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I militari italiani nei campi di prigionia francesi. Nord Africa 1943-1946. Memoriale del Toppa Club

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I militari italiani nei campi di prigionia francesi. Nord Africa 1943-1946. Memoriale del Toppa Club

Lunghezza:
310 pagine
3 ore
Pubblicato:
Mar 20, 2020
ISBN:
9788832281279
Formato:
Libro

Descrizione

Il 13 maggio 1943 la 10° Armata italiana in Tunisia si arrese agli Alleati. Caddero nelle mani degli inglesi e degli americani 140.000 italiani, dei quali 37.500 vennero consegnati ai francesi. Per questi militari iniziò un periodo di lunghe marce nel deserto, tra furti, fame, disperazione, umiliazione e tormenti. Prigionieri dei goumiers, degli spahis, dei soldati senegalesi, comandati da ufficiali francesi astiosi e vendicativi, i soldati italiani fino al 1946 furono in balia dell'esercito di De Gaulle, che ne portò a morte quasi 4.000. Il libro raccoglie le memorie, i diari e le testimonianze di Quinto Bonapace, Ernesto Buttura, Luigi Calì, Delio Comucci, don Giacomo Franco, don Aurelio Frezza, Ezio Mesolella, Otello Morani, Enrico Pradelli, Giovanni Rogiani, Camillo Tacchi, Francesco Traversa, Gino Cavani. Tutti reduci che al ritorno in Italia fondarono l'associazione "Toppa club" per non dimenticare e ricordare come una toppa di stoffa cucita sulle logore divise sia stata per migliaia di uomini l'unico distintivo, l'unico documento, l'unico segno di appartenenza per quasi tre anni di prigionia.
Pubblicato:
Mar 20, 2020
ISBN:
9788832281279
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I militari italiani nei campi di prigionia francesi. Nord Africa 1943-1946. Memoriale del Toppa Club - Andrea Giannasi

Stenti

Gli italiani e la prigionia durante la Seconda Guerra mondiale

Molto si è scritto sulla prigionia degli italiani all'estero durante la Seconda guerra mondiale. Sappiamo dei soldati catturati dai Sovietici, dei POW (Prisoners of War) in mano agli americani, degli IMI (Internati Militari Italiani) trattenuti dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943 e dei molti, moltissimi, finiti sparsi tra i paesi del Commonwealth. Poco si sa invece dei prigionieri connazionali caduti nelle mani dei francesi.

Oggi la scarsa bibliografia sull'argomento si affida in buona parte a fonti biografiche, che, per natura stessa, offrono molti vuoti e lacune. Ma rappresentano anche gli unici metri di giudizio in nostro possesso in mancanza di un archivio francese da poter consultare.

Certo non ha contribuito a colmare questo vuoto della nostra storia il senso di difesa e di orgoglio insito in tutti i paesi. E l'Italia fascista non era certo immune da questa forma di pudore storiografico. E quindi fin dalla dichiarazione di guerra – avvenuta il 10 giugno 1940 – e ancora per molti mesi la propaganda cercò di minimizzare le alte perdite subite dal nostro esercito puntando l'indice solo verso i successi veri o presunti tali.¹

Così fin dai primi bollettini emanati dal Comando Supremo si parlò di lievi perdite prima in Africa Orientale Italiana poi sul confine alpino con la Francia, fino al conflitto con la Grecia.

Ma non si dovette attendere molto per vedere fotografate le prime colonne di militari italiani catturati. Nell'autunno del 1940 sia sul fronte greco, sia in Africa settentrionale, a seguito dell'offensiva di Wavell, furono decine di migliaia i soldati finiti nelle mani del nemico. Intere divisioni caddero in mano agli inglesi che dovettero stendere campi improvvisati di filo spinato e organizzare veri e propri grandi spostamenti di massa verso l'Egitto.²

Il governo di Roma tenne a tacere le notizie sulle disfatte mentre il solo Vaticano (collaborando anche con la Croce Rossa Internazionale) iniziò ad intrecciare rapporti affinché le famiglie dei prigionieri potessero avere notizie. Papa Pio XII a riguardo aveva già istituito nel 1939 l’Ufficio Informazioni Vaticano per i prigionieri di guerra che rimase attivo fino al 1947.

Per avere un’idea del lavoro svolto dall’ufficio romano è sufficiente aprire Inter Arma Caritas, l’inventario pubblicato nel 2004, e scorrere alcune note del 1941. Emerge in poche righe un lungo lavoro di intelligence che fu unico filo di unione tra le famiglie e i prigionieri:

«E. 10/A-H: corriere n. 5 inviato dalla delegazione apostolica in Egitto e Palestina il 30 ottobre 1941 con elenchi di prigionieri italiani e tedeschi trasferiti in Australia, Ceylon, India, Inghilterra, sud Africa e di prigionieri in Egitto ed in Sudan.

– E. 10/A, a: 700 prigionieri trasferiti in Australia il 26 luglio 1941.

– E. 10/A, b: 1.200 prigionieri trasferiti in India l’8 agosto 1941.

– E. 10/A, c: 900 prigionieri trasferiti a Ceylon il 30 luglio 1941.

– E. 10/A, d: 1.600 prigionieri trasferiti in sud Africa l’8 agosto 1941.

– E. 10/A, e: 3.300 prigionieri trasferiti in Inghilterra il 18 maggio 1941.

– E. 10/B: lista di prigionieri nei campi n. 307 e n. 309 in Egitto, visitati dal delegato apostolico (duplicato di E. 7/F-G).

– E. 10/C, a: elenco di 74 prigionieri in Egitto che non hanno mai ricevuto notizie dalle loro famiglie, 22 agosto-13 settembre 1941.

– E. 10/C, b: elenco di 26 prigionieri in Egitto con messaggi e richieste di notizie delle famiglie, 23 settembre 1941.

– E. 10/C, c: elenco di 317 prigionieri in Egitto visitati dal delegato apostolico il 28 settembre 1941 con messaggi inviati a mezzo della Radio Vaticana.

– E. 10/D: lista di 78 prigionieri che si trovano nella zona di Aden, con messaggi per le loro famiglie, 23 settembre 1941.

– E. 10/E: lista di 1.643 prigionieri che si trovano nel Sudan anglo-egiziano spedita dal vicariato apostolico in Khartoum, 15 settembre 1941.

internazionale nel settembre 1941».³

Nell’estate del 1942 risultavano prigionieri degli inglesi circa 60.000 italiani – secondo le note del Gen. Gugliemo Nasi –, fra i quali 5.000 ufficiali, rinchiusi in campi in Kenya a Nairobi, Burguret, Gil Gil, Naivasha, Ndarugu, Nakuru, Naniuki, Ginja, Mitubiri.

Iniziarono proprio in questi campi le prime vessazioni e privazioni anche perché in molti reparti perdurava la tenacia ideologica fascista restia alla collaborazione con il nemico.

Tale posizione poi mutò dopo l’8 settembre del 1943 quando ai prigionieri venne chiesto di scegliere tra la fedeltà al re – e dunque al nuovo Regno del Sud con a capo del governo il Maresciallo Pietro Badoglio – o rimanere fedeli al fascismo.

In questi mesi nacque anche il tristemente famoso campo di Zonderwater in Sudafrica nel quale vennero rinchiusi più di 100.000 prigionieri italiani.

Alla fine del conflitto furono 1 milione e 404 mila i militari italiani finiti internati, contando, ovviamente anche gli oltre settecentomila caduti nelle mani dei tedeschi dopo l'8 settembre 1943.

Molti prigionieri perirono nei campi o durante i trasferimenti.

Furono inoltre tanti coloro che morirono a causa degli affondamenti dei piroscafi utilizzati dagli alleati per il loro trasporto.

Indimenticabile, per la cieca crudeltà, la vicenda del Laconia un transatlantico inglese che trasportava 1.800 prigionieri italiani attaccato e affondato dall’U-Boot tedesco U-156, comandato dal capitano di corvetta Werner Hartenstein, il 12 settembre 1942 al largo della costa africana nei pressi dell'Isola di Ascensione. Sulla nave erano imbarcati 463 ufficiali e uomini di equipaggio, 286 militari inglesi in qualità di passeggeri, 1.800 prigionieri di guerra italiani, 103 guardie polacche e 80 tra donne e bambini.

Durante i minuti drammatici dell'affondamento i militari inglesi e polacchi destinati alla guardia dei prigionieri impedirono il loro salvataggio chiudendo le porte e sparando su chi tentava la fuga. Alla fine solo poco più di 400 prigionieri vennero salvati.

Ma nella memoria collettiva la vicenda che più ha scosso l'opinione pubblica e ancora oggi rimane la tragedia più grande subita dal Regio esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, è quella legata alla ritirata in Unione Sovietica.

Tra la fine del 1942 e il gennaio del 1943 sul fronte del Don avvenne la rottura della linea di difesa e l'Armir (Armata Italiana in Russia), composta da 230 mila italiani, iniziò una ritirata drammatica e senza fine nel lungo inverno russo.

Alla fine mancheranno 95.000 italiani. I Sovietici, totalmente impreparati a gestire un numero così alto di prigionieri, finirono con il trasferirli lungo la steppa congelata per giorni e giorni, sistemandoli su carri bestiame e facendoli marciare con l'ordine del davai.⁹ Condivisero questa marcia tedeschi, rumeni e ungheresi, che poi furono falciati dalla fame, dal freddo e dalle malattie.

La letteratura ha reso onore e memoria a questi caduti dei quali non si seppe più nulla e molto probabilmente sapremo sempre meno rispetto a quanto i familiari ancora oggi desiderano conoscere.

Poco conosciuta invece la vicenda dei 37.500 militari italiani finiti nei campi francesi del nord Africa.

È importante fare una premessa per meglio capire la situazione dell’Algeria e del Marocco tra il 1939 e il 1943.

In principio a seguito della fine della Guerra civile spagnola, si riversarono soprattutto in Algeria migliaia di profughi. Questi vennero rinchiusi in alcuni campi di lavoro. Boghari, Bechar Bedeau, Ain El Orak che arrivarono ad ospitare più di 3.000 persone.

Nacque anche il campo di Abadla, nella regione Wilaya Bechar (80 chilometri a sud della città di Bechar), nel quale vennero rinchiusi centinaia di prigionieri utilizzati in maniera coatta per costruire la ferrovia lungo il fiume Guir (la linea Bou Arfa-Kenadsa).

Per stranieri anche il campo Suzzoni a Boghar e Djelfa, nel quale nell’autunno del 1941 una epidemia di tifo uccise 15 uomini (a testimonianza delle pessime condizioni di vita nei campi).

Esistevano anche il campo misto di Djenien Bouregz – situato a sud di Orano questo luogo era tristemente famoso per le torture praticate da parte delle guardie carcerarie -; il campo di El Aricha per internati comuni; il campo Kenadsa Ksar Etir.

Fino all’8 novembre del 1942 fu attivo anche il campo di Laghouat nel quale vennero internati prigionieri inglesi e di truppe del Commonwealth (la maggior parte aviatori, marinai).

Tutti questi campi erano gestiti dal Governo di Vichy, lo stato fantoccio collaborazionista dei tedeschi.

La situazione in Francia non era differente. Nel territorio metropolitano nel settembre del 1940 erano presenti 94 campi nei quali vennero rinchiusi migliaia di comunisti, repubblicani spagnoli, membri delle brigate internazionali ed ebrei stranieri. Ben presto i campi di Argelès, Compiègne, Gurs, Les Milles, Rivesaltes e poi ancora Drancy, Pithiviers, Jargeau, Beaune-la-Rolande (che durante l’occupazione tedesca e il governo di Vichy divennero vere e proprio anticamera dei campi di sterminio nazisti), si saturarono e dunque iniziò il trasferimento in Algeria e Marocco. ¹⁰

Alla fine del 1941 erano attivi tra la Francia e il nord Africa quasi duecento campi dove erano raccolti gaullisti, oppositori di Vichy, sindacalisti, repubblicani spagnoli, ebrei, stranieri. I prigionieri politici finirono a Bousset, Djelfa, mentre altri furono destinati alla già citata costruzione della ferrovia Bou Arfa-Kenadsa.

Finirono nei campi anche numerosi prigionieri politici algerini legati al Partito Popolare musulmano e diversi ebrei legati al Partito Comunista.¹¹

Stessa sorte fu destinata agli oppositori politici in Marocco rinchiusi a Bou-Dnid (anche in questo caso risultavano con i musulmani internati 22 ebrei locali).

A proposito dell’internamento degli ebrei è bene ricordare che come avvenuto in Italia nel 1938, il 3 ottobre del 1940 anche il governo francese di Pétain emanò leggi razziali contro la popolazione di origine ebraica. Gli ebrei in territorio metropolitano vennero internati in campi predisposti, mentre in Marocco, Tunisia e Algeria subirono pesanti vessazioni e privazioni.

Tra i tanti campi attivi nel periodo 1939-1943 è importante soffermarsi brevemente su quello di Hajrat-M'Guil, passato alla storia come il Buchenwald francese. Si trovava a sud di Orano ed era destinato agli oppositori politici di Vichy. Una volta raggiunto dagli americani i francesi gaullisti presero il controllo e processarono i comandanti e gli aiutanti in un lungo dibattimento che si concluse nel luglio del 1944 con la condanna a morte o ai lavori di forzati dei protagonisti delle torture e delle privazioni.

Molti dei liberati scelsero di arruolarsi nelle unità della Francia Libera e combatterono agli ordini di Juin e Leclerc in Italia tra l’autunno del 1943 e l’agosto del 1944 quando, con l’operazione Dragoon, sbarcarono in Provenza.

L’Algeria e il Marocco disponevano dunque nel 1943 di una rete attiva di campi pronti ad accogliere nuovi prigionieri, con collaudate guardie composte da goumiers e spahis comandate da legionari transalpini.

Con il Bollettino di guerra numero 1083 del 13 maggio 1943 emesso dal quartier generale delle Forze Armate di Roma si aprì la tragica e poco conosciuta pagina della nostra storia legata ai prigionieri dei francesi: «La Prima Armata italiana, cui è toccato l’onore dell’ultima resistenza dell’Asse in terra d’Africa, ha cessato stamane, per ordine del Duce, il combattimento. Sottoposta all’azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze angloamericane terrestri ed aeree, esaurite le munizioni, priva ormai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente sostenuto, con il solo valore delle sue fanterie, l’urto nemico. É così finita la battaglia africana durata, con tante alterne vicende, 35 mesi».

In poche ore si arresero agli inglesi e agli americani circa 140.000 soldati ed ufficiali italiani. A questi poi si aggiunsero i militari catturati a Pantelleria¹² e Lampedusa. ¹³

In Libia (Bengasi e Tripoli), Algeria (Orano e Algeri) e Tunisia vennero approntati campi gestiti dagli inglesi e dagli americani.¹⁴

A questo punto la Francia Libera di De Gaulle pretese e ottenne di ricevere e gestire un certo numero di prigionieri di guerra italiani e tedeschi. Ma mentre il paese nordamericano e quello britannico gestirono i trasferimenti dei prigionieri e la loro detenzione con accortezza, i transalpini usarono i prigionieri di guerra senza alcun rispetto delle convenzioni internazionali.

«I prigionieri di guerra sono in potere della Potenza nemica e non degli individui o dei corpi di truppa che li hanno catturati. Essi devono essere trattati sempre con umanità ed essere protetti specialmente dagli atti di violenza, dagli insulti e dalla pubblica curiosità. Le misure di rappresaglie nei loro confronti devono essere proibite».

Questo si leggeva all’articolo 2 della Convezione di Ginevra firmata nel 1929 e mai rispettato dalle truppe francesi.

Le unità di De Gaulle erano composte in buona parte da militari coloniali, senegalesi, algerini, marocchini, che non mostrarono mai alcun rispetto per la vita dei prigionieri. A comandarli vi erano ufficiali nazionali che non avevano dimenticato la pugnalata alla schiena che Roma gli aveva inferto il 10 giugno del 1940. Ovvero quando a pochi giorni dalla resa senza condizioni all'esercito tedesco – che avvenne il 22 giugno 1940 –, Mussolini dichiarò guerra a Parigi attaccando sulle Alpi e raggiungendo solamente la periferia di Mentone al costo di 600 morti e 600 dispersi.

Fu così che nel maggio del 1943, immediatamente dopo la consegna degli italiani ai francesi, iniziarono le vessazioni.

Pietro Rizzuto venne internato nel VI campo (Francese), N. 16 - La Cagne e ricorda: «Ci gettarono in un sudiciume indicibile: la pulizia non esisteva. Qui cominciò la moria di tanti soldati, qualcuno ammalato, qualcuno ammazzato dalle mitragliatrici delle guardie Marocchine. Eravamo in un campo Francese, i Gollisti odiavano a morte noi Italiani, dicevano che li avevamo pugnalati alla schiena nella dichiarazione di guerra, che Mussolini aveva attaccato i Francesi aprendo le ostilità sul fronte occidentale e noi poveri militari Italiani, ne subivamo le conseguenze. Quando qualche soldato italiano veniva ammazzato dalle guardie Marocchine, si giustificavano col pretesto della pugnalata alle spalle del 1940: insomma, era una vendetta che praticavano giorno per giorno contro noi poveri soldati.

Come vitto ci davano cento grammi di pane al giorno e un po’ di brodaglia di rape. Avevo con me una scatola vuota datami dagli inglesi nel campo di Mescere, vi avevo infilato un fil di ferro che fungeva da manico, la riempivo d'acqua e la facevo bollire con dentro il pane: mi sembrava così che crescesse di volume e divoravo così quella zuppa di pane e acqua.

Si può benissimo immaginare come non si potesse andare avanti, giovani, a vent'anni, con quei trattamenti: un'enorme debolezza si impossessò di me tanto da non reggermi più in piedi, ragion per cui quasi tutto il giorno me ne stavo coricato sotto la tenda; fu lì che il carissimo commilitone Giuliano, fra inedia ed enterocolite, cadde vicino ai gabinetti mentre faceva i suoi bisogni. Cito questo caso, ma quanti e quanti fecero quella fine? Per fortuna rimasi nel Campo16 di Tunisi solo un mese evitando così una possibile morte per fame o per una delle tante malattie per le quali lì tutti i giorni si moriva».¹⁵

La percentuale di morti, rispetto al numero di prigionieri presi in consegna, fu altissima. Rinchiusi in campi gli italiani furono soggetti a lavori pesanti, denutrizione, privazioni dei vestiti e uccisioni per futili motivi. Trasportati con dure marce nel deserto fino al Marocco i prigionieri vennero privati di tutto e lasciati solo con stracci sui quali era cucita una vistosa toppa rossa di riconoscimento.

Numerose erano le fughe di uomini che cercavano solo di poter raggiungere un campo di prigionia americano, dove le condizioni umane erano migliori.

Giuseppe Ferrara così raccontava nel suo memoriale: «Il clima dei campi di concentramento inglesi era severo nella disciplina, ma umano nel trattamento. Il vitto poi era uguale alla razione che spettava al soldato inglese delle retrovie. Nei campi americani invece era tutt’altra cosa. Vitto abbondante, sigarette, igiene e parecchia libertà. Al limite opposto si trovavano i campi di prigionia francesi, dove la vivibilità era uguale a zero, con un tasso di mortalità enorme al confronto di quelli inglesi o americani».¹⁶

L'elemento forse più grave risiede nel fatto che se della ritirata di Russia conosciamo quasi tutti gli elementi storici, e sappiamo dei campi per POW statunitensi o degli internati in Kenya e India, dei prigionieri finiti in mano ai francesi sappiamo ben poco.

A proposito delle punizioni ricordava Pietro Rizzuto: «All'arrivo al Campo venni anche punito per aver lasciato la ferma. Per i francesi questo non era ammissibile. Nel Campo avevano costruito una prigione nella prigione, un recinto di filo spinato con una struttura di legno annessa. Mi tolsero la coperta e mi buttarono dentro quella prigione. Mi avevano anche vaccinato con tre iniezioni che mi provocarono una febbre da cavallo. Senza coperte tremavo dal freddo. Mi rannicchiavo in un cantuccio sul pavimento di cemento come un cane. Stavo malissimo, ma non potevo chiedere visita perché per i puniti non era previsto il medico. Negli spasmi della febbre, ricordo, mi sfogavo mandando accidenti alla guerra e a Mussolini. Dopo due giorni la febbre cessò. Passai in quella prigione 5 giorni. Ero molto debole e mi reggevo a fatica in piedi».¹⁷

Cancellata dalla storia militare questa macchia, i francesi si discolparono portando sul tavolo del dibattito la questione della mancanza di approvvigionamenti. Ma se questa scusante può essere valida e accettata per la malnutrizione, oggi non possiamo accettare gli omicidi e gli atti di violenza deliberati.

Non è scorretto affermare che la Francia di De Gaulle nei confronti dei prigionieri di guerra italiani e tedeschi detenuti in nord Africa può essere ritenuta responsabile di crimini per i quali mai nessuno è stato chiamato a rispondere. ¹⁸

A rafforzare questa ipotesi anche, e soprattutto, in considerazione del fatto che l'esercito francese ebbe in consegna dagli americani nel periodo 1943-1945, alcuni milioni di prigionieri (in prevalenza tedeschi dopo la resa nel maggio del 1945) per servirsene come manodopera in riparazione di guerra e li maltrattò a tal punto che non è esagerato calcolare una cifra di 1.700.000 morti causati dalle pessime condizioni in cui gli uomini furono tenuti. A questi numeri è giunto, dopo anni di studi, lo storico canadese James Bacque, e sono ormai confermati da tutti i paesi cobelligeranti nel Secondo conflitto mondiale. Al termine della guerra il tasso di mortalità dei prigionieri di guerra dopo il 1944 caduti in mano ai francesi era del 25%. Dunque un soldato su quattro trovò la morte per stenti e malattia.

Inoltre non va taciuto che i francesi, con la collaborazione dei comandi superiori statunitensi, dal maggio del 1945 per poter aggirare le convenzioni di Ginevra, non considerarono gli internati tedeschi come Prigionieri di guerra (P.O.W.) ma come Disarmed Enemy Forces (D.E.F.). In ragione di questo nei campi non poterono entrare la Croce Rossa o altri aiuti diretti della popolazione civile e i prigionieri deceduti furono indicati come other losses (altre perdite).¹⁹

La percentuale del 25% di morti non possiamo applicarla ai campi francesi in Africa settentrionale. Ma tra quei prigionieri portati in Algeria, Marocco e Tunisia e trattenuti il dato è comunque molto diverso rispetto alle percentuali di morti italiani nei campi inglesi o americani.

E questo libro di memoria traccia una linea su quelle drammatiche vicende.

In realtà già nel 1943 il Vaticano sapeva dei maltrattamenti francesi ricevendo numerose segnalazioni.

L’Ufficio Informazioni Vaticano per i prigionieri di guerra nel fondo d'archivio 521, fasc. 7, riporta:

«Dichiarazioni dei prigionieri rimpatriati sui maltrattamenti avuti nei campi di concentramento e di prigionia, anni 1943-1946.

Fasc. 7/1: rapporti su alcuni cappellani, gennaio 1945-dicembre 1946.

Fasc. 7/2: racconto del tenente Mario Barrabini sui maltrattamenti a prigionieri italiani in Africa settentrionale, 28 settembre 1944; schema del generale Vincenzo Dapino sulla dislocazione dei prigionieri italiani in Francia ed in Germania, 21 giugno 1945;

lettera dell’arcivescovo di Torino, card. Maurilio Fossati, sulla condizione dei militari in Africa settentrionale, 10 luglio 1945; nota del generale Dapino sui prigionieri in Francia, 16 luglio 1945; copia del rapporto religioso-morale riguardante le truppe lavoratrici e internate in Francia dall’8 settembre 1943

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