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Il giornale è il mio amore: Alberto Bergamini inventore del giornalismo moderno

Il giornale è il mio amore: Alberto Bergamini inventore del giornalismo moderno

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Il giornale è il mio amore: Alberto Bergamini inventore del giornalismo moderno

Lunghezza:
350 pagine
5 ore
Pubblicato:
1 apr 2020
ISBN:
9788899332716
Formato:
Libro

Descrizione

ALBERTO BERGAMINI (1871-1962), giornalista e politico del ’900 è stato l’inventore del giornalismo moderno.
Fondatore e direttore de «Il Giornale d’Italia», il quotidiano più diffuso per decenni nel centro e nel Mezzogiorno, ha inventato la terza pagina, ha introdotto l’uso delle illustrazioni e delle fotografie, ha messo al centro del giornalismo la ricerca e l’inseguimento costante delle notizie, arrivando a pubblicare sino a sette edizioni al giorno del suo giornale. Senatore del Regno, è stato, insieme ad Albertini e Frassati, l’artefice e l’interprete di una stagione irripetibile della storia politico-giornalistica del nostre Paese.

 
Pubblicato:
1 apr 2020
ISBN:
9788899332716
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Libro

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Anteprima del libro

Il giornale è il mio amore - Giancarlo Tartaglia

collaboratrice.

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DAL CORRIERE DEL POLESINE AL CORRIERE DELLA SERA

Alberto Bergamini³ era nato il primo giugno del 1871 nel cuore dell’Emilia, a San Giovanni in Persiceto, un comune di quindicimila abitanti a pochi chilometri da Bologna, da una modesta famiglia di artigiani. Dopo essere riuscito a completare gli studi secondari superiori aveva dovuto trovare un lavoro e si era avviato giovanissimo al giornalismo. «A 18 anni – ricorderà – quando mi occorreva e sognavo una base solida di regolari studi classici, universitari, io fui distolto da essi, dovetti troncarlo. I miei buoni genitori […] erano poveri e stanchi, avevano bisogno del lavoro mio. Onde io abbandonai dolorosamente ogni scuola ed entrai nel giornalismo»⁴. La sua prima esperienza fu la fondazione, nel 1887, del periodico settimanale locale L’Eco di Persiceto, che il giovane Bergamini (aveva appena sedici anni) dirigeva e compilava, integralmente e a mano. Una prima esperienza editoriale destinata a durare pochi mesi. Il settimanale, infatti, avrebbe cessato le pubblicazioni a settembre dello stesso anno. Poi, riuscì a ottenere la corrispondenza dal suo paese de Il Resto del Carlino. «Un giorno – ricorderà più tardi in una intervista a Sergio Maldini parlando dell’inizio della sua carriera – intorno al 1888, il dott. Cesare Chiusoli mi nominò corrispondente del giornale da San Giovanni in Persiceto»⁵. Era, all’epoca, un «ragazzone emiliano, magro come un manichino, con i capelli all’Umberto (come li portò poi per tutta la vita), i lineamenti marcati e volitivi dalle guance implumi»⁶. Quando lesse sul quotidiano bolognese la sua prima breve corrispondenza fu assalito «da un lieve palpito» e da «un piccolo brivido di commozione», comprensibile in un ragazzo che aveva già deciso che il suo futuro campo lavorativo sarebbe stato quello del giornale⁷. Così iniziava la sua avventura nella stampa quotidiana. In quegli stessi anni, tra l’89 e il ’90, avrebbe collaborato, in particolare con articoli sulle attività del consiglio comunale di San Giovanni, anche al quotidiano Bologna, anch’esso destinato a una vita breve «per pletora di redattori e per anemia di quattrini»⁸. Chiusoli era stato il fondatore del Carlino e quando ebbe l’incarico di impiantare un quotidiano a Rovigo per motivi elettorali si tirò dietro il giovane Bergamini. «Questo Chiusoli – ricorderà sempre Bergamini negli anni ’60 in un’altra intervista a Giovanni Ansaldo – era giovane e povero, e proteggeva me, che ero più giovane e più povero di lui. Nel 1898⁹, fu chiamato a Rovigo per fare uno di quei giornaletti elettorali che uscivano allora: Il Corriere del Polesine, si chiamava. E mi portò con sé come galoppino. Avevo 18 anni. Dopo qualche settimana¹⁰, un tifo si trascinò via il Chiusoli forte e sano come era. Quanto piansi. Per me, morto lui… e invece no. Invece, quando si trattò a chi si doveva affidare il giornaletto, un certo commendatore Casalini, un grosso proprietario che mi aveva preso d’occhio, fece il mio nome. Come, gli dissero gli altri del Consiglio di Amministrazione. Ma se non ha neanche i baffi!. E lui mi impose come ero: senza baffi. Cominciai così a mettere insieme il giornale da solo. Come facessi, lo sa Iddio. La sera andavo al Circolo a sfogliare la raccolta de La Riforma, il grande giornale di Crispi, a studiare un po’ i precedenti delle questioni che saltavano fuori e di cui, bene o male, dovevo parlare sul foglio; soprattutto della guerra d’Africa»¹¹.

«Il giornale – è sempre Bergamini che parla – tirava circa duemila copie. Tutta la vita cittadina, però, dipendeva da noi… Ogni iniziativa, dall’allestimento di un’opera teatrale a una festa, a una competizione sportiva, trovava ampia cronaca sulle nostre colonne […] I primi giorni furono aspri, amari… i miei primi articoli devono essere stati pietosi… Guadagnavo 120 lire al mese, 40 ne mandavo alla povera mamma»¹². Il Corriere del Polesine fu la sua scuola di giornalismo e gli consentì di apprendere sul campo i segreti del mestiere, praticandolo quotidianamente e, soprattutto, di comprendere che il compito-dovere del giornalista non era altro che l’inseguimento della notizia: un principio che lo guiderà, sempre, in tutta la sua lunga successiva carriera professionale.

Nella sua ricerca, in quella fase di apprendistato, di punti di riferimento e di modelli da prendere come esempio vi era anche La Gazzetta di Parma e gli articoli del suo direttore, Pellegrino Molossi. «Ogni mattina – ricorderà molti anni più tardi – attendevo La Gazzetta di Parma e leggevo quella prima colonna corpo 8, che ancora rivedo, quell’articolo nutrito di solido pensiero stringente, martellante le tesi avversarie, che frantumava. Io studiavo quella robusta prosa scorrevole, impeccabile, e avrei voluto arrivare a imitarla»¹³. Alla redazione de Il Corriere del Polesine, affiancò, dal 1891, una corrispondenza da Rovigo con il Corriere della Sera. «Poi feci un colpo – sono sempre sue parole – Riuscii a farmi dare 200 lire dal commendatore Casalini, per andare a Milano e cercare un po’ di pubblicità per Il Corriere del Polesine, che derelitto com’era non ne aveva neanche una riga. E a Milano, il primo industriale che andai a cercare fu Bisleri, Felice Bisleri, quello della Ferro China; un antico garibaldino che aveva il genio della pubblicità. Me lo conquistai con due versi. Oggi si direbbe uno slogan. O che cosa credono i giovani? Eravamo capaci anche noi, di fare i nostri slogan»¹⁴. Alla richiesta di Bisleri di scrivergli su due piedi questi slogan, Bergamini non si fece pregare e ne sfornò alcuni immediatamente. Uno di questi recitava "Splendono gli occhi tuoi neri, dopo aver bevuto China Bisleri" e gli consentì di ottenere alcune migliaia di lire di pubblicità per il Corriere.

Queste poche righe sull’onda della memoria, se ci illuminano sugli inizi professionali di Bergamini, che, come lui stesso ricorderà molti anni più tardi, si iscrisse subito all’Associazione Lombarda dei giornalisti¹⁵, ci aiutano anche a tratteggiare il quadro delle condizioni sempre precarie in cui si andava sviluppando il giornalismo italiano. Il Corriere del Polesine, fondato nel 1890 e destinato a vivere sino al 1927, era un piccolo quotidiano locale di quattro pagine, progressista, ma dichiaratamente monarchico e avverso ai partiti della sinistra, socialisti e repubblicani, diffuso nella provincia di Rovigo e nell’area del delta del Po. A quel giornale Bergamini rimase affezionato, tanto da rifiutare sia l’offerta di dirigere La Gazzetta di Ferrara, che gli era stata proposta nel ’95 dai proprietari del giornale, sia quella di dirigere la Gazzetta Provinciale di Bergamo, offertagli dal conte bergamasco Gianforte Suardi. Già con quella prima esperienza da direttore, infatti, era riuscito a dimostrare le sue capacità innovative, annunciando un rinnovamento della grafica, l’incremento del notiziario da Roma e delle corrispondenze da tutta la provincia e dalla regione e, soprattutto il recapito serale di un giornale «fresco di notizie sugli ultimi avvenimenti»¹⁶.

Ma quella gita milanese alla ricerca di pubblicità per il sostegno de Il Corriere del Polesine fu l’occasione per Bergamini di conoscere Luigi Albertini, influente segretario di redazione del Corriere della Sera e che Bergamini incontrò per farsi liquidare, avendo esaurito le duecento lire dategli da Casalini, i modesti compensi per le sue corrispondenze da Rovigo. Era il 1896. Come lui stesso ricorderà, sempre nell’intervista ad Ansaldo, Albertini si fece portare la collezione de Il Corriere del Polesine e iniziò a sfogliarla chiedendo di volta in volta chi fosse l’autore dei vari pezzi e scoprendo che, in realtà, il giornale era quasi interamente scritto da Bergamini. Quell’incontro avrebbe segnato la svolta decisiva nella sua vita. «Prima di partire per Rovigo venga a salutarmi» gli disse al termine di quella conversazione. Albertini, grande annusatore di capacità professionali, non se lo volle far sfuggire e non molto tempo dopo gli fece pervenire una lettera per prospettargli la possibilità dell’assunzione presso la redazione romana. Bergamini si sentiva affettivamente legato al suo primo giornale, ma era rimasto affascinato dalla visita al Corriere e Casalini lo convinse a non lascarsi scappare l’occasione. «Quando sono venuto al Corriere – risponderà ad Albertini – e ho visto cosa è un giornale vero e grande e quanta importanza abbia costì la missione di pubblicista, io ho fatto dei malinconici confronti con Rovigo… e ho sentito il desiderio intenso di lanciarmi in un altro mondo. O meglio in un altro ambiente, combattere in un campo più vasto e più degno con la mia volontà e la mia attività». «L’idea di andare in una città come Roma e soprattutto di appartenere al Corriere della Sera mi sorride, mi lusinga assai»¹⁷. Albertini gli rispose quello stesso giorno chiedendogli di fargli avere alcune copie dei suoi articoli da sottoporre all’attenzione di Torelli Viollier e anche quali fossero le sue pretese economiche nel caso di una sua assunzione presso la redazione della capitale. Bergamini si affrettò a inviare i suoi articoli, precisando, per quanto riguardava l’eventuale trattamento economico, che non faceva alcuna richiesta, non attribuendo allo stipendio la maggiore importanza, in quanto prevaleva in lui il desiderio di appartenere alla famiglia del Corriere. Era fatta.

A distanza di pochi mesi da quello scambio epistolare il Corriere perfezionava l’assunzione di Bergamini a 200 lire al mese, che diventeranno in seguito, prima 250 e poi 300¹⁸. A metà luglio del 1898, abbandonato ormai Il Corriere del Polesine, Bergamini si trasferì a Roma nell’ufficio di corrispondenza del Corriere della Sera, situato nell’ala sinistra di palazzo Sciarra, guidato da Michele Torraca.

Arrivò a Roma in una giornata di calda estate accolto con sollievo dai redattori che aspettavano il nuovo venuto per poter andare in ferie e iniziò a impratichirsi nel lavoro di cucina redazionale, finché un giorno non riuscì a mettere a segno il suo primo scoop. A maggio del ’98 erano scoppiati i moti di Milano seguiti dalla proclamazione dello stato d’assedio, le cannonate di Bava Beccaris, che avevano provocato tra la popolazione inerme la morte di numerose vittime innocenti, e dall’arresto di un nutrito numero di giornalisti, radicali, repubblicani, socialisti e cattolici, accusati di aver organizzato la rivolta con lo scopo di sovvertire l’ordine costituzionale. Furono arrestati anche alcuni parlamentari, che si trovavano in quelle ore a Milano, tra cui il socialista Filippo Turati e il repubblicano Mario De Andreis. Stante lo stato d’assedio e non essendo in vigore le garanzie civili, furono imbastiti due processi davanti al Tribunale militare, uno contro i giornalisti, l’altro contro i politici. Entrambi durarono soltanto una settimana e si conclusero, quello contro i giornalisti il 23 giugno, quello contro i politici il primo agosto, con pesanti pene detentive nei confronti di tutti gli imputati¹⁹. Le sentenze del Tribunale militare erano immediatamente esecutive e potevano essere impugnate soltanto in Cassazione, cosa che tutti i condannati fecero. In quelle afose giornate d’agosto Bergamini venne a sapere che la sentenza, ancorché non fosse stata resa nota, era stata già scritta. Si precipitò in Cassazione con l’intenzione di ottenerla a ogni costo. «Vidi – racconterà molti anni più tardi – degli impiegati magri, allampanati, che non denotavano alcuna agiatezza economica… Ce n’era uno più pallido degli altri e a lui mi rivolsi per la sentenza. Mi chiese 500 lire». Era una cifra, che Bergamini non possedeva, ma non si smarrì d’animo. Corse al monte di pietà e impegnò il suo orologio d’oro. Ottenne la sentenza e il Corriere della Sera fu il primo giornale ad anticipare le motivazioni della sentenza, che erano di conferma delle condanne inflitte dal Tribunale militare. Albertini si congratulò con la nuova recluta e gli rimborsò le 500 lire spese in modo che potesse recuperare il suo orologio²⁰. Come era nel suo carattere, Bergamini si era impegnato a tutto campo nel suo lavoro, non risparmiandosi e andando, senza mai demordere, alla ricerca delle notizie. Lui stesso lo ricorderà nelle sue lettere ad Albertini, lamentandosi per i tagli e le mancate pubblicazioni dei suoi articoli («Ella sopprime buona parte del mio lavoro»).

A settembre del ’99 gli scriverà: «ho anche lavorato tutto il mese dalle 8 del mattino alle 1 di notte e non ho trascurato nulla: non ci fu notizia in ritardo o inesatta od omessa. Si capisce che cercando ogni giorno e vedendo ministri o persone autorevoli, ne ricevevo impressioni ed informaz. acconce per frequenti articoli… In settembre vedo che si è cominciato ad applicare un ostracismo inesorabile, completo alle mie corrispondenze»²¹.

A gennaio del nuovo anno tornerà a lamentarsi: «Pensi qualche volta le difficoltà che abbiamo potuto incontrare e abbiamo dovuto superare per avere notizie molto interessanti o sicure, e come vicino e legata a questa, convenga talora lasciar passare altra roba per avventura meno importante. Creda che si rimane male quando si riesce a vedere un ministro, a ottenere la cortesia di un colloquio, a strappare qualche primizia inaspettata e poi il giornale non stampa quello che si scrive»²².

Nella sua smania di inseguire la notizia, allorché in Parlamento, sul finire del 1899, si era iniziato a parlare di una commissione di inchiesta a Napoli e Palermo su camorra e mafia, aveva offerto ad Albertini, che però non l’aveva condivisa, la sua disponibilità ad andare come inviato in Sicilia per scrivere corrispondenze sulla mafia, sostenendo che le sue indagini sarebbero state più agevoli e fruttuose di quelle delle commissioni parlamentari. In realtà, la crisi di fine secolo aveva investito anche il Corriere della Sera. Da giugno del ’98 ne era diventato direttore Domenico Oliva, che aveva allineato il giornale a sostegno delle politiche autoritarie dei governi Di Rudinì e Pelloux, difendendo la scelta governativa di inviare a Milano il generale Bava Beccaris per sopprimere a cannonate una rivolta che non c’era. Oliva, in contrasto con Albertini, aveva fatto propria le tesi del complotto, che sarebbe stato ordito nelle sedi delle redazioni de Il Secolo e de L’Italia del Popolo, giustificando il pesante intervento armato, tanto che Torelli Viollier, fondatore del Corriere, si vide costretto a prendere le distanze dal suo giornale scrivendo su La Stampa dell’amico Frassati per spiegare quale fosse la realtà della situazione. A gennaio del ’900 Albertini era stato nominato direttore amministrativo del giornale e dopo la morte di Torelli Viollier e l’allontanamento, a maggio, di Domenico Oliva ne aveva assunto anche la direzione politica.

Durante la permanenza romana di Bergamini, nell’aprile del 1900, Vincenzo Morello, che si apprestava a mettere in piedi un nuovo quotidiano a Palermo, L’Ora, per conto dell’industriale Florio, gli offrì il posto di redattore capo. In un primo momento Bergamini accettò l’offerta, ma quando si rese conto che politicamente la nuova iniziativa era di orientamento radicale vi rinunciò sdegnosamente e pubblicamente, perché nessune potesse credere che «la coscienza di un giornalista fosse una merce da noleggio»²³ e chiese ad Albertini di trascorrere il suo mese di vacanze a Milano nella redazione del Corriere per impratichirsi meglio del funzionamento di un grande giornale. Richiesta esaudita. Soltanto che, trascorso il mese di vacanza Albertini lo volle permanentemente al suo fianco come segretario di redazione, affidandogli, sia pure di rado, anche incarichi da inviato per inchieste specifiche, come quelle che Bergamini fece tra luglio del ’900 e marzo dell’anno successivo in Puglia sulle condizioni di disagio di quella regione priva di fonti di acqua, denunciando il degrado e l’antieconomicità del suo sistema agricolo, aggravato dall’assenza di una mentalità imprenditoriale. «Commercianti e industriali – notava Bergamini, indicando il motivo principale dell’arretratezza meridionale. – una volta accumulato qualche risparmio, inclinano ad entrare nella proprietà fondiaria»²⁴.

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L’INCONTRO CON SONNINO

Ma la carriera professionale di Bergamini non si sarebbe fermata al Corriere. Un giorno del 1901 sarebbe stato chiamato a Firenze da Sidney Sonnino, barone toscano, di origine ebraica, per via paterna, e di religione anglicana, per via della madre inglese. Sonnino era un esponente di rilievo della destra moderata, da maggio del 1890 in Parlamento, ministro delle Finanze e poi del Tesoro nel governo Crispi, dal ’93 al ’96, si era imposto all’attenzione del mondo politico con la pubblicazione nel 1897 su la Nuova Antologia del famoso saggio Torniamo allo Statuto²⁵.

In sostanza, Sonnino sosteneva che l’Italia era in crisi a causa di un sistema politico difettoso perché si basava sul governo parlamentare: i governi erano espressione del Parlamento, ma il Parlamento era espressione della somma degli interessi locali rappresentati dai singoli parlamentari, che non si identificavano, però, con l’interesse generale dello Stato. Di qui l’incapacità dei governi a rappresentare e tutelare l’interesse generale. Questa incapacità, mentre metteva in crisi il sistema politico, apriva le porte, da un lato al socialismo e dall’altro al clericalismo, entrambi ritenuti da Sonnino «dispotismi soffocanti ogni libertà civile e morale»²⁶.

La soluzione per Sonnino era, appunto, il ritorno allo Statuto, ovvero riportare la formazione del governo nell’ambito dei poteri esclusivi del Sovrano, che, in quanto tale, era tenuto a rappresentare l’interesse generale dello Stato. Una soluzione che, però, non teneva conto dei mutamenti sociali di un’Italia che era entrata nel nuovo secolo e che non poteva accettare di essere interpretata con obsoleti schemi ottocenteschi, ancorché le critiche sonniniane al parlamentarismo avessero una loro validità consolidatasi nel tempo.

Valga per tutte l’affermazione di Sonnino, non a caso il fondamento del suo antigiolittismo, che «la Camera, lavorando ad asservire sempre più il potere esecutivo, si è trovata invece asservita al Ministero, cioè a quel gruppo di uomini che si è comunque impadronito del potere e che, con la intimidazione e la corruzione elettorale nelle mille sue forme, dispone a suo talento della maggioranza»²⁷.

Tornare allo Statuto significava anche escludere ogni forma di autoritarismo poiché la monarchia costituzionale, garante del «libero svolgimento della personalità umana», aveva come fine la difesa di tutte le libertà individuali, dalla libertà di coscienza, alla libertà di pensiero, assicurando la tutela «degli interessi materiali come del progresso civile della nazione». Parallelamente al ripristino delle prerogative costituzionali della monarchia Sonnino auspicava la ricomposizione del Partito liberale, diviso in due fazioni che si combattevano perpetuamente. «Vorrei che la mia voce – concludeva – potesse chiamare a raccolta tutti gli uomini di buona volontà, liberali e conservatori ad un tempo, perché si organizzasse un grande partito», che fosse capace di combattere il socialismo e il clericalismo, non in nome dell’assolutismo («Non intendo affatto ad alcun cesarismo o governo autocratico»), bensì proprio dei valori liberali²⁸. Quanto, però, questa visione monarchicocentrica non funzionasse lo si sarebbe visto a fine secolo proprio con i governi Di Rudinì e Pelloux, che con il benestare della monarchia avrebbero tentato di cancellare con le cannonate di Bava Beccaris i primi modesti diritti conquistati delle classi lavoratrici, che si andavano lentamente organizzando, e avrebbero con un’imposizione legislativa, fortunatamente non andata a buon fine, tentato di limitare proprio quella che doveva essere considerata la libertà fondamentale matrice di tutte le altre: la libertà di stampa.

Anche alla luce di queste criticità Sonnino avrebbe parzialmente rivisto la sua tesi di fondo, pur restando fermamente convinto della centralità della monarchia costituzionale, della necessità di unire le sparse forze del liberalismo in un unico partito, di fronteggiare il socialismo e il clericalismo, in quanto negazione delle libertà individuali.

Benché incasellato come conservatore, in realtà, Sonnino era molto aperto alle questioni sociali e attento agli squilibri territoriali, convinto che proprio su questo terreno il liberalismo dovesse sconfiggere il socialismo, tanto da prefigurare un programma di interventi pubblici che poteva definirsi un vero e proprio socialismo di Stato, a partire dall’affrontare quella questione meridionale, che insieme a Leopoldo Franchetti, un altro toscano, aveva fotografato nel 1875 attraverso la loro inchiesta sulle condizioni economiche e amministrative delle province napoletane²⁹. Non a caso in quegli stessi anni Francesco Papafava, un liberale progressista di stampo anglosassone scrisse di Sonnino: «Rivelò un cuore da socialista dove si credeva fosse un orco»³⁰. In un certo senso Sonnino auspicava, per usare una terminologia corrente, la nascita di un partito liberale di massa «progressista, fondato su principi che cerchino e trovino il loro appagamento nella salute dello Stato conscio delle disparità sociali che occorre mitigare e gradualmente togliere; un partito che contempli, non una sola classe come fanno i socialisti. Noi Siamo difensori degli interessi collettivi; la loro tutela è la base di ogni nostra azione e il fine determinante l’azione stessa. Vogliamo la massima libertà; non ammettiamo a questa altri limiti che la imperiosa necessità dello Stato e il suo bene che deriva proprio dalla libert໳¹. Era, perciò, favorevole a un programma di riforme positive volte al «continuo elevamento morale e materiale delle popolazioni» e alla necessità di inserire le «masse lavoratrici nelle forze operanti del Paese, del Parlamento e della vita»³².

Sonnino a settembre del 1900 aveva delineato la sua visione politica nel saggio Quid agendum? pubblicato sulla Nuova Antologia, nel quale elencava quelle riforme, che, a suo giudizio, erano necessarie per ammodernare un Paese «ammalato moralmente e politicamente» e che andavano dalla riforma della giustizia, (riconoscimento della responsabilità personale del magistrato, indipendenza della magistratura dal potere politico, procedure più rapide e meno dispendiose, riduzione delle pene per i delitti minori e aumento di quelle a tutela dell’incolumità della vita umana) a quella della pubblica amministrazione (disciplina e garanzie dei pubblici dipendenti, anche a livello locale, garanzie di autonomia nei confronti del potere politico), a quella della scuola (miglioramento delle condizioni dei maestri, attribuzione allo Stato dell’obbligo di garantire l’istruzione elementare) a quelle di carattere sociale (maggiore equità nei rapporti economici, compartecipazione di operai e impiegati al «possesso del capitale e alla direzione delle imprese», trasformazione di parte del profitto aziendale in azioni attribuite ai lavoratori dipendenti, limitazione dei trusts, favorendo lo sviluppo della cooperazione, eliminazione per via legislativa dei patti onerosi nei contratti agrari a difesa dei contadini, approvazione di leggi sulla regolamentazione contrattuale dei lavoratori, ammissione del diritto di organizzazione sindacale e del diritto di sciopero, tutela dei cittadini per garantire loro, a livello comunale, i servizi pubblici essenziali), a quelle sull’assistenza all’emigrazione (difesa della dignità degli emigranti nei paesi di arrivo, facilitazioni nel riacquisto della nazionalità agli emigranti e ai loro discendenti, moltiplicazione delle scuole italiane all’estero), a quelle tributarie (limitazione dei dazi per favorire le esportazioni, riduzione delle tasse locali su pane farina e bestiame). Un vero e proprio manifesto riformista che Sonnino aveva delineato tenendo presente la realtà italiana alla luce delle esperienze e dei risultati che in quegli anni si andavano realizzando in Inghilterra e che a distanza di un quarto di secolo il periodico gobettiano La Rivoluzione Liberale giudicherà «il più vistoso piano di politica del lavoro e di socialismo di Stato che un liberale abbia potuto mai concepire»³³. Ma per la realizzazione di questo programma Sonnino invocava la necessità della solidarietà nazionale («una tregua di Dio tra i partiti e i gruppi parlamentari»), reiterando l’invito all’unità delle forze liberali. «Il mio sogno – confesserà anni più tardi in una lettera a Bergamini – sarebbe sempre quello di un blocco di tutti gli elementi liberali, dalla destra fino ai radicali»³⁴. Un forte partito liberale di centro, questa la sua opinione, avrebbe potuto facilmente portare in porto il suo programma riformistico, mentre, al contrario, la divisione dei liberali in «due schiere distinte e distintamente organizzate», che si alternassero al governo del paese, avrebbe posto ognuno dei due partiti «vittima del partito estremo» a lui «più vicino, la Sinistra dei sovversivi, la destra dei clericali»³⁵.

Con questi intendimenti, Sonnino, oppositore della politica giolittiana e assertore del «valore politico della stampa»³⁶ era desideroso, con l’avvio del nuovo secolo, di dare vita a un suo giornale di carattere popolare, orientato verso gli interessi del meridione. «Voleva un giornale che fosse strumento di propaganda e di battaglia, alla luce del sole, per le idee nelle quali egli credeva»³⁷.

L’iniziativa gli era stata suggerita anche da Andrea Torre, che gli aveva manifestato la necessità «di avere qui (in Roma) un grande organo nostro», sollecitandolo a farsi promotore di «un’organizzazione vera e propria del partito liberale» e gli aveva indicato anche alcuni nomi di possibili finanziatori dell’impresa³⁸.

In proposito, però, le idee di Sonnino erano già chiare. Non voleva coinvolgere persone «che [erano] fino al collo negli affari» e che avrebbero finito per vincolare il giornale ai loro interessi. «La mia forza politica – rispondeva a Torre – sta tutta nell’obiettività della mia azione e non posso né direttamente né indirettamente lasciare associare il mio nome a qualsiasi forma di speculazione che possa trovarsi mai in contrasto con l’interesse pubblico»³⁹.

Ne aveva parlato con Domenico Oliva, che aveva lasciato da poco e polemicamente la direzione del Correre della Sera e che si era messo a lavorare a un progetto editoriale, che prevedeva un investimento di 600 mila lire, «pure largheggiando prodigalmente sulle spese e calcolando gli introiti col più disperato pessimismo», per un bilancio biennale con la prospettiva di dare vita a un’impresa che avrebbe avuto «in sé la forza necessaria per produrre quattrini e fiducia»⁴⁰. In tale prospettiva si era messo anche alla ricerca su Milano di finanziatori disposti a investire in un’azienda lucrativa⁴¹.

Sonnino, però, nonostante le obiezioni e le insistenze di Oliva sulla necessità di coinvolgere finanziatori lombardi, era sempre del parere che fosse da scartare quel tipo di investitori e che si dovesse fare riferimento all’ambiente politico a lui vicino con l’obiettivo di mettere insieme quella somma facendo ricorso a un gruppo ristretto di amici, non più di dieci o dodici. Si rivolse, perciò, a possibili sottoscrittori, ma non era facile trovarli.

Pietro Bertolini gli rispose che mettere insieme il capitale necessario «facendo solo appello al dovere sociale degli abbienti [era] impresa difficile assai»⁴². Ferrero di Cambiano, interessato all’iniziativa, gli aveva risposto che sarebbe stato molto difficile trovare persone disposte a investire 50 mila lire, una cifra che anche lui avrebbe avuto difficoltà a raggiungere e propose che, ferme restando 50 mila lire per una quota, ciascuna quota potesse essere suddivisa tra vari sottoscrittori. Sonnino accettò il suggerimento a condizione, come rispose a Cambiano, che, comunque, fosse lui il rappresentante della sua quota⁴³. Negativa, invece, la risposta di Angelo Quintieri, che, senza mezzi termini gli rispose di non voler concorrere alla fondazione del giornale, ritenendola un’iniziativa senza prospettive di ritorno economico e che politicamente, secondo lui, non avrebbe potuto «in alcun modo controbilanciare la diffusione morbosa e l’azione deleteria dei giornali radicali»⁴⁴.

Le difficoltà nel raccogliere il capitale necessario all’iniziativa finirono per rallentarne la realizzazione e Oliva, che si sentiva già alla direzione del nuovo giornale, che lo avrebbe ripagato dalla sua estromissione dal Corriere, tentò di indurre Sonnino a partire comunque, certo che i finanziamenti sarebbero arrivati in seguito. Ma Sonnino non era uomo

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