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L’XI Zona partigiana. Storia dei Patrioti di Manrico Ducceschi. Settembre 1943 – Ottobre 1944
L’XI Zona partigiana. Storia dei Patrioti di Manrico Ducceschi. Settembre 1943 – Ottobre 1944
L’XI Zona partigiana. Storia dei Patrioti di Manrico Ducceschi. Settembre 1943 – Ottobre 1944
E-book245 pagine3 ore

L’XI Zona partigiana. Storia dei Patrioti di Manrico Ducceschi. Settembre 1943 – Ottobre 1944

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Nel dicembre del 1943 Manrico Ducceschi ha con sé solo un piccolo nucleo di patrioti, ai quali si uniscono definitivamente gli ufficiali Sud-Africani John Jacopus Wahl, William Whittaker e l'ufficiale inglese Gasson Lilie. Con lui poi Italo Bocci, Raffaello Manfredini, Franco Sisi, Giuseppe Mulas, Giovanni La Loggia, Millo Pocceschi, Ugo De Poletti. La prima base dei partigiani è una tenda a Lucchio poi viene scelto come rifugio ritenuto più sicuro e base del gruppo un metato nei pressi della località monte Foggetta 1124 m. (Bagni di Lucca), non molto distante dalle Pracchie o Prate di Pontito o Burchia. Nasce così la formazione autonoma partigiana XI Zona Patrioti Pippo dell'Esercito di Liberazione Nazionale che ebbe tra le sue fila 882 combattenti perdendone 129 in combattimento o per rappresaglia nazifascista. Questo saggio ricostruisce la prima fase della storia della formazione, che va dall'8 settembre 1943 alla liberazione di Bagni di Lucca avvenuta il 28 settembre del 1944. Durante questo periodo Ducceschi guidò i suoi uomini in azioni temerarie e nella terribile battaglia delle Fabbriche di Casabasciana, durata tre giorni durante la quale morirono almeno 45 tedeschi.
LinguaItaliano
Data di uscita4 mar 2020
ISBN9788832281248
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    L’XI Zona partigiana. Storia dei Patrioti di Manrico Ducceschi. Settembre 1943 – Ottobre 1944 - Virginio Monti

    www.tralerighelibri.it

    Premessa

    Uno dei principali protagonisti della resistenza in toscana è indubbiamente Manrico Ducceschi, nomi di battaglia due: inizialmente Pontito, poi finì per assumere come pseudonimo quello di Pippo. La sua è una figura reale e concreta, ma al tempo stesso leggendaria per via delle sue azioni e della sua personalità.

    Prima di raccontarlo e di raccontare le imprese che hanno contraddistinto questo generoso e controverso comandante partigiano ed i suoi uomini più valorosi, ritengo doveroso fare una piccola premessa di carattere storico e politico.

    Come ebbero a dire Pietro Secchia e moltissimi antifascisti, non si può parlare o scrivere della guerra partigiana tacendo sulle numerose azioni di massa condotte dagli operai, dai contadini e, più in generale, dai lavoratori italiani, così come dalle lotte intraprese dagli esuli e dagli immigrati.

    La resistenza e la sua storia è inseparabile dagli eventi che l’hanno preceduta e che sono stati concomitanti allo sviluppo della lotta armata dei partigiani. La resistenza è parte integrante della lotta di classe.

    La resistenza, è bene ribadirlo sempre ancora oggi a 75 anni di distanza, non è iniziata il mercoledì 8 settembre del 1943, ma con i primi antifascisti più o meno organizzati nei partiti della sinistra di allora, e comunque in tutti quegli ambiti e associazioni di opposizione al regime fascista.

    La resistenza armata, senza quel prima e quelle concomitanze collegate alla lotta di classe sviluppatesi nella clandestinità, alla dittatura di cui Mussolini e il Re erano i principali responsabili e capi, non sarebbe mai sorta, o lo avrebbe fatto in modo del tutto velleitario, così come senza quei collegamenti necessari che il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) garantì ai partigiani, ben poco dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 sarebbe successo.

    Da sempre vi è stato, anche tra gli oppositori al fascismo, chi ha avuto interesse ad ignorare o a deformare la storia della resistenza, a tutto confondere o accomunare, a non fare distinzioni, a non vedere il contributo di questa classe, di questo ceto sociale, di questo partito o di quest’altro, perché, come dice bene Secchia (allora responsabile organizzativo del PCI): "[…] ogni distinzione, farebbe inevitabilmente risaltare il contributo oggettivo e diverso dato dagli uni nei confronti degli altri".

    Anche la leggenda fatta circolare da più parti, che la resistenza fu un movimento spontaneo e che il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno, è un falso, una menzogna smentita dai fatti.

    Si dice ancora oggi che la resistenza non appartiene a nessun partito, e che tutti gli italiani furono favorevoli ad essa, ma neppure questo è vero. Dirò di più, e cioè che la resistenza, almeno al suo sorgere, era un fenomeno minoritario e strettamente collegato a quegli uomini e donne animati/e fortemente da un ideale politico. I più aspettavano solo la fine della guerra e dei sacrifici di sangue e distruzione che comporta. Sul carro dei vincitori salirono poi in molti, pure tanti di quelli che fino all’ultimo sperarono nel fascismo e nella vittoria della Germania Nazista, o per lo meno nella monarchia.

    Ancora oggi certi storici scrivono che tutti gli italiani sentirono dal fondo dell’anima una voce: qualcuno la chiamò la voce della Patria, altri della coscienza, altri ancora di Dio. Questa voce l’avrebbero sentita per incanto dopo l’8 settembre del 1943.

    Io penso che dopo la tremenda ritirata dalla Russia dell’esercito Italiano, le migliaia di morti, la caduta del Fascismo la domenica del 25 luglio 1943, l’avvento dello sciagurato governo Badoglio, l’armistizio dell’8 settembre, la vigliacca fuga del Re, l’occupazione tedesca e lo sbarco degli americani al Sud, tantissimi italiani diventarono certamente sempre di più coscienti e consapevoli dell’immensa tragedia cui ci avevano condotto il Fascismo e la Monarchia. L’alleanza con i nipponici e la Germania, la sciagurata spedizione militare in Russia, benedetta con tanto di preghiera pure da tanti alti prelati, che la ritennero moralmente giustificata per il fatto che i nazi-fascisti andavano a combattere il diavolo Bolscevico e comunista, avevano aperto gli occhi a molti; ma da lì a passare nelle file della resistenza contro i fascisti Repubblichini e le truppe naziste ce ne corre.

    È comunque vero che la resistenza non appartiene a nessun partito o movimento, ma è altrettanto vero che non tutti i partiti o movimenti politici o religiosi vi contribuirono in uguale misura. È anche vero che chi ha fatto la resistenza proveniva dai più diversi strati sociali della popolazione italiana, e così essa diventa resistenza di popolo, ma il contributo dato alla resistenza dagli operai e dai contadini italiani è proporzionalmente molto più grande di quello dato dagli altri strati sociali, specialmente il mondo contadino che è stabilmente e giornalmente a contatto con le zone partigiane, come dice lo storico e docente universitario di Pisa Paolo Pezzino, secondo il quale i contadini "sfamano e aiutano i partigiani anche a costo di grave pericolo per la loro vita", e – aggiungo io – in molti casi persero la loro vita nella resistenza al nazi-fascismo.

    Nell’Italia occupata dai tedeschi, gli strumenti del potere erano ancora nelle mani dei fascisti Repubblichini. Questi avevano tradito e venduto l’Italia, divenendo servi dei tedeschi, boia a disposizione degli invasori, non dimentichiamolo mai.

    MANRICO VA IN GUERRA

    La scelta di Manrico Ducceschi (prima col nome di battaglia Pontito e poi Pippo) nasceva da motivazioni personali ma anche da considerazioni politiche e umane. Chi era quest’uomo che si scoprì essere audace e coraggioso, di grande dignità e doti militari e umane indiscutibili? Manrico Ducceschi, figlio di Fernando e Matilde Bonaccio, era nato a S. Maria Capua Vetere (Napoli) il giorno 11 settembre 1920. Avrà poi una sorella di nome Leila. Lui con i suoi familiari risiedeva a Pistoia, Viale Bellini 1. Dopo la scuola primaria Manrico si iscrive al liceo Classico Forteguerri di Pistoia, ma non si trova bene, vessato di continuo da compagni e professori, tranne rare eccezioni. Così, dopo il triennio, si ritira e prosegue gli studi come privatista, per poi diplomarsi al prestigioso liceo Classico Niccolò Machiavelli di Lucca. Si racconta che caratterialmente il ragazzo avesse una forte personalità, fosse amante dell’arte e della cultura, un sognatore intelligente non conformista. In un ambiente scolastico frequentato in gran parte dai figli della media e alta borghesia, uno come Manrico, che non curava particolarmente il vestire ed altre manifestazioni esteriori – in parte collegate alla cultura retorica e farneticante del fascismo – non poteva che essere preso di mira. Si dice che nonostante il carattere indipendente sorretto da notevoli doti morali, avesse dei momenti di scoramento e manifestasse fragilità improvvise ed eclatanti. Io ritengo che anche una persona molto intelligente e coerente, con le sue doti di integrità morale, possa avere delle fragilità: tutti le abbiamo o le abbiamo avute, nessuno è perfetto, e perfino Gesù Cristo sulla croce si dice che, rivolgendosi al Padre, abbia detto: Padre mio, perché mi hai abbandonato?.

    Certamente Manrico ha una personalità particolare e si fida molto di sé stesso, non accetta i comandi da nessuno, è un audace ma non un avventato. Non è un sognatore utopico, tutt’altro: lavora alacremente per realizzare quello che ha in mente e di volta in volta lo adatta alla situazione concreta. Manrico difficilmente sbaglia, almeno sul piano militare, anche se pure a lui capiterà di farlo per troppo orgoglio. Questo lo porterà così a non valutare sempre correttamente la realtà, arrivando perfino a sfidarla.

    Manrico Ducceschi dopo il liceo si iscrive alla facoltà di lettere di Firenze e lì studia con profitto e maggiore serenità, conosce e viene in contatto con esponenti di spicco del movimento Giustizia e Libertà, di orientamento socialista ed antifascista. Costretto a sospendere gli studi per fare il militare, l’8 settembre 1943, giorno in cui viene concordato l’armistizio con gli oppositori dell’asse, si trovava presso il Battaglione allievi ufficiali del V Reggimento Alpini di Tarquinia, quando a lui come agli altri suoi commilitoni viene detto di tornarsene a casa.

    Manrico Ducceschi vive quella decisione (disposizione imposta dall’alto) come un affronto e una umiliazione al suo essere soldato e uomo. Per Manrico la dignità è molto importante e dopo l’8 settembre la sua aveva subìto un colpo durissimo, al quale decise fin da subito di reagire con determinazione. Dopo l’armistizio, per i militari vi erano tre possibilità:

    A) Schierarsi con i repubblichini ed i tedeschi che avevano occupato l’Italia senza incontrare grandi opposizioni, compresa la capitale Roma.

    B) Darsi alla latitanza e aspettare nascosti la fine del conflitto, senza sapere quando questo sarebbe potuto accadere.

    C) Decidere di combattere i tedeschi fino all’ultima pallottola, come fecero i soldati italiani a Cefalonia, oppure entrare in una formazione partigiana in costituzione, magari in una che più di altre dava garanzie organizzative e politiche, o più vicina possibile al territorio conosciuto.

    Manrico Ducceschi durante la sua permanenza alla scuola allievi ufficiali aveva studiato molto sulle tecniche militari da adottare a seconda delle circostanze, e molto aveva appreso. Cosi come molto aveva appreso sulle tecniche di guerriglia indicate da Giuseppe Mazzini, validissime per la guerra partigiana e non molto diverse da quelle di Giuseppe Garibaldi.

    Manrico maturò in cuor suo l’idea di costruire e organizzare una sua formazione partigiana con base nelle zone montane e meno accessibili della Svizzera pesciatina, al di sopra dei paesi di Stiappa, a 615 m. sul livello del mare, e di Pontito, a 671 metri, sul confine con i comuni di S. Marcello di Piteglio (PT) e Bagni di Lucca (LU). Manrico era amante della montagna: fin da bambino aveva iniziato a sciare sulle difficili piste dell’Abetone. In quella località egli conosceva quasi tutti, e tutti ricordano di lui, della sua corporatura magra e non molto alta, del suo sguardo tenerissimo, della calvizie precoce.

    Non è la ragione politica che muove Manrico ma quella morale, anzi la politica la vede come elemento di divisione, una perdita di tempo, e dell’azione partigiana preferisce quella di natura militare improntata a cementare il patriottismo, lo spirito di appartenenza ad un territorio ora invaso dalle truppe tedesche, e ad esse consegnato dal fascismo, dai fascisti repubblicani di Salò, dai monarchici pusillanimi e dal Duce.

    Quale modello organizzativo?

    L’idea iniziale di Manrico era quella di formare una grossa pattuglia mobile per attaccare i fascisti e i tedeschi nei loro presidi militari e organizzativi, di impedirne la mobilità sulla statale del Brennero, sulla Mammianese, sui valichi dell’Appennino Tosco Emiliano.

    Nel territorio di S. Marcello, nell’alta Val di Lima, convergono tre grandi vie di comunicazione, che collegano il Sud al Nord d’Italia. Esse sono la traversa mammianese (S.S. 633), che mette in comunicazione la Valdinievole occidentale con la valle della Lima; la transappenninica modenese (S.S. 66) che, innestandosi a La Lima nella S.S.N. 12 collega Firenze e Pistoia a Modena; e infine l’importantissima arteria stradale Livorno – Brennero (S.S.N. 12) che mette in comunicazione il litorale tirrenico, passando da Lucca, Bagni di Lucca e dall’Abetone, al Nord d’Italia. Si capisce quindi che questa zona doveva essere ben controllata dal nemico. Presto infatti reparti tedeschi si insediarono a Fiumalbo, a Dogana e all’Abetone, dove tutti gli alberghi furono requisiti e messi a disposizione delle truppe. Era noto poi che il passo dell’Abetone fosse un punto fondamentale nella lotta di resistenza dell’Appennino Toscano, data anche la sua vicinanza alla linea Gotica. Questa zona montuosa inoltre si prestava bene ad azioni di Sabotaggio e di guerriglia.

    (Dai diari di Manrico Ducceschi).

    Inoltre, lo scopo che si prefiggeva Manrico Ducceschi era anche quello di attaccare i depositi di armi e vettovagliamento dei comandi germanici, e quelli della milizia fascista e repubblichina. Manrico Ducceschi giunse il giorno mercoledì 15 settembre 1943 alla sua abitazione in Pistoia dopo essere sfuggito a ripetuti rastrellamenti tedeschi, durante i quali, se catturato, avrebbe potuto essere ucciso oppure finire in qualche campo di lavoro o di sterminio in Germania, nella migliore delle ipotesi imprigionato e trasformato in lavoratore forzato nella costruzione di trincee e fortificazioni per la linea gotica.

    Manrico Ducceschi, arricchito dall’esperienza fatta al corso allievi ufficiali non perde tempo e già il giorno 16 settembre, nella mattina prende contatto con alcuni amici suoi del movimento Giustizia e Libertà di Firenze, con i quali dal 1939 aveva contatti e simpatie politiche, o più correttamente, come dice lui stesso, ne facevo parte. Primo fra questi fu il Dott. Enzo Agnoletti, al quale, come in un secondo tempo al Dott. Max Boris ed al Prof. Barsanti Ludovico, espose le sue intenzioni sul da farsi per combattere fascisti e tedeschi, ovvero:

    "Di organizzare una grossa pattuglia di sabotatori e franchi tiratori che operasse in continuo movimento sulle strade e sui valichi dell’Appennino Tosco-Emiliano. E ciò con il compito di ostacolare i movimenti tedeschi, la riorganizzazione dei fascisti ed in modo particolare al fine di salvaguardare dalla distruzione le opere stradali e di importanza pubblica che i tedeschi, all’atto della ritirata dal territorio italiano – cosa che in quel tempo si prevedeva imminente – avrebbero certamente messo in atto.

    Per l’attuazione di tale progetto, che trovò subito il consenso dei miei amici, chiesi che mi si venisse in aiuto con un finanziamento iniziale,con una qualche piccola fornitura di armi (gli organizzatori di diversi partiti avevano avuto in quei giorni la possibilità di rastrellare in parte l’armamento abbandonato dai reparti italiani disfatti) e col segnalarmi almeno alcuni nominativi di antifascisti di fiducia delle provincie di Pistoia e Lucca presso i quali porre le basi di un servizio di informazioni e di rifornimento necessario per l’esplicazione dell’attività del reparto che intendevo costituire".

    L’idea resistenziale di Manrico (inizialmente Pontito) piace e soprattutto è in linea con quella di Giustizia e Libertà. Max Boris era il responsabile militare del movimento: giovane atletico, anche lui come Pontito amante della montagna e conoscitore dei posti dove Manrico intende operare.

    Boris prediligeva l’impiego di pattuglie mobili non troppo grandi, che forse perdevano in efficacia ma erano favorite in mobilità, dal momento che non si riteneva possibile affrontare in campo aperto le consistenti truppe germaniche bene organizzate e meglio armate, come poi invece Manrico e i suoi uomini fecero a Fabbriche di Casabasciana, circa 200 m., piccola frazione del comune di Bagni di Lucca (le altitudini si intendono sempre prese rispetto al livello del mare).

    Va detto che le decisioni da prendere per i partigiani in Toscana dipendevano molto da quelle degli inglesi e degli americani, ovvero dalle loro scelte belliche. Vedremo come l’incostanza nell’avanzata militare degli alleati sia in talune vicende e col senno di poi costata cara alle decisioni premature ed azzardate di alcuni reparti partigiani. Se generalmente i partigiani erano rispettosi delle indicazioni dei comandi inglesi e USA, questi non lo furono altrettanto, perché molto spesso hanno lasciato i partigiani nella terra di nessuno, minoritari in uomini ed armi, soli con il loro coraggio contro le truppe tedesche e repubblichine.

    Boris e Ducceschi non si erano mai visti prima, perciò avevano in comune solo la conoscenza con Agnoletti. Max Boris si presentò come Boschi, e Manrico, va detto, senza molta fantasia, come Pontito. Infatti Manrico aveva usato quello pseudonimo perché è nei pressi di Pontito che inizialmente si era stabilito o intendeva farlo, e aveva avuto i primi contatti con la gente del luogo, in particolar modo con l’ufficiale di posta Caprini Lino, con il suo figlio maggiore Gildo e con il parroco del paese.

    Manrico era cattolico, ma le ragioni che lo spingevano a presentarsi dai parroci erano strettamente pratiche. I parroci, allora molto più che oggi, erano l’autorità di riferimento, specie nei piccoli centri, e parlando con loro capivi subito quello che dovevi e potevi fare, chi andare a cercare, chi dovevi assolutamente evitare; in definitiva, che aria tirava da quelle parti.

    La collaborazione con i parroci e più in generale col basso clero (per lo più proveniente da famiglie operaie e contadine) ha avuto in generale grande importanza nella resistenza italiana, e per Manrico Ducceschi e i suoi uomini è stato un valore aggiunto, oserei dire necessario. Boschi era, per dirla con maggiore precisione, il responsabile militare di Giustizia e Libertà per le zone di Pontito, Marliana, Gavinana e Pistoia, dunque la persona giusta per Manrico Ducceschi Pontito, con la quale collaborare per l’attuazione del suo progetto militare. E qui mi fermo un attimo per spiegare la caratteristica che assumeva e assunse la guerra partigiana nella nostra Italia.

    Unicità della Resistenza italiana.

    Più in generale la resistenza armata italiana è stata una guerra di tipo particolare, che si presentava al tempo stesso come guerra di liberazione e guerra civile, come evento patriottico e contemporaneamente come prosecuzione della lotta politica tra fascisti e antifascisti, come lotta di classe contro gli industriali e gli agrari, contro il regime fascista e la monarchia, e ivi comprese le classi dirigenti dello Stato e dei suoi apparati politici, dei quali, indipendentemente dalla natura con la quale si presentano, fanno uso come elementi portanti e in nome della classe dominante capitalistica, che detiene la ricchezza e il potere effettivo nella società. Non sempre nel corso della lotta le due motivazioni, entrambe legittime, riescono a fondersi; più spesso si limitano a coesistere, dando luogo ad una sorta di dualismo parzialmente contenuto, almeno fin che dura la lotta armata, dalla necessità di fronteggiare il nemico comune, ma che esploderà nelle vicende politiche del dopoguerra.

    Mi pare che sia stato il lucchese Liborio Guccione (personaggio importante come storico della resistenza perché verificava sempre ciò che si raccontava nei documenti e andava a parlare con coloro che la resistenza l’avevano fatta e a conoscere i territori dove si era combattuta) a dire che una buona parte delle polemiche, accese intorno al tema della resistenza tradita, nasce dalla sottovalutazione di questa duplicità di motivazioni e dei problemi che essa pose agli uomini che giorno per giorno elaboravano la politica dei CLN.

    La Resistenza o l’insieme delle resistenze, come va di moda dire oggi, nonostante che la resistenza sia l’insieme, ribadisco, dell’opposizione contro tedeschi e fascisti, è stata guerra di liberazione perché il suo primo obiettivo è stato appunto quello di liberare l’Italia dalla presenza dei tedeschi, di difendere la popolazione dai loro soprusi, di rispondere alle loro crudeltà, di opporsi alla loro politica sistematica di spoliazione, di cui lo stesso Mussolini, marionetta nelle mani dei Nazisti, si rende protagonista, e che la politica delle razzie e della terra bruciata praticata dai tedeschi e dagli stessi fascisti, spesso ancor più crudeli e infami dello straniero tedesco, poteva costituire un elemento socio-politico fondamentale come anello di saldatura tra il movimento partigiano e la popolazione civile. Avrebbe dovuto essere così, ma in molti casi anche alcuni storici rimasti nelle maglie del revisionismo tendono a far credere che il movimento partigiano, che ha pagato un alto prezzo di sangue e indicibili sofferenze (ben oltre i 50.000 morti, se solo

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