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Navi mute: Il mistero sulla morte del comandante Natale De Grazia
Navi mute: Il mistero sulla morte del comandante Natale De Grazia
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E-book198 pagine2 ore

Navi mute: Il mistero sulla morte del comandante Natale De Grazia

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Info su questo ebook

Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995 il comandante della Guardia Costiera Natale De Grazia muore in circostanze che a distanza di quasi 25 anni non sono state ancora chiarite. Stava andando a La Spezia per acquisire maggiori elementi in merito all'affondamento delle "navi a perdere", quelle imbarcazioni colate a picco deliberatamente dalla criminalità organizzata con il loro carico di rifiuti tossici. Sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria, all'altezza di Nocera, dopo aver sostato in un ristorante, il capitano muore." Morte improvvisa dell'adulto", diranno i medici legali che firmano il referto.
LinguaItaliano
Data di uscita14 mag 2020
ISBN9788899332778
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    Anteprima del libro

    Navi mute - Giampiero Cazzato

    speranza

    Introduzione

    I l lascito di de grazia deve essere vivo

    nelle nostre azioni quotidiane

    Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare SERGIO COSTA

    Il 13 dicembre 1995, qualche giorno prima del suo trentanovesimo compleanno, moriva il comandante Natale De Grazia. La sua scomparsa è tra i misteri irrisolti della storia d’Italia degli ultimi decenni, come ebbe modo di osservare anche la Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella relazione del 2013 sulla sua morte.

    Lo Stato ha il dovere di fare luce sulla fine sospetta di un eroe moderno, giustamente insignito nel 2004 dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi della medaglia d’oro alla memoria per aver saputo coniugare la professionalità, l’esperienza e la competenza marinaresca con l’acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell’Ufficiale di polizia giudiziaria.

    Il Paese non può lasciare che questo crimine non abbia verità e giustizia. Proprio per questo ho impartito disposizioni alla nuova Direzione generale per il mare e le coste del ministero dell’Ambiente affinché sia subito disponibile un milione di euro per l’avvio immediato di ricerche sui fondali calabresi, coinvolgendo in queste attività il capo del Reparto ambientale marino, ammiraglio Aurelio Caligiore, e il direttore generale dell’Ispra, Alessandro Bratti, per pianificare una mirata campagna di ricerca delle navi dei veleni.

    Inoltre, per onorare la memoria del comandante De Grazia e per il suo impareggiabile impegno come servitore dello Stato, ho voluto conferirgli la medaglia d’oro di benemerenza ambientale di prima classe. Dedicarsi alla tutela dell’ambiente come ha fatto lui deve essere un esempio soprattutto per chi ogni giorno contrasta gli ecoreati, grandi o piccoli che siano. C’è ancora molto da fare sul fronte della legalità in campo ambientale, ma le sinergie tra le Procure italiane e le forze dell’ordine, l’attivismo delle associazioni ambientaliste e dei cittadini, la rinnovata sensibilità dello Stato e delle istituzioni nei confronti della tutela dell’ambiente fanno ben sperare per un futuro più rispettoso della natura, del territorio, della salute umana, dove il bieco profitto non ha il sopravvento e lo sviluppo è basato su un’ecologia integrale, attenta alla dignità delle persone.

    Il lascito di De Grazia deve essere vivo nelle nostre azioni quotidiane. Solo così potremmo onorarne la memoria concretamente.

    Prefazione

    LA MEMORIA DI DE GRAZIA CONSEGNATA ALLA STORIA

    Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto

    Guardia costiera Ammiraglio GIOVANNI PETTORINO

    Ho incoraggiato personalmente la pubblicazione di questo libro per due ragioni fondamentali.

    Innanzitutto per sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, il valore imprescindibile della memoria. Perché senza una memoria delle persone e delle loro azioni, il compito della storia – che resta quello di affermare gli insegnamenti necessari a completare e migliorare le società del presente – sarebbe vano.

    Sebbene costellata da percorsi difficili e tormentati, la memoria che questo libro consegna alla storia è rivolta a onorare la vita, l’impegno e il ricordo di Natale De Grazia, giovane comandante della Guardia Costiera, scomparso in circostanze ancora non del tutto chiarite, mentre indagava, per conto della Procura, su un traffico illecito di rifiuti radioattivi nel Mediterraneo.

    Molti di noi, e io tra questi, hanno appreso la notizia della sua morte con dolore e malinconica rassegnazione, attribuendone la causa a una fatalità ineludibile. Le prime notizie inducevano a una mesta accettazione dei fatti che, solo in seguito, furono messi in discussione dal tenace lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta.

    In secondo luogo ho sostenuto quest’opera perché ritengo sia necessario comprendere e apprezzare i risultati che cittadini e Istituzioni hanno raggiunto 25 anni dopo quella notte in cui si spegnevano la vita, il lavoro e le indagini del comandante De Grazia.

    Gli abusi, la speculazione e lo sfruttamento illecito perpetrati a danno del mare e del suo ecosistema trovano oggi una collettività pronta e decisa a combatterli. Una società che negli anni ha fatto tesoro anche dell’esperienza del Comandate De Grazia e ha maturato consapevolezza, determinazione e sensibilità per la causa ambientale, con il supporto di norme e strumenti moderni che consentono di sorvegliare e preservare il nostro mare 24 ore su 24.

    Penso alla cosiddetta terra dei fuochi e all’attività di contrasto ai crimini ambientali lungo le coste della Campania. Le istituzioni hanno portato avanti una lotta difficile e coraggiosa, avvalendosi anche dei militari e delle competenze della Guardia Costiera, in particolare dei velivoli specializzati della sua componente aerea, dotati di sofisticate strumentazioni tecnologiche, che tutt’oggi fungono da deterrente contro gli illeciti ambientali e gli inquinamenti marini.

    A tutto questo si è aggiunto un maggiore spirito critico del cittadino, pronto a denunciare e a puntare il dito su ogni forma di reato contro l’ambiente e a discapito della salute pubblica.

    Che cosa è successo realmente a Natale De Grazia? Tutti noi – insieme ai familiari, agli amici, ai magistrati e alle associazioni ambientaliste che in questi anni hanno combattuto in nome di quella verità che Natale cercava – dobbiamo riporre la nostra fiducia nel lavoro della Commissione d’inchiesta, affinché porti una luce diversa sulle cause della morte di De Grazia. Un collega che continuo ogni giorno a sentire al mio fianco, accanto agli 11.000 militari della Guardia Costiera che oggi lavorano con la stessa tenacia, con la stessa passione che animavano uno dei suoi Comandanti più valorosi. A lui, nel 2017, abbiamo voluto intitolare il nuovo Laboratorio di Analisi Ambientale della Guardia Costiera, istituito a Fiumicino presso la Capitaneria di Porto di Roma. Unitamente ai due Laboratori Mobili, il laboratorio Natale De Grazia integra lo strumento operativo del Corpo a supporto dell’attività condotta dai propri Comandi sul territorio nazionale, ampliandone lo spettro investigativo e le capacità di contrasto agli inquinamenti marini e costieri, già perseguiti dalla Guardia Costiera con l’impiego delle proprie componenti specialistiche.

    In questo libro, parallelamente all‘inchiesta e alle indagini sul traffico illecito di rifiuti, si è voluto raccontare prima di tutto l’uomo: il suo carattere forte e amichevole, la sua famiglia, a cui era legato da un rapporto indissolubile; la sua professionalità, il suo amore per il mare, il suo senso dello Stato.

    Vi accorgerete che la vita del comandante De Grazia è molto più di un esempio. La sua è una straordinaria testimonianza di coraggio, di umiltà e volontà che silenziosamente può continuare a ispirare il nostro pensare e, soprattutto, il nostro agire, sempre più rivolto a proteggere gli interessi del mare e dell’ambiente. Interessi di cui l’Italia, non va dimenticato, ne fa la sua ragione di vita, economica e sociale. Siate anche voi testimoni di qualcosa che vi appartiene e non va perduto. Siatelo per i vostri figli, per i vostri amici, per il bene comune a cui nessuno può rinunciare. E siatelo anche per Natale, a cui dobbiamo essere riconoscenti per il valore che ha rappresentato la sua breve e coraggiosa esistenza, al quale, con profondo orgoglio, abbiamo dedicato la prima motovedetta di una nuova classe di unità navali, che porta il nome Angeli del Mare.

    Navi mute

    Nelle civiltà senza imbarcazioni i sogni si prosciugano,

    lo spionaggio prende il posto dell’avventura

    e la polizia prende il posto dei pirati

    Michel Foucault, Spazi altri: i luoghi delle eterotopie (1984)

    Le hanno chiamate in tanti modi:

    navi a perdere

    navi dei veleni

    navi velenose

    navi dei rifiuti

    navi della morte

    navi radioattive, navi tossiche

    bombe tossiche

    pattumiere d’Italia, pattumiere del mondo

    carrette d’Europa

    navi della ndrangheta, navi dei casalesi

    Peggio ancora, navi della vergogna

    Noi le vogliamo chiamare navi mute.

    La nave è dotata di una doppia anima, la parte prodiera è diversa dalla poppa e la parte immersa non è uguale a quella emersa. Così diverse che si distinguono rispettivamente in opera viva e opera morta. Quasi a sottolineare che la vita in mare è legata al movimento, entro uno spazio che la nave occupa, rispettando i limiti che la natura e l’acqua impongono. Le parti di una nave hanno una nomenclatura così ampia e significativa che non è difficile accostarla all’anatomia umana: dallo scalmo al dormiente, dalle costole al calcagnolo, dal fasciame al boccaporto. E una varietà di tipologie, in base alla navigazione, che va dalla porta container alla petroliera, dalle navi di soccorso alla nave da guerra, dalla chimichiera alla gasiera, dalle navi speciali a quelle da pesca, idrografiche e da crociera.

    Ma una nave deve possedere almeno tre requisiti essenziali: la galleggiabilità, la solidità, l’impermeabilità. Solo una nave riesce a vincere nello stesso tempo le resistenze dell’acqua e dell’aria.

    Le navi, sono state partorite dalla mente di un ingegnere, dalla fantasia di un maestro d’ascia, dalle mani di un fabbro, dal rigore di un carpentiere, dalla pazienza di un saldatore, dalla precisione di un allestitore. Per essere affidate al cuore di un comandante, alle cure di un equipaggio, alla paternità di un armatore. Al desiderio di un viaggiatore.

    Le navi mute, sono quelle creature di ferro che qualcuno ha voluto eliminare, di proposito, per relegarle ai silenzi delle profondità marine; Lost the ship c’è scritto in un pagina dell’agenda che il comandante Natale De Grazia trova nella villa di Giorgio Comerio durante una perquisizione. La nave è perduta. La nave non c’è più. Non è in banchina, non è sull’acqua, non è nemmeno più all’anagrafe. Quando una nave muore, una penna rossa la cancellerà dal registro d’iscrizione; privandola di una qualsiasi identità, di un nome, di una forma, di una destinazione, di un porto, di un arrivo, di una partenza. Di una voce. Di un marinaio. Di un passeggero. Di una merce, quella cosa che avrebbe dovuto viaggiare da un capo all’altro del mondo per soddisfare il bisogno di qualcuno.

    La nave è perduta. La nave è morta. Ancora più doloroso è scoprire che una nave venga affondata di proposito.

    L'antefatto

    Il dodici dicembre 1995 è stato l’ultimo giorno di vita del comandante Natale De Grazia. Sono le prime ore del 13 dicembre 1995, qualche giorno prima del suo trentanovesimo compleanno, quando, all’altezza di Nocera Inferiore, De Grazia muore per cause che già allora apparvero sospette. De Grazia era un ufficiale della Guardia Costiera, in servizio presso la Capitaneria di porto di Reggio Calabria. Al momento della sua morte faceva parte del pool investigativo coordinato dal sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, costituito per effettuare le indagini sulle navi dei veleni. Stava recandosi a La Spezia per raccogliere informazioni sulla Rigel, una nave fantasma sparita mentre tornava da Malta. Un mistero.

    Tra i compiti che De Grazia avrebbe dovuto portare a termine in quella trasferta che si rivelò fatale c’era anche quello di fare luce sulle centrali nucleari italiane, dove - questo il sospetto - si riprocessava l’uranio impoverito. Per molti anni si volle far credere che De Grazia fosse morto per un infarto. A portare un po’ di luce in una vicenda per molti aspetti oscura provvide nel 2013 una Commissione di inchiesta parlamentare che sancì che la morte del capitano di corvetta – ma già nel 2004 De Grazia ottenne dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi la medaglia d’oro al Merito di Marina – fu dovuta probabilmente ad una «causa tossica». La sua uccisione si iscrive tra i tanti «misteri irrisolti del nostro paese». È tempo che il muro di omissioni con cui si è scontrata la ricerca della verità in questi 25 anni finalmente cada.

    Parte prima

    Quattro omicidi e un filo comune

    Quante volte sarà passato in piazza Indipendenza Natale De Grazia, in quell’angolo all’ingresso del lungomare di Reggio Calabria che stavano rimodernando ispirandosi allo stile Liberty? Lo Stretto davanti, con i suoi colori che cambiano nel corso della giornata, in lontananza Messina. Giù in fondo l’Etna, che sembra volersi godere lo spettacolo struggente di quella striscia di mare. Quante volte si sarà fermato davanti al monumento a Corrado Alvaro, il più famoso scrittore calabrese, nato a San Luca, piccolo paese sul versante ionico dell’Aspromonte? Ci piace immaginarlo lì Natale De Grazia, lo sguardo pensieroso su quei cubi di travertino, che legge alcuni versi del poeta. Su una facciata è incisa una frase su cui si sarà soffermato a riflettere in quei giorni intensi, cupi e tesissimi del 1995: «La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile».

    Quell’inchiesta in cui si era gettato con entusiasmo, con dedizione, con serietà, fa venire anche a lui il dubbio che vivere rettamente sia inutile. Interessi giganteschi, una commistione torbida tra apparati dello Stato e faccendieri. La devastazione del nostro mare per i picci, i soldi. Sì, forse vivere rettamente è inutile, pensa Natale. Ma è l’unico modo che conosce. L’unico che intende seguire. E non è il solo.

    Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 20 marzo 1994, Mogadiscio, Somalia. Mauro Rostagno: 26 settembre 1988, Valderice, Sicilia. Natale De Grazia: notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995, Nocera Inferiore, Salerno. Quattro vittime, un filo comune. Mutevole e difficile da cogliere, come l’Idra dalle innumerevoli teste di serpente il cui alito velenoso era talmente potente da uccidere perfino chi passava nelle vicinanze. Le teste orribili in questa storia sono i rifiuti tossici nascosti nelle grotte o gettati a mare; sono le armi convenzionali da mettere in mano ai tanti signori della guerra che popolano il Sud del mondo; è l’uranio arricchito nelle centrali nucleari italiane, per ricavarne plutonio da mettere sul mercato senza farsi troppe domande, anche verso quei Paesi che qualche anno più tardi saranno definiti Stati canaglia.

    Quattro omicidi che, a leggerli assieme, restituiscono uno spaccato della storia del nostro Paese, dove per più di un ventennio faccendieri e criminalità organizzata hanno operato tutti – ognuno nel suo ambito – per tenere nascoste le trame dei loro affari sporchi. Ilaria, Mirian, Mauro e Natale. Quattro servitori dello Stato, in divisa o meno, che cercavano verità e giustizia.

    Ilaria e Hrovatin e quel viaggio a Bosaso

    Una verità giudiziaria su questi delitti ancora non

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