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Il vantaggio dell’intelligenza emotiva: Come migliorare le relazioni personali e lavorative attraverso l'empatia e le emozioni
Il vantaggio dell’intelligenza emotiva: Come migliorare le relazioni personali e lavorative attraverso l'empatia e le emozioni
Il vantaggio dell’intelligenza emotiva: Come migliorare le relazioni personali e lavorative attraverso l'empatia e le emozioni
E-book499 pagine6 ore

Il vantaggio dell’intelligenza emotiva: Come migliorare le relazioni personali e lavorative attraverso l'empatia e le emozioni

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Info su questo ebook

Ogni persona può comprendere, sviluppare e gestire la propria intelligenza emotiva per:
•       costruire relazioni più significative;
•       sfuggire da errori nella comunicazione e nella comprensione dell’altro;
•       aumentare la fiducia e l’ottimismo.
Il vantaggio dell’intelligenza emotiva è una guida pratica, completa e fondata sulla ricerca.
Migliora l’intelligenza emotiva, grazie alla scoperta di 15 elementi cruciali (tra cui considerazione di sé, flessibilità, empatia e controllo degli impulsi).
Risolvi i problemi di comunicazione grazie a nuove tecniche che ti porteranno verso relazioni personali e professionali più appaganti.

Gli autori
Steven J. Stein, Ph.d., psicologo clinico di fama mondiale, è stato assistente professore nel dipartimento di psichiatria dell’Università di Toronto e professore a contratto presso l’Università di York.
Howard E. Book, M.D., consulente organizzativo e psichiatra, è professore associato presso i dipartimenti di psichiatria e amministrazione sanitaria dell’Università di Toronto.
LinguaItaliano
Data di uscita4 feb 2020
ISBN9788833620893
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    Anteprima del libro

    Il vantaggio dell’intelligenza emotiva - Howard E. Book

    Parte I

    L’importanza del QE

    01.

    Cos’è l’intelligenza emotiva

    Ridefinire i concetti di intelligenza e risultato

    Ricordate il primo della classe ai tempi della scuola? Il cervellone che prendeva sempre il massimo dei voti e sembrava destinato a una serie di trionfi continui? Probabilmente avete perso di vista quel giovane studente di successo, ma sapete che uno o due vostri compagni hanno raggiunto traguardi importanti (e forse molto inaspettati). Magari hanno fondato un’azienda che ora dirigono, o sono diventati leader di spicco e rispettati nella propria comunità. Ma all’epoca, chi l’avrebbe mai detto? Allora erano impegnati a socializzare, a suonare la chitarra nello scantinato o ad armeggiare con strani pezzi di ricambio in garage. Magari si sono diplomati a fatica con il minimo dei voti, e hanno iniziato a brillare solo una volta trovatisi nel mondo reale.

    Non è certo una novità che non tutti i talenti soddisfino i requisiti del modello scolastico, piuttosto restrittivo nella misurazione del risultato. La storia è piena di uomini e donne brillanti e di successo che a scuola andavano male, o malissimo, relegati ai margini da insegnanti e consulenti di orientamento scolastico; ma nonostante queste prove eclatanti, la società ha continuato a credere che il successo scolastico equivalga al successo nella vita o, quantomeno, nel lavoro. Ora questo presupposto viene rovesciato.

    La maggior parte di noi sa istintivamente che c’è un abisso tra l’essere bravi a scuola e cavarsela nella vita reale, tra le doti intellettuali e il buonsenso generale. Le prime sono certamente utili ma il secondo, sebbene più intangibile, è molto più interessante: è la capacità di sintonizzarsi sul mondo, di leggere le situazioni e di stabilire un contatto con gli altri, assumendosi la responsabilità della propria vita.

    Ora, grazie all’EQ-i, prove innegabili hanno dimostrato una stretta correlazione tra questa capacità, che ha poco a che vedere con l’intelletto in sé e per sé, e il successo a lungo termine.

    Cos’è il successo? Definiamolo come la capacità di fissare e realizzare i propri obiettivi personali e professionali, qualsiasi essi siano.

    Sembra semplice ma, naturalmente, non lo è. La definizione di successo per ciascuno di noi subirà naturalmente delle variazioni nel tempo: vogliamo cose diverse e perseguiamo obiettivi diversi semplicemente perché abbiamo un’altra età, accumuliamo esperienza e ci accolliamo responsabilità. L’idealismo della gioventù fa spazio alla realtà della maturità e alla necessità di compromessi; imperativi o elementi diversi assumono un’altra intensità, a seconda del ruolo particolare che cerchiamo di ricoprire, ad esempio quello di lavoratore, coniuge o genitore. Qual è la nostra premura principale in un determinato momento? Fare carriera, vivere un matrimonio felice o offrire una guida e un supporto amorevole ai nostri figli? Forse stiamo affrontando una grave malattia, in confronto alla quale tutto il resto passa in secondo piano, e il successo diventa una questione di sopravvivenza. Altro che definizione semplice!

    Ma l’obiettivo fondamentale su cui la maggior parte di noi sarebbe d’accordo, cioè avere successo alle nostre condizioni (o a condizioni per noi accettabili) in un’ampia gamma di situazioni, rimane una costante.

    Non si può dire la stessa cosa per l’idea di successo della società, in continuo mutamento.

    La cultura del Ventesimo secolo, sempre all’inseguimento serrato della scienza e della tecnologia, ha a lungo esaltato l’intelligenza cognitiva come pietra miliare del progresso, così come il compenso economico è da tempo considerato il frutto principale dell’intelligenza. Il problema è che, a volte, tale equazione non ha funzionato come previsto, come ad esempio nella classica domanda: Se sei così intelligente, perché non sei ricco?. Solo in anni recenti abbiamo iniziato ad apprezzare gli stretti collegamenti tra l’intelligenza emotiva e una definizione di successo più ampia, più soddisfacente e più completa che comprenda il posto di lavoro, il matrimonio e le relazioni personali, la popolarità sociale, e il benessere spirituale e fisico.

    Se pensate ai vostri amici e familiari, ma anche ai vostri colleghi e alle persone che incontrate nelle svariate occasioni quotidiane, chi secondo voi ha più successo? Chi sembra condurre la vita più piena e felice? Sono necessariamente le persone più dotate intellettualmente o analiticamente?

    Più probabilmente, alla base della loro capacità di realizzare ciò che desiderano ci saranno altre caratteristiche e abilità. Maggiore è il vostro senso emotivo e sociale, più vi sarà facile gestire in modo efficiente e produttivo la vostra vita. Dopo decenni di lavoro in campo psicologico e psichiatrico, abbiamo concluso che essere emotivamente e socialmente intelligenti è importante almeno quanto esserlo a livello cognitivo o analitico.

    Quali sono le differenze tra QI e QE?

    In parole povere, il QI misura le capacità intellettuali, analitiche, logiche e razionali di una persona; prende perciò in considerazione le abilità verbali, spaziali, visive e matematiche. Esso valuta la prontezza con cui apprendiamo nuove cose, ci concentriamo su compiti ed esercizi, assimiliamo e riportiamo alla mente informazioni oggettive, intraprendiamo un ragionamento, lavoriamo con i numeri, pensiamo a livello teorico e analitico e risolviamo problemi applicando conoscenze pregresse. Se avete un QI alto (la media è 100), siete ben equipaggiati per superare brillantemente ogni tipo di esame, e non a caso otterrete un buon punteggio nei test sul QI.

    Benissimo. Tutti, però, conosciamo persone in grado di raggiungere punteggi altissimi di QI ma che non se la cavano altrettanto bene nella vita lavorativa o personale: infastidiscono gli altri e sembrano proprio non avere successo. La maggior parte delle volte non riescono a capire il perché.

    Il motivo è una forte mancanza di intelligenza emotiva, che è stata definita in vari modi diversi. Reuven Bar-On la descrisse come una serie di capacità, competenze e abilità non cognitive che influenzano la capacità di affrontare gli ostacoli e le pressioni ambientali¹. Peter Salovey e Jack Mayer, che coniarono l’espressione intelligenza emotiva utilizzata oggi, la descrivono come la capacità di percepire emozioni, di accedere a emozioni e di generarle per supportare il pensiero, di capire le emozioni e il loro significato, e di regolare in maniera riflessiva le emozioni in modo tale da promuovere la crescita emotiva e intellettuale².

    Sviluppando l’EQ-i 2.0, l’intelligenza emotiva è stata definita come un insieme di capacità emotive e sociali che influenzano il modo di percepire ed esprimere se stessi, di costruire e mantenere relazioni sociali, di affrontare le sfide e di utilizzare informazioni emotive in modo efficace e significativo³.

    In altre parole, è un insieme di capacità che ci rende in grado di farci strada in un mondo complesso; sono gli aspetti personali, sociali e di sopravvivenza dell’intelligenza complessiva, quel generico buonsenso e quella sensibilità che sono essenziali a un buon agire quotidiano. Nel linguaggio comune, l’intelligenza emotiva è ciò che solitamente chiamiamo saper stare al mondo, o quella rara capacità che definiamo buonsenso. Essa ha a che fare con la nostra capacità di valutare oggettivamente i nostri punti di forza e di essere aperti a riconoscere e sfidare i nostri limiti, i nostri presupposti sbagliati, i preconcetti che non ammettiamo e le convinzioni che ci limitano e ci danneggiano. L’intelligenza emotiva, inoltre, comprende la capacità di leggere l’ambiente politico e sociale e di inquadrarlo, di capire intuitivamente ciò che gli altri vogliono e di cui hanno bisogno, i loro punti deboli e quelli di forza, di non farci toccare dallo stress e di essere persone interessanti che gli altri amano frequentare.

    Breve storia dell’intelligenza emotiva

    Come si è evoluta l’intelligenza emotiva? Semplicemente con l’umanità stessa: la necessità di affrontare, adattarsi e andare d’accordo con gli altri era fondamentale per la sopravvivenza delle prime società di cacciatori-agricoltori. Il cervello umano riflette questo fatto innegabile: sofisticate tecniche di mappatura hanno recentemente confermato che molti processi di pensiero passano attraverso i centri emotivi del cervello, lungo il percorso fisiologico che converte le informazioni esterne in azioni o risposte individuali.

    Da un lato, quindi, l’intelligenza emotiva esiste da sempre. Nel 1872, Charles Darwin pubblicò il primo libro moderno sul ruolo dell’espressione emotiva per la sopravvivenza e l’adattamento⁴.

    Noi, tuttavia, per un punto di vista pratico ci concentreremo sullo sviluppo del concetto di QE nel Ventesimo secolo. Negli anni Venti del ‘900, lo psicologo americano Edward Thorndike parlò di ciò che lui chiamava intelligenza sociale⁵; successivamente, l’importanza dei fattori emotivi venne riconosciuta da David Wechsler, uno dei padri del test del QI che, in un articolo del 1940 raramente citato, affermava che qualunque misurazione completa dovesse includere gli aspetti non intellettivi dell’intelligenza generale⁶. L’articolo parlava anche di ciò che lui chiamava abilità affettive e conative (fondamentalmente, l’intelligenza emotiva e sociale), e che riteneva fondamentali per avere un quadro completo. Sfortunatamente, questi fattori non vennero inclusi nei test di Wechsler del QI, e all’epoca vi si prestò poca attenzione.

    Nel 1948 un altro ricercatore americano, R.W. Leeper⁷, sostenne l’idea di pensiero emotivo, che egli riteneva contribuire al pensiero logico. Ma pochi psicologi o educatori seguirono questa linea di ragionamento per i successivi trent’anni e oltre (un’eccezione importante fu Albert Ellis, che nel 1955 iniziò a esplorare ciò che poi divenne nota come terapia comportamentale razionale-emotiva, un percorso in cui viene insegnato a esaminare le proprie emozioni in modo logico e ponderato⁸). Poi, nel 1983, Howard Gardner della Harvard University scrisse della possibilità delle intelligenze multiple, tra cui ciò che chiamò capacità intrafisiche (in sostanza, un’attitudine all’introspezione) e intelligenza personale⁹.

    In quel periodo, Reuven Bar-On era attivo nel settore e aveva contribuito all’espressione quoziente emotivo o QE¹⁰. L’espressione intelligenza emotiva fu coniata e formalmente definita da John (Jack) Mayer, della University of Hampshire, e Peter Salovey, della Yale University, nel 1990¹¹. Essi ampliarono il concetto del professor Gardner, scelsero la definizione di intelligenza emotiva citata precedentemente in questo capitolo e da allora, con il collega David Caruso, hanno sviluppato un test alternativo per l’intelligenza emotiva che, a differenza dell’EQ-i (Emotional Quotient Inventory), non è di autovalutazione bensì basato sulle abilità. Questo test, denominato MSCEIT (Mayer-Salovey-Caruso Emotional Intelligence Test), ha prodotto una notevole quantità di ricerche negli scorsi nove anni¹². Abbiamo lavorato con loro allo sviluppo di questo test, nella speranza che osservare il fenomeno dell’intelligenza emotiva da due punti di vista diversi faccia ancora più luce su questa importante capacità. Alcuni dei risultati vengono illustrati più avanti in questo libro.

    E l’intelligenza cognitiva?

    Negli ultimi 100 anni l’intelligenza cognitiva e i modi di misurarla, cioè il QI e i relativi test, hanno dominato il punto di vista della società sul potenziale umano.

    Nel 1905 lo psicologo francese Alfred Binet, insieme al suo collega psichiatra Théodore Simon, sviluppò il primo test formale di intelligenza¹³. Il ministero dell’istruzione francese aveva chiesto a Binet di elaborare un metodo per classificare i bambini in base alle capacità. L’obiettivo non era dei più nobili: estromettere i ritardati, ovvero quelli che non avrebbero beneficiato di un sistema con finanziamento pubblico. Binet credeva da tempo che l’intelligenza fosse un procedimento complesso che coinvolgeva il giudizio, il problem solving e il ragionamento; ora poteva mettere in pratica le sue teorie. Insieme a Simon completò e pubblicò un test del QI, inizialmente somministrato a bambini, che gli permise di ottenere standard di performance per vari gruppi di età. Questo rappresentò la base di ciò che divenne noto come età mentali: i risultati di un test avrebbero dato l’età mentale di una persona in relazione ai livelli medi di crescita e di sviluppo intellettuale.

    Nel 1910 il test Binet-Simon sbarcò negli Stati Uniti, dove l’educatore e psicologo Henry Goddard¹⁴ fondò la propria scuola per bambini con ritardo mentale nel New Jersey. Successivamente, il test fu modificato e standardizzato per una fetta più ampia di popolazione americana da Lewis Terman della Stanford University, iniziò a essere somministrato sia a bambini che ad adulti, e divenne noto come test Stanford-Binet¹⁵.

    In questo periodo, la capacità di misurare l’intelligenza cognitiva assunse una nuova importanza: essa poteva non solo identificare e separare dagli altri i ritardati, che avrebbero beneficiato solo marginalmente del programma di istruzione, ma anche individuare le persone con punteggio alto per cui era possibile massimizzare i risultati. Il concetto di QI iniziò presto a decollare e a essere considerato un fattore importante non solo in ambito scolastico, ma anche sul lavoro e nelle relazioni personali. Ma in breve tempo mostrò le sue lacune e fu assalito dalle critiche.

    Per prima cosa insorsero numerosi e lunghi dibattiti sull’influenza della genetica e dell’ambiente, della natura contro la cultura, e vennero sollevate accese controversie sulle differenze razziali e culturali. Gli oppositori dei test per il QI sostenevano che le persone venissero ingiustamente e arbitrariamente etichettate, in un certo senso come in un ritorno ai tempi bui della caccia ai ritardati. Negli anni Sessanta un numero sempre crescente di studi aveva iniziato a mettere in discussione l’importanza relativa dei fattori analitici e cognitivi come misura dell’intelligenza complessiva. Ma, in assenza di un valido schema alternativo, il QI continuò a essere la norma, a prescindere da quanto si fosse inquinato il concetto originale con il passare del tempo.

    Confronto tra QI e QE

    Per essere chiari, l’intelligenza cognitiva si riferisce alla capacità di concentrarsi e pianificare, organizzare materiale, utilizzare parole e capire, assimilare e interpretare fatti. In sostanza, il QI è la misurazione della banca di informazioni personale di un individuo: la sua memoria, il vocabolario, le abilità matematiche, e la coordinazione visivo-motoria. Ecco perché i detrattori del QE sbagliano quando affermano che chiunque promuova l’intelligenza emotiva voglia rimpiazzare il QI o screditarne l’importanza. Rimane il fatto, tuttavia, che il QI non predice il successo nella vita, né può farlo. Per quanto riguarda la sua importanza sul posto di lavoro, gli studi hanno mostrato che può predire tra l’1% e il 20% (la media è il 6%) di successo per un determinato impiego¹⁶. Dall’altro lato, si è visto che il QE è direttamente responsabile di una percentuale tra il 27% e il 45% di successo, a seconda del settore oggetto dello studio.

    Il libro La Mente Milionaria di Thomas Stanley¹⁷, autore di best seller, presenta un sondaggio svolto su 733 multimilionari in tutti gli Stati Uniti. Alla domanda di valutare i fattori (su un elenco di 30) maggiormente responsabili del loro successo, i primi cinque della classifica furono:

    Essere onesti con tutti

    Essere disciplinati

    Andare d’accordo con la gente

    Avere il supporto del coniuge

    Lavorare più duramente rispetto alla maggior parte delle persone.

    Tutti e cinque i fattori descritti riflettono intelligenza emotiva.

    L’intelligenza cognitiva, o QI, era al 21° posto della classifica e veniva sostenuta solo dal 20% dei milionari; il dato scendeva ulteriormente quando dalla ricerca si escludevano avvocati e medici. La media dei punteggi del test SAT [Test riconosciuto in tutte le università americane che valuta il livello di conoscenza dello studente in ambito scolastico, N.d.R.], strettamente correlato al QI, era di 1.190, più alta della norma, ma non abbastanza per essere ammessi a un college di prim’ordine. E la media dei voti? Risultò di 2,92 su 4, niente di particolarmente esaltante.

    Un’altra importante differenza tra intelligenza cognitiva ed emotiva è che il QI è piuttosto fisso: tende a essere massimo intorno ai 17 anni, rimane costante nell’età adulta e declina in età avanzata. Il QE invece non è fisso. Uno studio del 1997 su quasi 4.000 persone in Canada e negli Stati Uniti (vedi Figura 1-1) stabilì che il QE aumenta stabilmente da una media di 95,3 (alla fine dell’adolescenza) a una media di 102,7 (valore che rimane fino ai 50 anni). Dopo i 50 anni diminuisce un po’ scendendo a 101,5, un declino poco significativo. Vi farà piacere sapere che questo stesso schema si verifica sia negli uomini che nelle donne.

    Figura 1-1: QE per fasce di età (1997)

    Riprodotto con il permesso di Multi-Health Systems, Inc., Toronto, Canada. www.mhs.com

    Recentemente abbiamo ripetuto questo studio durante il processo di revisione e sviluppo dell’EQ-i 2.0: come potete vedere dalla Figura 1-2, i dati raccolti nel 2010 corrispondono all’incirca a quelli di 13 anni prima. Questa volta essi si basavano su 4.000 cittadini statunitensi e canadesi secondo il censimento del governo relativo a genere, regione, razza, etnia e classe sociale. Noterete alcuni cambiamenti nei punteggi della popolazione nel corso dei 13 anni; la cosa più importante è che il lieve ribasso si è ora spostato nella fascia di età dei settantenni (rispetto al gruppo degli over 50).

    Fig. 1-2: QE per fasce di età (2010)

    Riprodotto con il permesso di Multi-Health Systems, Inc., Toronto, Canada. www.mhs.com

    Tutto questo non dovrebbe stupire: invecchiamo ma diventiamo più saggi, viviamo e impariamo, tra le varie cose, a bilanciare emozione e ragione. Ma molte volte queste lezioni rimangono sommerse, erose da doveri e dure realtà spesso in conflitto. Coraggio: parafrasando il dott. Benjamin Spock, provate più sentimenti di quanto crediate. E soprattutto, potete lavorare di più sui vostri sentimenti e comportamenti ogni volta che lo desiderate, perché l’intelligenza emotiva è molto specifica. Potete cioè lavorare su particolari ostacoli in ciascuna delle 15 scale dell’EQ-i, man mano che si manifestano; non è necessario occuparsi di tutto in una volta sola (a proposito: la possibilità più che concreta di un miglioramento che dura tutta la vita, anziché un’inevitabile fossilizzazione o declino, depone a favore dell’importantissimo contributo delle persone di una certa età sul posto di lavoro. Un datore di lavoro scaltro farebbe bene ad affidare il proprio staff a persone mature; com’era prevedibile, abbiamo scoperto che esse portano una necessaria stabilità, ma la cosa sorprendente è che tendono anche a essere migliori dei colleghi giovani nel problem solving e che, spesso, hanno più i piedi per terra).

    Queste sono alcune delle differenze più importanti tra QI e QE; ma rimangono alcuni pregiudizi. Per esempio, alcuni continuano a confondere il QE con altri concetti psicosociali che sono stati inseriti in altri test e sondaggi sul potenziali umano. Per capire cosa differenzia il QE, e perché rappresenta uno strumento superiore di misurazione, vediamo alcune cose che non corrispondono al QE.

    Innanzitutto, non è una predisposizione, che riguarda invece la capacità di una persona di riuscire bene in un particolare settore tecnico, attività o disciplina. Non è un risultato, che riguarda determinati tipi di performance, come per esempio una pagella scolastica. Non è un interesse professionale, che riguarda la naturale inclinazione o predilezione per un determinato settore lavorativo. I test vocazionali potrebbero indicare un vostro interesse in impieghi che prevedano di lavorare con le necessità emotive di altri, come la psicologia, il servizio sociale, il ministero religioso o il counseling; tuttavia, la vostra predisposizione potrebbe indicare che avete un’eccellente manualità, la quale vi conferisce la capacità di svolgere bene professioni come la chirurgia, l’arte muraria, la falegnameria o l’edilizia. Spesso gli interessi professionali e le capacità non coincidono.

    Il QE non rappresenta nemmeno la personalità, quell’insieme unico di tratti che contribuiscono a formare i modi di pensare, di sentire e di comportarsi tipici, duraturi e certi di una persona. Immaginate la personalità come il modo in cui una persona accoglie il mondo e si rapporta a esso, o come la risposta in due parole alla domanda Che tipo è?: si potrebbe dire che una persona è timida e meditativa, molto diretta, oppure affabile, ma con un grande senso dell’umorismo conoscendola meglio.

    La personalità è il concetto più spesso confuso con l’intelligenza emotiva, ma le due cose si differenziano in due aspetti importanti. Innanzitutto, come per il QI, i tratti che formano la nostra personalità sono fissi: se la nostra inclinazione è essere onesti, introversi o leali difficilmente prenderemo una direzione diversa e inaspettata. Gli psicologi definiscono questi tratti statici, e la personalità complessiva di un individuo strategica, per indicarne la portata a lungo raggio. Questo permette di dividere i test di personalità in tipi: l’avventuriero, l’educatore, il sensibile, e così via. In questo modo le persone possono essere etichettate troppo nettamente: si veda ad esempio la cosiddetta personalità di tipo A (molto ambizioso e tendente alla rabbia) in confronto alla personalità di tipo B (rilassato e meno ambizioso). Il problema di queste suddivisioni arbitrarie è che si perde la possibilità di cambiamento in meglio: le persone tendono a sentirsi intrappolate in ciò che il destino ha assegnato loro.

    L’intelligenza emotiva, invece, è fatta di capacità sul breve termine, di tattiche, dinamiche, che possono essere messe in gioco a seconda di ciò che la situazione richiede. Quindi le fondamenta dell’intelligenza emotiva di una persona, e la sua struttura complessiva, possono essere migliorate con il training, il coaching e l’esperienza.

    Quali sono le fondamenta del QE?

    Nell’Appendice A, alla fine di questo libro, troverete una descrizione completa dello sviluppo e del perfezionamento dell’EQ-i 2.0.

    Originariamente, Reuven Bar-On sviluppò un modello che definiva l’intelligenza emotiva dividendola in cinque aree generali e 15 sottosezioni (o scale). Sulla base degli studi e delle teorie più recenti sull’intelligenza emotiva, il team di MHS ha creato il nuovo EQ-i 2.0 con alcune revisioni. I capitoli dal 3 al 17 illustrano queste aree e scale.

    Figura 1-3: Modello dell’Intelligenza Emotiva

    Riprodotto con il permesso di Multi-Health Systems, Inc. (2011), Toronto, Canada. www.mhs.com

    L’area della percezione di sé riguarda la capacità di conoscere e gestire se stessi; essa comprende l’Autoconsapevolezza Emotiva, cioè la capacità di riconoscere come ci si sente e perché, e l’impatto che le proprie emozioni hanno sui pensieri e sulle azioni proprie e altrui; la Considerazione di Sé, cioè la capacità di riconoscere i propri punti di forza e quelli di debolezza e di sentirsi bene con se stessi nonostante le debolezze; la Realizzazione di Sé, cioè la capacità di cercare di migliorarsi continuamente e di perseguire obiettivi significativi che arricchiscano la propria vita.

    L’area dell’espressione di sé riguarda il modo di affrontare il mondo. Essa comprende l’Espressione Emotiva, cioè la capacità di esprimere i propri sentimenti verbalmente e non, l’Assertività, cioè la capacità di esprimere chiaramente i propri pensieri e convinzioni, di mantenere la propria posizione e di difenderla in modo costruttivo, e l’Indipendenza, cioè la capacità di avere iniziativa e controllo personali, di camminare con le proprie gambe.

    L’area interpersonale riguarda le competenze sociali, cioè la capacità di interagire e relazionarsi agli altri, ed è composta da tre scale. Le Relazioni Interpersonali si riferiscono alla capacità di costruire e mantenere relazioni di beneficio reciproco, caratterizzate dal dare e ricevere e da un senso di fiducia e comprensione. L’Empatia è la capacità di riconoscere e capire ciò che gli altri potrebbero sentire e pensare; è la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona. La Responsabilità Sociale è la capacità di fare parte in modo cooperativo e costruttivo del proprio gruppo sociale, e della società nel suo complesso.

    L’area della capacità decisionale (Decision Making) riguarda la capacità di utilizzare le emozioni nel modo migliore possibile come aiuto per risolvere problemi e fare scelte ottimali. Le sue tre scale sono: Controllo degli Impulsi, cioè la capacità di resistere o posticipare la tentazione di agire precipitosamente; Test della Realtà, cioè la capacità di vedere le cose per ciò che sono, anziché per ciò che si desidererebbe o temerebbe; Problem Solving, cioè la capacità di trovare soluzioni a problemi in cui sono coinvolte le emozioni, utilizzando l’emozione giusta a un livello ottimale.

    L’area della gestione dello stress riguarda la capacità di essere flessibili, tollerare lo stress e controllare gli impulsi. Le sue tre scale sono: Flessibilità, cioè la capacità di adattare i propri sentimenti, pensieri e azioni a condizioni mutevoli, difficili o inconsuete; Tolleranza allo Stress, cioè la capacità di rimanere calmi e concentrati, di sostenere in modo costruttivo eventi avversi ed emozioni conflittuali senza farsi sopraffare; Ottimismo, la capacità di mantenere un atteggiamento realisticamente positivo, specialmente di fronte alle avversità.

    C’è anche un indicatore indipendente della felicità, che è la capacità di sentirsi soddisfatti della vita, di godersi se stessi e gli altri e di provare gusto ed entusiasmo in una serie di attività.

    Tabella 1-1

    Le Scale dell’EQ-i 2.0 e ciò che valutano

    Definizioni riportate con il permesso di Multi-Health Systems. Leggermente modificate in base a Emotional Quotient Inventory 2.0 Manual (2010), Multi-Health Systems, Inc., Toronto, Canada. www.mhs.com

    Questo libro e l’EQ-i 2.0

    L’EQ-i 2.0 si compone di 133 punti, ed è un test di autovalutazione da completare indicando la frequenza con cui ci si ritrova in ciascun punto, con cinque possibili risposte che vanno da mai/raramente a sempre/quasi sempre. Ciascuna delle 16 scale viene conteggiata singolarmente, così come ciascuna delle cinque aree; infine si ottiene un punteggio complessivo che, analogamente a un test del QI, scende o sale rispetto a 100, così come i punteggi di ciascuna area e scala.

    L’EQ-i 2.0 è stato progettato per includere una vasta gamma di sfumature. Non è un test che si limita a indicare la misura dell’intelligenza emotiva di una persona, anzi deve essere somministrato e interpretato da un professionista competente, in grado di capire tali sfumature e la correlazione tra i punteggi delle 16 scale che compongono l’intelligenza emotiva e di dare un feedback alla persona sottoposta a valutazione per confermare o mettere in discussione i risultati del test. I risultati danno informazioni su tre livelli differenti: rispetto alla popolazione in generale, nelle 5 aree, e nelle 16 scale. Questa specificità permette una lettura molto più pertinente rispetto a molti test del QI, che forniscono solo un’unica cifra cumulativa.

    Se siete interessati all’EQ-i 2.0, nell’Appendice 1 spieghiamo come poter fare il test con un professionista qualificato nella vostra zona; per il momento, l’obiettivo di questo libro è permettervi di migliorare la vostra intelligenza emotiva autonomamente, che scegliate o meno di sottoporvi all’EQ-i 2.0. Per ulteriori informazioni, visitate il sito www.mhs.com e selezionate emotional intelligence.

    È davvero possibile, migliorare il proprio QE?

    Sappiamo che è possibile migliorare l’intelligenza emotiva perché l’abbiamo visto con i nostri occhi molte volte, lavorando con CEO [Amministratori Delegati, N.d.R.] e altri dirigenti di aziende, insegnanti scolastici, personale militare, counselor e consulenti, professionisti della salute mentale, mariti e mogli. Adottando metodi collaudati della terapia cognitiva e comportamentale, oltre che della teoria psicodinamica, abbiamo insegnato a molte di queste persone ad accrescere la propria intelligenza emotiva in modi facilmente comprensibili e di dimostrata efficacia.

    Come abbiamo detto in precedenza, in tutto questo è fondamentale il concetto di successo. Raccogliendo i punteggi del QE di centinaia di migliaia di persone molto diverse, hanno iniziato a emergere alcuni trend. Chi ha una vita matrimoniale che funziona mostra un profilo più efficace rispetto a chi non è riuscito a far funzionare il proprio matrimonio; chi ha più successo nell’affrontare problemi di salute ha punteggi più alti in varie scale dell’EQ-i 2.0 rispetto a chi li affronta con meno successo; e, naturalmente, anche chi riesce bene in tutti i tipi di professione tende a eccellere in determinate scale. Finora, i ricercatori di MHS sono stati in grado di utilizzare questo database in costante aumento per sviluppare profili per piloti della marina militare, lavoratori nel settore dell’high-tech, avvocati, giornalisti, professionisti delle vendite, e per una miriade di altri impieghi.

    Come abbiamo fatto? Poniamo che Mario Rossi, senior manager in un’azienda, senta di poter avere più successo e di poter essere più efficiente nei suoi compiti; o forse lo pensano i suoi superiori, che lo spingono a migliorare le sue capacità. Innanzitutto, analizziamo il suo profilo professionale: cosa fa e che ruolo svolge? La risposta a queste domande ci permette di individuare quali delle 16 scale sono più attinenti alla sua posizione. Ma probabilmente non è l’unico a ricoprirla, quindi procediamo a elaborare un profilo di QE dei suoi pari di maggior successo in quell’azienda e in altri confrontabili. Successivamente, Mario fa il test EQ-i 2.0 di cui rileviamo il punteggio e interpretiamo il risultato. Poi presentiamo un resoconto dettagliato dei relativi punti di forza e di debolezza, che vengono confrontati con quelli dei suoi pari di successo (e in alcuni casi con quelli di minor successo). Se ci viene richiesto, possiamo offrire il training per le caratteristiche più importanti per il suo lavoro, e su cui ha maggiormente bisogno di aiuto. Con il tempo i suoi punteggi bassi o mediocri miglioreranno, e il suo profilo inizierà a rispecchiare più accuratamente quello di chi ha una performance stellare e svilupperà nuove capacità, o sarà in grado di rafforzare quelle latenti, così da operare in modo più simile ai senior executive di successo come desidera.

    O forse Mario Rossi, pur eccellendo in ambito professionale, incontra difficoltà nella vita privata. In questo caso, esaminiamo i suoi risultati nell’EQ-i 2.0 e li confrontiamo con i profili di uomini della sua stessa età e posizione che hanno una vita matrimoniale più soddisfacente; possono emergere diversi punti di crisi o problematici e diverse lacune. Sebbene tutti i ruoli che una persona cerca di svolgere (lavoratore, coniuge, genitore o altro) richiedano l’esercizio di tutte le 16 scale dell’intelligenza emotiva, la loro intensità, o peso relativo, varia nell’insieme. Valutando Mario Rossi in un altro contesto, cioè come membro di un gruppo di uomini sposati, possiamo concentrarci sul training di quelle abilità che permettono ai mariti di andare maggiormente d’accordo con le proprie mogli. Le sue probabilità di avere successo aumenteranno notevolmente se sa quali capacità possiedono i coniugi soddisfatti.

    Inoltre, ci sarà un’inevitabile ripercussione o impollinazione incrociata da un ruolo all’altro: quando si acquisisce una capacità, la si può utilizzare in più ambiti. Se Mario impara a comunicare più apertamente ed efficacemente con sua moglie, tenderà a portare quelle lezioni in ufficio, a beneficio di tutte le persone coinvolte.

    In questo modo, l’EQ-i 2.0 va oltre un semplice punteggio con base 100 per valutare qualcuno in relazione alla popolazione globale: è uno strumento molto più preciso e raffinato, in grado di cogliere e misurare quelle capacità che sono direttamente correlate al successo in una serie illimitata di categorie, impieghi o situazioni personali. Abbiamo sviluppato profili per madri che lavorano, genitori single di entrambi i sessi e persone di mezza età che devono prendersi cura di un genitore anziano o non autosufficiente. L’elenco è potenzialmente infinito, perché l’intelligenza emotiva mantiene la propria importanza attraverso lo spettro socioeconomico.

    A prima vista c’è una differenza abissale tra il CEO di una grande azienda e una persona che ha perso la casa in un periodo difficile; tuttavia, entrambi sarebbero d’accordo sulla definizione di successo precedentemente citata, ed entrambi possono allenarsi per sviluppare le qualità di cui hanno bisogno per avere successo nei rispettivi ambiti. Il CEO vorrebbe destreggiarsi meglio nella giungla degli affari, il senzatetto cerca un modo di utilizzare efficacemente i servizi sanitari e sociali e, impegnandosi, di recuperare la propria autonomia. Non si tratta di un parallelo superficiale: i senzatetto di successo hanno capacità che permettono loro di avere accesso a un posto letto al sicuro in ostello, di sopravvivere tra le difficoltà della strada e si adoperano con volontà per risolvere i problemi che li affliggono. Per loro, il successo è un problema tanto quanto lo è per il CEO.

    Fa differenza essere emotivamente intelligenti od ottusi?

    Se l’intelligenza emotiva ridefinisce il significato di intelligenza stessa, allora Reuven Bar-On aveva ragione ad affermare che essa mette tutti nelle stesse condizioni rispetto al successo; aiuta a spiegare quei casi in cui alcuni individui con QI elevato falliscono nella vita, mentre altri con un QI solo modesto possono ottenere risultati eccezionali¹⁸.

    Sfortunatamente, queste e altre affermazioni hanno portato a numerosi fraintendimenti e attacchi avventati al concetto stesso di intelligenza emotiva. Non ci interessa contestarli, ma è necessario sottolineare un paio di punti.

    Per alcune persone, la presenza stessa della famigerata parola emozione è sufficiente a farle fuggire in direzione opposta. Nel corso dei nostri seminari e presentazioni pubbliche, ci troviamo spesso a confrontarci con scettici che fanno le solite battute sul fatto che il vogliamoci bene o la roba da donne stiano invadendo i luoghi di lavoro, se non il mondo intero. Spesso si calmano, e iniziano ad ascoltare e

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