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Oltre il fiume: La saga dei Forsyte IX
Oltre il fiume: La saga dei Forsyte IX
Oltre il fiume: La saga dei Forsyte IX
E-book392 pagine5 ore

Oltre il fiume: La saga dei Forsyte IX

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Info su questo ebook

Sono passati quasi due anni dalla drammatica  ne del rapporto con Wilfrid Desert, e la vita di Dinny è ancora sconvolta al ricordo dell’amante partito per sempre.
A distoglierla dalle sue preoccupazioni è il ritorno della sorella Clare, che ha abbandonato il tetto coniugale per i maltrattamenti subiti dal marito.
Il destino delle due sorelle – così diverse eppure così unite – si compirà insieme, portando a conclusione la loro vicenda e l’intera saga dei Forsyte.
Terminato appena prima di morire e pubblicato postumo, Oltre il  fiume è il testamento letterario di John Galsworthy e un epilogo di straordinario lirismo per la sua saga più famosa.
LinguaItaliano
Data di uscita20 mar 2020
ISBN9788899403881
Oltre il fiume: La saga dei Forsyte IX
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Autore

John Galsworthy

John Galsworthy was a Nobel-Prize (1932) winning English dramatist, novelist, and poet born to an upper-middle class family in Surrey, England. He attended Harrow and trained as a barrister at New College, Oxford. Although called to the bar in 1890, rather than practise law, Galsworthy travelled extensively and began to write. It was as a playwright Galsworthy had his first success. His plays—like his most famous work, the series of novels comprising The Forsyte Saga—dealt primarily with class and the social issues of the day, and he was especially harsh on the class from which he himself came.

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    Anteprima del libro

    Oltre il fiume - John Galsworthy

    49

    Dello stesso autore nella collana Aurora:

    Il possidente. La saga dei Forsyte vol. I

    In tribunale. La saga dei Forsyte vol. II

    In affitto. La saga dei Forsyte vol. III

    La scimmia bianca. La saga dei Forsyte vol. IV

    Il cucchiaio d'argento. La saga dei Forsyte vol. V

    Il canto del cigno. La saga dei Forsyte vol. VI

    Fanciulla. La saga dei Forsyte vol. VII

    Landa in fiore. La saga dei Forsyte vol. VIII

    I racconti di Casa Forsyte

    John Galsworthy, Oltre il fiume (La saga dei Forsyte, vol. IX)

    1a edizione Landscape Books, marzo 2020

    Collana Aurora n° 49

    © Landscape Books 2020

    Titolo originale: Over the River. End of Chapter - III

    Traduzione di Giulio e Doletta Caprin, riveduta e corretta

    www.landscape-books.com

    ISBN 978-88-99403-88-1

    In copertina: rielaborazione da Charles James Theriat

    Edizione digitale a cura di WAY TO ePUB

    John Galsworthy

    Oltre il fiume

    La saga dei Forsyte IX

    I.

    Clare, che per diciassette mesi era stata la moglie di sir Gerald Corven, funzionario nelle Colonie, era in piedi sul ponte di un piroscafo che, arrivato dall’Oriente nelle acque del Tamigi, aspettava di entrare in porto. Erano le dieci di una tiepida giornata d’ottobre; essa indossava tuttavia un mantello di panno pesante, disabituata al clima dopo una traversata che era stata calda. Era pallida da sembrar quasi malata, ma i suoi occhi castano-chiari fissavano ardenti la riva e teneva le labbra, appena truccate, socchiuse, così che la sua fisionomia conservava la consueta vivacità. Rimase sola fino a che una voce esclamò:

    «Oh! eccovi finalmente!», e un giovanotto, sbucato da dietro una scialuppa, le si mise accanto. Senza voltarsi lei disse:

    «Una giornata splendida! A casa sarà pure deliziosa».

    «Credevo che sareste rimasta in città almeno per una notte e che avremmo potuto cenare insieme e andare a teatro».

    «Ma, ragazzo caro, verranno a incontrarmi».

    «Che maledizione che certe cose debbano finire!»

    «Spesso è anche peggio che certe altre comincino».

    Il giovane la guardò a lungo e, improvvisamente: «Clare, avete capito, è vero, che vi amo?»

    Lei fece un cenno con la testa. «Sì».

    «Ma voi non mi amate?»

    «Senza pregiudizi…!»

    «Vorrei… vorrei che per un momento ci metteste più ardore».

    «Sono sposata e sono per bene, Tony».

    «E se tornate in Inghilterra perché…».

    «Per via del clima di Ceylon».

    Egli diede un calcio alla murata. «Già, è così buono qui il clima! Io non ho detto nulla, ma so che vostro… che Corven…».

    Lei inarcò le sopracciglia ed egli tacque: quindi tutti e due volsero gli occhi alla costa che, avvicinandosi, si faceva rapidamente sempre più nitida.

    Quando due giovani sono stati insieme per quasi tre settimane a bordo di una nave, non si conoscono affatto bene come credono. Nella ininterrotta vacuità di una vita in cui non c’è nulla tranne il pulsare delle macchine, il fluire delle acque lungo i fianchi della nave e il percorso del sole nel cielo, l’intimità data dalla vicinanza quotidiana porta a un sentimento che è impetuoso e allo stesso tempo indolente. Sanno che la gente parlerà di loro, ma non ci fanno caso. Dopo tutto dalla nave non possono andarsene via e altro da fare non c’è. Ballano insieme e il debole dondolio della nave favorisce un più stretto contatto. Dopo una decina di giorni si sistemano in una vita in comune, più continua di quella coniugale, con la sola differenza che la notte stanno ancora separati. Poi, tutt’a un tratto, la nave si ferma e anch’essi si fermano; allora, almeno da una parte, c’è la sensazione che hanno aspettato troppo a precisare la situazione. Un affanno, un’irritazione, non del tutto spiacevole perché l’incertezza che li teneva sta per finire, pervade i loro animi; si trovano davanti al dilemma di animali terrestri che sono stati in mare.

    Clare ruppe il silenzio.

    «Non mi avete mai detto perché vi fate chiamare Tony mentre il vostro nome è James».

    «Appunto per questo. Vi prego di essere seria, Clare; non ci rimane molto tempo prima che questa malaugurata nave entri in porto. Non posso proprio pensare a non vedervi più ogni giorno».

    Clare gli diede un rapido sguardo e si volse nuovamente verso terra. Pensava: Come è schietto!. Il giovane aveva, infatti, un viso schietto, ovale, di carnagione scura; un’espressione risoluta ma tendente al lieto; occhi grigi, che aveva l’abitudine di socchiudere quando rifletteva, e capelli piuttosto scuri; era sottile e agile.

    Egli la prese per un bottone del mantello.

    «Non mi avete mai detto nulla della sua vita laggiù, ma so che non eravate felice».

    «Non mi piace la gente che parla delle proprie faccende private».

    «Ecco!» Le mise in mano un biglietto mormorando: «Mi si può sempre trovare a questo club».

    Clare lesse:

    James Bernard Croom

    The Coffee House

    St. James’s Street.

    «Non è piuttosto antiquato il Coffee House?»

    «Si, ma è ancora piuttosto distinto. Mio padre mi fece socio quando nacqui».

    «Ho uno zio acquisito che ne è socio, sir Lawrence Mont, alto, magro, leggermente curvo; lo riconoscerà dal monocolo cerchiato di tartaruga».

    «Lo cercherò».

    «Che cosa avete intenzione di fare in Inghilterra?»

    «La caccia a un impiego. Adesso è una delle cose più faticose».

    «Che specie d’impiego?»

    «Qualunque cosa, tranne il maestro di scuola o il piazzista».

    «Ma c’è qualcuno che riesca a fare qualche cos’altro oggigiorno?»

    «No. Sono tempi cattivi. Quello che mi piacerebbe sarebbe un’amministrazione di beni stabili o qualche cosa che abbia a che fare con i cavalli».

    «I latifondi e i cavalli sono due cose che stanno scomparendo».

    «Conosco abbastanza bene uno o due proprietari di scuderia. Ma mi immagino che finirò col fare il conducente di automobile. Voi dove andrete a stare?»

    «Con i miei, almeno da principio. Se, dopo aver passato una settimana in patria, avrete ancora voglia di vedermi mi troverete a Condaford Grange, nell’Oxfordshire».

    «Perché mai vi ho incontrata?», esclamò il giovanotto con improvvisa tristezza.

    «Grazie».

    «Oh! sapete benissimo quello che voglio dire. Dio mio! Si sta già buttando l’ancora. Ecco il motoscafo!… Oh! Clare!»

    «Ebbene?»

    «Non è stato nulla per voi?»

    Clare lo guardò negli occhi prima di rispondere.

    «Sì. Ma non so se potrà mai più essere qualche cosa. Se non lo sarà, grazie di avermi aiutata a passare queste tre brutte settimane».

    Il giovane tacque come possono tacere soltanto quelli i cui sentimenti cercano disperatamente un modo di esprimersi…

    Il principio e la fine di qualsiasi impresa umana sono disordinati: la costruzione di una casa, la stesura di un romanzo, la demolizione di un ponte e, più di tutto, la fine di un viaggio per mare. Clare sbarcò dal motoscafo nella solita confusione e, sempre accompagnata dal giovane Croom, andò a cadere fra le braccia di sua sorella.

    «Dinny! Come sei cara di aver affrontato questa sudicia baraonda! Mia sorella, Dinny Cherrell, Tony Croom. Sono in buone mani adesso, Tony. Andate pure a occuparvi del vostro bagaglio».

    «Ho l’automobile di Fleur» disse Dinny. «Cosa c’è da fare per i tuoi bauli?»

    «Li ho spediti direttamente a Condaford».

    «Allora possiamo andarcene subito».

    Il giovane, accompagnatele alla macchina, le salutò con un’allegria così sforzata che non la diede a intendere a nessuno. L’automobile si allontanò dal porto.

    Sedute l’una accanto all’altra, le due sorelle si guardarono, fissandosi a lungo e con affetto; le loro mani, appoggiate sulla coperta, si strinsero.

    «E così, tesoro!» esclamò finalmente Dinny. «È bello rivederti. Ho sbagliato ad aver letto fra le righe?»

    «No. Da lui non ci ritorno più, Dinny».

    «Proprio più?»

    «No, proprio più».

    «Oh! Dio mio! Povera cara!»

    «Non voglio entrare in particolari, ma era diventato impossibile». Clare tacque, poi improvvisamente, gettando indietro la testa, soggiunse: «Proprio impossibile!».

    «Ha acconsentito a lasciarti andare?»

    Clare scosse la testa. «Sono scappata. Lui era via. Io ho mandato un radiogramma e poi da Suez gli ho scritto».

    Ci fu un altro momento di silenzio. Quindi Dinny, stringendole la mano:

    «Avevo sempre temuto che succedesse».

    «Il peggio è che non ho un soldo. C’è modo di guadagnare qualche cosa, per esempio facendo cappelli, Dinny?»

    «Cappelli di fabbricazione tutta inglese… Chi sa!»

    «O, forse, potrei allevare dei cani bull-terrier, che ne pensi?»

    «Per ora nulla. Ci informeremo».

    «Come state a Condaford?»

    «Si tira avanti. Joan è ritornata da Hubert, ma il suo bambino è qui; ha un anno giusto adesso. Cuthbert Conway Cherrell. Credo che lo chiameremo Cuffs. È proprio un amore».

    «Per fortuna che io non ho complicazioni di questo genere! Alcune cose hanno il loro lato buono». La sua faccia prese un’espressione dura da medaglia.

    «Hai ricevuto nulla da lui?»

    «No, ma mi scriverà appena si renderà conto che faccio sul serio».

    «C’era qualche altra donna di mezzo?»

    Clare scrollò le spalle.

    Di nuovo Dinny le strinse le mani.

    «Non ho intenzione di mettermi a raccontare tutti i miei casi, Dinny».

    «Può darsi che anche lui venga in Inghilterra per questo?»

    «Non so. Anche se viene, non voglio vederlo».

    «Ma, cara, ti troverai in una posizione difficilissima».

    «Oh! Non stiamo a preoccuparci per me. Piuttosto tu come stai?» E guardò la sorella con occhio critico: «Hai un’aria più botticelliana che mai».

    «Sono diventata maestra nel fare economie. Inoltre mi occupo di apicoltura».

    «Rende?»

    «Per ora no. Ma su una tonnellata di miele potremmo guadagnarci settanta sterline».

    «Quanto miele avete avuto quest’anno?»

    «Circa due quintali».

    «Avete ancora qualche cavallo?»

    «Sì, fino a ora siamo riusciti a salvare i cavalli. Ho un progetto per mettere su un forno a Condaford Grange. I contadini vendono il grano a metà prezzo. Io avrei pensato di macinare e fare il pane per noi e per il vicinato. Con poche sterline si potrebbe rimettere in sesto il vecchio mulino e c’è già il posto per il forno. Ci vogliono circa trecento sterline per incominciare. Abbiamo quasi deciso di tagliare degli alberi per procurarcele».

    «I bottegai del paese saranno furibondi».

    «È probabile».

    «Potrà rendere veramente?»

    «Se un ettaro ci dà una tonnellata di grano - vedi Whitaker - calcoliamo di raccogliere trenta tonnellate del nostro grano, più altrettanto grano canadese perché il pane sia buono e leggero; ciò produrrebbe più di ottocentocinquanta sterline, meno, diciamo, cinquecento per le spese di macinatura e cottura. Vorrebbe dire cuocere centosessantadue pani da una libbra al giorno e venderne circa cinquantaseimila all’anno. Dovremmo fornire ottanta famiglie, cioè il villaggio all’incirca. E faremmo il pane più buono e più bello».

    «Un guadagno di trecentocinquanta sterline all’anno», calcolò Clare. «Chi sa!»

    «Chi sa!» replicò Dinny. «Non è per esperienza che dico che ogni preventivo di guadagno deve essere ridotto della metà, perché di esperienza non ne ho; ma ho paura che sia così. Però potremmo contentarci anche della metà. A poco per volta si potrebbe ingrandire l’impresa e col tempo potremmo dissodare parecchi altri campi».

    «Il progetto è buono» disse Clare; «ma il villaggio vi appoggerà?»

    «Per quel che ho potuto sentire, sì».

    «Ci vorrebbe qualcuno per dirigere».

    «Certo. Ci vorrebbe qualcuno disposto a fare qualunque cosa. Potrebbe avere un avvenire, se la cosa attaccasse».

    «Chi sa…». disse Clare di nuovo corrugando la fronte.

    «Chi era» chiese improvvisamente Dinny «quel giovane?»

    «Tony Croom? Oh! Lavorava in una piantagione di tè, ma è stata chiusa». E guardò la sorella bene in faccia.

    «Simpatico?»

    «Sì, un caro figliolo. A proposito, cerca lavoro».

    «Come circa altri tre milioni di persone».

    «Me compresa».

    «Non sei tornata in Inghilterra molto allegra, cara».

    «Ho sentito dire, mentre ero nel Mar Rosso, che è stata abbandonata la parità aurea o che so io. Ma che cos’è questa parità aurea?»

    «È quella cosa che si vorrebbe avere quando non la si ha, e che non si vorrebbe quando invece la si ha».

    «Capisco».

    «Il guaio è, pare, che le nostre esportazioni, i redditi dei noli e gli interessi degli investimenti all’estero non compensano più le importazioni; si spende più di quanto si incassa. Michael dice che chiunque avrebbe potuto prevedere che si stava per arrivare a questo; ma pensavano che al momento buono tutto si sarebbe accomodato. Invece no. Per questo abbiamo il Governo nazionale e le elezioni».

    «Potranno fare qualche cosa se restano al potere?»

    «Michael dice di sì, ma lui è sempre ottimista. Lo zio Lawrence dice che possono fermare il panico, impedire che il denaro vada fuori del paese, mantenere la sterlina abbastanza stabile e metter fine ai profittatori; ma che per questo ci vuole un lavoro di ricostruzione ampio e definitivo che durerà venti anni, e durante questo tempo saremo tutti più poveri. Sfortunatamente, dice, non c’è Governo che possa impedirci di preferire il gioco al lavoro, costringerci a serbare il denaro per pagare delle tasse spaventose o preferire il presente al futuro. Dice anche che se crediamo che per salvare il Paese la gente lavorerà, come ha fatto durante la guerra, ci sbagliamo; poiché, invece di essere un popolo solo contro un nemico esterno, siamo in due contro un nemico interno, cioè noi stessi divisi in due dalle idee opposte sul modo di salvarci».

    «Lo zio crede che il socialismo possa servire a qualche cosa?»

    «No; dice che i socialisti si sono dimenticati che se non possono produrre per pagare i viveri nessuno darà loro da mangiare. Dice che il comunismo e il socialismo libero-scambista hanno qualche possibilità soltanto nei paesi produttori dei propri viveri. Vedi che ho imparato un bel po’. Tutti quanti adoperano molto la parola Nemesi».

    «Pfuh! Dove siamo dirette adesso, Dinny?»

    «Ho pensato che potevamo pranzare da Fleur, per poi prendere il treno delle tre e cinquanta per Condaford».

    Seguì un silenzio durante il quale ognuna delle due sorelle pensò intensamente all’altra, senza averne gioia. Clare sentiva nella sorella maggiore quell’impalpabile cambiamento che avviene nelle persone in cui la gioventù è stata spezzata e poi rabberciata per tirare avanti. E Dinny pensava: Povera bambina! Adesso abbiamo fatto tutte e due la nostra prova. Che cosa farà? Come potrò aiutarla?.

    II.

    «Che pranzo squisito!» esclamò Clare, prendendo lo zucchero in fondo alla tazzina del caffè. «Il primo pasto che si fa a terra è delizioso! Quando si sale a bordo di una nave e si legge il primo menu, si pensa: Dio mio! Quanta buona roba!. Poi si finisce col mangiare prosciutto e carne fredda su per giù a ogni pasto. Hai provato anche tu questa delusione?»

    «Eccome!» disse Fleur. «Però gli stufati all’indiana erano buoni».

    «Non durante la traversata di ritorno. Non posso più vedere uno stufato. Che cosa stanno facendo alla Conferenza della Tavola Rotonda?»

    «Lavorano intensamente. A Ceylon si interessano dell’India?»

    «Non molto. E Michael?»

    «Tutti e due ce ne interessiamo».

    Clare spalancò tanto d’occhi.

    «Ma non potete saperne nulla».

    «Io sono stata in India, sai, e per un certo tempo ho frequentato molti studenti indiani».

    «Eh! già, gli studenti. Questo è il guaio. Loro sono progrediti, mentre la popolazione è ancora molto indietro».

    «Se Clare deve vedere Kit e Kat prima che partiamo», disse Dinny, «dobbiamo andare di sopra, Fleur». Fatta la visita alla stanza dei bambini, le due sorelle andarono alla stazione.

    «Fleur mi fa sempre l’effetto», disse Clare, «di sapere esattamente quello che vuole».

    «E di solito lo ottiene; ma anche per lei ci sono state delle eccezioni. Mi sono sempre chiesta se Michael lo voleva veramente per marito».

    «C’è stato qualche amore andato a male?»

    Dinny fece cenno di sì. Clare guardò fuori dal finestrino.

    «Non è l’unica».

    La sorella non rispose.

    «I treni», disse Dinny nel loro scompartimento di terza vuoto, «hanno sempre tanto spazio libero adesso».

    «Ho un po’ paura di rivedere il babbo e la mamma, Dinny, dopo aver commesso quest’errore madornale. Bisogna proprio che trovi qualche cosa da fare».

    «Sì, a Condaford non potresti essere contenta per molto».

    «Non è per questo. Voglio dimostrare che non sono del tutto una buona a nulla. Mi domando se sarei capace di dirigere un albergo. Gli alberghi inglesi sono ancora parecchio antiquati».

    «Buona idea. Richiederebbe molta energia e vedresti molta gente».

    «Fai la sarcastica?»

    «No, cara, solo ho del buon senso; non ti è mai piaciuta la vita solitaria».

    «Come si fa per trovarne uno?»

    «Ne so quanto te. Adesso sarebbe proprio il momento buono, poiché nessuno potrà più viaggiare all’estero. Ho paura però che per dirigere un albergo ci voglia anche una conoscenza tecnica che bisogna imparare. Il tuo titolo servirebbe».

    «Non lo farei sotto il nome di mio marito. Mi farei chiamare signora Clare».

    «Ah! Non credi che sarebbe bene che mi raccontassi un po’ più delle cose tue?»

    Clare stette per un po’ zitta, poi a un tratto disse:

    «È un sadico».

    Guardandola nel volto avvampato Dinny rispose:

    «Non ho mai capito esattamente che cosa voglia dire».

    «Cercare sensazioni e ricavarne sempre di più facendo soffrire la persona da cui si ricevono. Una moglie è la persona più comoda».

    «Oh! tesoro!»

    «Me ne ha fatte provare d’ogni specie, prima. Il frustino non è stata che l’ultima goccia».

    «Non mi vorrai dire che…!», esclamò Dinny inorridita.

    «Altro che!»

    E Dinny le si fece accanto mettendole il braccio intorno alla vita.

    «Ma, Clare, devi liberarti da lui».

    «E in che modo? Non c’è che la mia affermazione contro la sua. E poi chi vorrebbe dare spettacolo di tanta bestialità? Tu sei la sola persona con cui possa parlarne».

    Dinny si alzò e aprì il finestrino. Aveva la faccia rossa come quella della sorella. Sentì Clare dire scoraggiata:

    «Sono fuggita appena ho potuto. Non c’è nulla che possa esser messo in piazza. La passione normale dopo un po’ stanca e laggiù fa molto caldo».

    «Oh! mamma mia!», esclamò Dinny rimettendosi a sedere di fronte a lei.

    «La colpa è mia. Avevo sempre saputo che avevo scelto un terreno infido; sono sprofondata, ecco tutto».

    «Ma, cara, a ventiquattro anni non puoi essere sposata e non aver marito».

    «Non ne vedo il perché; un matrimonio fallito tranquillizza molto. L’unica cosa che mi preoccupa è di trovare un lavoro. Non voglio pesare al babbo. Se l’è cavata dalle sue difficoltà finanziarie?»

    «Non del tutto. Eravamo quasi in pari, ma queste nuove tasse ci sbilanceranno una seconda volta. Il difficile è tirare avanti senza diminuire il personale. Si è tutti nelle stesse condizioni. Mi sembra sempre che noi e il villaggio non formiamo che una sola famiglia. Dobbiamo affogare o salvarci insieme, e in un modo o in un altro dobbiamo salvarci. Ecco perché mi è venuta l’idea di quel forno».

    «Se non trovassi un altro lavoro potrei occuparmi della consegna a domicilio? Immagino che avrete ancora la vostra vecchia automobile».

    «Cara, potrai aiutarci come vorrai. Ma bisogna ancora cominciare, il che non potrà essere prima di Natale. Intanto ci saranno le elezioni».

    «Chi è il nostro candidato?»

    «Si chiama Dornford. È venuto da poco; una persona per bene».

    «Avrà bisogno di qualcuno che gli faccia propaganda?»

    «Eccome!»

    «Benone. Qualche cosa da fare, tanto per incominciare. Questo Governo nazionale serve a qualche cosa?»

    «Parlano di completare il loro lavoro; ma fino a ora non ci hanno detto come».

    «Probabilmente litigheranno fra di loro appena si troveranno davanti a un progetto costruttivo. Ma sono cose troppo difficili per me. A ogni modo posso andare in giro a dire Votate per Dornford. Come sta la zia Em?»

    «Verrà da noi domani. Improvvisamente ci ha scritto che non aveva visto il bambino; che si sentiva sentimentale; che voleva dormire nella stanza del prete e che nessuno si preoccupasse di aiutarla ad allacciarsi e accomodarsi. È sempre la stessa».

    «Ho pensato spesso a lei» disse Clare. «È una creatura quanto mai riposante».

    Poi ci fu un lungo silenzio; Dinny pensava a Clare e Clare pensava a se stessa. Dopo un po’ si stancò e guardò dalla parte della sorella. Si domandava se Dinny si era veramente rimessa da quella storia con Wilfrid Desert, di cui Hubert le aveva scritto tanto preoccupato mentre stava svolgendosi e così sollevato quando fu finita. Hubert diceva che Dinny li aveva pregati di non parlarne mai. Ma questo era successo più di un anno fa. Adesso poteva tentare di parlargliene o lei avrebbe messo fuori gli aculei come un riccio? Povera Dinny!, pensava: Io ho ventiquattro anni; lei dunque ne avrà ventisette! E se ne stette immobile fissando il profilo della sorella. Era graziosissimo, specialmente per quella punta del naso leggermente all’insù che dava al suo viso un che di audacia. I suoi occhi erano più che mai belli – quel color fiordaliso non stonava – e le ciglia erano straordinariamente scure per dei capelli castani. Ma il viso era smagrito e aveva perso la sua lucentezza e trasparenza da bolla di sapone, come diceva lo zio Lawrence. Se fosse un uomo me ne innamorerei, pensava Clare. È buona. Ma la sua espressione, quando non parla, ora è piuttosto triste. La spiava attraverso le palpebre abbassate. No! Non si poteva chiederle nulla! Quel volto aveva un riserbo faticosamente ottenuto che sarebbe stato imperdonabile turbare.

    «Cara», chiese Dinny, «ti piacerebbe riavere la tua stanza? Ho paura che i piccioni abbiano prolificato un po’ troppo; tubano sempre proprio lì sotto».

    «Non mi dispiace affatto».

    «E per la prima colazione? Vuoi che te la portino in camera?»

    «Cara, non darti nessun pensiero per me. Se qualcuno lo facesse, mi sentirei molto a disagio. Riecco l’Inghilterra in una giornata come questa! L’erba è proprio una bella cosa, e gli olmi e questa atmosfera azzurra!»

    «Ancora una domanda, Clare. Vuoi che dica qualche cosa al babbo e alla mamma o preferisci che non ne parli?»

    Clare strinse le labbra.

    «Immagino che dovranno sapere che non ritornerò da lui».

    «Sì, e anche per quale motivo».

    «Per un’impossibilità generale, allora».

    Dinny approvò. «Non voglio che loro pensino che la colpa è tua. Agli altri si dirà che sei tornata per ragioni di salute».

    «E la zia Em?» chiese Clare.

    «A lei ci penso io. A ogni modo sarà tutta presa dal bambino. Eccoci quasi arrivate».

    Incominciarono a scorgere la chiesa di Condaford e il piccolo raggruppamento di case, le più fatte di paglia, che formavano il nucleo di quel villaggio sparpagliato. Potevano distinguere i fabbricati della fattoria ma non la Grange, perché situata come piaceva agli antichi in una parte più bassa e gli alberi ne nascondevano la vista.

    Clare, schiacciando il naso contro il finestrino, disse: «Commuove. Vuoi sempre bene alla nostra casa, Dinny?»

    «Ancora di più».

    «È strano. Anch’io le voglio molto bene ma non posso viverci».

    «È un fenomeno molto inglese, che ha dato origine all’America e alle colonie. Prendi la valigetta a mano; io prendo l’altra».

    Il tragitto in automobile per la strada di campagna, dove gli olmi erano picchiettati di foglie d’oro, fu breve e dolce nella luce del tramonto, e finì col solito precipitarsi dei cani dall’ingresso buio.

    «Questo è nuovo» disse Clare scorgendo il cocker spagnolo che le annusava le calze.

    «Si, Foch. Scaramouch e lui hanno firmato il Patto Kellogg e quindi non lo osservano. Io sono una specie di Manciuria». E spalancò la porta del salotto.

    «Eccola qua, mamma».

    Dirigendosi verso sua madre, che stava ritta sorridendo pallida e tremante, Clare si sentì per la prima volta un nodo alla gola. Dover ritornare così a turbare la loro pace!

    «Ecco, mamma cara», disse, «è tornata la tua pecora nera! Tu sei sempre la stessa, grazie al Cielo!» Staccandosi da quel caldo abbraccio, lady Cherrell guardò timidamente la figlia dicendo:

    «Il babbo è in studio».

    «Vado a cercarlo io», disse Dinny.

    In quella nuda stanza che manteneva il suo aspetto militare e austero, il Generale stava gingillandosi con uno strumento che aveva inventato per far più presto a infilarsi i pantaloni e gli stivali da caccia.

    «Dunque?», chiese.

    «Clare sta bene, caro, ma temo sia una rottura completa».

    «Male!», esclamò il Generale rabbuiandosi.

    Dinny gli appoggiò le due mani sui risvolti della giacca.

    «Non è colpa sua. Non le chiedere nulla, babbo. Facciamo conto che sia venuta a farci una visita e cerchiamo di rendergliela più piacevole che possiamo».

    «Che cosa ha fatto quell’uomo?»

    «Oh! la sua indole. Io mi ero accorta che c’era un filo di crudeltà in lui».

    «Cosa intendi dire con mi ero accorta, Dinny?»

    «Dal modo con cui sorrideva, dalle sue labbra».

    Il Generale emise un sospiro di profondo sconforto. «Vieni», disse. «Mi racconterai più tardi».

    Con Clare fu, forse, un po’ artificialmente cordiale ed espansivo, non le chiese altro che del Mar Rosso e della natura di Ceylon, che aveva conosciuto soltanto per l’odore aromatico delle coste e una giratina nei Giardini di Colombo. Clare, ancora turbata dall’incontro con la madre, gli fu grata di quella discrezione. Si ritirò piuttosto presto nella sua camera, dove le valige erano già state disfatte.

    Si affacciò all’abbaino ad ascoltare il tubare dei piccioni e l’improvviso frullare delle loro ali quando si sollevavano dalle siepi di tasso del giardino. Il sole, molto basso all’orizzonte, splendeva ancora attraverso i rami di un olmo. Non c’era un alito di vento e i suoi nervi si distendevano in quella calma, rotta solo dai piccioni, in quella atmosfera che aveva un odore così diverso da Ceylon. Aria spiritualmente sana, fresca e alla buona, con un lieve profumo di foglie bruciate. Poteva veder spuntare il fumo azzurro dall’orto, dove i giardinieri avevano acceso un piccolo falò. Si accese una sigaretta. In questa semplice mossa c’era tutta quanta Clare. Non poteva mai riposarsi completamente e stare ferma; doveva sempre essere in moto per un più pieno godimento, che a nature simili viene sempre a mancare. Un piccione, sulla grondaia del tetto pendente rivestito di pietra, la guardava con un soave occhio nero, lisciandosi leggermente. Era bianco e aveva un portamento orgoglioso; così pure lo aveva quel piccolo gelso rotondo, che aveva lasciato cadere le foglie in cerchio a costellare il prato. Gli ultimi raggi penetravano attraverso le poche foglie verdi-gialle rimaste; gli alberi sembravano fatati. Diciassette mesi da quando si era affacciata a questa finestra e aveva guardato al di là del gelso sui campi e l’orlo dei boschi! Diciassette mesi di cieli e alberi stranieri, di odori e suoni e acque straniere. Tutto nuovo e piuttosto stimolante, attraente ma non soddisfacente. Nessuna tregua! Certo non nella casa bianca con l’ampia veranda che aveva occupato a Kandy. Da principio ne aveva goduto, poi aveva dubitato di goderne, quindi si era resa conto che non ne godeva e infine la aveva odiata. Adesso tutto era finito e lei era ritornata! Col dito scosse la cenere della sigaretta e si stirò. Il piccione prese il volo con un frullo.

    III.

    Dinny doveva occuparsi della zia Em.

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