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Lunghezza:
439 pagine
6 ore
Pubblicato:
Mar 6, 2020
ISBN:
9788868153397
Formato:
Libro

Descrizione

Berlino, autunno 1951. La Germania nazista, dopo aver vinto la guerra, è ormai stata accettata da tutti, sia in patria sia all’estero, come un grande stato europeo. Alla guida del paese si trova Reinhard Heydrich, uno dei più feroci dirigenti del partito durante il Terzo Reich. Adolf Hitler, mantenendo il titolo di Führer, vive un’esistenza anonima e appartata e tutto, nella nazione tedesca, appare ormai normalizzato. Qualcuno, però, ancora non si è piegato alla nuova realtà uscita dalla guerra. Qualcuno sogna l’avvento di un mondo privo di nazisti, senza rinunciare ad impegnarsi in prima persona a raggiungere questo obiettivo. Tra incontri fortuiti, amicizia, amore e un passato che non va dimenticato - ma anzi ricordato - Marius e i suoi compagni si ritroveranno a vivere un’avventura dai risvolti imprevedibili e dal finale inaspettato.

Pubblicato:
Mar 6, 2020
ISBN:
9788868153397
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Gabriele Chiarolanza è nato nel 1978 a Venezia. Attualmente vive nella provincia di Treviso con la moglie e la figlia piccola. Intrapresa la carriera universitaria a Trieste, presto si è scoperto grande appassionato di storia, in particolare della Prima Guerra mondiale.


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Anteprima del libro

La crepa - Gabriele Chiarolanza

La crepa

romanzo

Gabriele Chiarolanza

Meligrana Editore

Copyright Meligrana Editore, 2019

Copyright Gabriele Chiarolanza, 2019

Tutti i diritti riservati

ISBN: 9788868153397

Editing: Giulia Baldini

Meligrana Editore

Via della Vittoria, 14 – 89861, Tropea (VV)

(+ 39) 338 6157041

www.meligranaeditore.com

info@meligranaeditore.com

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Gabriele Chiarolanza

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La crepa

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Gabriele Chiarolanza

Gabriele Chiarolanza è nato nel 1978 a Venezia. Attualmente vive nella provincia di Treviso con la moglie e la figlia piccola. Intrapresa la carriera universitaria a Trieste, presto si è scoperto grande appassionato di storia, in particolare della Prima Guerra mondiale. Con Meligrana ha già pubblicato La Morte attende tranquilla (2018).

Contattalo: rectoitinere@gmail.com

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A Maddalena,

per l’entusiasmo.

Poi venne l’incendio del Reichstag,

poi sparì il Parlamento,

Göring sguinzagliò le sue bande

e ogni diritto fu infranto.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri

Ci fu un momento nel quale capimmo di non poter più stare a guardare. È giunto il tempo di raccontare quanto accadde tra l’autunno del 1951 e la fine del 1952, quando decidemmo di uscire dalle nostre comode vite rassicuranti, per inoltrarci nell’oscuro cammino delle menti libere.

Ne è valsa la pena? Non è facile dare una risposta ad un quesito come questo. In troppi sono rimasti indietro, senza poter beneficiare di una benché minima scelta. Molti, nella loro apparente normalità, seguitano a vagabondare per le strade senza una meta precisa, uomini e donne incapaci ormai di formulare un pensiero autonomo.

Ogni guerra ha i suoi caduti. E questa guerra, da noi combattuta, non fa eccezione. Sono forse costoro i migliori tra noi? Gli stessi che non torneranno più? Così sembra, a un primo colpo d’occhio. Tutto ciò che resta, è il tentativo di onorare la loro memoria facendo del nostro meglio, qui ed ora. Saremo all’altezza del compito? Riusciremo a non farci schiacciare dalla voce di quanti non sono più qui, con noi?

PARTE PRIMA

L’inizio

Berlino, novembre 1951

Il soggiorno era pieno di fumo. Eravamo in tre. Qualcuno fumava nervosamente, nel vano tentativo di alleggerire la tensione. Ci eravamo riuniti lì, poco prima delle otto di sera, per ascoltare il discorso radiofonico del Cancelliere. Lo scrivo con la lettera maiuscola, così come ci aveva insegnato il nostro zelante professor Dorff al liceo. Ricordo che non tollerava nessuno sgarro alla regola aurea di ogni buon tedesco: mostrare sempre il massimo rispetto verso l’autorità governativa che amministrava, come un faro nella notte, la Grande Germania, in tutti i momenti nella giornata. Corollario: attenzione maniacale ai dettagli. Cancelliere andava scritto con la maiuscola. Se qualche sventurato se ne dimenticava, in un tema per esempio, riceveva il voto più basso con tanto di segnalazione al preside. Sì, perché già a scuola era possibile essere segnalati prima al preside e poi, se questi lo riteneva opportuno, al commissario politico scolastico.

Sto divagando, come al solito. Il professor Dorff, sebbene io stessi sempre attento ai dettagli a lui tanto cari, soleva ripetermi spesso: Klein, lei è troppo prolisso! Non lo vede che ha impiegato quattro righe per esprimere un concetto, che non ne richiede più di una e mezza? Santo Iddio, sia più conciso la prossima volta!

Dunque, dicevo del Cancelliere. Reinhard Heydrich aveva parlato per una mezz’ora buona, con quel suo tipico tono di voce un po’ nasale, facendomi pensare che fosse un uomo dalle qualità un po' incerte. Purtroppo, la realtà era ben lungi dal seguire le mie impressioni, del tutto imprecise. Heydrich aveva dimostrato ampiamente quali fossero le sue qualità, traendone sempre il massimo vantaggio. Difficile dire se fosse peggio lui o Hitler. Alle urla del Führer erano seguiti i toni più melliflui, ma non meno virulenti, di Heydrich. Era sopravvissuto ad un attentato a Praga alla fine di maggio 1942, quando un commando composto di due soli uomini, per un pelo non era riuscito ad ammazzarlo. Era rimasto sospeso tra la vita e la morte per qualche giorno, per poi riprendersi lentamente, mentre i due attentatori, rifugiatisi presso la chiesa di san Cirillo e Metodio, compivano una carneficina contro le ondate delle SS, inviate dentro il santuario nel tentativo di stanarli. Si diceva che i due, prima di suicidarsi con del veleno, avessero provocato la morte di decine e decine di uomini, sfruttando l’ambiente angusto della chiesa, dove i nazisti erano costretti ad entrare pochi alla volta.

La furia di Heydrich e dei suoi accoliti non si era fatta attendere. Praga fu messa a ferro e fuoco e chiunque fosse anche solo sospettato di aver simpatizzato con il commando di attentatori, venne come minimo messo agli arresti. Ai più, però, non andò così bene. Molti furono deportati, o semplicemente giustiziati sul posto.

Ma torniamo a noi. Heydrich, l’attuale Cancelliere, nel suo discorso alla nazione aveva magnificato il rinnovo degli accordi con Stati Uniti e Inghilterra, così da mantenere vivo il commercio internazionale, favorevole alla Grande Germania. Assicurò che sarebbero seguiti a breve ulteriori patti anche con Francia e Italia. Tutto procedeva bene e i confini del Quarto Reich erano più solidi che mai. Ogni volta che Heydrich pronunciava le parole Quarto Reich, non riusciva a trattenere un tono tronfio di infantile esultanza. Essere riuscito a diventare il successore di Hitler, fautore dell’ormai mitico Terzo Reich, che aveva catapultato la Germania dalla sconfitta durante la Grande Guerra alla vittoria nell’ultimo conflitto, rappresentava il coronamento massimo della sua carriera, all’interno dell’apparato nazista.

A noi, però, cioè a me e ai miei due compagni di attività sovversiva, non interessavano i proclami della Bestia Bionda. Già, perché Heydrich, oltre ad aver fatto togliere la t finale dal suo nome, così da suonare meglio, non aveva fatto nulla per impedire a chiunque di usare il soprannome con cui era noto durante la guerra. Sebbene la cosa mi seccasse tremendamente, fui costretto ad ammettere quanto quell’espressione fosse azzeccata. Non che gli altri dirigenti nazisti non fossero delle bestie, ma Heydrich ci metteva qualcosa in più. Lui era uno di quelli che possedevano la cattiveria necessaria, per portare a termine qualsiasi obiettivo si prefissassero. Se si voleva contrastare la Bestia Bionda, era di primaria importanza possedere una volontà di ferro, finché lo scopo non fosse stato raggiunto. Ad ogni costo. Era esattamente quanto desideravo fare, nei più profondi recessi del mio essere, con o senza l’aiuto dei miei due compagni d’avventura seduti di fronte a me, sul piccolo divano, in quel covo che ci eravamo ritagliati in una vecchia palazzina alla periferia di Berlino.

* * *

Non riuscirono ad uccidere Heydrich, così come non riuscirono ad uccidere Hitler qualche anno più tardi. Qual era dunque la mia idea, ora che avevo ventun anni portati con supponenza? Il mio proposito, che mi guardavo bene dal confessare ad anima viva, era vendicare i due paracadutisti del commando, che nel 1942 aveva attentato alla vita della Bestia Bionda, mancando l’obiettivo per un soffio. Come? Uccidendo finalmente quell’essere immondo. La Bestia Bionda doveva morire: questa era la mia unica certezza.

Mi alzai improvvisamente dalla poltrona dove ero seduto, come se fosse scattata improvvisamente una molla nel mio corpo. Karlsen e Antonov mi osservarono stupiti.

Che accidenti ti succede, Klein? mi apostrofò Karlsen, un biondo dagli occhi azzurri, che poteva essere etichettato come il perfetto ariano ad occhi chiusi, se non fosse stato per le sue idee pericolosamente rivoluzionarie e bolsceviche.

Mi avvicinai alla finestra, borbottando distrattamente: Niente, niente. Ho soltanto bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe, tutto qui.

Karlsen non parve molto convinto dalle mie parole, mentre Antonov, alto, magro e quasi scheletrico, allargava le braccia senza dire nulla. Antonov era un tipo di poche parole ma, quando si trattava di sfoderare determinazione e senso pratico, non era secondo a nessuno. Conosceva bene la mia irrequietezza, ma non me la faceva mai pesare. Era come se ogni volta che davo segni di avere qualche grillo per la testa, pensasse: E cosa vogliamo farci? È fatto così, ma è un buon diavolo!

Mi accostai alla finestra. Fuori la notte regnava tetra, quasi a voler inghiottire ogni cosa, dallo scarno paesaggio di bassi palazzi intorno a noi fino alla Germania intera. L’agonia della notte nazista senza fine pareva aver fagocitato il mondo intero, ormai, da quando la guerra era stata trionfalmente vinta alcuni anni prima. Osservai i fasci dei riflettori spazzare l’oscurità, un triste rito al quale ormai ci eravamo abituati. Nelle alte sfere, qualcuno aveva decretato che, sebbene il conflitto fosse stato archiviato con successo, le grandi città dovevano essere dotate di giganteschi riflettori, così da sorvegliare i cieli e rammentare ai buoni cittadini tedeschi che il governo vegliava sempre su di loro, anche quando dormivano.

Quei dannati riflettori che si muovevano a destra e sinistra, mi irritavano profondamente. Li consideravo uno dei più biechi simboli del partito nazista. Al punto che uno dei miei più grandi desideri era quello di vederli bruciare, mentre una folla inferocita gli si scagliava addosso, abbattendoli con estrema violenza. Se i riflettori fossero stati distrutti, pensavo, ciò avrebbe significato che il partito non sarebbe più ricomparso.

Mentre riflettevo su quelle fantasie, avvertii ancora più forte l’impulso di fare qualcosa, di dare il mio contributo per un mondo privo di nazisti. La consapevolezza di quanto i miei ventun anni mi influenzassero, facendomi credere che davvero un mondo siffatto sarebbe stato possibile, ancora non mi sfiorava. L’unica cosa di cui ero certo, era quella di provare a mettere in pratica l’idea di assassinare la Bestia Bionda. Il problema era che non avevo la minima idea di come fare.

Prima che tutte quelle strane idee prendessero il sopravvento, portandomi lontano da Karlsen e Antonov, quest’ultimo mi richiamò alla realtà.

Allora, Klein, che ne dici di questa novità? domandò, curioso.

Di quale novità stai parlando?

Antonov alzò gli occhi al cielo, colto da un fremito d’indignazione.

Perdio Klein! È da un pezzo che ne stiamo discutendo! esclamò, stizzito. Parliamo di quella dannata scuola a Norimberga. C’eri anche tu seduto qui, qualche attimo fa, o no?

Ovviamente aveva ragione lui. Ci stavamo scambiando le nostre opinioni riguardo la nuova scuola, che sarebbe stata aperta in pompa magna di lì a poco più di un mese, subito prima di Natale. Heydrich l’aveva annunciato con tono trionfale durante il discorso radiofonico. Perciò ci eravamo radunati quella sera: per ascoltare cos’avrebbe detto al riguardo. Da un po’ si vociferava della sua apertura, ma fino a quel momento non c’erano state conferme ufficiali riguardo l’inaugurazione. Secondo noi, tutti e tre antinazisti fin dall’adolescenza, quella poteva essere una buona occasione per passare dalle parole ai fatti. L’idea era semplice: il partito apriva una grandissima scuola per persone di differenti fasce d’età, con corsi diversificati a seconda degli interessi e della provenienza familiare. Lo scopo della scuola sarebbe stato quello di istruire gli iscritti, naturalmente alle scienze politiche nazionalsocialiste. In pratica, una mastodontica operazione di propaganda ed indottrinamento della popolazione, per sfruttare il momento di particolare splendore della Germania. Non che la popolazione non fosse già sufficientemente indottrinata, ma evidentemente il partito non desiderava lasciare nulla di intentato, sottolineando in qualsiasi modo, il suo legame con ogni membro del popolo tedesco. Come aveva detto una volta Heydrich durante uno dei suoi discorsi alla nazione: Quando il popolo tedesco vede il proprio governo preoccuparsi per lui e dargli la migliore istruzione possibile, sa di poter vivere la sua vita con serenità.

Mi voltai e tornai mestamente a sedermi sulla mia poltrona, interrompendo le mie affascinanti elucubrazioni sui due paracadutisti del 1942, nonché sul mio desiderio di vendicarli.

Scusate, mi ero distratto dissi laconicamente. Comunque sì, secondo me l’apertura di questa scuola può rappresentare l’occasione migliore per passare all’azione. Credo che dovremmo fare tutto il possibile per iscriverci.

Ho sentito dire, che per gli universitari di Berlino c’è una corsia preferenziale commentò Karlsen, scostandosi un ciuffo biondo davanti agli occhi.

Se è così, dobbiamo prendere subito informazioni, altrimenti resteremo tagliati fuori. Ci mancavano solo gli universitari dissi. Anche se molti pensavano ad un'inaugurazione molto più avanti nel tempo, ci sarà un gran numero di richieste.

Con fare meditabondo, Karlsen ribatté: Domattina farò una telefonata a mio padre e gli dirò di usare la sua influenza per riservarci tre posti a Norimberga.

Ecco, bravo. Un po’ di sano nepotismo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno, per evitare di sottoporci a interrogazioni e test, volti a saggiare il nostro livello di appartenenza nazionalsocialista.

Le parole mi erano uscite con spontaneità, senza nemmeno doverci riflettere. Karlsen ed Antonov mi applaudirono con entusiasmo.

E ora, Klein, non vorresti illuminarci con qualche altra perla di saggezza? rincarò Karlsen, preso da un improvviso brio emerso da chissà dove.

Lo fulminai con gli occhi.

Ma guarda commentai con fare distratto un campione del bolscevismo che si iscrive ad una scuola di scienze politiche nazionalsocialiste. Dovrebbero sbatterti in uno scantinato e gettare via la chiave solo per questo.

Dopo questo siparietto, al quale Antonov assistette coprendosi ridicolmente la faccia con entrambe le mani, la discussione prese una piega più seria.

Antonov, andando dritto al punto come sua consuetudine, domandò: Sicuro che tuo padre sia in grado di fare una cosa del genere?

Karlsen non si scompose. Si sistemò i capelli biondi sulla fronte, fece una tirata dalla sigaretta ormai quasi esaurita e rispose con serenità: Tranquillo, mio padre ha le conoscenze giuste. Sa come smuovere le acque, se lo ritiene conveniente.

E quanto alle tue simpatie bolsceviche? insistette Antonov.

Puoi stare tranquillo anche per quelle. Anzi, potete stare tranquilli tutti e due. Papà è convinto della mia adesione alle idee nazionalsocialiste professate dal nostro beneamato governo, e questo è il punto fondamentale. Finché la sua convinzione non vacillerà, non ci saranno problemi.

Non potremmo chiamarlo semplicemente nazismo? sbottai con una smorfia di disgusto. Potremmo anche chiamare le cose col loro nome, tra di noi. Qui non dobbiamo temere di far uso delle parole proibite.

Già, perché nel dopoguerra la parola nazista era stata vietata dal governo. Heydrich e i suoi complici degeneri avevano stabilito, per prima cosa, di rifarsi una verginità sia in territorio nazionale che all’estero. Nonostante la vittoria, ormai tutti sapevano che nazista equivaleva a criminale. Non che ripiegando sul termine nazionalsocialista le cose cambiassero granché, ma dal punto di vista estetico quella trovata aveva fatto effetto. Era come se l’uso di una parola ormai caduta quasi completamente nell’oblio, avesse garantito ai governanti del Quarto Reich una patina di presentabilità, che temevano essere andata perduta con gli eccessi hitleriani.

Oh beh, come preferisci disse Karlsen di rimando, mentre tentavo di calmarmi. Vada pure per nazismo. In ogni caso papà mi crede dalla sua parte. Lui è molto più zelante di me, ma ciò che importa è averlo persuaso della mia lealtà, nella causa della Grande Germania.

Antonov non indugiò oltre. Estrasse con le sue lunghe dita, una sigaretta dal pacchetto poggiato sul tavolino, la accese e riportò subito il discorso sui binari della concretezza.

Disse: Senti Karlsen, secondo te, ricorrendo a tuo padre, sarebbe possibile rimediare anche un posto per assistere all’inaugurazione?

La sua domanda ci colse alla sprovvista.

L’inaugurazione? disse Karlsen facendogli eco, prima che avessi il tempo di esprimere un commento qualunque. Perché mai vuoi assistere all’inaugurazione?

Antonov fece uno sguardo astuto, storcendo la bocca in un sorriso sghembo a metà tra il sornione e l’annoiato.

Karlsen, ragiona. Se vogliamo davvero frequentare la scuola di Norimberga, dobbiamo apparire più nazisti che mai. Più ci crederanno nazisti e più potremo circolare liberamente all’interno della scuola e in città. Se parteciperemo anche all’inaugurazione, tutti ci riterranno dediti alla causa comune e non sospetteranno di noi. Questo potrebbe voler dire maggior libertà e maggior probabilità di conoscere la gente giusta, senza destare sospetti.

Antonov fece una pausa, squadrando a turno prima Karlsen e poi me.

Mi spiego? soggiunse dopo qualche istante.

In effetti, si era spiegato bene. Mimetizzarci in modo completo con i nazisti ci avrebbe consentito di non dare nell’occhio, valutando con minori pressioni come muoverci, individuando eventuali spiriti critici in giro.

D’accordo, vada per l’inaugurazione dissi, appoggiando la sua tesi, mentre la stanza si stava nuovamente riempiendo di fumo.

Va bene, va bene si arrese infine Karlsen, sbuffando. Vedrò cosa posso fare.

* * *

Il 31 ottobre 1944, quando finì la guerra, avevo quindici anni. A quell’età non potevo sapere quanto invece so adesso, perciò confesso con un briciolo di amarezza di aver provato un brivido di eccitazione, quando dalle radio di tutta la Germania si udì la voce di Hitler annunciare la conclusione del conflitto. Ricordo come, nonostante molti si aspettassero da lui un lungo discorso, il Führer parlò poco, mantenendo un tono abbastanza monocorde. Tant’è che nei mesi successivi, iniziarono a circolare voci circa un possibile uso di farmaci, che influenzavano l’umore di Hitler, nonostante le autorità smentirono recisamente questa ipotesi.

Non fui certo l’unico ad avvertire un brivido di soddisfazione, corrermi lungo la schiena. L’intera Germania festeggiò per giorni la vittoria. Improvvisamente tutte le energie sembravano esplodere, dopo vent'anni di silenzio. Era finita l’epoca di Verdun, della disfatta delle offensive di primavera sul fronte occidentale nel 1918, e della povertà del primo dopoguerra. Ora, come fu prontamente annunciato da Goebbels, si sarebbe dato il via alle celebrazioni per la vittoria della nazione nella Seconda Grande Guerra, così fu ribattezzato il conflitto appena concluso. Senza dubbio si trattò di una scelta azzeccata, chiunque ne fosse stato l’artefice. L’euforia, grazie alla consapevolezza di aver posto fine alla vergogna, provocata dagli eventi della guerra del 1914, raddoppiò.

Tornarono di moda, dopo molto tempo, i racconti delle gesta dell’esercito del Kaiser. Capitava frequentemente di udire persone per strada o nei caffè narrare di aver avuto qualche familiare che aveva prestato servizio a Verdun nel 1916, oppure durante l’avanzata sulla Somme nel 1918. D’un colpo, tutti quegli episodi divennero quasi vittorie. Dopo più di venticinque anni trascorsi a imprecare dalla rabbia di non aver sfondato il fronte anglo-francese durante la Grande Guerra, ora chiunque poteva sfogare la frustrazione repressa, sostenendo quanto grande e nobile fosse stato l’esercito di Guglielmo II. Ed ecco che aver indossato l’uniforme tedesca durante il mattatoio di Verdun, era descritto come un onore senza pari, dimenticando in un sol colpo come la battaglia per conquistare la cittadella fortificata, fosse costata centinaia di migliaia di morti, feriti e invalidi, senza ottenere nemmeno un misero passo avanti sul fronte occidentale. Ricordo che durante un gelido pomeriggio ai primi di novembre, udii perfino un vecchio dentro un caffè sostenere con enorme foga, come il blocco dell’avanzata tedesca sulla Marna, nel 1914, fosse in realtà da interpretare come una vittoria, dal momento che aveva temprato lo spirito combattente dei tedeschi. Se la corsa dell’esercito fosse proseguita senza ostacoli fino a Parigi, continuò il vecchio ormai preso da un pericoloso delirio di onnipotenza, la Germania avrebbe ottenuto una facile vittoria, attraverso cui i soldati e la popolazione si sarebbero adagiati sugli allori. Rammento perfettamente come, stando a sentire quelle parole farneticanti, provai un moto di disgusto già allora, nonostante i miei quindici anni.

Dunque, la Seconda Grande Guerra (anche questa volta con solerte attenzione alle maiuscole, come avrebbe precisato il professor Dorff, se solo fosse stato presente) venne vinta in modo netto dalla Germania di Hitler e dei suoi accoliti. A dire il vero, c’era stato un momento in cui tutto era parso scivolare inesorabilmente verso un gorgo di violenta autodistruzione. Pareva, infatti, che Hitler, in un parossistico attacco di megalomania, avesse espresso l’intenzione di voler finalmente dare inizio alla guerra contro la Russia. Sebbene anche tra la popolazione molti approvassero quell’assurda idea, negli alti ranghi nazisti era prevalsa la linea di Heydrich. Lo si apprese solo qualche anno più tardi, naturalmente. Heydrich, la Bestia Bionda, non era solo ambizioso, ma anche estremamente furbo. Era disposto a tutto pur di non perdere il proprio potere. Perfino io, un quindicenne, avevo sentito diversi adulti, tra cui anche mio padre, sussurrare che Heydrich intendeva addirittura mettere da parte Hitler, così da prenderne il posto. Impossibile stabilire se ciò sia stato un male o un bene, ma fu esattamente ciò che fece.

Creò attorno a sé un gruppo di alti papaveri nazisti, attaccati tenacemente alla propria poltrona e con la sua forza di persuasione, li convinse dell’impossibilità di mantenere vivo il partito con tutte le sue cariche di potere, finché il Führer fosse rimasto il capo indiscusso, dando sfogo a tutte le sue manie e i suoi deliri ad occhi aperti. Nessuno avvertiva il desiderio di vedere Hitler morto o, peggio, in un ospizio e la Bestia Bionda lo sapeva bene. Quindi insieme ai suoi collaboratori, fece in modo che il medico personale di Hitler gli somministrasse dei farmaci in grado di placarne la rabbia, facendolo entrare in uno stato di maggiore docilità. Incredibile a dirsi, nell’arco di qualche mese le apparizioni pubbliche di Hitler diminuirono costantemente, e altrettanto avvenne con le sue esplosioni di rabbia.

Quando Heydrich spiegò al Führer come, per il suo stesso bene nonché per quello della Germania intera, sarebbe stato preferibile garantirgli un nuovo ruolo più defilato, il terreno fu pronto per la Bestia Bionda. Hitler, placato dai farmaci e spossato da una debolezza impossibile da vincere completamente, accettò di ritirarsi al Berghof. Pretese l’esecuzione di alcune clausole pubblicamente declamate durante la cerimonia di investitura di Heydrich a Cancelliere, il 30 gennaio 1945, data prescelta per ricordare idealmente il 30 gennaio 1933, giorno della nomina a Cancelliere di Hitler. Le clausole erano queste: Hitler avrebbe mantenuto fino alla morte il titolo di solo ed unico Führer della Germania; una volta al mese Heydrich si sarebbe recato al Berghof per aggiornarlo sullo stato della nazione; infine, alla morte di Hitler, il Berghof sarebbe stato trasformato in un museo dedicato al Führer, colui che aveva reso di nuovo grande la Germania, diventando anche la sede di un mausoleo, nel quale le sue spoglie avrebbero riposato per sempre e dove la gente poteva recarsi in pellegrinaggio, in giorni prestabiliti della settimana.

Sotto quegli auspici era iniziato il Quarto Reich. Dopo la vittoria in guerra e la sostituzione di Hitler, Heydrich si era dedicato, col suo ben noto zelo, a ricoprire con una patina di presentabilità l’intero apparato governativo nazista. È incredibile come il suo fiuto sia riuscito a trasformare la diffidenza del mondo verso gli eccessi hitleriani in fiducia e, infine, acquiescenza. Bastò darci un taglio con tutte quelle uniformi paramilitari indossate dalle SS e dallo stesso Führer, limitandole alle sole feste solenni del partito; proibire l’uso della parola nazismo e di tutte le sue forme derivate, sostituendole con il più neutro nazionalsocialismo; e infine avviare una serie di incontri e negoziati con i principali governanti esteri, dando loro voce in capitolo sui nuovi assetti del mondo, nato dalla Seconda Grande Guerra. Certo, quest’ultimo punto venne portato a termine ricordando a tutti che l’ultima parola su ogni accordo spettava alla Germania in qualità di vincitrice. Dopo la prova di forza militare durante il conflitto e la capacità dimostrata da Heydrich di gestire la presenza ingombrante di Hitler, mantenendo salde le redini del potere, nessuno sembrava resistergli. Inoltre, tutti sapevano che era stato lui, attraverso delle manovre dietro le quinte, a garantire la neutralità degli Stati Uniti allorché, fin dal 1941, avevano minacciato di scendere in campo contro Hitler.

Ed eccomi qui, dunque, sul finire del 1951 a sognare di uccidere la Bestia Bionda dopo che due paracadutisti avevano fallito per un soffio il medesimo obiettivo a Praga. A dire il vero, non credevo di riuscire nemmeno ad avvicinarmi al bersaglio, ma qualcosa dentro di me mi spingeva ad andare avanti ugualmente. Mi sentivo pronto, anche se non sapevo precisamente per cosa.

* * *

Il giorno dopo l’incontro con Karlsen e Antonov, era sabato. Lo trascorsi senza dedicarmi ad impegni precisi, seguitando a riflettere sui cambiamenti che avrei affrontato con l’eventuale iscrizione alla scuola nazionalsocialista di Norimberga. Una folla arrembante di domande si affastellava nella mia mente, senza che mi fosse possibile trovare risposte per nessuna di esse.

Sarei stato in grado di fingermi nazista, quando se ne sarebbe presentata la necessità? Sarei stato credibile? Probabilmente ci sarebbero stati degli obblighi riguardo la frequenza dei corsi: come avrei gestito la cosa? Il contatto con tanti giovani convinti del loro nazismo, per non parlare degli insegnanti, come mi avrebbe influenzato? C’era il rischio che potessi diventare io stesso nazista?

La ridda di interrogativi proseguiva con altri dubbi non meno stringenti, perciò mi aggiravo come un’anima in pena dentro il mio piccolo appartamento, neanche fossi una tigre in gabbia. Mentre mi sforzavo di individuare un’occupazione qualunque per distrarmi, squillò il telefono. Feci un sobbalzo. Nel silenzio del mio bugigattolo, lo stridio della suoneria dell’apparecchio mi colse alla sprovvista. Corsi a sollevare la cornetta, per far smettere quanto prima quel rumore fastidioso.

Pronto? dissi in fretta.

Buongiorno, Klein. Hai da fare stasera alla solita ora?

Era Karlsen. La richiesta di vederci significava una sola cosa: novità.

No, nessun impegno ribattei prontamente.

Bene, a stasera allora.

Karlsen aveva riagganciato, lasciandomi ad ascoltare il suono intermittente della linea telefonica vuota. Al telefono parlavamo sempre il meno possibile, poiché chiunque in Germania sapeva che le conversazioni erano tenute spesso sotto controllo. Anche chi non aveva nulla da nascondere prestava la massima attenzione a non discutere mai di questioni delicate al telefono, poiché c’era la possibilità di essere intercettati senza saperlo, qualora inconsapevolmente l’interlocutore fosse stato tenuto sotto sorveglianza.

Guardai l’orologio. Erano quasi le sei. La solita ora significava le ventuno. La mancanza di indizi sul luogo dell’incontro, invece, alludeva al nostro tradizionale ritrovo in periferia. Fuori era già buio da un pezzo. L’inverno ormai era alle porte, mentre novembre andava esaurendosi con un’ondata di freddo tagliente. In quegli ultimi giorni il sole non si era fatto vedere granché, lasciando campo libero a una coltre di nubi plumbee.

Con ogni probabilità Karlsen avrebbe portato novità di rilievo, quella sera. Evidentemente aveva parlato con suo padre della nostra intenzione di iscriverci alla scuola di Norimberga. Il tempo era poco e Karlsen non aveva indugiato in inutili convenevoli. Tutto ciò significava che era necessario presentarsi all’incontro delle ventuno con un'idea chiara in testa. Era giunto il momento di decidere senza dubbi di alcun tipo, se desideravamo davvero andare fino in fondo.

I dubbi continuarono a martellarmi il cervello, mentre mi sforzavo di prendere una decisione definitiva. Una parte di me voleva tirarsi indietro, nel timore di trovarmi invischiato in qualcosa di troppo grande e, quasi sicuramente, molto pericoloso, ma avevo già capito che se davvero il padre di Karlsen avesse sfruttato le sue conoscenze per farci ottenere un posto a Norimberga, ci sarei andato. Starmene a guardare, mentre la Germania era risucchiata nel gorgo della follia di Heydrich e dei suoi accoliti, non faceva per me. Preferivo il rischio, piuttosto che la consapevolezza di una vita sicura e probabilmente agiata, ma connivente con l’ideologia nazista. Che i suoi membri appartenessero al Terzo o al Quarto Reich, per me non faceva differenza.

Capii che era inutile seguitare a dedicare un'attenzione eccessiva ai miei dubbi. Il dado era tratto. Non rimaneva che attendere le ventuno e sentire cosa avesse da riferire Karlsen.

Nell’attesa dell’ora di cena e poi di quella di uscire, mi dedicai a mettere in ordine la piccola stanza del mio appartamento adibita a studio personale. Una definizione ambiziosa, certo, per un bugigattolo simile, ma pur sempre valida. Di sfuggita, mi domandai se le novità della sera avrebbero significato l’interruzione di quel mio narcisistico e un po’ assurdo progetto, ma non diedi tempo al mio cervello di intervenire, immergendomi negli scatoloni sparpagliati caoticamente per la stanza.

* * *

Uscii di casa una mezz’ora prima delle ventuno. Nonostante il freddo intenso e l’oscurità scesa ormai da molte ore, volevo prendermela comoda. Mi coprii bene con un pesante cappotto, una sciarpa e una cuffia di lana calata in testa. Presi il tram alla fermata successiva rispetto alla solita, per camminare nelle strade deserte della sera, godendomi il silenzio che regnava ovunque, fatta eccezione per il rumore di qualche rara automobile. I riflettori, con i loro fasci oscillanti di luce, costituivano l’unico vero disturbo alla quiete serale. Non riuscivo ad abituarmici. La loro luce mi ricordava uno stato di guerra latente, un’emergenza mai dichiarata, eppure tangibile sopra le nostre teste. Era stata ancora una volta la Bestia Bionda, qualche anno prima, ad annunciare pubblicamente la messa in funzione dei riflettori dall’imbrunire all’alba. Pur essendo ancora giovane, avevo capito subito che si trattava di una mossa prevalentemente psicologica. Era come se Heydrich e la sua delirante accozzaglia di collaboratori avessero voluto inviare un messaggio a tutti gli abitanti della Germania: non sarete più soli, non avrete più riservatezza, perché noi vi sorveglieremo costantemente, vigilando affinché rimaniate fedeli alla linea. Questo significavano i riflettori, gli stessi che ogni giorno spazzavano il cielo alla ricerca di ipotetiche quanto remote minacce aeree. Ormai nessuno avrebbe più ritenuto di mettere in dubbio la vittoria della Germania nella Seconda Grande Guerra né, tanto meno, avrebbe osato attaccarla militarmente. Ciò rendeva concretamente inutili i riflettori che i cittadini di Berlino, Monaco, Colonia e altre grandi città vedevano illuminarsi freddamente ogni giorno dopo il tramonto. La Bestia Bionda, però, era astuta e sapeva come tenere sotto controllo chi doveva garantirgli il potere ed ecco l’idea dei riflettori, che nel 1915 fendevano la notte alpina a ridosso delle fortezze dell’Austria-Ungheria, lungo il fronte italiano.

Scacciai quei pensieri disturbanti e mi fermai alla fermata del tram. Avrei desiderato camminare più a lungo, ma sarei arrivato in ritardo all’incontro. Se fosse stato un giorno qualunque, non ci sarebbero stati problemi, ma quella sera si preannunciavano grosse novità. Novità che avrebbero potuto cambiare per sempre le nostre vite, perciò anteposi la puntualità a tutte le altre considerazioni.

Il tram raggiunse la fermata puntualissimo. Saltai su e mi sedetti nel primo posto disponibile. A bordo c’erano solo quattro persone. A quell’ora dovevano essere tutti a cena e di certo la temperatura, poco sopra lo zero, non invogliava ad uscire di casa.

Dopo una decina di minuti scesi dalla vettura, immergendomi nelle anguste vie della periferia di Berlino, dove aveva sede il nostro piccolo ritrovo. Nonostante fossi vestito con abiti pesanti, non riuscii a trattenere un brivido di freddo quando, svoltando l’angolo di un viottolo, un’improvvisa folata di vento gelido mi investì in pieno. Fortunatamente però, ero quasi giunto a destinazione. Davanti a me inquadrai per un attimo un riflettore dirigere il suo sinistro fascio di luce proprio sopra di me. Accelerai il passo, per non concedere al mio cervello il tempo di concentrarsi con rabbia su quei fastidiosi apparecchi.

Quando arrivai nei pressi del palazzo di tre piani, dove i miei amici ed io ci incontravamo, alzai automaticamente gli occhi e vidi una luce accesa dentro il nostro covo. Forse Karlsen e Antonov si trovavano già sul posto, pensai. Se era così, avremmo potuto subito darci da fare e ascoltare le novità del giorno.

Affrettai il passo e, una volta superato l’ingresso dell’edificio, salii i gradini a due a due per non perdere altro tempo. In un baleno mi ritrovai a bussare alla porta, avvertendo un’ansia fulminea attanagliarmi la mente. Tutti i dubbi di qualche ora prima si riaffacciarono d’un colpo dentro di

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