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300 guerrieri. La battaglia delle Termopili

300 guerrieri. La battaglia delle Termopili

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300 guerrieri. La battaglia delle Termopili

Lunghezza:
537 pagine
8 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854122772
Formato:
Libro

Descrizione

Combattuta nel 480 a.C. dagli Spartani guidati da Leonida e dai loro alleati per difendere la libertà ellenica contro l’avanzata di Serse, la battaglia delle Termopili passò alla storia come un immortale esempio di eroismo. Secondo le cronache antiche uno solo dei trecento guerrieri di Sparta sopravvisse: Aristodemo, ritiratosi in seguito a una ferita e per questo disprezzato dai concittadini, almeno fino a quando non ebbe occasione di espiare la sua presunta viltà. Seppure scettico e disilluso, si era unito a Leonida insieme con i suoi amici, ben più motivati di lui. Insofferente all’implacabile sistema spartano, reo, ai suoi occhi, di creare non uomini, ma meri strumenti per procurare gloria allo Stato, e folle d’amore per una altera femme fatale, Aristodemo disprezza Leonida, anche se il re lo prende a benvolere e gli affida gli incarichi più delicati, fino all’atteso, cruento scontro con i Persiani. Pur nella sua ideale opposizione, Aristodemo si batte valorosamente, scegliendo però di sottrarsi alla tragica fine. Il sacrificio dei compagni acquisirà anche ai suoi occhi una dimensione eroica, quando avrà appreso i retroscena che si celavano dietro l’impresa. 300 guerrieri racconta da un punto di vista assolutamente inedito la storia dell’epica battaglia, rivelando le passioni e gli intrighi, la cruda violenza e il coraggio nelle gesta leggendarie di trecento eroi.

«Frediani è un grande narratore di battaglie.»
Corrado Augias, il Venerdì di Repubblica

Andrea Frediani vive e lavora a Roma, dove è nato nel 1963. Laureato in Storia medievale, pubblicista, è stato collaboratore di numerose riviste di carattere storico, tra cui «Storia e Dossier», «Medioevo» e «Focus Storia», e attualmente è consulente scientifico di «Focus Storia Wars». Con la Newton Compton ha pubblicato Gli assedi di Roma (Premio Orient Express 1998), Le grandi battaglie di Roma antica, Le grandi battaglie di Giulio Cesare, Le grandi battaglie di Alessandro Magno, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, Le grandi battaglie del Medioevo e 101 segreti che hanno fatto grande l’impero romano. Ha scritto inoltre i romanzi storici 300 guerrieri, Jerusalem (tradotto in varie lingue), Un eroe per l’impero romano e Dictator, con i quali ha riscosso un grande successo.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854122772
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

300 guerrieri. La battaglia delle Termopili - Andrea Frediani

Al lettore

Ho scelto di riportare le misure in metri e chilometri, per facilitare la lettura e non far arenare il lettore in astrusi calcoli per comprendere le distanze, interpretando i termini greci in uso nel V secolo a.C. Solo in presenza di indicazioni generiche ho usato lo stadio, l’unità di misura corrispondente a 600 piedi, di lunghezza variabile a seconda delle regioni, in linea di massima compresa tra i 177 e i 193 metri. Allo stesso modo anche per i pesi ho adottato le unità di misura moderne.

Per il resto, ritengo utile fornire un piccolo glossario delle parole greche più frequentemente usate nel libro.

Agogé: addestramento ed educazione giovanile di uno spartiata.

Amentum: correggia di cuoio avvolta intorno al giavellotto per facilitarne la presa.

Bakterion: bastone di comando del pentecontarca.

Balbis: linea di partenza della corsa.

Bater: linea di battuta per il salto in lungo.

Chitone: tunica.

Efori: i cinque più alti magistrati spartani.

Enomotarca: comandante di enomotia.

Enomotia: plotone, unità composta di un numero variabile da 24 a 30 soldati.

Eunomia: l’armonioso ordinamento dello Stato spartano.

Fobos: dio della paura.

Gerusia: assemblea degli anziani a Sparta.

Halteres: pesi per il salto in lungo.

Himation: mantello usato a mo’ di toga.

Hippeis: guardia del corpo del re spartano.

Hoplitodromos: gara di corsa di atleti in panoplia.

Ilota: schiavo spartano.

Ippagreti: magistrati incaricati di scegliere la guardia del corpo del re.

Kanon: asticella per le misurazioni dei salti.

Lacedemone: nome con il quale i cittadini chiamavano Sparta.

Locago: comandante di battaglione.

Lochos: battaglione.

Mora: divisione, unità composta da varie centinaia di soldati.

Oba: uno dei cinque villaggi/distretti di cui si componeva Sparta.

Oplita: fante pesante ellenico.

Ouragos: vice dell’enomotarca.

Panoplia: equipaggiamento dell’oplita, costituito da elmo, corazza, gambali, scudo, lancia e spada.

Pentecontarca: comandante di pentecoste.

Pentecoste: compagnia, unità composta da un numero variabile da 48 a 60 soldati.

Perieco: uomo libero della Laconia, ma senza i diritti e i privilegi degli spartiati.

Polemarco: comandante di reggimento o di divisione.

Porpax: bracciale interno dello scudo.

Pterugi: strisce di cuoio a protezione del bacino.

Riptaspis: letteralmente, colui che abbandona lo scudo, ovvero codardo.

Satrapia: governatorato persiano.

Schinieri: gambali di bronzo.

Sissizia: associazione tra guerrieri spartani.

Skamma: arena per la lotta.

Spara: scudo persiano in vimini.

Sparabara: portatore di scudo persiano.

Spartiata: appartenente alla casta degli Eguali, ovvero la classe dirigente spartana.

Stafilodromo: corridore/inseguitore nelle competizioni per le feste Carnee.

Stirax: ammazzalucertole, ovvero il puntale posteriore della lancia.

Strigile: attrezzo per spalmarsi l’olio.

Stromata: tappetino da campagna per la notte.

Tribone: mantello rosso indossato dagli spartiati in pressoché ogni occasione e stagione, tranne che in battaglia.

Tyche: fortuna.

Alle Termopili non morirono tutti i 300 spartani che il re Leonida aveva guidato contro Serse. Almeno uno, di nome Aristodemo, si salvò. E fu dannato per l’eternità.

Questa è la storia dell’epica battaglia ma anche il racconto delle vicende di un gruppo di eroi, e del destino di un uomo combattuto tra il proprio dovere e le sue convinzioni personali.

Prologo

Sparta

La donna si alzò dal giaciglio con indifferenza, come se non vi fosse nessuno accanto a lei. E perché avrebbe dovuto considerare la presenza di Aristodemo, poi? Lo spartiata non aveva combinato nulla, in tutte quelle ore di intimità, che la sua inazione aveva trasformato in dormiveglia.

La osservò mentre, ancora nuda, la schiava si raccoglieva i capelli e li fasciava con la sciarpa, che annodò sopra l’orecchio sinistro, lasciando scoperte solo la fronte e la parte superiore della nuca. Continuò a fissarla mentre lei si rimetteva il chitone dandogli ostentatamente le spalle. Gli sembrò che lo stesse provocando, con quel leggero movimento d’anca con cui si infilava il vestito, ondeggiando le natiche: natiche che lui non aveva saputo stringere con la veemenza e l’intensità che ci si aspetterebbe da un uomo.

Stupida ilota, pensò Aristodemo. Dovrebbe essermi grata dell’attenzione che le ha riservato un Eguale. Ringrazi Apollo se non la faccio punire, per non avermi saputo eccitare. Forse non sa eccitare neanche uno di quegli animali con cui copula abitualmente. Non sa usare le mani, la bocca la usa solo per mangiare, e come si può pensare che una così te lo faccia diventare duro? E poi... e poi non è neanche attraente, con quel corpo tozzo, da animale da soma, soprattutto agli occhi di chi è abituato a condividere il piacere con le spartiate.

Concentrato a cercare giustificazioni per la sua scarsa prestazione, non si accorse che non stava più fissando le natiche dell’amante, ma un punto indefinito del muro. La ragazza se n’era andata, lasciandolo di fronte allo stesso dilemma dei giorni precedenti. Che fare, per il resto della giornata?

Era guarito, ormai, a parte alcuni dolori ricorrenti all’occhio destro, che tutto sommato lo tormentavano meno di quelli dello spirito. Era guarito, ma trascorreva ancora la gran parte del tempo in posizione orizzontale, a pensare. Non gli era mai capitato di pensare tanto, in trentaquattro anni di vita. Gli avevano sempre detto quel che c’era da fare, dando per scontato che lui fosse fiero di farlo, solo perché era un Eguale. E lui lo aveva fatto, orgoglioso di appartenere a una classe privilegiata, gli spartiati, élite di un popolo privilegiato, il lacedemone, a sua volta appartenente a una cultura privilegiata, l’ellenica.

Non aveva mai messo in dubbio alcuno dei precetti impartiti dalla società spartana. Fin dall’età di sette anni aveva condiviso con i suoi coetanei l’addestramento e la dura disciplina previste per gli spartiati, la vita comunitaria lontano dalle ragazze, l’austero cibo fornito nelle sissizie, le spedizioni per procurarsene altro e le punizioni subite quando si dimostrava maldestro nel rubare, i raid ai danni degli iloti, le brevi campagne in Laconia e in Messenia. Era cresciuto nel culto degli eroi omerici, della superiorità lacedemone sulle altre poleis elleniche, e un po’ anche nell’invidia per gli ateniesi, che da un decennio a quella parte potevano menar vanto di aver fermato da soli il grande esercito di re Dario di Persia.

Il suo spirito di gruppo non era mai venuto meno, in nessuna circostanza, fin dall’infanzia, né qualcuno aveva mai potuto reputarlo indegno di appartenere alla casta degli Eguali. Si era più volte distinto alle Olimpiadi, nelle altre competizioni panelleniche e in quelle lacedemoni. Sebbene gli ippagreti non lo avessero mai inserito tra gli hippeis, i trecento che costituivano la guardia del corpo del sovrano, aveva sempre fatto il proprio dovere in battaglia. E alle Termopili Leonida si era valso di lui per incarichi delicati, schierandolo fin dall’inizio in prima linea, né lui aveva sentito il bisogno di chiedere il cambio ai rincalzi, almeno fino a quando i suoi occhi lo avevano sostenuto, anche se nessuno era sopravvissuto per raccontarlo.

E allora perché si vergognava di farsi vedere per le strade della città?

Si alzò a fatica, spossato dall’apatia, di cui non sapeva ancora se sentirsi prigioniero o padrone. Passando la maggior parte del giorno da solo, senza nulla da fare, era stato assalito e sopraffatto dagli interrogativi che già lo avevano condizionato alle Termopili. Era davvero uno spartiata? Non c’erano dubbi sul fatto che Eurito si fosse dimostrato tale, ma lui? D’accordo, aveva sempre condiviso la visione della vita e le faccende degli Eguali, ma in quell’ultima circostanza aveva scelto di fare di testa sua. Aveva agito in modo giusto o sbagliato? E se aveva agito bene, significava che tutto il sistema faceva acqua, o solo che lui non era fatto per il sistema? O forse che lui non era all’altezza del sistema?

Se si fosse trattato di una circostanza ordinaria, come la soppressione di una rivolta in Messenia, o una guerricciola di confine nel Peloponneso, né lui né altri avrebbero dato peso al modo in cui si era comportato.

Ma quella era la circostanza, l’evento atteso da ogni spartiata per dimostrare di meritarsi il privilegio di vivere una vita da guerriero. Chi vive da guerriero deve anche morire da guerriero. E proprio quello era il punto; si era comportato diversamente dagli altri, o peggio degli altri?

Ma poi, era davvero un privilegio vivere da spartiata? Non erano forse più felici i perieci, che avevano obblighi solo per una parte della loro giornata, e potevano scegliere come divertirsi? Potevano stare con una donna, se lo desideravano, qualsiasi sera della settimana; potevano perfino stare da soli, se gli girava così. A lui, ora, sembravano questi i veri privilegi.

Ma forse adesso ragionava così solo perché percepiva di non essersi comportato da spartiata. Di non essere stato in grado di comportarsi da spartiata. Esopo aveva avuto molto da insegnare, con quella storia della volpe e l’uva. Solo adesso rivalutava fattori ed elementi che aveva sempre disprezzato o posto in secondo piano, come manifestazioni di debolezza e di un’istintività propria degli inferiori.

Si andò a sciacquare il viso, come per detergersi da pensieri impuri. Erano almeno ventiquatt’ore che non lo faceva, pensò. Sentiva addosso l’odore stantio della peluria sotto le ascelle, sul petto e intorno al pube, su cui si era asciugato il sudore di una giornata di elucubrazioni, e non quello del rapporto con l’ilota, troppo blando per lasciare traccia. Il suo alito non doveva essere da meno, valutò con distacco: il vino ingurgitato all’arrivo della ragazza, e la cipolla con il pane ingeriti a forza, dovevano aver lasciato una scia disgustosa nella sua bocca.

Non devo avere un aspetto gradevole, pensò. Un mese di inattività lo aveva debilitato, afflosciando i suoi muscoli modellati come quelli della statua di un dio. I capelli lunghi si erano tutti annodati, e li sentiva appiccicati lungo il collo e le spalle, come radici di un albero. La frangia gli ricadeva in modo irregolare davanti agli occhi, tagliando a spicchi verticali la sua visuale. La barba ormai lunga, in molti punti indurita dal vino, scendeva irregolare dal mento e ricopriva interamente le gote; briciole di pane rappreso campeggiavano in quella selva nera, nella quale affiorava qualche chiazza di grigio.

Sarà per questo che la mia sposa non vuole più vedermi?, pensò con una consapevole punta di ingenuità. Kalos Aristodemos mi chiamavano, prima di tutta questa faccenda. Il bell’Aristodemo. Ma adesso non devo essere un bello spettacolo. Al suo ritorno, l’aveva trovata muta, perfino cieca alla sua presenza, con lo sguardo che cercava sempre, disperatamente, un punto diverso dalla sua figura. Così, almeno, gli era parso di percepire da quando aveva ripreso la vista, seppur parziale e limitata al solo occhio destro.

Era durata poco, per fortuna. Una settimana prima, lei aveva fatto caricare la sua roba su un carro e si era trasferita, portandosi dietro il bambino, troppo piccolo perché anche in lui Aristodemo potesse scorgere qualche segno del disprezzo che la città sembrava nutrire nei suoi confronti.

O magari, se n’era andata perché sapeva?

In qualche modo, forse, era venuta a sapere, si convinse. Non era possibile che la sua sposa lo giudicasse per ciò che era successo in guerra senza neanche avergli parlato. Quindi, in qualche modo, era venuta a sapere di lui e Gorgo.

Gorgo.

Lei non era venuta a trovarlo.

Se davvero la sua sposa era a conoscenza di qualcosa, aveva fatto bene a non farsi viva.

Lei non era venuta a trovarlo.

C’erano ragioni di opportunità perché non si presentasse da lui, d’accordo. Però... però...

Lei non era venuta a trovarlo.

Neanche una lettera! Un messaggio per mezzo di uno schiavo!

Lei non era venuta a trovarlo.

Non volle neanche prendere in considerazione la possibilità che non si fosse fatta viva per lo stesso motivo per cui veniva evitato da tutti. Eppure... era passato più di un mese dal suo ritorno, e neanche un segnale...per Zeus, sembrava che non potesse fare a meno di lui, prima!

Lei non era venuta a trovarlo.

Gli vennero in mente le parole di lei, pochi giorni prima della partenza per il Settentrione. «Mi piacerebbe prendermi cura di te come una sposa», aveva detto, «curarti, se sei ferito, accudirti, se stai male».

Ma lei non era venuta neanche a trovarlo.

Ebbene, stava male, ora. Era stato ferito, seppur non da un avversario. Poteva almeno accudire il suo animo facendogli sapere che lo pensava, che avrebbe voluto raggiungerlo ma che non poteva...

Tisia entrò all’improvviso, facendolo sobbalzare. Ridicolo, pensò. Non aveva mosso un muscolo neanche di fronte agli Immortali del gran re, e ora si faceva spaventare da un ilota. Era il suo schiavo, l’ilota che lo aveva accompagnato al nord. Non avrebbe mai potuto contare su di lui in battaglia, neanche come fante leggero: era tozzo e grassoccio, lento nei movimenti, impacciato. Piuttosto sgradevole d’aspetto, aveva modi untuosi e un naso aquilino talmente prominente da nascondergli la sommità della bocca. Era però giudizioso e preciso, sempre nei paraggi quando Aristodemo aveva bisogno di lui e sollecito nel soddisfarlo: un servo ideale, e pazienza che non sapesse combattere.

Tisia era insolitamente concitato; raramente lo aveva visto così, anche in campagna. Si permise perfino di afferrargli i polsi e scuoterlo, mentre lo subissava di parole all’inizio incomprensibili alle stolide orecchie del suo padrone.

«Euribiade ha vinto a Salamina!», gli parve di capire, solo dopo che il suo servo glielo aveva alitato in viso una dozzina di volte. «Li hanno imbottigliati tra l’isola e la costa e quelli hanno finito per scontrarsi l’uno con l’altro. Il gran re ha assistito dal promontorio di Cinosura alla disfatta della sua flotta!».

Forse Tisia si aspettava che Aristodemo lo incalzasse con qualche domanda, e si fermò a riprendere fiato, staccandosi da lui e guardandolo con attenzione. Solo allora parve accorgersi che il suo padrone non era interessato alle faccende del mondo.

Lo spartiata non parlò, né cambiò espressione. Si voltò, invece, e si diresse nuovamente verso il giaciglio, dove si accovacciò, poggiando i gomiti sulle ginocchia e tenendosi la testa tra le mani. Il suo sguardo rimase assente.

Tisia riprese comunque volenteroso, come se le domande gli fossero state poste. «I nostri si sono ritrovati circondati, con gli egiziani a nord-ovest di Salamina, i fenici a sud-ovest e gli ioni a sud-est. Era proprio quello che i nostri strateghi volevano. Euribiade con le sue sedici navi si trovava all’interno della baia, di fronte agli ioni, mentre gli ateniesi erano sulla sua destra, davanti ai fenici. Invece di attendere gli elleni in mare aperto, gli ammiragli di Serse si sono lasciati indurre a entrare nella baia dal progressivo arretramento dei nostri, fino a quando uno squillo di tromba ha sancito il contrattacco. A quel punto, i persiani si sono ritrovati con la costa sui fianchi, i nostri davanti e le loro navi che seguivano dietro. Non potevano procedere oltre, né arretrare, senza urtare qualcuno, né erano in grado di manovrare. Anzi, pare che alcune navi dei barbari siano riuscite a scamparla solo speronando e affondando qualche vascello della loro flotta, per aprirsi la strada verso il mare aperto. Avranno lasciato in quel piccolo tratto di mare più di duecento relitti, e proprio sotto gli occhi di Serse!».

Aristodemo dovette prima di tutto fare mente locale sul fatto che c’era ancora la guerra. Nulla si era deciso alle Termopili, né all’Artemisio. I persiani erano dilagati in Attica e nell’intera Grecia centrale, minacciando di passare l’Istmo di Corinto ed entrare anche nel Peloponneso. Atene era stata conquistata e messa a ferro e fuoco. Perfino l’acropoli non era rimasta inviolata. Era sufficientemente addentro alle faccende politico-militari dell’Ellade per sapere che era stato Temistocle, più che il comandante supremo Euribiade, a delineare la strategia della vittoria e a pretendere, prima ancora, di attestare la flotta alleata intorno a Salamina, invece che sull’Istmo. D’altronde, gli ateniesi costituivano i due terzi del naviglio greco, e lo stratego di Atene doveva averlo fatto pesare.

Se solo avessero vinto all’Artemisio, dalle Termopili non sarebbe tornato vivo soltanto lui...

La sua mente riprese a formulare concetti bellici. La formazione militare era troppo legata alla sua natura perché non facesse capolino in una circostanza del genere, anche se il suo stato d’animo aveva confinato in un lontano recesso della mente la sua esistenza da soldato. Considerò che senza il dominio del mare Serse avrebbe potuto fare ben poco, anche se le sue truppe scorrazzavano in lungo e in largo per la penisola ellenica. Il Peloponneso era ben difeso dalle fortificazioni erette lungo l’Istmo da Leotichida, il re di Sparta ancora in vita, e non c’era da temere un’invasione della parte meridionale della penisola. Forse il gran re avrebbe potuto esercitare il dominio su alcuni settori della penisola, comunque lontani dalla Laconia. In ogni caso, gli spartani avevano ben poco per cui agitarsi, e questo era ciò che contava davvero.

Gli balenò un pensiero. Il disprezzo nei suoi confronti si sarebbe attenuato, ora che il sacrificio dei Trecento e di Leonida alle Termopili si era rivelato determinante per lo sviluppo delle vicende belliche!

Ma certo, disse a se stesso, ignorando Tisia che, di tanto in tanto, continuava a dire qualcosa. La paura dell’invasione aveva generato sentimenti negativi, inducendo la gente a fare di lui un capro espiatorio. I concittadini avevano il terrore che i persiani piombassero loro addosso da un momento all’altro, perciò provavano rancore nei suoi confronti, perché non li aveva difesi fino allo stremo.

Adesso, Lei gli avrebbe mandato un segnale. Forse sarebbe addirittura venuta in visita ufficiale, per salutare l’unico superstite delle Termopili e sentire dalla sua viva voce il resoconto della morte del sovrano. Chi avrebbe potuto pensar male, in questo caso? E poi tutto sarebbe ricominciato, come prima della partenza...

Ebbe un moto d’iniziativa, il primo da un mese a quella parte. Ordinò a Tisia di preparargli l’acqua per un bagno, mentre lui si sedeva e si concentrava su capelli e barba, per rendersi presentabile. Si tagliò i peli del viso che reputava di troppo, soprattutto lungo le guance, li sciacquò e li ammorbidì, poi passò ai capelli, che pettinò con una foga tale da strapparsene diverse ciocche.

Non sprecò troppo tempo a prepararsi. Non doveva farsi bello per andare da lei, ma solo quel tanto che bastava a uscire per strada e raggiungere l’abitazione di Pantite. Si erano incontrati solo per un attimo dopo la battaglia, a Sparta, alla presenza di altra gente, senza potersi scambiare le rispettive impressioni. In realtà, Pantite aveva visto lui, ma lui non aveva potuto vedere se non la sagoma del commilitone, poiché soffriva ancora dell’infezione agli occhi che gli aveva salvato e rovinato la vita.

Non era più allegro di prima, ma volitivo e determinato sì. Uscito dalla vasca nel pavimento, si asciugò e si fece portare da Tisia il chitone. Terminò di vestirsi con l’aiuto dell’ilota, mettendosi sulle spalle un mantello, ma non il tribone, il mantello rosso da spartiata, che lo avrebbe reso troppo riconoscibile, bensì l’himation; Tisia glielo annodò sulla spalla sinistra, passandoglielo sotto il braccio destro e lasciandolo ricadere sull’avambraccio sinistro. I capelli erano ancora bagnati, quando si calzò sul capo il petaso, il cappello di feltro dalle falde larghe, e uscì di buona lena.

Ben presto si lasciò alle spalle il quartiere di Cinosura, dove abitava, gettando solo una breve occhiata, sulla sua destra, al santuario di Atena Alea, che pur essendo prossimo alla sua dimora non vedeva da tempo. Risalì verso nord, alla volta del quartiere di Limne, dove abitava Pantite, costeggiando l’Eurota, di cui percorse la sponda sinistra, allungando un po’ il percorso. Si giovò tuttavia della fresca brezza mattutina, che le acque del fiume intensificavano, in quella piacevole giornata di fine settembre, risvegliandosi dal torpore dell’ultimo mese della sua esistenza. Inoltre, passando appena fuori dal centro abitato, aveva modo di evitare la folla in città, già in movimento nonostante non fosse ancora l’ora del mercato: a dispetto della sua rinnovata determinazione, temeva ancora gli sguardi e il giudizio della gente.

Forse lui e Pantite non avevano poi tanto in comune, rifletté. Lui aveva partecipato alla battaglia, almeno nei primi due giorni, per poi non combattere più nel terzo e fatale giorno. Pantite, invece, era stato inviato in cerca di rinforzi, ed era tornato quando tutto era finito. Aveva ricevuto ordini ben precisi, e la sua volontà non aveva avuto alcuna responsabilità nella mancata partecipazione alla battaglia. Insomma, nessuno aveva potuto imputare nulla, a quel ragazzo.

Tutto sommato, era difficile che il commilitone capisse il suo stato d’animo. Nessuno avrebbe mai potuto accusare Pantite di non aver compiuto il proprio dovere fino in fondo, né questi avrebbe mai potuto sentirsi davvero in colpa, se non per un generico cameratismo, che spingeva qualche oplita a rimpiangere di non aver condiviso lo stesso destino riservato dal fato ai compagni. Aristodemo non lo conosceva a sufficienza per stabilire quanto avesse inciso sul ragazzo l’assenza forzata dal campo di battaglia, ma di una cosa si sentiva certo: non avrebbe potuto star peggio di come si sentiva lui, e forse neanche avrebbe capito il tormento interiore che lo aveva devastato dal giorno in cui i suoi compagni erano morti.

Si lasciò sulla sinistra il tempio di Artemide Orthia, che costituiva l’estremo limite orientale della città, e risalì ancora l’Eurota. Vide a occidente la familiare sagoma dell’acropoli, ma preferì voltare di nuovo a destra, verso il fiume, scegliendo di seguire il flusso dei pensieri da condividere con Pantite, piuttosto che recriminare su ciò che ancora non aveva condiviso con Gorgo.

Entrò nell’abitato di Limne. Proprio non facevano caso a lui, per strada. Tutti si scambiavano opinioni sulla recente vittoria di Salamina, e alle sue orecchie giunsero anche discorsi e valutazioni sull’argomento da parte di gruppi di donne. Non tutti, naturalmente, possedevano la sua visione e la sua competenza militare: non comprendendo che l’esercito persiano, senza il controllo del mare, era una lancia senza punta, i più continuavano ad avere paura.

Questo complicava un tantino le cose.

Procedette spedito verso la dimora di Pantite; se qualcosa si era nuovamente incrinato nella sua mente, il corpo non lo diede a vedere. Sapeva dove abitava il commilitone quando non faceva vita comunitaria: vivendo praticamente insieme, gli spartiati conoscevano tutto l’uno dell’altro. Come la sua, la dimora di Pantite era una costruzione relativamente modesta, come si imponeva a un Eguale; ad Atene, una casa del genere sarebbe appartenuta a un artigiano. Sul lato di accesso, un muro di cinta poco più alto di un uomo delimitava una corte interna e costituiva il fronte esterno di uno dei tre corpi di fabbrica del caseggiato. L’edificio sul versante opposto del cortile, l’unico su due livelli, costituiva la vera e propria abitazione; la facciata presentava due finestre al piano superiore e una finestra e una feritoia a quello inferiore. Il tetto era a due spioventi con tegole in cotto, a differenza degli altri due edifici, appoggiati su un lato del caseggiato principale e a un solo spiovente. Le facciate erano tutte intonacate, a parte il tratto inferiore in pietra.

Il portone, sormontato da una piccola tettoia in cotto, non era chiuso. Aristodemo lo oltrepassò, dirigendosi verso l’entrata del fabbricato principale. Non c’era nessuno in cortile, né ebbe risposta quando bussò alla porta. Quest’ultima si aprì lo stesso, sotto la spinta delle sue nocche, come se la casa possedesse una vita propria e avesse deciso di lasciarlo entrare. Lo spartiata varcò la soglia con riluttanza, in preda a un improvviso desiderio di tornare a commiserarsi nel proprio giaciglio.

Ma era troppo tardi: il suo sguardo era già caduto sul corpo esanime di Pantite, appeso come un sacco a una trave del soffitto, con il collo stretto da una corda, dalla quale si era lasciato soffocare.

Morto. Anche lui.

Anche lui, come Leonida, Alfeo, Marone, Dienece, Eurito, Ditirambo. Adesso era proprio l’unico sopravvissuto.

Adesso era davvero solo.

I prescelti

«Era ora!», esclamò Deniece, quando uno schiavo lo informò della decisione degli efori. L’aitante spartiata alzò le braccia in segno di vittoria, e gli spettatori intorno a lui attribuirono la sua teatrale gestualità all’impresa appena compiuta dallo stafilodromo, che aveva appena raggiunto l’atleta che lo precedeva.

Le competizioni delle feste Carnee erano in pieno svolgimento. Il fatto che l’atleta inseguitore, con la testa avvolta dalle bende sacre, avesse raggiunto quello che conduceva, era considerato di buon auspicio, e il pubblico mostrava di gradire. La soddisfazione di Deniece, al pari di quella degli amici che lo attorniavano, si riferiva invece alla possibilità di partire per il fronte. Da settimane si faceva un gran parlare delle modalità di coinvolgimento degli spartani nella guerra contro i persiani invasori; a furia di tergiversare, si era arrivati alle festività cui i cittadini subordinavano tutto il resto.

Le celebrazioni duravano solo nove giorni, dal 7 al 16 agosto, ma l’esercito barbaro era ormai talmente prossimo da obbligare i lacedemoni a prendere una decisione immediata. Lo richiedeva la situazione, e lo richiedeva la Grecia intera, già mobilitata e in attesa del contributo spartano. C’era anche da far dimenticare la magra figura rimediata un decennio prima, in occasione dell’invasione di re Dario. Anche in quella circostanza l’evento era caduto proprio in corrispondenza delle festività lacedemoni, col risultato che il merito di aver sbaragliato i persiani se lo erano preso gli ateniesi e i plateesi. L’esercito spartano era arrivato a Maratona solo a cose fatte, e solo per constatare il buon lavoro svolto da attici e beoti.

Se la circostanza si fosse ripetuta, non solo il prestigio di Sparta ne avrebbe sofferto in misura forse irreparabile, ma la stessa Laconia sarebbe stata in pericolo. Si diceva, infatti, che l’esercito assemblato dal figlio di Dario, Serse, fosse di proporzioni enormi, e che la flotta che lo accompagnava fosse altrettanto imponente. I greci avevano assistito impotenti alla sua avanzata in Tracia e Macedonia, perdendosi per mesi in sterili discussioni sulla strategia da adottare.

Gli spartani avevano proposto una strategia incentrata su uno sbarramento lungo l’Istmo di Corinto, nel timore di ritrovarsi la flotta persiana alle spalle, in caso di una linea difensiva più settentrionale. Naturalmente, gli ateniesi avevano visto in tale soluzione una testimonianza del gretto campanilismo lacedemone; nel congresso di Corinto affermarono che se erano entrati nella Lega peloponnesiaca – un colpo non indifferente al loro orgoglio –, non era certo per vedersi abbandonati alla furia persiana. Perfino tra i peloponnesiaci erano emerse voci dissenzienti: c’era chi diceva che far avanzare i persiani fino all’Istmo senza combatterli significava farli arrivare freschi e riposati allo scontro decisivo.

Insomma, alla fine l’avevano spuntata gli ateniesi, il cui stratego, Temistocle, stava rivelando una personalità e una lucidità impressionanti. Essi disponevano di una flotta di tutto rispetto, e ritenevano più probabile che i greci infliggessero ai barbari una sconfitta decisiva per mare, piuttosto che sul fronte terrestre. Si trattava, secondo Temistocle, di bloccare quanto più a nord possibile l’esercito persiano, obbligando Serse a cercare lo sfondamento o l’aggiramento mediante la flotta.

Alla fine, agli spartani la strategia non era dispiaciuta, perché prevedeva che il grosso delle forze greche rimanesse attestato intorno all’Istmo di Corinto, come riserva ed estrema difesa. Si trattava, quindi, di impiegare nella campagna terrestre nel Settentrione solo una minima parte delle truppe a disposizione.

Non era stato facile trovare un accordo sul punto da presidiare. A quale altezza andava disposto lo sbarramento? Nella Grecia settentrionale e centrale esistevano strettoie, valichi e passi in numero sufficiente a far discutere i greci ancora per mesi. La scarsa affidabilità dei tessali fece fallire un primo tentativo di sbarramento al valico di Tempe, ai piedi dell’Olimpo, dove si era insediato un contingente di 10.000 opliti al comando congiunto di Temistocle e del polemarco spartano Euaineto.

La nuova linea di difesa fu individuata nel passo delle Termopili, punto di passaggio tra Ftiotide e Malide e a ridosso della costa, dalla quale si poteva osservare immediatamente a est la punta più settentrionale dell’isola Eubea. Proprio lì era stato deliberato di disporre la flotta la cui presenza, all’altezza del Capo Artemisio, avrebbe ostruito ai persiani il passaggio nel canale tra la costa e l’Eubea.

I due punti di sbarramento, quello terrestre e quello marittimo, si fronteggiavano, quasi fondendosi in uno solo, il che conferiva al primo un mero ruolo di supporto. Inoltre il passo delle Termopili, con i suoi quindici metri di larghezza nel punto più stretto, era uno dei più angusti dell’intera penisola ellenica, e non sembrava necessitare di un numero cospicuo di effettivi per essere chiuso. Si trattava solo di bloccarlo il tempo sufficiente a indurre il gran re a cercare lo sfondamento con la flotta.

E bisognava fare in fretta. L’esercito di Serse sapeva marciare straordinariamente veloce, per un’armata tanto imponente.

Si era però nel sacro mese Carneo, durante il quale gli spartani accantonavano il loro istinto marziale per ottemperare agli obblighi religiosi. Tuttavia, erano lo stato egemone della lega cui aveva progressivamente aderito la gran parte delle poleis greche, e stavolta non potevano tirarsi indietro. D’altronde, non rispettare i precetti religiosi significava indispettire gli dèi, e ciò poteva risultare altrettanto dannoso per il destino della città.

Gli efori avevano infine trovato una soluzione di compromesso. Partisse intanto re Leonida, con un contingente di 300 opliti, per i quali sarebbe stata fornita una speciale dispensa religiosa. Lungo la strada per la Malide, il sovrano avrebbe raccolto altri contingenti dagli Stati alleati, e di truppe ve ne sarebbero state a sufficienza per arginare la pressione persiana fino alla fine delle Carnee.

Deniece era a conoscenza degli sviluppi della guerra e delle strategie elaborate dall’alto comando. Come lui, tutti gli Eguali che lo avevano accompagnato allo stadio per assistere alle competizioni: Eurito, Pantite, Ditirambo, e i due fratelli Alfeo e Marone.

Gli spartiati in età di combattere non raggiungevano le 9000 anime, e grosso modo si conoscevano tutti tra loro. Fin da bambini, avevano sviluppano l’abitudine alla convivenza, ed era difficile che due di loro non avessero mai condiviso un’avventura insieme. Tuttavia, alcuni avevano sviluppato legami ancor più stretti, creando associazioni dette sissizie, nelle quali ciascun spartiata, compresi quelli sposati, trascorreva la gran parte del tempo, almeno fino ai trent’anni.

Era un’amicizia virile che si esaltava in lunghi discorsi sul valore bellico, sul coraggio in battaglia, sulla superiorità degli Eguali sul resto della Laconia e della penisola ellenica, chiacchiere accompagnate da fiumi di alcool e da una curiosa alternanza di tenere effusioni e dimostrazioni di forza. Quasi ogni sera le loro conversazioni marziali iniziavano a cena e proseguivano lungo l’Eurota, immediatamente fuori dall’abitato, in competizioni di abilità che andavano dal tiro al bersaglio alla lotta, e persino allo stupro di ragazze ilote sorprese fuori dalle loro case; oppure, se il vino aveva il sopravvento, terminavano a letto, insieme, in un’intimità fisica che era la diretta conseguenza dell’intimità spirituale e intellettuale.

Ogni microcosmo ha il suo leader, e il capo di quel gruppo di camerati era Deniece. La sua nota amicizia col fratello minore di re Leonida, Pausania, che da ragazzo aveva salvato da un cinghiale durante una battuta di caccia, gli conferiva un certo prestigio presso i suoi amici. Spaccone, eccessivo in tutti i suoi atteggiamenti, non era il più robusto della banda, ma non c’era prova nella quale non si dimostrasse più forte; non era il più attraente, eppure con lui le donne non si mostravano mai ritrose, quando le prendeva senza chiedere permesso; non era il più sensibile d’animo, ciononostante era il primo con il quale gli altri si confidavano. In realtà, Deniece incarnava alla perfezione, con la sua miscela di arroganza e vigore, l’ideale del guerriero spartano che la società lacedemone andava plasmando da secoli; tutti cercavano di emularlo, sebbene spesso dovessero constatare di non essere abbastanza forti, determinati, privi di scrupoli e di vergogna, da reggere il confronto.

Quelli che più si sforzavano di imitarlo erano i fratelli Alfeo e Marone, cui il padre Orsifanto, vecchio reduce di tante campagne, aveva inculcato solidi precetti sulla superiorità della loro genìa, che la loro scarsa intelligenza aveva trasformato in intolleranza estrema contro tutto ciò che non faceva parte della loro casta. Alfeo era ancora sotto i trent’anni, e la sua statura superava quella di tutti i commilitoni: quando l’esercito era schierato, la maschera del suo elmo si ergeva solitaria oltre la selva di creste sotto la quale si celava un intero reggimento. Il costante esercizio ginnico, dal quale nessuno spartiata era esente, impediva al suo massiccio fisico di degenerare prima del tempo, mantenendolo imponente; ma era facile immaginarlo, da vecchio, trascinare a fatica un corpo bolso e appesantito più dai vizi e dalla mole che dall’età.

Nel suo volto non c’era nulla che si potesse definire ben fatto, nelle sue parole ben poco che lasciasse trasparire la cultura classica che gli era stata impartita; nei suoi comportamenti, soprattutto quando era ubriaco, niente che rivelasse inquadramento e disciplina. Eppure era un solido combattente e un camerata insostituibile, capace di sfidare qualunque pericolo per sottrarre un commilitone alle difficoltà.

Il fratello, di quasi dieci anni più anziano, era stato gratificato dagli dèi di un briciolo di intelletto in più, ma non ne faceva un uso migliore. Se si fossero trovati in pericolo, i compagni avrebbero preferito avere al proprio fianco Alfeo, e non perché il più giovane fosse più forte: nessuno di loro era certo che Marone si sarebbe sacrificato per loro con la stessa sollecitudine del fratello. Per Marone esistevano soprattutto Marone e i suoi affari, e su Marone verteva la gran parte dei suoi discorsi. Non che questi ultimi risultassero dissonanti rispetto a quelli dei suoi amici: anch’egli ambiva alla gloria di Sparta e a procurarsi fama come guerriero, ma nei suoi resoconti dimenticava spesso di citare la collaborazione del resto della falange, scandalizzando i compagni educati al culto della coesione e della collaborazione assolute sul campo di battaglia.

In realtà, non era mai uscito dai ranghi in combattimento, agendo sempre in perfetta sintonia col resto dell’unità cui era stato assegnato. Dopo, però, a sentir lui, era stato Marone a sgominare lo schieramento nemico; o almeno, era questo che soleva ripetere fino alla noia ai suoi amici, che lo ascoltavano scambiandosi tra loro sorrisetti di compatimento. Marone era troppo concentrato su se stesso per accorgersene, e continuava a parlare del proprio valore senza mai chiedere agli altri né un’opinione al riguardo né un resoconto delle loro, di imprese.

Poiché non gradiva essere interrotto o costretto ad ascoltare racconti altrui, Marone preferiva la compagnia di Ditirambo, il più taciturno del gruppo. Ditirambo era anche il più anziano della compagnia, ma proprio per il suo carattere schivo non si era guadagnato neanche il comando di un plotone, sebbene fosse un buon soldato. I denti gli erano caduti quasi tutti molto presto, e per questo preferiva non aprire spesso la bocca. Secondo l’opinione dei suoi compagni era troppo indulgente, e non sempre si univa alle loro imprese goliardiche e ai loro soprusi. Talvolta, anzi, rimaneva a guardarli mentre si passavano l’un l’altro una ilota con la quale avevano deciso di divertirsi; semmai li aiutava a bloccarla se questa faceva storie. Nessuno lo aveva mai biasimato; i suoi amici sapevano che non disapprovava il loro comportamento; semplicemente, aveva meno iniziativa ed energia rispetto a loro.

«Qui ormai c’è ben poco di interessante da vedere», esclamò Deniece dopo che l’ilota se ne fu andato. «Perché non andiamo da Aristodemo a comunicargli la notizia?»

«Perché no? Magari è la volta buona che riusciamo a trascorrere un po’ più di tempo con lui», si affrettò a rispondere Eurito, che quando sentiva parlare di Aristodemo accantonava qualunque altro argomento di conversazione. Lo spartiata era profondamente affezionato all’unico della compagnia che aveva disertato lo stadio quel giorno, e ai suoi sentimenti non era estraneo il fatto che Aristodemo fosse il più bello del gruppo. Era così bello che numerosi scultori gli avevano chiesto di fare da modello per le statue di dèi che venivano loro commissionate.

Evitando di cedere alla vanità, Aristodemo aveva sempre rifiutato; tuttavia, nei pressi dell’acropoli sorgeva una statua di Ermes che gli era straordinariamente somigliante, perfino nei tratti del volto. Si diceva che l’artista lo avesse osservato di nascosto mentre eseguiva i consueti esercizi ginnici con i compagni, memorizzandone i tratti e la sagoma. Aristodemo non si era preoccupato di chiedere conto allo scultore del suo operato, mostrando il più totale disinteresse per la faccenda; ma i più pensavano che fosse segretamente compiaciuto.

Anche Eurito, d’altronde, era uno che piaceva. Alle donne e agli uomini. Ma la soggezione e il complesso di inferiorità che aveva sempre provato nei confronti dell’amico lo rendevano meno attraente dell’altro, soprattutto quando era in sua compagnia. Sebbene i suoi occhi e il suo atteggiamento sprigionassero un sufficiente senso di sicurezza, il suo sguardo era meno fiero, il suo comportamento dimesso rispetto a quello dell’amico, a fianco del quale si poneva istintivamente in secondo piano. Non c’era nulla che avesse mai fatto prima di Aristodemo o a dispetto suo.

«Se saremo tra i prescelti ne passeremo fin troppo, di tempo con lui», commentò Pantite, l’ultimo della combriccola. Pantite era davvero l’ultimo arrivato, il più giovane di tutti e l’unico a non aver ancora sostenuto alcuna campagna bellica, neanche a corto raggio. Però nelle competizioni sportive e nelle gare di abilità con le armi si era dimostrato tra i più bravi, e c’era da star certi che, alla prima occasione, lo avrebbero richiamato. Inoltre, scalpitava per mettersi alla prova. Era stato Ditirambo a tirarlo su e ad addestrarlo, in qualità di suo ispiratore, un ruolo fondamentale nell’agogé spartana.

«Far parte di questo primo contingente è solo una questione di prestigio. Probabilmente non ci sarà da menare le mani, se non, forse, quando arriverà il resto dell’esercito», osservò Deniece, conducendo gli altri fuori dallo stadio, in direzione dell’abitazione di Aristodemo.

«Come fai a dirlo?», obiettò Marone. «I persiani vorranno pur sfondare, e preferiranno farlo quando il passo è presidiato da un modesto contingente, piuttosto che da un esercito in forze...».

«Dimentichi che la nostra strategia», aggiunse Deniece, «prevede che l’esito della guerra si giochi sul mare. Serse finirà per dar battaglia con la flotta, che gli consente un’avanzata più veloce verso l’Attica; se vincesse, potrebbe prendere tra due fuochi il presidio alle Termopili, qualunque sia la sua consistenza. Ma se vinciamo, come è probabile, il fronte terrestre potrebbe non essere più teatro di operazioni belliche».

«E così, anche stavolta noi spartani non potremmo fregiarci delle spoglie di nemici persiani, accidenti!», esclamò stizzito Alfeo.

«Non è detto», rispose enigmaticamente Deniece, aggiungendo subito dopo: «Dimentichi che a capo della flotta c’è comunque un lacedemone. La vittoria sarà comunque attribuita a noi».

«Vincere per mare non è la stessa cosa. I veri guerrieri fanno vedere quanto valgono sulla terraferma, nei corpo a corpo col nemico, senza rollìo di nave o onde di mezzo. Forse che Eracle, Achille e Aiace hanno conseguito gloria militare facendo i marinai?», obiettò Eurito. Il suo intervento sembrò porre fine alla discussione, che si spostò su argomenti meno impegnativi, finché giunsero all’altezza di Cinosura, dove abitava il loro amico.

Giunti nei pressi della sua abitazione, videro arrivare l’ilota di Aristodemo, Tisia. Era accaldato e chiaramente ansioso di entrare a casa. Deniece lo chiamò prima che potesse varcarne la soglia.

«Ehi, tu, stai andando dal tuo padrone?», si affrettò a gridargli.

«Certamente, signore», rispose deferente l’ilota. «Forse anche voi vorrete sapere le notizie sulla decisione degli efori».

«Lo sappiamo già. E vogliamo essere noi a dare la notizia al tuo padrone, tanto per vedere come la prende», precisò Deniece.

«Sapete anche della decisione di re Leonida di portare con sé solo uomini che abbiano già avuto figli?», replicò lo schiavo. «È arrivata solo in un secondo momento, quando i messi erano già andati a diffondere la voce allo stadio».

Deniece lo afferrò per un braccio, stringendoglielo tanto da provocargli un gemito. Adesso, l’ilota sapeva che quella soglia non doveva varcarla prima di loro, per nessun motivo.

«Soldati con figli? E come mai?», esclamò costernato Alfeo, che non ne aveva.

«Perché la stirpe sopravviva, è chiaro», sentenziò Deniece, lasciando il braccio ormai livido del povero schiavo.

«Allora lo vedi che la missione viene giudicata pericolosa?», disse Marone. «A quanto pare, non si va a fare ginnastica, nel Settentrione...».

«Tu forse ci andrai nel Settentrione!», esclamò stizzito il fratello. «Io non verrò neanche preso in considerazione, e tu prenderai un grande vantaggio su di me, in termini di gloria!».

«Vedrai che nostro padre farà valere la sua influenza per far venire anche te. Figurati se perde l’occasione di piazzare i suoi due figli maggiori in una faccenda che puzza di gloria da lontano... in fin dei conti, di figli ne ha altri due, e la stirpe non rischierebbe di venir cancellata».

«E io, allora?», domandò Pantite, «mia moglie è incinta. Secondo voi sarò preso in considerazione?».

Il suo intervento provocò uno scoppio di risa negli altri, che Deniece, con la consueta autorevolezza, si fece carico di spegnere. «Va bene. Adesso sentiamo l’opinione di Aristodemo. Entra e annuncia che gli portiamo buone nuove. E limitati a questo», disse, rivolgendosi a Tisia.

Da qualche minuto, l’ilota non aveva in mente di fare nulla di diverso, e si affrettò a entrare in casa. Ricomparve sull’ingresso poco dopo, invitandoli a entrare nella corte. Gli spartiati dovettero attendere solo pochi secondi, prima che dall’edificio si affacciasse Aristodemo. Eurito si emozionava ogni volta che se lo ritrovava davanti e, nei più intimi recessi della loro mente, gli altri

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