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Cuore avvelenato
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E-book354 pagine4 ore

Cuore avvelenato

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Info su questo ebook

È nel nostro cuore che avviene la grande battaglia tra il Bene e il Male. Per cercare le grandi risposte ai mali che tormentano da generazioni la civiltà umana, dalle guerre alla mafia, dalle violenze al razzismo e alla corruzione, è necessario guardare nel cuore di ogni uomo per provare a capire perché è così avvelenato e cosa possiamo fare per salvarlo e salvarci. In questa storia conosceremo ragazzi che si ritrovano vittime loro stessi in un gioco di morte, schiavi di personaggi violenti e sanguinari, come i cugini Caparra, oppure ci legheremo a Peppino Impastato e Rita Atria, due esempi positivi da proporre ai giovani, o al giudice Andrea Risi. Il tema della mafia è il filo conduttore del romanzo che ci farà riflettere sull’importanza dell’educazione, per far capire ai propri figli il valore della vita, il rispetto della legalità e la forza della cultura. Ognuno nel proprio ruolo può fare la differenza, rispettando la verità, specie se il proprio lavoro consiste nel cercarla. “Occorre inventare un linguaggio nuovo” si legge nella Prefazione di Alfia Milazzo “totalmente intriso di etica sociale. A partire dal Sud, a partire dalla Sicilia, una terra inesistente nelle carte di un futuro dal fresco profumo di libertà, eppure veleggiante e poderosa pur nella sua qualità di nave senza alberi.”

Domenico Rizzo, nato nel 1972, vive a Cordenons (PN). Ha conseguito il diploma presso l’Istituto tecnico commerciale e ha già pubblicato il romanzo L’imperatore dei limoni (Albatros Il Filo, 2018).
LinguaItaliano
Data di uscita31 gen 2020
ISBN9788830616158
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    Anteprima del libro

    Cuore avvelenato - Domenico Rizzo

    Domenico Rizzo

    Cuore avvelenato

    Albatros

    Nuove Voci

    Ebook

    © 2020 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l. | Roma

    www.gruppoalbatros.com

    ISBN 978-88-306-1615-8

    I edizione elettronica gennaio 2020

    Dedicato agli amici e alle amiche che dal primo momento hanno creduto in me e hanno dato il loro prezioso contributo alla divulgazione dei miei romanzi, organizzando incontri

    e partecipando alle presentazioni o scrivendo articoli

    in merito: Luciano Traina, Alfia Milazzo,

    Liborio Scaccianoce, Luciano Mirone, Roberta Spanò,

    Linda Grasso, Roberta Gatani, Rossella Onorato,

    Loretta Cardarelli, Aaron Pettinari, Daniela Sassi.

    Prefazione

    Che cosa possiamo fare noi ragazzi per combattere la mafia?. Questa è la domanda che, legittimamente, bambini e adolescenti mi pongono più sovente durante gli incontri educativi per aiutare i ragazzi a rischio nella Scuola di vita e Orchestra Falcone Borsellino (scuola creata dalla Fondazione La città invisibile a Catania). Una risposta a questo interrogativo si potrà rintracciare nel romanzo che qui presentiamo, scritto da Domenico Rizzo, che, già a partire dal titolo, Cuore avvelenato, indica un luogo metaforico morale dal quale prendere le mosse. È infatti nel cuore dell’individuo che si svolge la grande battaglia tra il bene e il male. Centro e metafora di un dissidio eterno, il cuore è principale bersaglio di quegli educatori del male che spingono i soggetti più fragili alla devianza e alla criminalità. Non è un caso che durante i nostri colloqui con ragazzi in bilico tra l’essere e il non essere mafia, il discorso finisca sempre per toccare aspetti emotivi che influiscono nelle loro scelte di vita: stato di abbandono, traumi, paura, rabbia, tristezza, che scaturiscono dall’aver subito violenza psicologica e fisica. La mafia infatti si serve dei vuoti educativi, spirituali e affettivi del cuore per innestare un veleno invasivo, corrosivo e mortale che agisce nella mente innanzitutto, producendo in essa la convinzione di essere tutto e di poter fare tutto. Il fatuo bisogno di onnipotenza in molti di questi ragazzini è generato da un lato dal desiderio di ottenere riscatto e giustizia da montagne di torti subiti o vissuti in altri, dall’altro dall’emulazione di personalità più adulte che esibiscono leadership muscolare e legge del più forte, in una giungla priva di regole e di rispetto per la persona.

    Il cuore, come scrive Maria Zambrano, è l’unico organo vitale capace di emettere un suono, che sperimenta la vera gioia quando liberamente può accordarsi con altri cuori e l’universo intero, quando sente di far parte di un corteo composto da altri esseri umani, che incedono insieme verso un fine comune condiviso, che è poi il senso dell’esistenza. L’avvelenamento del cuore dunque può accadere solo a costo di far perdere, all’organo che presiede la vita, il ritmo armonico con gli altri esseri, quando, cioè, un’iniezione di illusorio piacere dovuto al dominio sugli altri, può spezzare le corde interiori e creare distonia nel soggetto e nel suo contesto.

    Per tale motivo, un sistema educativo fondato su esperienze vicarie positive e sulla fratellanza, antidoto emotivo per eccellenza contro ogni avvelenamento del cuore, costituiscono l’unica vera risposta alla domanda posta all’inizio: l’amore reciproco, l’esempio di chi lo ha praticato a costo della vita, il sentirsi parte attiva di una comunità senza muri, tutto ciò rende impossibile alle mafie di assoldare giovani reclute.

    Ma come intervenire qualora gli iniettori del veleno si trovano nella famiglia stessa?

    Alcuni protagonisti del romanzo rispecchiano il percorso che molti ragazzi siciliani erroneamente intraprendono per sfuggire alle difficoltà della vita e purtroppo la loro scelta spesso si concretizza in affiliazioni mafiose che per essi si trasforma da via d’uscita a condanna perenne. Nel carcere minorile ho incontrato da volontaria molti di questi ragazzi, che si ritrovano imbrigliati in un gioco di morte, schiavi di personaggi sanguinari come i due cugini Caparra del libro.

    Vi sono esempi positivi da proporre ai giovani. Cito tra tutti Peppino Impastato e Rita Atria. Tuttavia, in base alla mia esperienza, vi è da temere non solo le famiglie mafiose, ma anche quel tipo di famiglie che offrono un’educazione sbagliata ai propri figli, pur non essendo killer o spacciatori, ma vivendo in una confort zone tra illegalità e legalità, dove il colore dominante è il grigio. Mi riferisco a quei figli di genitori cosiddetti normali, che ogni giorno ricevono l’insegnamento, a mio parere sbagliato, per cui ogni mezzo è considerato buono se il fine lo è. Bisogna che la cultura e l’educazione svolga un compito essenziale, critico e morale, di diffusione del valore primario della coerenza dei mezzi e dei fini. Nella nostra società consumista, l’avvelenamento introdotto dalla mafia dei cosiddetti colletti bianchi è stato reso possibile dalla perdita di importanza del principio secondo il quale il fine è buono non di per sé ma solo se si può raggiungerlo attraverso mezzi buoni. Ad esempio non è ammissibile la corruzione di avvocati, giudici, commercialisti, ufficiali, medici, professionisti in genere, disposti a prendere accordi o di lasciar passare interventi a vantaggio di questo o quel boss, pur di accrescere le proprie entrate mensili. Il potere decisionale di questi funzionari di stato nella vita delle persone è enorme. Ancora più ripugnanti sono, a mio avviso, quei comportamenti volti a lucrare, con il sostegno delle mafie, sul disagio di stranieri, di minori e di disabili. Lo abbiamo visto con Mafia Capitale: i legami tra mafie, disagio e finanziamenti europei è un business consolidato. La cronaca ogni giorno vomita notizie sconcertanti sulla tendenza dilagante alla corruzione nel nostro Paese, che spesso coinvolge fasce professionali insospettabili che dovrebbero garantire la giustizia e invece sono anch’esse colluse nei traffici ai danni di bambini. Quanti progetti per arginare il disagio infantile finanziati dalla UE, quante coperture eccellenti per nascondere traffico di minori, maltrattamenti in Case famiglia o in Comunità, quanti politici corrotti intercettati mentre conversano con certi imprenditori mafiosi, ringraziando perché esistono certe malattie o sono in corso calamità, che colpiscono persone inermi e deboli!

    Mi chiedo: che genitori saranno tali fiancheggiatori del Male, che esempio daranno agli occhi dei loro figli? E chi sta curando questi figli dalla mala education dei loro padri e madri?

    La scuola pubblica italiana, dovrebbe essere la risposta, eppure non è la risposta. Scrive Rousseau ne L’Emilio: Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino. E di rimando anche Umberto Galimberti afferma: Bisogna conoscere e soffrire la distanza tra le domande segrete che gli studenti comprimono nel loro cuore e la risposta che la scuola dà ai percorsi a rischio di troppi studenti.

    Molto spesso ho sperimentato che nel cuore di ogni bambino risiede una sete infinita di compimento. Negli anni ho capito che il rapporto tra il docente e allievo deve essere prima di tutto una relazione spirituale, un’esperienza corale di vita, un viaggio in cui conta di più il percorso che la meta, gli inciampi che le scalate facili, le mani protese dei compagni che il voto alto assegnato a uno. Il compimento da raggiungere può essere realizzato solo con l’aiuto di insegnanti pronti a lasciarsi svuotare di sé per amore dei propri allievi.

    In questa nostra epoca si parla tanto di corruzione, poco e niente di onestà.

    In compenso se ne parla in ambienti etico-teologici, come dimostra l’opera di Hans Küng su questo tema.

    Il disinteresse dei media nei confronti dell’onestà sembra sia una strategia del sistema economico, poiché l’economia di oggi misconosce l’ethos. Io direi, il potere che si serve del denaro pubblico per gestire un dominio sulle coscienze e impedire spazi alternativi a questo sistema.

    Nella cultura che noi della Città Invisibile pratichiamo e diffondiamo, l’onestà è un metodo e non solo un obbiettivo. Il nostro maestro, Paolo Borsellino, ci ha indicato la strada: il fresco profumo della libertà.

    Borsellino e tutti gli altri onesti che hanno pagato con la vita questo concreto disegno di onestà, sono i nostri difensori ideali. Loro non sono il nostro obbiettivo, ma il nostro metodo di vita, poiché l’onestà non si racconta, si vive. Perché ognuno nel proprio ruolo può fare la differenza, rispettando la verità. Specie se il proprio lavoro consiste proprio nel cercarla, la verità. Cosa che spesso non viene capita e anzi ostacolata ad esempio dentro la stessa magistratura. L’esempio di Falcone e di Borsellino, condannati prima che dalle bombe, dall’isolamento, dalle invidie e dall’inimicizia di colleghi magistrati vale per tutti. Ma non posso dimenticare l’ostilità interna alla stessa magistratura patita da giudici come Nino Di Matteo, il magistrato più minacciato d’Italia, per aver indagato e processato lo Stato-mafia. Le sue parole riferite dal Fatto Quotidiano del 25 maggio 2015, risuonano come monito: Quando lo Stato riesce a far pulizia anche dentro se stesso io credo che dimostri di essere uno Stato forte. Dobbiamo vigilare che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non vengano intaccate da un pericolo esterno e cioè di quella parte della politica che vorrebbe ridurre il magistrato ad un burocrate invece che più attento a fare giustizia, per avere magistrati più attenti a non scontentare i potenti. Ma dobbiamo anche denunciare i pericoli che vengono dall’interno e cioè dagli organismi di autogoverno della magistratura, quindi il problema delle correnti interne e il loro eccessivo peso. Così come calcoli di opportunismo, o di opportunità politica, nelle scelte dell’autogoverno finiscono per limitare l’autonomia di ogni singolo magistrato.

    Pericoli e dubbi che attraversano il protagonista del libro, il giudice Andrea Risi, come dimostrano le sue domande accorate al Capo Istruttore Campilongo: Lei crede in noi? Lei crede nelle nostre capacità? Lei crede che l’unico scopo del nostro lavoro è ricercare la verità?. È una domanda che i magistrati onesti rivolgono alla Magistratura, allo Stato e in fin dei conti a tutti noi: credete in noi? Siete dalla nostra parte? Avete a cuore la nostra ricerca della verità?

    Credere, nel senso di sostenere, in magistrati come Di Matteo significa lottare per migliorare la nostra civiltà, per fare in modo che la civiltà dell’onestà prevalga su quella della criminalità e della collusione con la mafia.

    Mi auguro che la gente onesta che ragiona in termini di metodo e non solo di obbiettivo, sappia riconoscere questo movimento etico e portarlo dentro il proprio modo di essere. Non c’è arroganza nel dire: io sono onesto. Quello che è arrogante è il potere che usa la finta onestà per portare avanti il proprio dominio sugli altri.

    Per questo diciamo ai nostri ragazzi: Siate fieri della vostra onestà, non è superbia, non è colpa. È la differenza tra l’uomo e il male.

    Questo è il vero metodo per combattere le mafie politiche, economiche, ambientali, culturali e sociali.

    Un metodo che sta nel rifiuto del compromesso e della rassegnazione; nella valorizzazione della verità e della giustizia; nel potenziamento della cultura con mezzi puliti e soprattutto essenziali, che non richiedano il ricorso a ingenti somme pubbliche, che non siano strumentali a sostegno di carriere o partiti politici e che siano liberi da vincoli di potere e condizionamenti. Cerchiamo di essere lo specchio di ciò che Borsellino ha insegnato e praticato.

    Occorre inventare un linguaggio nuovo totalmente intriso di etica sociale. A partire dal Sud, a partire dalla Sicilia, una terra inesistente nelle carte di un futuro dal fresco profumo di libertà, eppure veleggiante e poderosa pur nella sua qualità di nave senza alberi.

    Alfia Milazzo

    Capitolo 1

    Sangue e nebbia

    Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza

    e le buone intenzioni forse fanno male quanto la malvagità se esse mancano di comprensione.

    (Albert Camus)

    Al centro della pagina del giornale, una foto inquietante mostrava una strada di Palermo con diverse persone intorno a due lenzuola che coprivano qualcosa sulla strada e un poliziotto che, a pochi centimetri dai due teli, era intento a parlare con qualcuno attraverso una radio che teneva in mano.

    Il titolo dell’articolo associato alla foto era già di per se abbastanza emblematico: ANCORA SANGUE A PALERMO – servizio completo a pagina 2.

    Andrea Risi, seduto nella poltrona del suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia, guardò ancora per un attimo quel lenzuolo nell’immagine e poi, dopo aver spostato con cura una cartellina di cartone giallo dalla sua scrivania vi appoggiò il giornale, aprendolo alla pagina 2.

    ANCORA SANGUE A PALERMO

    di Francesco Rolli

    Non sembra placarsi l’ondata di sangue che da quattro anni caratterizza la vita della città di Palermo. Ieri altri due agguati e altre tre vittime di quella che sembra essere un regolamento di conti infinito.

    Il primo agguato è scattato intorno alle 11.20 di ieri mattina quando la vittima, Ernesto la Cioffara, era appena uscito assieme al cognato, Rocco Pantamimo, da un’edicola della centralissima via Maqueda e stava passeggiando presumibilmente in direzione dell’incrocio con via Vittorio Emanuele. Stando alle poche e confuse testimonianze, i killer, alcuni parlano di un solo uomo, altri di due, sarebbero arrivati in moto dalle loro spalle e, dopo averli affiancati, avrebbero fermato la moto a pochi metri dalle loro prede esplodendo diversi colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata prima di ripartire e scomparire nei meandri di Palermo.

    Le forze dell’ordine, appena arrivati sul posto hanno avuto solo il tempo di constatare il decesso dei due uomini e di tentare il recupero di qualche testimonianza col risultato, come già accennato, di ottenere poche e confuse versioni dell’accaduto.

    Ernesto la Cioffara non è, a ogni modo, un nominativo sconosciuto agli inquirenti; il suo nome era comparso più di una volta in inchieste su appalti e contrabbando e anni prima era stato anche arrestato per una raffineria di eroina scoperta dalla polizia nei pressi di Monreale su un terreno appartenente allo stesso La Cioffara.

    La seconda telefonata al 113 del giorno è arrivata alle 16.00 del pomeriggio quando, una signora in preda a un evidente furore isterico, riferiva di aver sentito dei colpi di pistola e, dopo essersi affacciata al balcone di casa sua, aver visto un uomo per terra in una pozza di sangue.

    I poliziotti intervenuti sul posto indicato dalla signora, equivalente a via Besio, nella periferia ovest della città, hanno riconosciuto la vittima in Roberto Pulcia, già noto agli inquirenti come spacciatore di medio calibro di droghe leggere e pesanti.

    In questo caso la ricerca di testimonianze è stata ancor più deludente di quella effettuata in via Maqueda. Nessuna delle persone della zona interrogate dai poliziotti, infatti, ha visto o sentito nulla e la stessa persona protagonista della telefonata al 113 non ha reso possibile la sua localizzazione nascondersi in un evidente timoroso anonimato.

    Contando anche le due vittime dell’agguato di via Maqueda, Roberto Pulcia risulta essere la seicentoventisettesima vittima di una striscia di sangue che da ormai quattro anni lastrica di morti le vie di Palermo e che, secondo un calcolo di assoluta facilità, riporta il dato sconcertante di tre morti alla settimana; in pratica uno ogni due giorni.

    Come spesso avviene in questi casi, i dirigenti delle forze dell’ordine non hanno voluto rilasciare dichiarazioni particolarmente significative in merito agli agguati di ieri; Dopo aver raccontato i fatti, davanti alla domanda c’è un faida mafiosa dietro a tutti questi morti?, il commissario Gabriele Spina si è lasciato andare a un laconico stiamo indagando, a tutt’oggi non abbiamo prove di ciò che lei afferma ma le indagini puntano anche in quella direzione.

    In questo Aprile, in cui le temperature climatiche iniziano a salire, risulta evidente la difficoltà degli inquirenti a mettere ordine in un mosaico di sangue che ogni due giorni moltiplica i tasselli rendendo ogni indagine più complicata, ma la città di Palermo merita una svolta che determini la fine di questa ondata di sangue che sembra non finire mai.

    Risi chiuse il giornale e alzò il polso sinistro per guardare il suo orologio. Le dieci e quaranta. Edoardo sarebbe arrivato alla stazione con il regionale delle undici e venti quindi era il momento di andare. Alzò la cornetta e compose il numero associato al cercapersone del suo guardiaspalle dopodiché chiuse a chiave i cassetti della scrivania, si alzò e, presa in mano la voluminosa borsa marrone, si diresse verso l’uscita.

    Appoggiato al bancone del piccolo bar al pianoterra del palazzo di giustizia, un uomo alto e longilineo con i capelli lunghi e una barba incolta premette un tasto sul cercapersone che aveva in mano, dopodiché interruppe, tanto bruscamente quanto educatamente, la discussione calcistica che stava avendo col il barista.

    "Devo andare… il giudice sta scendendo"

    Il barista, un uomo stempiato e corpulento sui cinquant’anni, prese con la mano destra la tazzina vuota in cui pochi minuti prima aveva versato un caffè espresso all’uomo che ora in tutta fretta stava chiudendosi il giubbotto e dirigendosi verso l’uscita, mentre con uno straccio nella mano sinistra iniziò a pulire il tratto di bancone dove era stata appena sollevata la tazza.

    Vai vai Roberto ma ricordati quello che ti ho detto… quest’anno la Juve tutto vince… campionato e coppa…

    ***

    Il pranzo a base di pasta con le cozze e bistecche di vitello era appena terminato e Liliana Pulfero era intenta a lavare piatti e bicchieri nel lavello della cucina mentre suo marito e il cugino di lui sedevano ancora al tavolo della sala da pranzo, intenti a sorseggiare un amaro Jagermeister versato in piccoli bicchieri di colore azzurro.

    Michele Caparra: Sto Jegime… Jagomister… sto amaro insomma è più buono con un po’ di ghiaccio….

    Michele Caparra era da anni riconosciuto come il capo indiscusso di Cosa Nostra, mentre suo cugino Angelo, di diciannove anni più giovane, gli fungeva da braccio destro nonché da coordinatore del piccolo team di tre persone di cui il capo disponeva e a cui affidava le operazioni più importanti, a prescindere del luogo in cui andassero fatte e il contesto in cui erano inserite. La squadra della morte li chiamavano. Un piccolo esercito all’interno del grande esercito dell’organizzazione. Un piccolo battaglione formato da un capo, un vicecapo e tre uomini senza scrupoli e senza obiettivi se non quello di seguire e assecondare in tutto il proprio capo, ricevendo ogni mese una cospicua somma di denaro che permetteva loro di togliersi qualsiasi sfizio desiderassero, sfizi che, se non avessero scelto quel mestiere, difficilmente avrebbero potuto inseguire data la loro poca cultura generale e la scarsa propensione alla cosiddetta retta via.

    M. Caparra: Angelino, vedi che domani c’è la riunione mensile della commissione… è tutto a posto? hai parlato con De Paola?

    Angelo: si Michele… mi ha detto che la cantina della sua cascina è grande e che ci stanno anche cinquanta persone…

    M. Caparra: esagerato… credo che siamo in dieci o forse anche meno… Il Duca viene da Catania?

    Angelo: viene viene…

    Caparra: bene… ci facciamo un bel resoconto agli amici delle ultime cose e ci sbrighiamo in mezzora… che poi sta cosa della riunione ogni mese inizia a stancarmi…comunque l’importante è che sta cascina sia riscaldata… che fa ancora troppo freddo e mi entra nelle ossa… e che siamo al sicuro da occhi e orecchie sbagliate…

    Angelo: la cascina sta a Partanna… in una strada isolata… De Paola mi disse che nessuno ci va mai se non lui e i suoi contadini che ci lavorano… e comunque ho chiamato un po’ di amici che durante la riunione si faranno avanti e indietro all’esterno per controllare che tutto sia a posto

    M. Caparra: bene… bene… e senti un’altra cosa… quell’amico…

    Un rumore di passi interruppe il boss che, girandosi, osservò la moglie avvicinarsi e con uno straccio in mano pulire il tavolo in legno sul quale stazionavano due bicchieri azzurri ormai vuoti.

    Liliana Pulfero aveva sposato suo marito dodici anni prima, gli aveva dato due figli, un maschio e una femmina, gli aveva sempre fatto da compagna, da casalinga, da tuttofare in casa e tutto questo senza mai fare una domanda sull’intensa attività malavitosa che il marito svolgeva nemmeno troppo di nascosto in casa, ma di cui non aveva mai voluto nemmeno accennare una parola con la moglie. Quello era il compito di lei; fare la moglie e solo la moglie, così come quel ruolo veniva inteso nella più ramificata e antica interpretazione siciliana.

    La donna prese i due bicchieri vuoti e, sussurrando un fugace scusatemi, si voltò di spalle dirigendosi nuovamente verso la cucina

    M. Caparra: allora… che stavamo dicendo? Ah sì… quel… quel contatto… quell’amico di Carbonaro si fece sentire?

    Angelo: no… ancora no… ma l’altro ieri Carbonaro mi disse di stare tranquillo che tiene l’amico alla catena…

    M. Caparra: bene… dicci che abbiamo bisogno di sapere se fanno qualche indagine grossa… soprattutto dopo i morti dell’altro giorno

    Angelo: Va bene Michele dopo ci telefono… miii ma sono quasi le tre… cuginetto… con il tuo permesso io devo andare… che ho appena comprato la macchina nuova e me la consegnano oggi… la dovresti vedere…la Porche Carrera… minkia che bella che è… tutta nera la comprai…

    M. Caparra: e tu così li spendi i soldi… belle macchine… belle donne… i soldi servono a fare altri soldi…a farsi degli amici… a fare affari… vedrai che prima o poi lo capisci pure tu e verrai a dirmi ‘come ci avevi ragione Michelino, quanti soldi buttai via’.

    Angelo: cugino… tu non esci mai… sempre rinchiuso in casa… sempre a…

    M. Caparra: che fai? Mi sfotti? C’ho tanti mandati d’arresto da riempire una stanza, lo sai… e poi quello che vedo se esco l’ho già visto e qua non cambia mai niente… e se cambia … cambia in peggio… se metto il naso fuori di qua è solo per affari… altro che porche e porche…

    Il boss seguì con lo sguardo il cugino scomparire dietro alla porta della sala da pranzo diretto all’uscita, dopodiché, appoggiandosi con il volto tra le mani giunte, guardò fuori dalla finestra sul muro alla sua sinistra.

    Non gli interessava davvero ciò che stava lì fuori; tutto ciò che aveva desiderato lo aveva conquistato; aveva una famiglia; aveva soldi ora, molti soldi, abbastanza soldi da render felice lui, sua moglie, i suoi figli e altre dieci generazioni del suo sangue; e poi aveva la cosa che più aveva desiderato: il potere.

    Non era stato semplice conquistarlo, soprattutto per uno come lui, nato in uno dei tanti minuscoli e trasandati paesini delle campagne siciliane in cui l’agricoltura e l’allevamento erano l’unica sottile forma di reddito possibile. A lui però campi e vacche non erano mai andati a genio; all’età di quindici anni faceva già parte del clan mafioso che comandava la zona del suo paese e a venticinque già era il discepolo prediletto di Don Giuseppe Laconia, il boss indiscusso di quel mandamento, talmente potente da meritarsi il soprannome di "U cielo in terra".

    Vero organizzatore nonché dominatore indiscusso di tutti i traffici illeciti che partivano o passavano dal suo mandameno, U cielo in terra svolgeva ufficialmente la professione di oculista; Il suo negozio di occhiali era situato al centro del paese e anche se lui non vi era mai presente, avendo incaricato altre persone di gestirlo, tutti sapevano chi fosse il proprietario del negozio e nessuno si domandava come mai non si presentasse mai per servire i suoi clienti. Purtroppo per Don Laconia la miopia non fu per lui solo una fonte di reddito sicura, ma anche il metaforico fattore principale che gli impedì di vedere la brama di potere che ogni giorno cresceva nell’anima del suo discepolo prediletto. Il giorno che aveva compreso l’enorme quantità di veleno che scorreva nelle vene della serpe che aveva cresciuto vicino a sé era stato troppo tardi; un gruppo di uomini comandato da Caparra gli aveva appena infilato in corpo più di cinquanta colpi di pistola.

    Michelino Caparra, dopo aver eliminato U cielo in terra ne aveva preso il posto sia negli affari sia nel prestigio che accompagna qualsiasi padrino. Le poche migliaia di contadini del mandamento non dimostrarono alcuna apparente fatica a metabolizzare che il nome del boss più importante era cambiato, anche e soprattutto perché a loro in fondo non cambiava nulla.

    Ma un mandamento abitato da contadini e allevatori sarebbe bastato alla sete di potere di Caparra? I guadagni di contrabbando di bestiame e sigarette avrebbero saziato la sua fame di denaro?

    Ovviamente no. Dopo pochi anni di dominio totale sul suo territorio il suo sguardo era già rivolto verso nord, verso il mare, verso quel punto della Sicilia dove tutto nasce, tutto passa e

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