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2000 a.C. distruzione atomica: La misteriosa scomparsa di una città Titanica nella Valle dell'Indo

2000 a.C. distruzione atomica: La misteriosa scomparsa di una città Titanica nella Valle dell'Indo

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2000 a.C. distruzione atomica: La misteriosa scomparsa di una città Titanica nella Valle dell'Indo

Lunghezza:
516 pagine
5 ore
Pubblicato:
22 apr 2020
ISBN:
9788835813354
Formato:
Libro

Descrizione

E’ possibile che alcuni antichissimi testi indiani, scritti decine di secoli fa in lingua sanscrita per celebrare le gesta degli Ariani, non siano pura e semplice tradizione mitologica, come vuole la scienza ufficiale, ma la fedele testimonianza di grandi avvenimenti realmente accaduti?
E’ possibile che terri canti battaglie, descritte con tale ricchezza di particolari, siano state realmente combattute con macchine volanti e armi così micidiali che nulla hanno da invidiare a quelle più recenti, che si avvalgono di sofisticatissime tecnologie moderne?
Questi gli sconcertanti interrogativi ai quali hanno cercato di rispondere Ettore Vincenti e David Davenport. E per fare questo non hanno avuto altra alternativa: individuare con precisione una località dove si svolse almeno una delle grandi battaglie, dallo studio dei testi; quindi andare sul luogo a cercare le tracce che si riveleranno straordinariamente ricche di dati ai più moderni metodi di indagine scientifica. Dallo studio comparato degli originali testi sanscriti, Rig Veda, Mahabharata, Ramayana, e decine di testi d’archeologia e soprattutto dopo aver reperito un antichissimo manuale di “aeronautica”, sono riusciti a localizzare, nella Valle dell’Indo, Mohenjo-Daro, la città distrutta improvvisamente 4000 anni fa da un’esplosione così potente che i sopravvissuti non hanno neppure tentato la ricostruzione. La catastrofe, che non può in alcun modo essere sbrigativamente spiegata con cause naturali ha raso al suolo la città, carbonizzato molti dei suoi abitanti, vetrificato mattoni e vasellame. Questi reperti, esaminati in laboratorio, hanno dimostrato di essere stati oggetto di un’onda d’urto del calore di molte migliaia di gradi centigradi per un tempo brevissimo. Secondo le nostre attuali conoscenze sulla materia, l’unica forza in grado di produrre simili effetti è un’esplosione di tipo nucleare.
A distanza di 39 anni questo testo torna alle stampe con gli aggiornamenti e nuovissimo materiale inedito frutto degli studi dell’antropologo Enrico Baccarini, delle analisi dil Prof. Roberto Volterri e un’introduzione del biblista Mauro Biglino. Nuovi campioni di roccia prelevati sul posto sono stati analizzati minuziosamente mentre dagli archivi di Davenport sono emersi nuove e incredibili documenti mai pubblicati prima. Una sconcertante verità si cela tra le pagine di questo libro.
Pubblicato:
22 apr 2020
ISBN:
9788835813354
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Libro

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Anteprima del libro

2000 a.C. distruzione atomica - David W. Davenport

eBook

Commento di Enrico Baccarini

È con una profonda soddisfazione e orgoglio che riporto alle stampe un testo che ha segnato profondamente il mio percorso di ricerca, un libro divenuto introvabile che ha riscritto la storia e che si era trasformato quasi in una chimera. È con immensa felicità che, come studioso dell’Oriente ed editore, posso riportare alla luce non solo il testo di due grandi ricercatori oggi scomparsi ma anche nuovo materiale del tutto inedito recuperato in anni di ricerche e studi nonché presentare al lettore analisi chimico-fisiche compiute sui reperti che personalmente prelevai nel 2012 dalle rovine archeologiche di Mohenjo-Daro, in Pakistan. La sconcertante realtà che il lettore moderno si troverà a fronteggiare sarà l’estrema attualità dei contenuti di questo libro. A distanza di 39 anni dalla sua pubblicazione quasi tutti i suoi contenuti rivestono un ruolo cruciale nella risoluzione di quell’enigma che è la storia indiana. Davenport e Vincenti diedero inizio ad una riscoperta culturale di questi luoghi che, nonostante sia maturata in sordina nei decenni, oggi finalmente sta producendo i suoi frutti. Abbiamo cercato di proseguire quanto da loro iniziato nella speranza di portare ulteriori elementi in questo ambito di studi, molto deve essere ancora fatto ma la strada intrapresa sta portando incredibili risultati. Alcune descrizioni, o interpretazioni, che troverete nella parte di Davenport e Vincenti nacquero e si svilupparono alla fine degli anni ’70 e sono necessariamente figlie del loro tempo. In primis l’attribuzione di un’esplosione nucleare all’origine degli eventi occorsi a Mohenjo Daro. Come abbiamo dimostrato dai risultati prodotti a seguito della nostra missione in Pakistan del 2012 e dalle successive analisi, non si trattò di eventi nucleari bensì di un evento di tipo esplosivo ancora sconosciuto ma che produsse dei risultati tangibili. Solo la ricerca potrà portare risposte certe ma, indubbiamente, sulla strada tracciata da Davenport e Vincenti stanno emergendo nuove ipotesi sull’origine della nostra civiltà.

Enrico Baccarini

Editore - ENIGMA Edizioni

Prefazione di Mauro Biglino

E’ ipotizzabile che una o più civiltà tecnologicamente avanzate abbiano visitato e colonizzato il nostro pianeta?

E’ possibile che nei racconti più antichi delle culture orientali ci sia il ricordo concreto di questi avvenimenti?

E’ possibile che quelle stesse culture ci abbiano lasciato informazioni circa ipotetiche zone provenienza di quegli straordinari attori dei tempi delle origini?

E’ possibile che alcuni antichissimi testi indiani, scritti decine di secoli fa in lingua sanscrita per celebrare le gesta degli Ariani, non siano pura e semplice tradizione mitologica, come vuole la scienza ufficiale, ma la fedele testimonianza di grandi avvenimenti realmente accaduti?

E’ possibile che terrificanti battaglie, descritte con tale ricchezza di particolari, siano state realmente combattute con macchine volanti e armi così micidiali che nulla hanno da invidiare a quelle più recenti, che si avvalgono di sofisticatissime tecnologie moderne?

A fornire le risposte a queste domande c’è la scienza ufficiale, se pure la storia possa essere considerata tale, e per fortuna ci sono autori, studiosi o semplici curiosi, tutti cosiddetti alternativi, che hanno il coraggio di andare oltre.

Uomini e donne liberi dai condizionamenti determinati da appartenenze che spesso limitano, quando addirittura non bloccano, il desiderio e la possibilità di cercare fuori dai canoni per verificare ipotesi nuove, potenzialmente foriere di risposte, spesso inattese ma efficaci e chiarificanti, a questioni sempre aperte.

Le domande poste in apertura appartengono proprio a questa categoria di questioni e sono la conseguenza diretta di una lettura disincantata delle narrazioni contenute nei testi antichi: racconti che, nella loro evidenza letterale, paiono non essere classificabili nella categoria dei miti o delle leggende ma essere inseribili in quella delle cronache.

Fare finta che i testi antichi contengano informazioni concrete riserva sorprese che spesso non sono neppure ipotizzabili.

Fortunatamente per noi, per il mondo della cultura in genere e per la stessa scienza che lo dileggiava, Heinrich Schliemann non si è fatto fermare, ha proceduto con grande coraggio in totale autonomia e ha così potuto regalare al mondo alcune tra le più importanti scoperte che la storia dell’archeologia abbai mai registrato.

Libero dai dogmatismi culturali imperanti e consapevole dei rischi che si corrono quando si procede oltre i confini che certa cultura vorrebbe invalicabili scriveva:

Se i miei scritti contengono qua e là contraddizioni, spero che esse mi saranno perdonate se si terrà conto che qui io scopro un mondo nuovo per l’archeologia, che finora non si erano mai trovate o si erano trovate pochissime delle cose che io ho riportato alla luce a migliaia, che tutto mi appariva sconosciuto e misterioso e spesso dovevo azzardare ipotesi (Prefazione a Trojanische Altertümer, 1874).

Ritengo che questa affermazione si attagli perfettamente ad ogni azione di ricerca che possa essere definita ‘di frontiera’: Davenport e chi lo pubblica si pongono ovviamente su questa strada. Sia l’autore che l’editore sono l’esempio di quanto sia valido l’assunto che chi si lascia bloccare dal timore di commettere errori non avvierà mai alcun cammino.

In un ambito come quello di cui ci si occupa, la verità è quanto di più sfuggevole si possa immaginare e le difficoltà che si incontrano nel percorso sono tali e tante che la tentazione di rimanere sempre cauti oltre ogni limite rischia di costituire un freno, un elemento limitante al punto da bloccare la volontà di procedere ma questo libro contiene in modo implicito ed esplicito una ipotesi precisa e circostanziata: gran parte di ciò che ci insegnano sulla storia antica è errato, a partire dall’origine dell’uomo e delle civiltà.

Circa due anni fa un archeologo (che non nomino per motivi facilmente comprensibili) mi scrisse una lettera per evidenziarmi la profonda delusione provata una volta entrato nel mondo academico; tra le tante affermazioni cito testualmente la seguente: …mi sarei aspettato di studiare la Storia attraverso una molteplicità di punti di vista e con un sincero occhio critico volto ad individuare le centinaia di tasselli mancanti per comporre il mosaico, e creare così una specie di pan-storia. Anche in ambito universitario, invece, si studia una storia creata e teorizzata da storici europeisti atti a mantenere questo loro predominio… e prosegue affermando che un tale tipo di visione parziale fa emergere lacune e discrepanze a cui il mondo accademico-scientifico non può e non vuole dare risposta.

La storia dunque si ripete e pare non insegnare nulla: il mondo accademico che dileggiava Schliemann e faceva del sarcasmo sulla sua ipotesi di attribuire fondamento storico ai poemi omerici, a distanza di 150 anni è lo stesso che tende a mettere in ridicolo il lavoro di Davenport e di chi ne segue le tracce procedendo con verifiche atte a confermarne la sostanziale concretezza e veridicità.

Può non essere determinante conoscere quale fosse la tipologia delle armi usate e le ipotesi possono subire variazioni, come prevede il coretto metodo di studio scientifico, ma la sostanza non muta e la sostanza che emerge è straordinaria: la ricerca libera deve proseguire a beneficio di chi desidera studiare per sapere, rimanendo aperto anche a ciò che potenzialmente rimette in discussione quanto si crede di sapere e che viene spesso diffuso e imposto come una sorta di dogma da cui non ci si può e non ci si deve allontanare.

Il lavoro di Davenport e lo studio condotto dal Dr. Enrico Baccarini teso a verificarne presupposti e consistenza in un ambito che ne amplia i confini (si veda a questo proposito La caduta degli dèi, Unoeditori), rappresentano uno stimolo che va in questa direzione, un segnale che indica una via nuova alla ricerca archeologica, letteraria e storica sull’origine dell’umanità, sulle civiltà più antiche e sulle vicende che hanno caratterizzato nel bene e nel male intere epoche.

Sono proprio lavori come questi che alimentano il desiderio di sapere, che nutrono la curiosità delle menti aperte e che rendono sempre più chiara la sensazione che non ci venga detto tutto, in parte per vera ‘non conoscenza’ ma in parte anche per deliberata volontà di non rimettere in discussione sistemi di potere che sono costruiti su una visione del mondo e della storia definita non negoziabile e che come tale deve quindi essere accettata.

Schliemann e Davenport, due punti di svolta parimenti osteggiati ma al contempo parimenti capaci di dare una vera e propria sterzata accelerante ad una ricerca - quella definita ufficiale e in quanto tale unica accettabile - palesemente in affanno di fronte alle evidenze che emergono in vari ambiti della scienza.

E’ interessante quanto descrive l’archeologo e storico Paul Veyne (membro del College de France) quando rappresenta la situazione delle varie culture che si rifanno a programmi di verità all’interno di quadri di riferimento che sono palesemente arbitrari, possono variare nel tempo ed entrare anche in contraddizione tra di loro ma che sono utilizzati per ammaestrare l’umanità all’interno di recinti culturali funzionali non tanto al sapere vero quanto al mantenimento di strutture atte a condizionare e indirizzare il pensiero dei singoli:

«Una volta che si è all’interno di uno di questi vasi, ci vuole un colpo di genio per uscirne e cambiare; in compenso, una volta fatto questo geniale cambiamento di vaso, i bambini piccoli possono essere socializzati sin dalle classi elementari al nuovo programma. Essi ne sono soddisfatti come i loro antenati erano soddisfatti del loro, e non cercano assolutamente il modo di uscirne poiché non percepiscono nulla al di là di questo: quando non si vede ciò che non si vede, non ci si rende nemmeno conto di non vedere. A maggior ragione non ci si rende conto della forma bislacca di questi limiti».

Scrive l’autore che nessun mito può essere interamente mitico e i Greci sapevano che ogni racconto, quanto fantasioso o incredibile possa apparire, ha sempre un fondamento di verità (I Greci hanno creduto ai loro miti?, Il Mulino).

Pare ovvio naturalmente affermare che questo è valido per tutte le culture del passato.

La nostra fortuna è quella di potere vivere in un’epoca in cui gli strumenti di diffusione della conoscenza favoriscono uomini e donne desiderosi di uscire da questi vasi essendo disponibili ad osservare con mente aperta, con quella attitudine che dovrebbe caratterizzare la scienza vera, l’unica definibile come tale perché capace di accogliere anche, direi soprattutto, ciò che ne mette potenzialmente in continua discussione le acquisizioni, incrementando così il patrimonio culturale dell’intera umanità (Schliemann docet).

Mauro Biglino

I PARTE

Il Testo Originale

Di David William Davenport e Ettore Vincenti

(dal libro originale della SugarCo 1979)

Introduzione

Quattromila anni fa esisteva la bomba atomica – Ne parlano i sacri testi indiani e i reperti archeologici ne danno conferma – Come è nata la ricerca che ha portato a questa scoperta – Quale metodo è stato seguito

Lanka, una città della valle dell’Indo, è stata distrutta da un’esplosione nucleare, 4000 anni fa.

L’affermazione è talmente straordinaria che la tentazione di respingerla in blocco, senza nemmeno prenderla in considerazione, è quasi irresistibile. D’altra parte il suo fascino è tale che c’è il rischio che venga accettata acriticamente, specialmente da parte di quel settore di appassionati che si interessano di misteri più o meno cosmici e che, magari senza rendersene conto, accettano anche le ipotesi più campate in aria perché vogliono credere.

È evidente che entrambe queste posizioni, di totale rifiuto o di totale accettazione, sono ugualmente sbagliate. La posizione giusta è quella di esaminare freddamente, senza pregiudizi, le prove che sono portate a sostegno dell’affermazione, controllarne l’autenticità, assicurarsi che non siano suscettibili di nessun’altra interpretazione. Solo a questo punto si potrà esprimere una valutazione con cognizione di causa.

Senza pregiudizi… già, come se fosse facile. Si dice che quando i membri del Consiglio dei Dieci della Serenissima repubblica Veneta ebbero per le mani il primo cannocchiale, non riuscissero a vedere niente "Parché no se pol vedar", perché non si può vedere. Ci volle tutta l’autorità del Doge per indurre il Consiglio ad adottare uno strumento preziosissimo per un popolo di marinai.

Gli scettici hanno almeno il vantaggio che, non credendo in niente, sono sempre disposti ad ascoltare un ragionamento. La frase è attribuita ad uno scrittore inglese del secolo scorso. Se è vero, questo libro è fatto per gli scettici, perché nelle prossime pagine esamineremo e discuteremo le prove che sostengono l’affermazione iniziale. Per la verità non ci occuperemo solo di questo perché la ricerca che sta alla base di questo lavoro è tesa a verificare se gli antichi testi Vedici possono essere presi alla lettera quando parlano di guerre nucleari, di armi sofisticatissime, di meravigliosa macchine volanti, o se si tratta di pura fantasia mitologica, come sostiene la scienza ufficiale. La discussione sulla fine di Lanka, l’esame delle tracce, da noi scoperte, che testimoniano dell’esplosione che l’ha distrutta, acquistano la loro giusta dimensione solo se inserite in questo quadro.

RgVeda, Ramayana, Mahabharata sono gli antichissimi testi sanscriti che stanno alla base della religione Indù. Sono dei veri gioielli letterari ricchi di filosofia e come tali sono tradizionalmente stati esaminati e studiati. Quello che ci ha indotto ad esaminarli da un altro punto di vista è il fatto che da una decina d’anni a questa parte (ci si riferisce alla fine deli anni ’60, N.d.R.) numerosi ricercatori hanno portato all’attenzione di un pubblico sempre più vasto una serie di elementi, a dir poco conturbanti, che tendono a dimostrare come in epoche lontanissime sulla Terra fosse presente una tecnologia avanzatissima. Gli elementi portati alla luce sono troppi e troppo numerosi per poterli scartare senza un esame approfondito.

D’altra parte, la maggioranza dei lavori comparsi sinora, salvo qualche lodevole eccezione, sono specie di enciclopedie onnicomprensive che balzano agilmente da un continente all’altro, dedicando poche pagine a ciascun argomento, parlando di tutto senza approfondire nulla. A questa, che potremo chiamare prima fase, è giusto ne segua una seconda dove ogni singolo argomento venga approfondito, studiato sotto tutti gli aspetti, avvalendosi di tutte le tecniche possibili per arrivare a delle conclusioni se non certe al di là di ogni dubbio, per lo meno ragionevolmente fondate.

Nel capitolo seguente vedremo perché la nostra scelta è caduta sui testi sacri sanscriti; qui ci preme sottolineare che abbiamo volutamente trascurato di considerarli sotto l’aspetto mistico-letterario per esaminarli solo sotto il profili tecnico, li abbiamo, cioè, considerati come relazioni di fatti realmente avvenuti, anche se talvolta raccontati con linguaggio impreciso ed iperbolico.

L’operazione di interpretare alla lettera gli antichi testi non è nuova. Il precedente più famoso è senz’altro quello costituito da Heinrich Schliemann, l’uomo che credette in Omero. Figlio di un pastore di Necklenburgo, dopo un’infanzia poverissima, fece fortuna negli Stati Uniti durante la grande corsa all’oro. Diventato ricchissimo, perfezionò la sua conoscenza delle lingue antiche ed orientali e organizzò una spedizione che portò alla scoperta di Troia (Trojanische Alterhumer, 1874) destando un’enorme sensazione nel mondo scientifico di allora. Anche se i suoi risultati non furono altrettanto sensazionali va citato l’interessantissimo lavoro di Werner Keller che, con il suo La Bibbia aveva ragione, dimostrò che il testo sacro era storia e non leggenda o mitologia e che molti passi andavano presi alla lettera.

Ogni ricerca che voglia avere un minimo di pretesa scientifica deve articolarsi secondo uno schema ben preciso: Premesse, Materiali e Metodi; Risultati; Discussione; Conclusioni.

Nelle Premesse si spiegano gli scopi che la ricerca si prefigge e si fa un breve panorama degli elementi che ne sono all’origine.

Nella parte dedicata a Materiali e Metodi si identificano col massimo di precisione i materiali impiegati nella ricerca, si spiega dettagliatamente l’uso che si intende farne e si illustrano i criteri informativi di tutto il lavoro.

I Risultati sono una minuziosa relazione sullo svolgimento dei lavori, siano essi di natura sperimentale o d’altro tipo, in modo da dare una chiara visione non solo di quello che si è ottenuto ma anche di come lo si è ottenuto.

Con la Discussione si esaminano i risultati ottenuti, li si confrontano con quelli ottenuti da altri e si cerca di stabilire gli eventuali limiti della ricerca.

Le Conclusioni sono l’interpretazione che il ricercatore dà ai risultati del suo lavoro.

Nel riferire di una ricerca estremamente complessa e articolata, durante la quale abbiamo dovuto far ricorso, attraverso l’aiuto di esperti, a varie discipline scientifiche, abbiamo sentito l’esigenza ai fini della chiarezza e dell’ordine, di seguire questo schema. Il lettore che fosse interessato unicamente ai risultati, può saltare direttamente al capitolo successivo.

I

PREMESSE

I testi sanscriti posso leggerli e tradurli io. Disse David, lasciandomi di sasso. Sapevo che era nato, aveva studiato ed era vissuto per sedici anni in India, sapevo che conosceva diverse lingue orientali, ma questa faccenda del sanscrito mi giungeva nuova.

Non so voi, ma io uno studioso di sanscrito me lo immaginavo come un vecchietto incartapecorito, con una lunga barba, probabilmente mangiata dalle tarme. Qualunque idea ve ne facciate voi, sono certo che non è quella di un giovanotto sulla trentina, elegante e sportivo.

Vedendo la mia faccia sorpresa, David si mise a ridere: Non c’è niente di strano, spiegò, in India si studia il sanscrito come da voi si studia il latino e il greco. Finite le scuole ho continuato a studiarlo per conto mio. Ecco perché ti dico che, avendo una certa dimestichezza con gli antichi testi indiani, potrei occuparmi io di cercare e tradurre i passi più interessanti.

Noi non ce ne rendemmo minimamente conto, ma in quel momento scattò la molla che mise in moto un meccanismo grazie al quale, sette anni più tardi ci siamo trovati ad essere protagonisti di un’affascinante avventura nella preistoria. Quando questa fatale conversazione si svolse, era da poco uscito il libro con il quale Peter Kolosimo prospettava per la prima volta l’interessante ipotesi che in tempi antichissimi, il nostro pianeta fosse stato visitato da extraterrestri, che erano entrati in contatto con le popolazioni indigene, in varie parti della Terra". Ipotesi che allora sembrava poco meno che fantascientifica, ma che l’autore suffragava tuttavia con una serie di argomentazioni difficili da scartare in blocco.

Quello che allora non cessava di stupirmi era come nessuno sembrasse preoccuparsi di andare a verificare in loco le ipotesi prospettate.

Facciamo un esempio: alcuni oggetti custoditi nel museo di Bagdad e catalogati come oggetti di culto, che in realtà sarebbero delle pile elettriche... risolvere questo enigma non è difficile, dovrebbe bastare un qualunque ingegnere elettrotecnico.

Se non è vero tutto finisce lì, se invece è vero, se ne possono trarre una serie di deduzioni logiche che, a loro volta, impongono una serie di ricerche archeologiche, se si vogliono trovare i reperti che le confermino. In altri termini: 1) le pile elettriche non si fabbricano da sole; 2) è altamente improbabile che siano state fatte per caso; non è pensabile, cioè che chi le ha costruite, intendendo fare veramente un semplice oggetto di culto, abbia messo insieme degli elementi che, per caso, formano una pila; 3) le pile elettriche servono ad una cosa sola: produrre elettricità perché questa possa essere utilizzata.

Da questo consegue che chi le ha costruite: A) conosceva l’esistenza dell’energia elettrica, B) sapeva come servirsene, C) trovava utile averne a disposizione una riserva per usarla quando lo riteneva opportuno. A questo punto non è inverosimile pensare che un accurato esame di tutti i reperti archeologici della stessa epoca cui appartengono le famose pile possa far individuare anche l’oggetto che erano destinate a far funzionare.

Quella famosa sera (la data esatta? E chi se la ricorda più!) parlando di questi argomenti con David, il discorso finì fatalmente sull’India, terra che da secoli esercita un fascino enorme sugli europei. L’espressione India Misteriosa, tanto cara agli scrittori di romanzi d’avventure del secolo scorso, è valida ancora oggi, anche se ormai Delhi e le altre città più importanti sono meta costante di un foltissimo numero di turisti.

La storia e, soprattutto, la cultura indiane sono talmente estranee alla nostra mentalità, ottusamente abituata a considerare l’Europa come unica ed indiscutibile culla da cui la civiltà si è irraggiata nel mondo, che ben pochi occidentali si sono preoccupati di studiarla e anche pochi hanno invariabilmente interpretato gli antichi testi sanscriti in chiave religioso-mitologica.

Kolosimo – nonostante non conosca il sanscrito, né sia mai andato in India, ma attraverso pochi e maltradotti libri vedici in pubblicazione – avanza l’ipotesi, abbastanza sconcertante, per la verità, che si potessero invece leggere come cronache di fatti realmente avvenuti. "Il Mahabharata, per esempio, che assieme ai 4 Veda e al Ramayana costituisce il corpo principale degli antichi testi sanscriti, precisò David, è noto come Itihasa (storia) termine composto dalle parole iti-ha-asa, che tradotte letteralmente significano: in verità, questo accadde.

Verificare in pratica questa ipotesi era un altro paio di maniche, perché significava rivedere con occhi nuovi una montagna di versi equivalente più o meno alla Bibbia, all’Iliade e all’Odissea messe insieme. Non solo, ma sarebbe stato opportuno leggerli nell’originale sanscrito visto che c’era da fare poco affidamento su traduzioni fatte da studiosi, magari eminentissimi, ma che le consideravano esclusivamente sotto il profilo letterario-mitologico.

La discussione era arrivata a questo punto quando David se ne uscì con quella frase sconcertante: I testi sanscriti posso leggerli e tradurli io.

Quando mi riebbi dalla sorpresa, esaminammo insieme la questione e decidemmo che si sarebbe trattato di un lavoro interessantissimo, ma difficile, noioso e lungo, perché si trattava non solo di individuare i passi che parlano di battaglie e di armi prodigiose impiegate per vincerle, ma anche di cercare tutti i riferimenti geografici possibili per riuscire a localizzare il luogo dove queste battaglie erano state combattute. Un’impresa tale da scoraggiare anche il più entusiasta dei ricercatori. Per quella sera tutto finì lì, ma evidentemente, senza che allora nessuno di noi lo sospettasse, una molla era scattata perché, anche se ci perdemmo di vista quasi completamente, ognuno di noi, all’insaputa dell’altro, continuò a lavorare su questo argomento.

Negli anni successivi, molti scrittori si lanciarono sul filone dell’archeologia misteriosa, alcuni apportando documentazioni di tutto rispetto, molti altri, mordi dal bacillo perniciosissimo della spaziomania, lanciandosi in elucubrazioni azzardate, per non dire cervellotiche che hanno avuto come solo risultato quello di dequalificare il lavoro dei ricercatori più seri. In un quadro del Trecento sono dipinte nubi di forma vagamente lenticolare e dai contorni regolari? Certamente il pittore ha voluto raffigurare dei dischi volanti che aveva visto. In un disegno rupestre si distingue una forma vagamente allungata? Di certo l’antico pittore ha voluto raffigurare un missile. Su una moneta romana compare il bassorilievo di una pallina coperta di punte? Senza dubbio è l’immagine di un satellite artificiale. In una qualche religione antica si scolpivano figure umanoide provviste di ali? Evidentemente erano immagini di extraterrestri e così via. Badate bene che è, sia pur lontanamente, possibile, che queste interpretazioni abbiano un fondo di realtà, ma non si può ragionevolmente pretendere di essere presi sul serio quando una teoria rivoluzionaria come quella di una visita extraterrestre nella preistoria è sostenuta da prove così labili e così lontane fra loro nello spazio e nel tempo.

Tanto più che anche portando prove inoppugnabili è un’impresa quasi disperata convincere i dotti depositari della scienza ufficiale a prendere in considerazione non tanto l’ipotesi di una vita extraterrestre in tempi preistorici, ma anche la semplice (e documentata) presenza sulla Terra di una tecnologia moderna alcune migliaia di anni fa.

Un esempio? Nel 1869, nel Nevada, nei pressi della città di Treasure City, una pietra raccolta nella Galleria dell’Abbazia quando venne spaccata rivelò nel suo interno la traccia nitidissima di una vite lunga 50,8 millimetri, che era rimasta nella roccia e che nel corso dei millenni si era consumata. Lo strato dal quale era stata cavata la roccia era antichissimo e la traccia della vite, data la sua assoluta perfezione non poteva essere in nessun modo attribuita al caso. Basterebbe quest’unica, piccolissima traccia per stabilire senza ombra di dubbio che decine di migliaia di anni fa esistenza sulla Terra un essere intelligente (non sappiamo se terrestre o extraterrestre, non sappiamo nemmeno se uomo o no) che sapeva fabbricare viti con una sostanza non determinabile che si consumava nel tempo. Questa scoperta potrebbe retrodatare di milioni d’anni la storia dell’umanità, scrissero gli esperti dell’Accademia delle Scienze di San Francisco (arbitrariamente dando per scontato che la vite fosse stata fatta da un uomo) e, invece, dopo un po’ di discussioni l’argomento venne dimenticato. Evidentemente era più facile ignorare la piccola traccia nella roccia che affrontare i problemi che poneva e che pone tuttora.

Meno di vent’anni dopo un oggetto ancora più sconcertante venne trovato in una miniera di carbone austriaca. Da uno strato dell’era terziaria (dai 70 ai 12 milioni di anni fa) saltò fuori un cubo metallico fatto di una lega composta di ferro, carbonio e una piccola quantità di nichelio. Una meteorite dissero subito gli esperti, trascurando con una tranquillità che rasenta l’impudenza il fatto che una meteorite, a causa dell’attrito con l’atmosfera, sarebbe arrivata sulla Terra come un grumo informe. Ma il cubo aveva il torto di non potersi inquadrare in nessun modo negli schemi della scienza ufficiale, perciò seguì la sorte di tante altre scoperte analoghe: fu dimenticato.

Il caso più clamoroso è però quello delle statuette giapponesi Dogu scolpite nel Periodo Jomon. Queste statuette, che raffigurano esseri umanoidi coperti da una strana armatura completa di casco, hanno sempre costituito un enigma. Già nel 1894 il dottor Shogoro Tsuboi notava come gli oculari del casco, attraversati da una stretta fessura, assomigliassero in modo notevole agli occhiali usati dagli esquimesi per proteggersi dai riverberi del Sole sulla neve e si chiedeva il perché di una così singolare analogia. Ma non erano solo gli occhiali ad apparire strani in queste armature, anche molti altri particolari, come gli snodi dei gomiti e il punto di congiunzione del guanto con la manica, nonché una serie di incomprensibili decorazioni, le rendevano assolutamente diverse da ogni armatura conosciuta. Il mistero restò insoluto finché lo scienziato Zeissig ebbe l’idea di mandare le foto e alcuni disegni delle statuette alla NASA. Dopo un certo tempo l’ente spaziale americano scrisse allo scienziato: I nostri osservatori ritengono che l’ipotesi concernente la tuta raffigurata nei documenti da lei inviati sia molto interessante. È stata preparata una tuta analoga (a cura della Litten Industry, di Los Angeles) che, inviata alla direzione generale per le attrezzature astronautiche della NASA, è ora in via di perfezionamento. Le rendiamo noto, inoltre, che i dispositivi di comunicazione, le montature speciali degli oculari, le articolazioni, le cerniere a sfere e gli accorgimenti per il mantenimento della pressione che lei ha elencato e che sono indicati nella fotografia, sono stati inclusi dalla direzione citata nella variante rigida della tuta spaziale.

A questo punto logica vorrebbe che le statuette Dogu fossero riconosciute ufficialmente, con tutti i crismi, come raffigurazioni di astronauti. Nient’affatto: sono ancora considerate guerrieri in armatura.

Tuttavia, a marcio dispetto degli scettici, col passare degli anni, gli elementi a favore della tesi di una visita extraterrestre al nostro pianeta sono andate moltiplicandosi, tanto che è possibile ora darne, sia pure a grandi linee, una classificazione. Grosso modo, le prove di cui disponiamo si dividono in due categorie principali: quelle isolate, che, pur essendo interessantissime, offrono poco spazio alle indagini; e quelle che pur essendo di diversa natura (archeologiche, tradizionali, letterarie, eccetera) sono coordinate in un complesso imponente, ricchissimo di informazioni dalle quali è possibile trarre un panorama molto più completo degli eventi straordinari che si sono svolti nella notte dei tempi. Non è inverosimile pensare che alle prime corrispondano visite fugaci e alle seconde veri e propri stanziamenti di esseri dalla tecnologia avanzatissima che hanno coabitato con le popolazioni indigene abbastanza a lungo da marcarne profondamente la cultura.

Nella prima categoria possiamo mettere, oltre alla traccia di vite e al cubo metallico di cui abbiamo parlato più sopra, anche altri piccoli oggetti, come l’aereoplanino d’oro di Bogotá, per esempio.

Si tratta di un monile, conservato nella Banca di Stato di quella città, che è la riproduzione esatta, in miniatura, di un aviogetto da caccia con le ali a delta. L’orafo

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