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W.o.W. Women of Weird

W.o.W. Women of Weird

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W.o.W. Women of Weird

Lunghezza:
242 pagine
3 ore
Pubblicato:
27 feb 2020
ISBN:
9788831982177
Formato:
Libro

Descrizione

Prefazione di Viola Di Grado

W.o.W. Women of Weird raccoglie dodici racconti nati dalla penna di tredici autrici italiane che hanno interpretato, ciascuna con il proprio tratto, le tematiche dell’onirico, del bizzarro e del perturbante. Un viaggio nell’ignoto e nell’altrove, terrificante e meraviglioso come la tana di una creatura o i meandri di un’astronave.
Pubblicato:
27 feb 2020
ISBN:
9788831982177
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Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

W.o.W. Women of Weird - aa.vv

© Scilla Bonfiglioli, Diletta Crudeli, Noemi De Lisi, Linda De Santi, Viola Di Grado, Elisa Emiliani, Alexandra Fischer, Federica Leonardi, Mala Spina, Lucrezia Pei, Claudia Petrucci, Claudia Salvatori, Laura Silvestri, Ornella Soncini

Illustrazione e progetto grafico di copertina a cura di Sabrina Gabrielli

Logo Moscabianca Edizioni realizzato da Veronica Carratello

© 2020 Moscabianca Edizioni

ISBN 978-88-319-8217-7

www.moscabiancaedizioni.it

info@moscabiancaedizioni.it

Scilla Bonfiglioli • Diletta Crudeli • Noemi De Lisi • Linda De Santi • Elisa Emiliani • Alexandra Fischer • Federica Leonardi • Mala Spina • Lucrezia Pei e Ornella Soncini • Claudia Petrucci • Claudia Salvatori • Laura Silvestri

Prefazione di Viola Di Grado

Volume realizzato con il contributo di Luca Mazza

Le autrici

Scilla Bonfiglioli

nasce e vive a Bologna. Ha pubblicato racconti in diverse antologie (Bacchilega, Delos Book, Edizioni Diversa Sintonia), collane (Delos Digital) e sulle riviste «Writers Magazine Italia» e «Robot». Vincitrice del premio

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per tre volte consecutive, è autrice della saga fantasy L’Ultima Soglia pubblicata per Delos Digital. Nel 2012 il suo racconto Skylla e Karybdis esce su Segretissimo Mondadori. Nel 2013 pubblica Pagare cara una pelle in Giallo 24 di Giallo Mondadori. Nel luglio del 2014, il thriller storico La Corte della Seta esce nell’antologia Anno Domini per Mondadori, accanto a grandi nomi del giallo italiano. A dicembre 2017 pubblica per Mondadori il racconto Un’ombra sulla luna, vincitore del primo Premio Segretissimo. Nel 2018 vince il Gran Giallo Città di Cattolica con il racconto Non si uccidono i dodi pubblicato su Giallo Mondadori. Nel 2019 si aggiudica il Premio Altieri con il romanzo Nero&Zagara – Fuoco su Baghdad edito per Segretissimo Mondadori. Nel gennaio 2020 pubblica per Mondadori La bambina e il nazista, scritto insieme a Franco Forte.

Diletta Crudeli

, classe 1991. Laureata in Beni Culturali, ha frequentato corsi di editing, ma ne sa abbastanza anche di zone infestate e viaggi temporali. Gestisce il blog letterario Paper Moon e «Spore Rivista», rivista online dedicata al fantastico. Ha collaborato con «Cadillac Magazine», «L’Eco del Nulla», «The MacGuffin» e altre riviste online. I suoi racconti sono stati pubblicati su «Tre Racconti», «Foga Rivista», «Narrandom», «Lahar Magazine» e nelle raccolte Storie di fantasmi italiani (80144 edizioni, 2018), Prisma Vol. 1 (Moscabianca Edizioni, 2019), Incipit (

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!, 2019).

Noemi De Lisi

è nata a Palermo nel 1988. È laureata in Giornalismo e in Teorie della Comunicazione. Ha studiato editing e scrittura creativa alla Scuola del Libro di Roma e al Centro Studi Narrazione di Palermo. Suoi racconti sono pubblicati su «Nuovi Argomenti», «Cattedrale» e altre riviste di settore. Nel 2017 ha esordito in poesia pubblicando la raccolta di versi La stanza vuota per Ladolfi Editore.

Linda De Santi

è nata in provincia di Pisa nel 1985. Appassionata di fantastico, nel 2017 ha vinto la prima edizione del Premio Urania Short di Mondadori con il racconto Saltare Avanti. Lo stesso racconto ha vinto il Premio Italia 2018. Nel 2019 ha vinto il Premio Robot con il racconto Cornucopia. Le sue storie sono apparse su siti, riviste e antologie di fantastico. Se le chiedono cosa le piace, risponde: leggere, guardare serie

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, i videogiochi, la famiglia (non solo quella biologica), i gatti, i viaggi, Halloween. Le cose che non le piacciono, invece, sono le etichette, i formati standard, i percorsi che è naturale fare, trascorrere troppe ore sui social. Passa la gran parte del suo tempo in ufficio a occuparsi di marketing, ma approfitta di ogni momento libero per scrivere.

Elisa Emiliani,

faentina, classe 1986, cresciuta con Tolkien e Philip Dick. Ha studiato Filosofia, venduto borse in uno showroom a Torino, lavorato in Inghilterra e fatto un anno di volontariato europeo in un paesino sperduto della Galizia. Nel frattempo ha scritto racconti per «Fantasy magazine», «Effemme» e «Speechless magazine», curato la rubrica Problemi d’identità seriale per la rivista «Inkroci» ed esplorato ambientazioni distopiche sul blog Philomela997. Poi è tornata in Romagna, perché l’aria è più dolce e l’estate più bella. Ha frequentato la Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi dedicandosi a nuove sperimentazioni narrative. Nel 2019 è uscito il suo romanzo Cenere per Zona42.

Alexandra Fischer

, nata il 12 novembre 1971 a Stoccarda da padre tedesco e madre italiana, si è trasferita in Italia a tre anni di età. Le sue passioni sono: la lettura (ha vinto il primo premio come migliore lettrice dell’edizione 2018 del Torneo IoScrittore); le lingue: lavora come traduttrice aziendale di inglese, francese e tedesco e ha tradotto per il regista Simone Lajolo alcuni capitoli dall’inglese della biografia di Joe Strummer e, sempre per lui, ha tradotto dal francese il libro Non ho mai fatto nulla da solo sul regista marsigliese Robert Guédiguian; la scrittura: ha pubblicato l’ebook fantasy marinaro Le due Porte Gemelle con Delos Digital (marzo 2019) e nel luglio 2018 il romanzo urban fantasy L’alamaro color cenere con la casa editrice Nulla Die.

Federica Leonardi

in giovane età rimane folgorata dalle opere di Edgar Allan Poe, dal quale eredita l’amore per il macabro, gli enigmi e i gatti neri. Tra le sue opere Il signor W. e I figli delle ombre (La Piccola Volante), Cenere (Kipple), Ovunque nel mondo (Nero press), Paradox free (Delos Digital). Ha collaborato al primo Zappa e Spada (Acheron Books) e con la rivista «Altrisogni».

Mala Spina

è lo pseudonimo di una scrittrice toscana appassionata di narrativa fantastica. Lavora nel campo dell’editoria, dell’illustrazione digitale e del web design. Scrive storie fantasy, steampunk e horror. Ha pubblicato in proprio l’urban fantasy Victorian Horror Story, la black comedy horror Il Mangiapeccati e la serie fantasy-sword and sorcery Altro Evo. Il suo primo romanzo interattivo, Gremlins ad alta quota, è stato pubblicato da Acheron Books. Ha pubblicato racconti brevi in antologie per vari editori: Jackie Chan contro Dracula in Bestie d’Italia per

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Edizioni, Ultimo treno per Uomo Morto in n di meNare per Lethal Books, L’oro dell’uomo nero in Zappa e Spada per Acheron Books, Testa di santo in Eroica per Watson Edizioni, Quattro regole di sopravvivenza agli zombie in Zomb! Saga per Dunwich Edizioni. Il suo sito internet è www.altroevo.com.

Lucrezia Pei e Ornella Soncini

si sono incontrate in rete grazie al comune amore per il Rinascimento. Specializzate nella formazione editoriale, collaborano da qualche anno con diverse realtà indipendenti e, quasi sicuramente, le incontrerete a una fiera libraria. Nel poco tempo libero, tra una traduzione e un editing, gestiscono l’account instagram Sottolacopertina e l’omonimo blog letterario. Sono sinceramente devote al fantastico e ad Angela Carter. Per fortuna o per disgrazia, non tengono la penna in mano da quando sono nate.

Claudia Petrucci

(1990) si è laureata in Lettere Moderne a Milano, dove ha lavorato come copywriter, web content editor e social media manager. Ora vive a Perth, in Australia. I suoi racconti sono stati pubblicati su «Cadillac», «minima et moralia» e altre riviste. Nel gennaio 2020 pubblica il suo romanzo d’esordio, L’esercizio, con La nave di Teseo.

Claudia Salvatori

ha scritto thriller e romanzi storici, e sceneggiato più di un centinaio di fumetti con le maggiori case editrici italiane, incluse Disney e Bonelli. I suoi racconti sono apparsi su numerose antologie e riviste. Ha pubblicato nei Gialli Mondadori Più tardi da Amelia (premio Tedeschi 1985), Columbus day e Mistero a Castel Rundegg presso Marco Tropea Editore, Schiavo e padrona (da cui è stato tratto il film con Rocco Siffredi Amorestremo), Superman non muore mai, La canzone di Iolanda e Sublime anima di donna (premio Scerbanenco 2001); presso Alacràn Il sorriso di Anthony Perkins e La donna senza testa e presso Hobby&Work Nessuno piange per il Diavolo. Ha realizzato per Segretissimo Mondadori la serie Walkiria Nera. Presso Mondadori sono usciti Ildegarda, badessa visionaria esorcista, i due titoli della saga Il romanzo di Roma e Il cavaliere d’Islanda. Nel 2010 ha lavorato come storyliner per la Dino de Laurentiis Company. Nel 2013 pubblica con Mondadori La splendente regina della notte.

Laura Silvestri

è nata a Roma nel 1982. Laureata in Ingegneria gestionale, nel tempo libero si dedica alla lettura e alla scrittura. Suoi racconti sono usciti in antologie di diversi editori, tra cui Delos Digital, Kipple Officina Libraria e Watson Edizioni. È inoltre presente nelle edizioni 2017, 2018 e 2019 delle antologie Mondi Incantati, contenenti i racconti premiati al trofeo

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. Il suo romanzo Nel nome della Dea ha vinto nel 2015 la quinta edizione del premio Streghe, Vampiri & Co. ed è stato pubblicato dalla Giovane Holden Edizioni. A marzo 2019 è uscito il suo secondo romanzo, Jingū. La Leggenda di un’Imperatrice, per Watson Edizioni. Con Delos Digital ha pubblicato i racconti lunghi La notte in cui tutte le donne e Materia Grigia, e per Heroic Fantasy Italia La canzone di Shartìs. Nel 2019 vince il Trofeo

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con il racconto Leucosya.

Prefazione

di Viola Di Grado

Ho accettato con entusiasmo di scrivere questa prefazione, perché il new weird – il bizzarro è per me, prima di uno strabiliante genere narrativo nato negli anni Novanta e teorizzato negli anni Duemila, innanzitutto una cifra esistenziale. Sono stata una bambina aliena, nata con gli occhi viola e da subito, tra i banchi di scuola e i cortili assolati siciliani, pervasa da una sensazione di disagio esistenziale e di diversità dagli altri umani. Tra me e i miei compagni di classe c’era un buco nero in cui il nostro sentire cadeva e si deformava: io non capivo loro, loro non capivano me. Mi chiamavano strega, mi chiamavano aliena, o non mi chiamavano affatto. I nostri pensieri (dunque le nostre parole) avevano qualità diverse e inconciliabili. Questo buco nero che esisteva tra noi e nel tempo acquistava consistenza sarebbe stato, per sempre, l’habitat della mia scrittura.

Così, a otto anni, seduta nel salotto di mia nonna, ho firmato su un quaderno a righe (c’era un cagnolino in copertina) un patto con me stessa in cui mi impegnavo a scrivere soltanto, senza parlare, fino ai diciassette anni. La parola scritta è solitaria: nemmeno la lettura la priva del suo bastare a se stessa. Naturalmente gli occhi viola, unico segno fisico della mia stranezza, erano scomparsi già all’asilo, e naturalmente (e per fortuna) non ho mai smesso di esprimermi verbalmente. Ma i miei libri sono rimasti il serbatoio della mia irriducibile stranezza.

Nel mio primo romanzo raccontavo un mondo post-linguistico in cui, a causa di un dolore insuperabile, si poteva comunicare solo con gli sguardi; il mio secondo era la storia in prima persona di una ragazza morta, che documentava nel suo diario la sua stessa decomposizione, estremizzazione letterale di un lavoro introspettivo; il mio terzo immaginava un mondo dove il gesto affettivo risultava ormai obsoleto e i bambini erano affidati a madri artificiali per crescere più felici; il mio quarto raccontava la storia vera di un bambino nato senza genitali nel luogo più radioattivo del Pianeta, e una qualità di amore diversa, incomprensibile ai più.

La stranezza non si sceglie, come il colore degli occhi o la forma del viso. È una caratteristica latente del sé e della propria modalità di relazione col mondo. È un filtro, una lente di un colore indefinibile che allo stesso tempo distanzia e avvicina al reale. Essere strani significa essere abbastanza diversi da poter esaminare ogni tratto umano con la perizia neutrale di un entomologo, e allo stesso tempo abbastanza uguali da riconoscersi in questi tratti quanto basta per struggersi di empatia.

Il new weird, infatti, non è un catalogo di bizzarrie inespressive, come potrebbe essere un libro di fiabe affollato di mostri. Il new weird ha lo spessore e il realismo della narrativa psicologica ma con il piglio decostruttivo di uno scienziato pazzo.

Cos’è, dunque, il new weird?

O meglio, cosa non è?

Ogni volta che delimitiamo un genere dobbiamo ricordarci di cosa lasciamo indietro, di cosa mettiamo da parte. Basti pensare alla fantascienza: a come il fatto stesso di definire Philip Dick uno scrittore di fantascienza ne raccolga le qualità profetiche, fantasmatiche e proto-scientifiche, oscurando però quelle narrative e di analisi esistenziale. Per tutta la vita, Philip Dick ha vissuto nella frustrazione di sentirsi incasellato, castrato dal genere con cui veniva descritto. I suoi tentativi di scrivere romanzi non di fantascienza furono meno riusciti proprio perché il problema non era suo, dei suoi scritti, il problema era dell’occhio editoriale che li squadrava e li delimitava: per leggere, imparare, evolverci non abbiamo bisogno di adesivi linguistici ma di mondi inetichettati.

Noi siamo le parole che usiamo: siamo le scatole semantiche che scegliamo per chiudere la realtà. Così, ad esempio, la parola natura è nata in Oriente solo quando l’istinto predatorio dell’uomo ha cominciato a intervenire brutalmente su di essa.

Ma cosa succederebbe se, anziché incasellare e predare, ci limitassimo a descrivere? A me pare che il termine new weird – teorizzato da Jeff VanderMeer ma in cui già rientravano, tra gli altri, Stephen King e Thomas Ligotti, e già fondato senza saperlo da Lewis Carroll – faccia proprio questo: definire uno scritto weird, cioè strano, è un modo di definire senza lasciare in ombra. Sottolineare la qualità bizzarra di qualcosa si limita, sottilmente, a definirla incatalogabile. È dunque un meccanismo ingegnoso del linguaggio, un tentativo di preservare la libertà di una scrittrice o scrittore di inserire in una narrazione qualsiasi tipo di accadimento.

Ingegnosi, infatti, sono moltissimi dei testi letterari ascritti al new weird. Accettazione, l’ultimo libro della Trilogia dell’Area X di VanderMeer, si apre con un piano-sequenza narrativo sfilacciato e intelligente caratterizzato da una curiosa, ossessiva incursione dell’impersonale nell’esperienza soggettiva dell’io narrante. Un tu, una seconda persona, sta affogando in un mare sinistro che sembra da sùbito avere una sua volontà animale, furiosa, mentre al contrario chi affoga è quasi parte sgomenta del paesaggio, prossimo a un annullamento. Se i pronomi personali sono in pericolo, cosa resta allo scheletro di una narrazione? A poco a poco i contorni si riprendono: dopo un prologo ansimante e frammentato, la narrazione riprende stabilità, e cominciamo a capire (o a ricordare, per chi aveva letto gli altri due volumi) cosa sta succedendo. Ma la stranezza è già subentrata in noi, nel testo che stiamo leggendo, e dunque ne siamo noi stessi parte.

La cosa importante di un genere nuovo, in fase di definizione, è che è in potere di tutti stabilire chi possa rientrarvi. Questo vale ancor di più per un genere che si definisce in base alla sua stessa libertà. Chi dobbiamo considerare new weird, allora, nell’Italia contemporanea? Sicuramente l’incredibile poetessa Ida Travi, che ha inventato un mondo che taglia i ponti con segni e figure a noi più vicini, pur conservandone lo stampo freddo e inerte: una culla nostalgica per poterci immedesimare in noi stessi. Poi Gabriele Di Fronzo, Loredana Lipperini, Alcide Pierantozzi, Laura Pugno, Luciano Funetta, Francesca Matteoni. E di certo sto dimenticando qualcuno, perché la stranezza ha il talento sinistro di nascondersi bene.

Da orientalista mi sento in dovere di fare una lista degli imprescindibili membri giapponesi di questa scuola, perché quella nipponica è la letteratura che più di tutte, storicamente, ha accolto l’incursione del soprannaturale. La prima è una romanziera giapponese naturalizzata tedesca, Yōko Tawada. Tradotta una sola volta anni fa in Italia da una piccola casa editrice e subito andata fuori catalogo, Tawada racconta piccole storie in cui niente si salva da un senso pervasivo di stranezza. La stranezza, nei suoi racconti, è un vero e proprio meccanismo di sovversione del familiare. È il perturbante di Freud con una spinta vitalista tutta giapponese. Il bagno si apre con la protagonista che, guardandosi allo specchio, esamina delle squame che le sono cresciute ovunque. Ma non siamo di fronte a una sgomenta metamorfosi kafkiana, bensì a una tiepida, spensierata osservazione di un cambiamento. Non c’è stupore, nella ragazza del libro, solo curiosità e desiderio di capire. Perché il vero new weird non descrive l’irruzione del bizzarro, altrimenti sarebbe weird una grande parte della narrativa mondiale fin dagli esordi. Il new weird descrive la stranezza come una componente già integrata nell’esperienza dei personaggi. Così, la ragazza di Il bagno passa una notte tra fattucchiere tristi e fotografi che le rubano l’anima, ma il tutto con la serenità di una persona che sa bene che la radice delle trasformazioni del reale non sta nei sovvertimenti dell’ambiente, bensì nei ricordi infantili, nei traumi subìti e nel modo in cui ce li raccontiamo. Così, più di una strega armata di topi, appare sconvolgente una madre anziana che pedala su una cyclette tutto il giorno, preoccupata per gli dèi shintoisti come fossero bambini da salvare.

Un’altra Yōko molto new weird, Yōko Ogawa, racconta in L’anulare una storia di dominazione all’interno di un rapporto amoroso. L’espediente narrativo che apre la storia è quello di un dito reciso: un frammento organico di sé che cade per un incidente. Così la frammentarietà diventa un habitat narrativo: il personaggio si muove in un mondo spoglio, sia linguisticamente che emotivamente. Incontra e si innamora di un uomo gelido e dominante, con una cifra stilistica congelata e congelante, e parole che si muovono tra monosillabi e metafore forzate, come se la frase fatta, l’accostamento collaudato di parole, fosse l’unico modo per trasmettere significati all’interno di un mondo rigido e inespressivo. E non dimentichiamo Murasaki Shikibu: pochi sanno che questa dama giapponese dell’anno Mille scrisse il primo romanzo psicologico della storia. E la ragione per cui la cito è che è un romanzo non solo complessissimo (dunque leggibile anche senza storicizzarlo) ma pieno di incursioni spettrali. Un esempio fondamentale è quello di Rokujo, il personaggio più malinconico e oscuro, che per gelosia emana da sé un fantasma che andrà a perseguitare la sua rivale in amore.

Come lo definiamo allora, questo new weird?

Le definizioni ufficiali parlano di elementi fantasy e horror, di tecnologia retrofuturistica, di ambientazioni fortemente originali, trasfigurate di solito con un realismo che rigetta il fantasy originario, ma come il concetto di fantascienza si evolve man mano che

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