adriano Angelini è nato nel 1968. È poeta, scrittore e traduttore. Ha pubblicato due romanzi, Da soli in mezzo al campo e Le giornate bianche. Un suo racconto è contenuto nell’antologia Controcuore. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita e 101 gol che hanno cambiato la storia del calcio italiano. Ha collaborato con radioradicale.it e con il quotidiano «Il Foglio». Collabora alla rivista di letteratura contemporanea www.paradisodegliorchi.com
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854123236
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    101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita - Adriano Angelini

    53

    Prima edizione ebook: settembre 2010

    © 2010 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-2323-6

    www.newtoncompton.com

    Edizione elettronica realizzata da Gag srl

    Adriano Angelini

    101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita

    Illustrazioni di Giovanna Niro

    INTRODUZIONE

    Per diverso tempo parlare di notte romana significava fare paragoni ingenerosi.

    Ingeneroso il confronto con le grandi metropoli europee e le più vivaci Milano e Bologna, ancora più ingeneroso il confronto con la Roma bagnata dal sole e i suoi invidiati patrimoni artistici e culturali.

    Tuttavia, grazie all’invenzione della ormai popolare Estate Romana e delle nuove tendenze che arrivano dall’estero, possiamo affermare che anche Roma, finalmente, ha acquisito un volto notturno che non ha più nulla da invidiare alle altre città.

    Certo sono lontanissimi gli echi della Dolce Vita, della Roma di celluloide magica e sofisticata, oggi i luoghi del divertimento e dello svago notturno sono profondamente cambiati. E così i suoi modi. Diverse sono le esigenze del pubblico, diversa è la geografia del territorio e, soprattutto, diversa è la società. E la città, se la si guarda solo da un certo punto di vista, non è ancora, e forse non sarà mai, la Amsterdam o la Barcellona del mediterraneo. Paga forse il dazio per essere il museo del mondo. Un museo dove non si può fare tanta baldoria altrimenti si rompono le teche. Si graffiano i reperti. Si scheggiano anfore e monili che nessuno potrà mai restituire.

    Questo libro cerca di raccontare i luoghi e le dinamiche di una notte che è appena iniziata. E lo fa in 101 modi, in 101 paesaggi lunari che vi sveleranno una Roma inedita e mai vista. Una città che si nasconde nei sottoscala, che gioca a mosca cieca tra i vicoli, che cammina silenziosa tra ponti e palazzi e raggiunge in punta di piedi terrazze e angoli ancora sconosciuti. Una città che si abbuffa e gode di specialità nostrane, golosa della vita e pronta a liberarsi del grigiore quotidiano in pub e locali. Una capitale per tutti, che incanta e affascina come ogni nuova stella. Un museo a cielo aperto appena inaugurato, ma già pronto a conquistare tutti i nottambuli scalpitanti che si affideranno a questa dama bella e senza età che non ha più paura della notte.

    BREVI CENNI STORICI

     1.

    COSA FACEVANO I ROMANI DI NOTTE NELL’ANTICA ROMA?

    Se un viaggiatore del tempo fosse proiettato improvvisamente nel mondo degli antichi romani la cosa che più lo colpirebbe sarebbe l’assenza di frastuono. Non del semplice rumore. Il frastuono è tipico della contemporaneità, è il sottofondo metallico e roboante dei motori a scoppio, delle fabbriche, della musica e delle parole di radio e televisioni, è l’amplificazione del battito dei materiali con cui sono costruite le metropoli e le cose dentro le metropoli; pensate alle saracinesche dei negozi che si abbassano, alle transenne che si spostano, ai saldatori, alle finestre che sbattono, ai clangori più o meno acuti di ferro e metallo e acciaio che, insieme a cemento e marmo, si fanno guerra l’un l’altro tramite gli oggetti che hanno modellato e irrigidito.

    Il viaggiatore, se magari arrivasse nella Capitale dei Cesari proprio di notte, probabilmente sarebbe infastidito, avrebbe addirittura paura di quel silenzio diverso di una Roma attraversata a mala pena dai carretti su un selciato fatto di ciottoli, dal vociare dei gruppetti di sfaccendati diretti a casa, o in qualche locanda. Poi certo il buio. Un buio intenso e non elettrico. Un buio di candele e lumini a olio e luna. E l’eco. Un’eco che poteva avere tutto il tempo e lo spazio (qualcuno dice che sono la stessa cosa) per diffondersi senza disperdersi fra i meandri di una città priva di palazzi che cercano di arrivare al cielo, senza automobili e pedoni e turisti e nottambuli e aeroplani e elicotteri che fanno chiasso senza sapere più cosa sia. Proprio per quest’atmosfera surreale, o reale ma dimenticata, il nostro viaggiatore potrebbe decidere di tornare indietro. Troppo diverso. Impossibile fare a meno del sottofondo costante e invisibile dei suoni amplificati che, come una compagnia non richiesta, cullano la nostra illusione di non essere soli. Ma se invece decidesse di rimanere?

    Se decidesse di rimanere scoprirebbe che i romani dell’epoca trascorrevano le serate quasi come noi. Era diverso il contesto. Non c’era la società di massa. Ma la notte offriva, come in ogni epoca, rifugio per i malinconici, distrazioni per i nottambuli, lussuria per gli intrepidi. C’è da dire che buona parte della città dormiva in quel silenzio placido e antico che non si riesce a immaginare. Un’altra parte (e qui gli studiosi non sono concordi sulle percentuali, c’è chi dice quattro gatti, chi sostiene trattarsi di un numero cospicuo di persone) viveva la notte con intensità. Molti frequentavano le popinae (osterie, taverne e locande), che venivano sì considerate malfamate, bazzicate dal popolo e da quelli che i legislatori del tempo chiamavano aleator (giocatori d’azzardo), ma nelle quali, non di rado, era possibile incontrare annoiati rampolli dell’aristocrazia, senatori, consoli e perfino qualche imperatore. E poi non era insolito imbattersi in ragazze fuori dalla porta delle locande dove si poteva anche alloggiare. Attiravano i viaggiatori. Facevano intendere che, lì dentro, oltre a consumare i pasti c’era possibilità di rimediare un po’ di compagnia.

    Certo, il povero viaggiatore del tempo si dovrebbe saziare con pasti diversi, inebriarsi di odori pungenti (carne speziata, zuppe, farro) adeguarsi a un abbigliamento fatto di tuniche e casacche, ma si accorgerebbe dei costumi sessuali più lascivi e di vere e proprie atmosfere da gozzoviglia (nonostante gli strali di alcuni scrittori moralisti del tempo, Catone il censore docet). Basti pensare che l’esercizio della prostituzione era esente da pena. Sembra inoltre che la maggior parte dei romani seguissero i suggerimenti di Plauto. «Lascia stare le vedove, le donne maritate, le vergini, i giovanotti e i ragazzi di nascita libera, e poi fa pure all’amore con chi vuoi». La bisessualità sembrava rappresentare la regola. Ma mentre gran parte dei nobili evitava di frequentare le popinae e organizzava i baccanali (a volte con tanto di orge) nelle lussuose case (in cui, come ci hanno insegnato tanti film, si desinava regolarmente sdraiati), le abitazioni piccole e spoglie alle quali era costretto il popolo, la solitudine e il buio netto favorivano, per la plebe, gli incontri nelle taverne, il gioco dei dadi, le bevute, le canzonette (spesso indecenti) al suono della lira e dell’arpa.

    L’attuale rione Monti era il centro di una vera e propria Subura, il quartiere a luci rosse, dove alcune ragazze aspettavano i clienti sedute in strada davanti al portone. Alcune invece si aggiravano nei Fori, o nei dintorni delle Terme. Per le vie, almeno quelle frequentate, non mancavano di certo vandali e teppisti, molti comparsi soprattutto ai tempi di Nerone di cui cercavano di imitare le ’gesta’. È noto infatti come l’imperatore amasse praticare scorribande notturne, bevendo, importunando donne e provocando risse, magari accompagnato da baldi e goliardici gladiatori.

    È però a Otone, imperatore succeduto a Nerone per tre mesi, che si deve l’introduzione di un nuovo e brutale gioco notturno: far stendere un malcapitato su un mantello nero e lanciarlo in aria.

    Roma antica di notte non era, come capita spesso ai nostri giorni, una città sfarzosa. E non era illuminata, se non in alcuni punti centrali. Organizzare un evento costituiva un’impresa quasi titanica. Tuttavia ogni tanto qualche imperatore regalava ai suoi sudditi una serata eccezionale. Pare che fosse sempre Nerone il più ’creativo’. Gli storici ricordano lo sfarzo con cui la Città Eterna accolse Tiridate, re armeno che decise di sottomettersi all’autorità romana. «La città era ornata di luci e ghirlande», tanti si arrampicarono perfino sui tetti pur di assistere all’ingresso trionfale dei due sovrani lungo la via dei Fori. E fu sempre Nerone che, dopo aver inventato Neronia, ovvero i giochi che prendevano il suo nome, decise di prolungarli anche di notte; si susseguirono rappresentazioni teatrali, gare atletiche, corse dei carri e molto altro in un’atmosfera fascinosa che Tacito, però, ricorda anche minacciosa. Nerone infatti partecipava direttamente ai giochi e per ben tre anni, grazie a un clima di terrore diffuso, s’impose come vincitore. Perfino il pubblico, timoroso di essere accusato di lesa maestà, reato punibile anche con la morte, si vide costretto spesso a rimanere sugli spalti degli anfiteatri giorno e notte per assistere agli spettacoli e acclamare le sue gesta.

    Più tardi fu Augusto ad approfittare dell’atmosfera notturna per celebrare la festa della nuova era, con celebrazioni pagane per l’ingresso nel nuovo secolo. L’imperatore, per stupire e affascinare, volle attuare in prima persona, e sotto gli occhi di tutti, i tre riti sacrificali alle muse. Orazio ci ricorda come, in uno di questi, con le sue stesse mani: «Augusto sacrificò una scrofa gravida... e i presenti non dimenticarono mai quello spettacolo» (Che infatti venne riprodotto anche sulle monete).

    Il nostro viaggiatore è seduto sul giaciglio di una delle tante locande vicino al centro. Non riesce a dormire. I lamenti dei maschi innamorati che da fuori la porta si struggono per una donna che non gli apre l’uscio sono strazianti e noiosi. Ubriachi che nessuno considera. Che le ronde dei vigilantes lasciano lì a rotolarsi sul selciato. Il buio è fitto, disorienta e buca l’anima. Da lontano, all’improvviso, si alzano delle fiammate altissime verso il cielo. Il viaggiatore si alza, scruta dalla finestra. La scena è raccapricciante. I cristiani sono stati accusati da Nerone di essere i responsabili degli incendi che hanno devastato alcune zone della città. Adesso arrostiscono in croce, illuminando in modo macabro le strade della notte romana popolate da gente che corre da tutte le parti, che impreca, che applaude al sacrificio. Un terrore straniante lo coglie. Un bisogno di fuggire. È il momento di tornare nel presente che, per quanto difficile, è l’unico tempo che crediamo di conoscere, e che sentiamo familiare.

     2.

    BREVE STORIA DEI LUPANARI ROMANI

    La prostituzione nell’antica Roma era legale, compreso lo sfruttamento. Le ragazze venivano gestite direttamente dallo Stato che imponeva loro non solo una tassazione ma l’obbligo di iscriversi su un registro (anche con nome fittizio, o d’arte) e di praticare la professione, rigorosamente di notte e non di giorno, nei postriboli chiamati ’lupanari’. Pare che il nome derivasse dalla famosa allevatrice di Romolo e Remo che risponde al nome di Acca Larentia, moglie del pastore Faustolo, chiamata ’lupa’ per la sua libera attività amatoria e che, a ben vedere, può considerarsi l’antenata madrina di tutti i romani.

    Esistevano diverse zone preposte alla prostituzione, veri e propri quartieri a luci rosse. A parte il rione Monti, è possibile che molti lupanari fossero situati nella zona dell’attuale Celio, in prossimità delle caserme degli equites singulares (press’a poco nella zona dell’odierna piazza san Giovanni) .

    I Lupanari erano frequentati dal popolo per le tariffe basse che le prostitute chiedevano. La tradizione maschile degli antichi romani imponeva, inoltre, a tutti i ragazzi in età adolescente una specie di rito iniziatico in un lupanare; un viatico per ottenere la necessaria virilità ed essere accettati dagli adulti. Il luogo, a dir la verità, non era gran che confortevole. Dagli scavi di Pompei sono emerse non solo delle raffigurazioni pittoriche di postriboli ma anche le vere stanze, oggi visitabili, nelle quali si praticava sesso. Il talamo era di pietra, le camere erano celle senza finestre. Possiamo immaginare le condizioni igieniche.

    Pare che le donne che esercitassero la professione non fossero però tutte di ceto sociale basso. È risaputa la storia (o la leggenda, chissà) di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio che, proprio di notte e sotto falso nome, riceveva i suoi clienti in un lupanare. È anche vero che negli ambienti aristocratici fosse molto diffusa la pratica di organizzare dei bordelli in ambienti raffinati gestiti da vere matrone; quasi dei privé d’altri tempi, con tanto di scambio di coppie.

    Il sesso degli antichi romani, nelle sue diverse accezioni, era posto sotto la protezione di due divinità: Venere e Priapo, quest’ultimo dio della fertilità raffigurato spesso con un fallo. Il 23 aprile e il 25 ottobre di ogni anno, in onore delle prostitute, venivano organizzate due feste con tanto di parate e cortei processionali che culminavano al tempio della dea dell’amore. Nei postriboli si potevano trovare anche prostituti maschi visto che l’omosessualità non solo era diffusa ma rientrava nella naturalità delle pratiche sessuali. Non mancavano tuttavia interpretazioni dell’omosessualità in senso gerarchico maschilista. L’amore fra due ragazzi infatti era meno tollerato di quello fra un adulto e un giovane (tanto caldeggiato ad esempio da poeti come Catullo, Virgilio e Orazio), retaggio della cultura dell’antica Grecia a cui, come si sa, i romani attinsero molto.

    Curioso inoltre che, proprio da alcuni imperatori, venissero esempi di vita decisamente trasgressivi che oggi farebbero non solo gridare allo scandalo ma verrebbero giudicati quasi patologici. Vale la pena ricordare l’estrosità di due imperatori come Caligola ed Eliogabalo. Quest’ultimo soprattutto andava in giro con le labbra e gli occhi truccati, fasciato in tuniche di seta e ornato con gioielli femminei; i banchetti che offriva ai suoi ospiti si svolgevano sotto l’incessante caduta dal soffitto di una miriade di petali di rose profumati, i suoi fiori preferiti.

     3.

    BREVE STORIA DEL CAPODANNO ROMANO

    È curioso come, per mera convenzione, gli uomini abbiano deciso di contare il tempo. Il tempo, di per sé (semmai esista), come ben insegnano le millenaristiche culture centro americane, è ciclico perché è scandito dal succedersi delle stagioni (e dai moti degli astri, anch’essi ciclici) quindi non numerabile consequenzialmente; ma con l’avvento delle società greco romane, almeno nella porzione di mondo chiamata Occidente, si è stabilito che dovesse essere lineare e quindi seguire un ordine cronologico. Il Cattolicesimo ci ha messo poi del suo, inscrivendo il tempo all’interno di un progetto di salvezza e resurrezione che sarebbe avvenuto alla fine dei tempi, ponendo così un inizio, la nascita di Cristo, e una fine, la presunta Apocalisse, che però nessuno riesce ancora a intravedere, per fortuna.

    Più specificamente, gli antichi romani, prima che fosse stabilito il calendario gregoriano che utilizziamo tutt’oggi, si basavano sul calendario di Romolo in cui il primo mese dell’anno era marzo. Poi vi fu quello numano (da Numa Pompilio), con un anno di 355 giorni e ogni due anni l’aggiunta di un mese, mercedonio, che durava 22 o 23 giorni. È importante notare come, a un certo punto, dopo la morte di Giulio Cesare e di Augusto, due mesi dell’anno vennero intitolati alla loro memoria: luglio (Iulius) e agosto (Augustus). Il calendario gregoriano, tranne qualche aggiustamento, è più o meno basato su quello romano.

    Dopo le modifiche apportate nel 46 a.C. dallo stesso Cesare, il primo mese dell’anno i romani lo dedicarono al dio Giano (Ianus), gennaio (che in inglese è January). Giano è il dio degli ingressi e dei passaggi, è bifronte, con una faccia guarda indietro verso ciò che è stato e con l’altra avanti, a ciò che deve ancora avvenire. In quel giorno d’inizio anno si usava invitare a pranzo gli amici e regalare un vaso bianco con miele, datteri e fichi, insieme ad alcuni ramoscelli d’alloro detti strenne.

    La strenna, portatrice di gioia e felicità, era così chiamata perché i rami venivano raccolti in un boschetto di una via sacra dedicata alla dea di origine sabina Strenia. A lei era riservato uno spazio verde sul monte Velia. Il primo giorno del nuovo anno era un giorno lavorativo, anzi, tutte le opere compiute in questo giorno venivano considerate sacre. Ovidio ricorda come fosse abitudine dire: «Consacrai al lavoro l’anno che appena comincia, perché non s’auspicasse l’interno anno ozioso».

    La tradizione di indossare un vestito rosso la notte di capodanno (oggi quasi del tutto abbandonata) sembra provenire anch’essa dall’antica Roma. Ai tempi di Ottaviano Augusto tale colore era simbolo del potere, del sangue, e del cuore. È possibile inoltre che gli attuali festeggiamenti natalizi complessivi, quelli che vanno dal 25 dicembre al 6 gennaio, risentano proprio della tradizione romana legata ai saturnali, che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre (periodo del solstizio d’inverno, cioè di declinazione massima raggiunta dal sole, e conseguente risalita). Come ben sappiamo, la Chiesa cattolica ha de-paganizzato molte festività, rivedendole e correggendole. I saturnali dunque, celebrazioni dedicate all’insediamento del dio Saturno e alla mitica età dell’Oro, durante i quali oltre a gozzovigliare si perpetravano sacrifici e l’ordine sociale poteva essere invertito (e gli schiavi si ritrovavano a comandare i loro padroni almeno per pochi giorni) corrispondevano press’a poco alle nostre vacanze di Natale.

    Per tornare al Capodanno contemporaneo, il 1 gennaio noi celebriamo san Silvestro. Anche in questo caso si tratta della celebrazione di un santo cattolico, cioè di un papa. Un atto politico con cui si vuole ricordare Silvestro, il primo pontefice dopo l’editto di Milano che rendeva il Cattolicesimo religione di Stato e che aveva battezzato l’imperatore Costantino malato di lebbra. Quest’ultimo fu il sovrano romano che si sottomise alla Chiesa e che da quel momento in poi riconoscerà Roma come cattolica.

    Per quel che riguarda invece la tradizione di gettare via le cose vecchie (soprattutto dalla finestra) e di far scoppiare fuochi d’artificio, sembra che anche in questo caso si debba guardare a consuetudini pagane che il popolo ha perpetrato nonostante i cambi al ’verticÈ. Per gli antichi romani infatti, gli spiriti dei defunti, nei momenti di passaggio, erano lì pronti a tornare per legarsi al mondo dei vivi. Buttare cose vecchie e fare gran baccano era dunque un esorcismo collettivo ed era un modo per augurarsi che il nuovo avvenire fosse migliore. Un’ultima curiosità: i romani, in questa giornata, celebravano tre divinità, Giunone, Giano, e la Grande Madre. La prima era la dea della luna e dei suoi cicli, il secondo, come abbiamo visto, il dio dei passaggi, mentre la Grande Madre è la Natura di cui siamo parte. Oggi, la Chiesa cattolica ha sostituito queste tre figure con la Madonna, sovrapponendo le figure di Giunone e della Grande Madre mentre la circoncisione di Gesù, evento ribattezzato Santissimo nome di Gesù che cade il 1° gennaio, ha sostituito la celebrazione di Giano.

    ROMA D’INVERNO

     4.

    FARSI PIACERE L’OPERA SPERANDO DI CONQUISTARLA

    La telefonata è stata abbastanza chiara.

    Ho due biglietti per la prima de Il Lago dei Cigni, mi piacerebbe che mi accompagnassi. Tu credevi che fosse un film di cui non avevi ancora visto il trailer. Le hai chiesto chi fossero gli attori e lei ha fatto un’esclamazione incredula e spietata. «Ma... è l’opera di Ciajkovskij!» In quel momento, un mondo intero è crollato. L’Opera, con la maiuscola... no!!! Fantozzianamente hai borbottato qualcosa come: «Certo, sì, che stupido... è che non avevo associato subito e...».

    L’hai conosciuta a una cena, ti era sembrata da subito molto interessante, colta, oltre che bella. Non sei ancora riuscito a credere che ti abbia dato corda senza troppo tirarsela. Comprendi che quello è il prezzo da pagare, almeno iniziale. E che faresti bene a cercare di sembrare uno all’altezza della situazione. Cercare, appunto.

    Mentre passeggi su piazza Beniamino Gigli, i taxi che arrivano e scaricano coppie su coppie, impeccabili completi nero-grigio per i lui, vistose ma eleganti mise per le lei, cerchi di scacciare l’orrendo pensiero che da quando sei arrivato lì non ti dà tregua: non ricordi quanto detestassi l’Opera, non ricordi che eri pronto a fare fiamme e fuoco contro il primo (meglio, la prima) che avesse osato parlartene anche per scherzo? Non ti rendi conto adesso quanto sei patetico? Sei perfino corso su google a fare una ricerca per avere un minimo di basi per non fare scena muta. Tu, che fino a ieri l’unico libretto che conoscevi era quello sanitario.

    Anche lei scende dal taxi, e avanza leggiadra e decisa come una diva. La prendi sotto braccio (non ti azzardi a baciarla) e fate il vostro ingresso a Teatro come una coppia d’altri tempi. Certo Roma non è Milano, osserva lei con intento navigato, non abbiamo La Scala che è un Teatro di fine ’700, però ci difendiamo, il nostro è di appena un secolo dopo. Come non darle ragione, convieni dal basso della tua inesperienza.

    All’ingresso ti viene dato il famoso libretto. Serve per seguire la vicenda narrata in versi e riadattata per gli attori cantanti (i quali, a loro volta, insieme ai musicisti, studiano sulle partiture). L’impatto con la sala è vertiginoso. Poltrone rosse, colonne altissime, lampadari di cristallo. Tutto lì dentro avrà un nome con riferimenti alle strutture della Storia dell’Arte e per questo ti prende il terrore che possa chiederti qualsiasi sciocchezza alla quale risponderesti con un semplice, disastroso, flebile mmh, per esempio di che stile sono le colonne. Fortuna che una buona stella sembra dimostrarsi comprensiva nel far parlare lei.

    «Meno male che non ci hanno assegnato i posti in secondo ordine», dice indicando le gallerie circolari.«Quando vengo all’Opera non ho nessuna intenzione di passare per una melomane che adora il loggione.»

    Ti guardi intorno, disorientato. Cerchi qualcuno che traduca all’istante. Volti distesi, salutano, pare che tutti conoscano tutti. Non un’anima pia che sembri interessata al tuo beffardo destino. Guardi in alto, la volta affrescata, un enorme lampadario a forma di cono rovesciato che punta dritto verso di te. Sussulti, e se si stacca?

    L’attesa, il tentativo maldestro di portare avanti una conversazione cercando il più possibile di sviare il discorso dal contesto. Il buio, improvviso. Il sipario che si apre. Le ballerine in tutù, la danza classica. Ah, ecco cos’era questo motivo musicale che ti sembrava di conoscere, che magari avrai sentito in chissà quali film come colonna sonora, o magari distrattamente alla radio. Ma non parlano mai? Non cantano nemmeno? Glielo vorresti chiedere. Ti irrita la cosa, improvvisamente. Vorresti alzarti e urlare come un pazzo che se sei venuto lì a quel punto è per farti male fino in fondo, per sentire quell’assurdo modo di cantare, con questi che ululano e tutti che sembrano estasiati. Invece te ne stai fermo. Cerchi di sbirciare di nuovo sul libretto come se fossi un esperto che si è dimenticato una cosa. Lei è tutta concentrata, tu fingi grande disinvoltura e partecipazione. Nonostante il buio, l’occhio ti cade su una parola che non avevi nemmeno preso in considerazione. Balletto. Significa che non ci sarà neanche una minima frase pronunciata, né un baritono, tenore, soprano o come cavolo si chiamano che si esibisca?

    Disarmato, affondi nella sedia. E se ti addormentassi? Quanti punti perderesti ai suoi occhi?

    Lentamente, cerchi di allentare il pregiudizio, ti metti a fissare il palco come se non fossi tu lì a seguire quelle scene, cerchi di farti catturare dalle coreografie di danzatrici in tutù bianco che piroettano, si inseguono, formano lunghe file di donne cigno, si avvicinano, si separano, animano graziose figure. Provi a immaginare un lago, di notte, la luna a specchiarcisi dentro.

    Quanti atti saranno? La scena cambia diverse volte.

    Che bellezza il motivo principale però, inizi a fischiettarlo di nascosto, un sibilo piccino che ti esce come un respiro appena riossigenato. Ti ritorna in mente come se lo conoscessi da sempre. La danzatrice è brava, ha un nome russo, forse, di certo non è Carla Fracci, l’unica che conosci, anche se sembra che le somiglino tutte. Il violino è triste. Perché è un violino quello che stride accompagnando le movenze della coppia di ballerini al centro della scena, vero?

    Dio, che sensazione di malinconia. Di bellezza, anche. Di una bellezza perduta. Di sogno che s’incanta come un vecchio disco, con la musica che sale a intermittenza come qualcuno che volesse ridarle a forza una vitalità sfiorita. Sospiri, guardi lei di sottecchi, che voglia di prenderle la mano posata delicatamente sul bracciolo. Ti piace davvero, nonostante il balletto, il Teatro dell’Opera, quel mondo alieno?

    I taxi affluiscono sul piazzale. Alla fine lei ha salutato alcuni amici, ti ha presentato. È andata decisamente meno peggio di quello che ti aspettavi. Il motivetto ti si è stampato nella memoria sonora. Una sua solerte amica ti ha chiesto, senza alcun preavviso, se e quali fossero le altre prime a cui avevi assistito. I tuoi pensieri per un nano secondo hanno annaspato, la testa a cercare aiuto disperato. Poi un’altra stella ti ha porto un suo raggio benevolo e ha illuminato un cartellone posto vicino all’ingresso.

    «Be’, l’Aida», hai risposto quasi sprezzante e saputello, «ma ormai ha un po’ stufato!».

    Ti volti di scatto, ti dilegui fulmineamente e cerchi lei. Non indugi un attimo:

    «Se sei in taxi, posso riaccompagnarti, ho la macchina.»

    «D’accordo, daresti un passaggio anche alla mia amica?» ribatte lei indicando l’implacabile e solerte indagatrice di prime teatrali.

     5.

    ACCLAMARE I NUOVI GLADIATORI AL DERBY ROMA-LAZIO

    Il derby calcistico della capitale giocato in notturna è un’esperienza che non si può perdere.

    Non capita sempre. A volte viene giocato la domenica pomeriggio alle 15 insieme alle altre partite, a volte il sabato o la domenica sera. Ce ne sono due a stagione, uno in tardo autunno o inizio inverno, l’altro in primavera. Se siete turisti o non siete romani è vivamente consigliato, è un momento divertente, e anche molto acceso, per vivere l’atmosfera della città; un vero e proprio spaccato culturale capitolino.

    Innanzitutto il tifo.

    Non c’è derby che non abbia un colpo d’occhio eccezionale. Le coreografie più colorate e vibranti arrivano dalle curve. La Nord è dei laziali. La Sud dei romanisti. La sera risaltano per la presenza, oltre che di striscioni e bandiere, di bengala luminosi, lucine e fiammelle. Cori e prese in giro, lanciati da una curva all’altra, con relativa caterva di insulti, si sprecano.

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