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Peace Hotel

Peace Hotel

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Peace Hotel

Lunghezza:
109 pagine
1 ora
Pubblicato:
11 mar 2020
ISBN:
9788894208238
Formato:
Libro

Descrizione

La storia di un gruppo di giovani musicisti cinesi, appassionati del jazz, divisi da Mao e dalle rivoluzioni, riunitisi nuovamente per continuare la passione di una vita

Pubblicato:
11 mar 2020
ISBN:
9788894208238
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

I was born in Milan and I live in Desenzano del Garda (Brescia - Italy).Graduated in Political Sciences, I worked in the tourism field. Journalist, professor at Università Cattolica del Sacro Cuore (Brescia).I like to explore, observe, I’m passionate.Follow me on Smashwords and Facebook.


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Era un ragazzino, non era nient'altro che un ragazzino. Lo si capiva dalla voce.

Era fuori dalla porta della nostra casa e urlava, urlava con la sua stupida vocina; batteva la porta con il palmo aperto della mano, faceva qualche passo indietro poi si riavvicinava e di nuovo: bum! Noi eravamo all'interno, con quel rimbombo cupo che ci esplodeva nelle orecchie e ci spaventava senza alcuna ragione, perché noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno. Eppure lui non se ne curava, e bum.

Io ero nella mia camera mentre tutto stava accadendo. Avevo sentito il primo colpo sulla porta e all'inizio mi ero spaventato, poi ne avevo sentito un'altro e non capivo. Un terzo ancora e, invece che scappare o correre dai miei (come sarebbe stato ragionevole), con molta cautela e altrettanta curiosità mi ero avvicinato alla finestra, avevo spostato la tenda ed eccolo lì, ero riuscito a vederlo. Avrà avuto 18-20 anni, forse 25: non si capiva. Aveva i capelli lisci e neri come la notte e un ciuffo che gli cadeva sulla fronte. Indossava una giubba di cotone grigia, senza colletto, dello stesso colore dei calzoni e dello stesso insulso cotone che tutti i comunisti indossavano. Alle sue spalle, un paio di passi indietro, c'erano tre o quattro suoi amici, o forse erano dei militari o delle guardie o chissà chi (non si capiva); probabilmente ce n'erano altri, nei paraggi, ma io non riuscivo a vederli.

Anche quella mattina per le strade di Suzhou c'era grande agitazione. La gente andava al lavoro, correva, scappava, tornava rapidamente a casa; o forse tutto questo movimento era soltanto il frutto della mia immaginazione e, più semplicemente, la gente si muoveva come fa ogni giorno, per andare a lavorare o al mercato o a fare spese in un negozio; ma io ero nervoso e tutto mi appariva diverso. Non credevo più neppure a quello che mi raccontavano i miei amici; se uno mi guardava in modo apparentemente strano, io fingevo indifferenza, ma nella mia testa frullavano pessimi pensieri. Non mi fidavo più di nessuno, neppure di quel che vedevo.

C'erano voci strane in giro, che turbavano tutta la popolazione e ci impedivano di vedere e di vivere la normalità della vita nelle strade, nelle case, negli incontri fra amici. Già, le voci. Si parlava (ancora una volta) di una rivoluzione del popolo; si parlava (ancora una volta) di guerre dichiarate da controrivoluzionari che intendevano bloccare le riforme; da Shanghai, si bisbigliava (ancora una volta) che sarebbero arrivate grosse novità che avrebbero trasformato la politica del nostro grande paese e migliorato le nostra condizione di vita.

Dicevano tutti così, da anni. Ogni nuovo politico che arrivava e ci comandava ripeteva le stesse identiche frasi, cui ormai nessuno credeva più; tutto era fatto per noi, per farci stare bene. La realtà era che non esisteva nessuna libertà, nessuna possibilità di parlare, dire, rivoltarsi, protestare; ma noi eravamo gente semplice, senza studi, che non sapeva, non doveva sapere e quindi non poteva giudicare, capire né tantomeno lamentarsi. Perché così voleva il partito.

Tutto si era consumato in pochi secondi, che tuttavia parevano un'eternità.

Io aspettavo che mio padre o mia madre andassero ad aprire quella maledetta porta e chiarissero, una volta per tutte, a quel rompiscatole che ancora un colpo con la sua bella manina e l'avrebbero preso a bastonate. I miei genitori, invece, si aspettavano un gesto di coraggio dal loro figlio: volevano proteggerlo e immolarsi loro stessi, ma in cuor loro confidavano in un aiuto (il mio) che invece non arrivava. E facevano come me; io rinchiuso nella mia camera ad attendere chissà cosa e loro, ammutoliti davanti all'ingresso, terrorizzati e stanchi per l'età e per un nemico sconosciuto che (nonostante una vita di stenti e di onestà) ora si prendeva gioco della loro storia; quel pericolo inatteso stava per impossessarsi della mia famiglia e minare le nostre esistenze. Erano attimi lunghissimi di sospensione; dalla finestra guardavo il ragazzo sempre più adirato, poi osservavo la piccola folla di pavidi che si era formata lungo la strada davanti a casa nostra, infine tornavo nuovamente a guardare lui. Mi chiedevo perché quel capannello di persone che si era formato dall'altra parte della via non interveniva in nostro soccorso, quantomeno a chiedere al ragazzo cosa volesse o avvicinarsi alla casa di mio padre (amico di più d'uno di loro) per capire cosa stesse succedendo e offrirgli protezione.

Niente; parlavano a testa bassa e sembravano bisbigliare fra di loro parole che non si possono pronunciare. Perché in quei tempi che stavamo vivendo bisognava essere molto cauti con le parole, non farsi sentire, non commentare né giudicare quel che non si conosce, altrimenti avremmo pagato a caro prezzo la nostra impudenza. Il partito non ci ha mai abituati a pensare; non ce n'era bisogno: lo faceva lui per noi, e a noi così doveva andar bene.

Aprite, continuava quello con la sua vocina che voleva far paura, ma che a me faceva solo ridere.

Bum. Ogni manata sembrava una cannonata; il rumore penetrava nelle stanze e si diffondeva; colpiva me, lì dov'ero nascosto, scuoteva l'animo del mio vecchio padre, intristiva mia madre. Io non capivo; forse qualcuno aveva detto o fatto qualcosa di sbagliato ed era stato denunciato da qualcun altro che reputavamo amico e che, invece, aveva carpito le nostre confidenze per tradirci e farci del male. Vivevamo in un'epoca pericolosa, di grandi cambiamenti che dividevano la popolazione, spingevano i cittadini l'un contro l'altro in una girandola di sospetti per cui, invece che aiutarli, li divideva. La seconda Guerra Mondiale era finita da poco ma, dalle poche parole che si sentivano in giro, sembrava che un nuovo conflitto stesse nuovamente per esplodere dentro il nostro grande paese. Fuori dalla nostra vita, fuori dalla nostra conoscenza, lontano dalle nostre quotidiane occupazioni si stava svolgendo una guerra fra il Kuomintang, guidato dal generale Chiang Kai-shek, e i comunisti di Mao Zedong e il suo Esercito di Liberazione Nazionale.

Era una guerra sotterranea, fatta di agguati e colpi bassi, proclami e dichiarazioni, senza eserciti, ma con manipoli di esaltati da entrambe le parti. Il mondo intero osservava e, forse, stava già intervenendo con appoggi più o meno espliciti, sostegno politico, forniture di armi e soldi a favore dell'una o dell'altra fazione. Per noi cittadini comuni era vitale il silenzio: bastava una parola, una sola, sussurrata alla persona sbagliata, e di te si sarebbero perse le tracce: scomparso, svanito nel nulla, disintegrato, quando non trascinato per strada e percosso a morte, così che tutti capissero.

Finalmente ho udito i passi leggeri di mio padre. Si era avvicinato alla porta, seguito dalla moglie, e aveva aperto al ragazzo. Si era inchinato, per ossequiarlo e augurargli il benvenuto nella nostra umile dimora, ma quello era balzato all'interno urlando.

Voi mi dovete aprire subito, quando busso. La prossima volta mi dovete aprire subito, altrimenti succede il finimondo. Poi aveva chiesto: Dov'è, dov'è?.

Mio padre e mia madre si erano guardati in faccia e io, dalla mia camera, avevo capito. L'avevano capito anche loro, forse ancora più angosciati: quello che cercavano ero io. Così

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