Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Egemonia Culturale e Populismo Mediale: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini: Dalla tv pubblicitaria ai social media
Egemonia Culturale e Populismo Mediale: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini: Dalla tv pubblicitaria ai social media
Egemonia Culturale e Populismo Mediale: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini: Dalla tv pubblicitaria ai social media
E-book495 pagine6 ore

Egemonia Culturale e Populismo Mediale: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini: Dalla tv pubblicitaria ai social media

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Leggi anteprima

Info su questo ebook

La tv pubblicitaria dagli anni 80 ha potenziato l’egemonia culturale degli inserzionisti capitalistici e insieme ha trasformato la politica in spettacolo favorendo il successo di leader populisti. I social media hanno proseguito questa tendenza. La tv ha contribuito a formare intere generazioni al talking, all’entertainment e all’esibizione competitiva del corpo e della mente, e il reality è stato uno dei perni del passaggio dall’ambiente tv a quello social. I reality sono stati tra i primi programmi commentati sui social e molti social sono diventati una sorta di reality autogestito. Tv commerciale, rotocalchi e social media però sono stati semplicemente un veicolo per i leader populisti, aiutati da potenti apparati digitali. Nel saggio, media e social media sono presentati beninteso come collegati a tendenze strutturali complesse, e si prendono anche in considerazione i movimenti d’opposizione e di resistenza. Il momento attuale pare caratterizzato dalla carenza di un’egemonia chiara, di un centro.
LinguaItaliano
Data di uscita20 mar 2020
ISBN9788835390107
Egemonia Culturale e Populismo Mediale: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini: Dalla tv pubblicitaria ai social media
Leggi anteprima

Correlato a Egemonia Culturale e Populismo Mediale

Ebook correlati

Articoli correlati

Recensioni su Egemonia Culturale e Populismo Mediale

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Egemonia Culturale e Populismo Mediale - Federico Repetto

    Note

    Introduzione

    L’OGGETTO DI QUESTO LIBRO: L’EGEMONIA DEGLI INSERZIONISTI PUBBLICITARI IN ITALIA NEGLI ANNI 80 E OGGI. COME I MEDIA COMMERCIALI, DALLA TV AI SOCIAL NETWORK, POSSONO INFLUIRE SULLA FORMAZIONE DEL CITTADINO

    1. Il problema di partenza: la tv commerciale dentro il processo educativo

    La televisiùn la g’ha ‘na forsa de leùn... la televisiùn la t’endormenta cume un cuiùn – cantava Jannacci alla fine degli anni settanta, agli albori della cosiddetta *neotelevisione. Nel 1999 Mario Morcellini, sociologo dei media e dell’educazione, invece avrebbe pubblicato, in polemica con vari pedagogisti e psicologi, un volumetto dal titolo provocatorio: La televisione fa bene ai bambini.La questione oggi può parere superata, con il declino della stessa televisione*generalista *broadcast, calata dall’alto sul pubblico: ormai –a causa soprattutto dei canali tematici e di Internet– sono sostanzialmente diminuiti quelli che la imbandiscono sulla propria tavola come piatto unico della loro dieta mediatica. Ma nella nostra cultura popolare la tv resta comunque molto importante.

    Inoltre la pubblicità, che era l’anima e la forza propulsiva delle tv commerciali, e si è prontamente trasferita nei nuovi media, ha preso diverse forme nuove (si pensi alla pubblicità per telefono) e ci avvolge letteralmente perfino sui mezzi di trasporto (certi autobus e treni sono fasciati dalla pubblicità anche all’esterno, finestrini compresi).

    Dunque, per capire meglio la situazione attuale della cultura popolare, è importante cercare prima di comprendere il ruolo della neotelevisione commerciale egemonizzata dalla pubblicità nella formazione dei consumatori e soprattutto dei cittadini alla vigilia della nascita della cosiddetta *Seconda Repubblica.

    Esporrò i risultati delle analisi di diversi scienziati sociali che hanno studiato la neotelevisione italiana al momento della sua origine negli anni ottanta, per mostrare, su questa base, che era possibile comprendere la sua futura importanza per tale formazione. Ma, a parte alcuni casi virtuosi, si può dire che il problema del rapporto neotelevisione-educazione sia stato in gran parte sottovalutato o addirittura rimosso dalle scienze sociali. Certo, le precedenti teorie forti degli effetti dei media si erano dimostrate in gran parte inadeguate; tuttavia la rimozione probabilmente era soprattutto in relazione con l’atteggiamento ottimistico nei confronti dei nuovi sviluppi del capitalismo e del liberalismo che si stava diffondendo.

    Per una visione retrospettiva delle teorie degli effetti dei media , si possono leggere Wolf 1992 e Bentivegna 2003.

    La tv ovviamente non ha nessun effetto ipnotico e non fa cambiare opinione con un lavaggio del cervello. La questione è più complessa. Impiegando un termine tipico della pedagogia, si può dire che negli anni 80 in Italia la tv commerciale alimentata dalla pubblicità(Rai inclusa) sia diventata un curriculum educativo.L’educazione di una grandissima parte dei nuovi cittadini cominciò a passare allora massicciamente attraverso tale curriculum televisivo, visto che le ore medie di televisione per moltissimi bambini e ragazzi erano ormai più o meno equivalenti nella quantità a quelle di scuola.

    Questo non significa però che gli effetti dell’educazione televisiva siano massicci, automatici e inevitabili. Piuttosto il suo progressivo ruolo nella formazione si è venuto affermando proprio mentre quello dei genitori, degli adulti in genere e della scuola pubblica stava declinando per molteplici fattori. Ciò poneva, in ultima analisi, una questione di democrazia.

    In che senso? Certo, l’onere e la responsabilità di formare nuovi cittadini in una democrazia liberale appartiene in prima istanza alle famiglie e alla scuola pubblica, anche se ci si aspetta dalla società civile, luogo privilegiato del libero scambio di opinioni, un contributo importantissimo di conoscenze e di proposte di valori e di stili di vita. Di questo luogo privilegiato fanno parte la conversazione tra minori coetanei (co-educazione tra pari, o peer education) e la conversazione tra i minori e gli adulti in generale, in ambito associativo o in ambito informale; ma ne fa parte anche il mondo dei media commerciali nel suo complesso. E questo è il punto.

    Non si tratta solo della quantità crescente di pubblicità presente nella programmazione della neotelevisione, dentro il cosiddetto *palinsesto: proprio il palinsesto stesso risultava in gran parte condizionato nei suoi programmi dalle esigenze degli inserzionisti (come vedremo nel cap. 3 e nel cap. 4, § 3). Perciò si può dire che da quel momento il mondo dell’imprenditoria abbia acquistato un peso straordinario nella propostadi valori e stili di vita destinata al curriculum televisivo. Un peso sempre più grande in proporzione a quello delle famiglie e della scuola pubblica.

    Invece furono debolmente supportati e poi fallirono completamente i programmi dell’accesso della Rai, che avrebbero dovuto permettere ad associazioni e a minoranze culturali di far sentire la loro voce.

    I programmi dell’accesso - programmi della televisione pubblica aperti alla partecipazione delle forze sociali, previsti dalla riforma della Rai del 1975 - furono trasmessi solo a livello nazionale, anche se in origine erano previsti a livello regionale. Essi avevano il formato tradizionale e poco attraente delle tribune politiche (programmi elettorali ufficiali della Rai) o dei tg di allora. Il sociologo Achille Ardigo, incaricato di dirigere un‘inchiesta su di essi (e sul loro sostanziale fallimento) denuncerà la loro mancata realizzazione in ambito regionale, la burocratizzazione delle procedure per ottenere l’accesso, la presenza sproporzionata in essi di organizzazioni semi-ufficiali che avrebbero avuto altre possibilità di espressione, e infine il formato troppo tradizionale, legato anche alla mancanza di esperienza delle associazioni e alla mancanza di assistenza nel confezionamento delle trasmissioni da parte delle strutture Rai. Cfr. La partecipazione negata(a c. di A. Ardigò, 1987, in particolare pp. 9-15).

    2. Il controllo del palinsesto tv e l’egemonia culturale degli inserzionisti pubblicitari

    Non sottolineo, lo ripeto, questo peso degli inserzionisti per porre un problema di manipolazione: l’educazione è per sua natura un rapporto unilaterale, in cui le vecchie generazioni hanno l’ iniziativae quelle nuove sono gettate in un mondo il cui sensoè stato già elaborato da quelle precedenti – anche se non si può sapere come reagiranno gli educati. Voglio invece in primo luogo sollevare una questione di eguaglianza dei cittadini e di equo accesso alla partecipazione alla vita sociale, richiesto dal comma 2° dell’articolo 3 della nostra Costituzione:

    E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    Nell’opinione pubblica c’è un’evidente sproporzione tra l’intervento educativo di chi non dispone che della propria voce e della propria cultura e quello di chi dispone del palinsesto televisivo. Più in generale, l’influenza eccessiva di un’élite o di un gruppo sociale contemporaneamente in diverse sfere di beni sociali (in questo caso economia e media), costituisce un pericolo per gli equilibri basilari della giustizia e per l’essenza stessa di una società democratica, come argomentò magistralmente il filosofo americano liberal Michael Walzer in Sfere di giustizia.

    Tra l’altro egli riportava l’esempio della città di Pullman, in Illinois fatta costruire tra il 1880 e il 1882 da George Pullman secondo un unico piano urbanistico, comprendente galleria dei negozi, teatro, chiesa e scuola, per affittarne le case agli operai delle sue grandi officine ferroviarie. Anche se gli operai di Pullman non erano tenuti ad abitare proprio lì, chi ci abitava doveva rispettare le norme imposte dalla proprietà che funzionava come una sorta di potere pubblico. Nel 1898 la Corte Suprema dell’Illinois (peraltro dopo una serie di conflitti sindacali) ordinò alla Pullman Company di rinunciare a tutte le proprietà che non venivano usate per fini produttivi, sostenendo che il possesso di una cittàera incompatibile con la teoria e lo spirito delle nostre istituzioni.

    Il libro di Walzer uscì in inglese nel 1983. Chissà se fu letto da qualcuno dei pretori che, nel 1984, imposero al grande imprenditore edile Berlusconi di interrompere le trasmissioni tv (incostituzionalmente) unificate a livello nazionale? E che dire poi del suo successivo acquisto della Mondadori, la più grande casa editrice nazionale, e dei grandi magazzini Standa? E infine della sua successiva discesa in politica?

    Vedi. M. Walzer , Sfere di giustizia, Feltrinelli, 1987. In questo testo non mancano anche considerazione sul potere culturale unilaterale della pubblicità. Cfr. pp. 111-115 e 128.

    Oltre a questa questione di giustizia e di equilibrio di poteri sociali, è chiaro che in un modo o nell’altro i valori dell’educazione offerta dai palinsesti televisivi assecondano gli interessi economici generalidegli inserzionisti. Vedremo in particolare che dopo un decennio di educazione neotelevisiva tutta una serie di tendenze consumistichesi sono consolidate nella nuova generazione (cfr. cap. 1, § 4).

    Malgrado le analisi degli scienziati sociali di cui ho parlato all’inizio, nel complesso questo crescente peso dei privati nell’educazione pubblica negli anni 80 è stato sottovalutato tanto dalla gran parte dei ricercatori quanto dai politici. Certo, una parte di questi ultimi, cattolici e marxisti in particolare, si sono opposti chiaramente alla commercializzazione spinta della tv, ma spesso con un’ottica troppo condizionata da prospettive a corto termine e dal problema del controllo dei media in funzione del voto.

    Inoltre una parte dell’opinione pubblica era preoccupata, talora fino all’isterismo, a causa di certi contenuti televisivi (in breve: sesso, violenza, immoralità) precocemente offerti ai bambini e ai ragazzi; e quest’ottica particolare finiva per oscurare il problema centrale, quello della tv come grande agenzia educativa dei capitalisti inserzionisti. Persisteva inoltre ancora la paura del mezzoin quanto tale, della sua presunta potenza suggestiva, ipnotica e istupidente (per questo Morcellini reagiva dicendo che la tv fa bene ai bambini).

    Certo, porre la questione dei contenuti televisivi offerti indiscriminatamente dalle tv ai minori era legittimo, anche se ciò poteva essere confuso con un invito a tornare alla vecchia censura clericale che aveva imperversato in Rai e anche al cinema fino a poco prima. Tuttavia, se i parenti hanno il diritto-dovere di occuparsi dell’educazione dei figli minorenni, hanno anche quello di occuparsi dei contenuti di tale educazione veicolati dai media (negli Stati Uniti, portati sempre a proposito e a sproposito come esempio di liberalismo, era stato a questo scopo realizzato un filtro che esclude dai canali disponibili ai bambini i contenuti che i genitori considerano inadatti, e più tardi filtri analoghi sono stati realizzati per Internet).

    D’altra parte è vero anche che i genitori italiani hanno spesso rinunciato, per scelta o per necessità, a questo diritto-dovere per quanto riguarda la tv, o, se anche hanno tentato di esercitarlo, talora non hanno avuto la competenza mediatica per farlo. Ma non si tratta di un problema privato dei genitori. Educare i figli è anche un dovere sociale, e la democrazia può funzionare effettivamente solo quando genitori e scuola pubblica, senza dipendere da altri poteri, sono in grado di garantire una formazione adeguata ai futuri cittadini, che sono il più prezioso dei beni comuni.

    Molto più gravi furono le responsabilità dei diversi partiti politici: quella più ovvia è consistita nel favorire o tollerare l’avvento del duopolio Rai-Mediaset (oltre tutto in spregio alle mitiche leggi della concorrenza), ma fu molto grave anche la totale inerzia –o colpevole ignoranza– rispetto al problema delle conseguenze che l’affermazione del nuovo mezzo avrebbe potuto avere sul sistema scolastico tradizionale. Il linguaggio della cultura orale e scritta, delle favole e della letteratura, rischiava di essere reso vecchio, noioso e addirittura incomprensibile dal nuovo veloce linguaggio televisivo. La scuola avrebbe dovuto premunirsi cercando in qualche modo di renderlo compatibile con il proprio –in particolare attraverso l’introduzione sistematica della media education. Questo avrebbe dovuto richiedere fin dagli anni ottanta un massiccio investimento sia in attrezzature, sia nella formazione degli insegnanti, sia nell’adeguamento dei programmi e dei metodi.

    Sotto questo profilo gli insegnanti – mal pagati, non formati pedagogicamente e mal coordinati, nonché spesso oggetto di critiche pregiudiziali o impietose da parte dell’opinione pubblica – non potevano essere all’altezza di questo complesso compito. Inoltre essi spesso non hanno mostrato, nel momento dell’impatto della neotelevisione, una particolare sensibilità ai nuovi linguaggi, anche a causa di una tradizione culturale centrata sulla scrittura e timorosa dei nuovi strumenti tecnici.

    3. Consumismo, individualismo, competitività, primato del mercato

    In sintesi, il sistema dei media moderni e in particolare quello delle emittenti commerciali - ben più pervasive del cinema, dei fumetti o della RaiTv degli anni cinquanta e sessanta - si poneva ormai, negli anni ottanta, come un importantissimo potere esterno alle due principali agenzie educative (famiglia e scuola), e prendeva ormai parte in modo massiccio al processo formativo. Ed esso aveva come motore essenziale la pubblicità. Il massmediologo Antonio Pilati nel 1987 si compiaceva già del fatto che la programmazione della nuova televisione commerciale, la parte più importante dei prodotti della conoscenza, era soggetta, grazie all’intermediazione della pubblicità, alla guida delle imprese.

    Questo sarebbe il massimo della democrazia se si accetta l’idea che tutto debba essere impresa, e che ogni individuo sia