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La terra degli Anunnaki

La terra degli Anunnaki

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La terra degli Anunnaki

Lunghezza:
296 pagine
2 ore
Pubblicato:
15 feb 2020
ISBN:
9788894469622
Formato:
Libro

Descrizione

Indicibili sovrani cosmici, divinità blasfeme per cui l'uomo non è che una marionetta di carne, nata per servire. Questi sono gli Anunnaki, la stirpe aliena giunta dal Grande Vuoto per prendere possesso dell'antica Terra fra i due Fiumi, la Mesopotamia.
E in uno scenario dove empie piramidi di pietra e acciaio svettano contro i cieli stellati, e re millenari innalzano il loro scettro sopra il mondo primevo, agli uomini non resta altra scelta che inchinarsi o perire, assoggettati al volere di dèi senz'anima. E' il tempo in cui ardono i sacri fuochi di Marduk, e il dio Enki raduna le sue schiere inumane. E' il tempo degli Anunnaki!
Pubblicato:
15 feb 2020
ISBN:
9788894469622
Formato:
Libro

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IL PIANETA

DEGLI ANUNNAKI

A cura di Francesco La Manno

Copyright

ISBN: 978-88-944696-2-2

Adompha n. 3

Curatore: Francesco La Manno

Illustrazione: Andrea Piparo

Progetto grafico e impaginazione: Mala Spina

Prima edizione febbraio 2020

Copyright (Edizione) ©2020 Italian Sword&Sorcery Books

Tutti i diritti sono riservati a norma di legge e delle convenzioni internazionali. Nessuna parte di questo ebook può essere riprodotta e diffusa con sistemi elettronici, meccanici o di altro tipo senza l’autorizzazione scritta degli autori.

Questo libro è un’opera di fantasia. La sua pubblicazione non lede i diritti di terzi. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.

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Anunnaki:

l’arcaico pantheon sumerico,

oltre le spurie interpretazioni ufologiche

Luca Valentini

Se hai imparato a conoscere il mondo di Ea (sumerico Enki, ndr), la vita del doppio solfo e come accendere soffiando (in sufflando) il fuoco del cielo, tu te ne andrai sulla pia alta montagna del tuo paese, sederai sulla nuda terra ponendo un albero fruttifero a destra ed un seme a sinistra

Giuliano Kremmerz, La Scienza dei Magia

Discorrere in merito alla civiltà sumerica risulta essere compito non agevole sia per le fonti pervenute, che spesso risultano interpolazioni delle successive genti accadiche e babilonesi che si stabilirono nella regione tra il Tigri e l’Eufrate, sia per le novelle interpretazioni ufologiche che rimandano le origini del suddetto popoli a un improbabile derivazione aliena. Lontani dalle moderne tendenze neospiritualistiche, cercheremo di inquadrare il pantheon sumerico e la connessa religiosità nel giusto ambito sapienziale ed arcaico che compete loro, specificando, sin da subito, come la nozione di Anunnaki, con cui genericamente si designano le deità sumeriche, presenti molte analogie con i Neter egizi ed i Numina romani, quali rivelazioni di potenze insite nel cosmo, che direttamente interagiscono con l’uomo, molto meno di espressioni idolatriche a cui si riconnetteva una devozione di fede. Come si vedrà in seguito, comune al mondo sumerico nell’esplicazione della propria spiritualità, similmente alle diverse forme della Sapienza del mondo antico, è l’idea che sfera dell’Uno, Natura e Uomo siano una sintesi in cui un solo processo di trasfigurazione spirituale si attui, essendo i principi della triade in cui il Tempio Misterico si realizzi¹. Importanti informazioni è possibile desumerle dall’ampio saggio introduttivo di N.K. Sandars al testo che presenta la celebre epopea Gilgames², in cui il popolo sumerico è collocato, in tutta la sua enigmaticità, agli albori della civiltà mesopotamica, nell’era in cui la tradizione orale parzialmente cedeva il passo alla prima scrittura, come solo gradualmente i mitici regnati dei primordi venivano sostituiti da sovrani umani ben riconoscibili: tutto ciò intorno al terzo millennio antecedente l’era volgare. Un arcaico catalogo regale sumerico, in caratteri cuneiformi, contiene un elenco di dominatori di Eridu, Alulim e Alagar che vissero rispettivamente 28.800 e 36.000 anni, cioè prima del Diluvio Universale, conosciuto anche nella tradizione sumerica. La prima città sacra fu Eridu che conobbe una grande importanza in un’epoca arcaica. Mentre l’archeologia smentisce che l’idea del Diluvio fosse realmente afferente alla conoscenza sumerica arcaica, subentrante solo successivamente, è ben definito come gli Dei, parimenti alle grandi civiltà arcaiche d’Occidente e d’Oriente, facessero allegoricamente riferimento sia alle forze della natura sia ad uno specifico principio solare, senza che nessuna astronave aliena, suggerita da qualche film hollywoodiano facesse la propria comparsa in Mesopotamia: «Ogni città aveva un suo protettore particolare che ne curava le fortune e aveva la propria dimora entro le mura³». Molto similmente alla costituzione dei pantheon greco-romano ed egizio – caldaici, quello sumero presentava un nume supremo, Anu, quale padre degli Dei, paragonabile all’Urano greco ed al Varuna indù, quale entità dell’Essere che rappresentava il legame tra il cielo metafisico e la molteplicità delle potenze cosmiche espresse e sorte dall’indifferenziato stato primordiale di non determinazione. Similmente al mito egizio, in cui la coppia Nun e Nunet simboleggiava l’elemento di acqua primordiale da cui sarebbe sorto Atum (versione eliopolitana di RA), il Neter autogenerato e rappresentato dal Sole al tramonto, cioè dello Spirito sul limite tra visibile e ritorno al trascendente, sempre per Sandars, che si rifà alla ricostruzione della teogonica operata da Kramer: «Anu, primogenito del mare primordiale, era il cielo superno, il firmamento, non l’aria che spira sulla terra⁴». Il Dio Padre Anu, infatti, rappresenta il capostipite degli Anunnaki, cioè i figli Anu, quale Ente Primo e quale potenza naturante inespressa, che realizza la propria alterità immateriale, come determinazione una in molti, fondamento della teologia sumerica in cui l’illusoria molteplicità dei Numi caratterizza la conoscenza umana. In questo senso si intende discendente e non più cosciente di tale potenza unitiva: vi si manifesta la presenza di stati dell’Essere dialetticamente diversi, ma non separati, natura naturans e natura naturata, sempre riconducibili all’ermetico chiusura del Tutto, dell’Ordine Cosmico, rappresentato in alchimia dal serpente Uroboros. La somma divinità, primo principio dell’universo, esistente prima e al di fuori del tempo, ricomprende ogni cosa esistente, e sussiste in tutte le cose, elaborando il concetto di una unicità della natura divina, che si manifesta sotto differenti aspetti o ipostasi. La pluralità degli Anunnaki altro non è che una serie di emanazioni della somma Divinità, ad essa subordinati, ma ognuna contenente la pienezza della Divinità stessa. Si tratta di attributi o funzioni dell’Ente in sé, nel senso di ένεργείν, di operare, di agire: a seconda di come lo Spirito desidera manifestarsi nel cosmo, in quanto ordinatore supremo di esso, assume forme diverse, in cui risiede la sua totalità velata dal fatto che si riferisce a una particolare funzione. Non casuale, pertanto, è l’importanza rivestiva nel pantheon sumerico da Enlil, la funzione mercuriale dell’elemento Aria, figlio di Anu e di Ki in, la Gea (Terra) sumerica, come prima manifestazione del Sacro nella Natura, che la stessa pervade, proprio come Mercurio –Ermes, in ogni sua parte, rappresentandone l’elemento vivificante. L’Uno, come la dottrina ermetico-sapienziale insegna, tramite il Verbo emanato dall’Aria discende nella formalità separandosi, solo illusoriamente, nella Diade, che presso la religiosità sumerica era espressa da Utu, il Dio Sole, e da Inanna (successivamente divenuta la più celebre Istar), regina del Cielo, come la Iside egizia e la Giunone romana, «venerata assieme ad Anu nel grande tempio di Uruk e tremenda e incantevole come Afrofite», sottolinea sempre Sandars⁵.

Alcune considerazioni particolari devono, però, essere riservate a Enki (Ea accadico e babilonese), prefigurazione del Thot egizio e Dio della Sapienza e degli oracoli, nato nella mitica città di Eridu, generato ad immagine di Anu e definito cripticamente "signore della sapienza che dimora nel profondo". A tale potenza numinosa, non casualmente, infatti, abbiamo voluto riferire l’incipit del presente studio, tratto dal materiale riservato del Rito Egizio, di cui il sommo ermetista napoletano Giuliano Kremmerz rende pubblico alcuni stralci. Nell’aforisma di Iriz-Ben-Assir compaiono alcuni elementi della mitologia sumerica, che possono essere considerati fondanti per la comprensione esoterica della trama teogonica. Ritorna il soffio, l’aria espressa Enlil, signore degli Inferi, il Kur sumerico, quasi avesse il compito di informare anche le dimensioni sotterranee dello Spirito; rientra il simbolo della montagna, il cui cuore nella mitologia sumerica rappresentava proprio la possibilità di discesa negli Inferi, come un vero e proprio processo di catarsi iniziatica, già noto al lettore nelle epopee omerica e virgiliana (con Ulisse ed Enea protagonisti). I simboli del seme e dell’albero che fiorisce, inoltre, possono serenamente associati al processo maieutico tipico delle iniziazioni eleusine legate a Demetra, quale palingenesi dell’anima che subisce una macerazione ctonia, tale da permettere la trasmutazione dell’Oro occultato nella dimensione terrigena. Questa è la dimensione della sapienza nascosta nel profondo afferente a Enki – Ea, le regioni ove solamente dimorano gli Anunnaki, i Grandi, che similmente ai Titani o a Lucifero, altro non sono che potestà interiori che dalla caverna cosmica, sovrastata dalla montagna sacra, che è tempio e freccia verso l’Infinito, devono essere ridestate e ricondotte nei cieli uranici della metafisica. Letta con una metodica non solo filologica, ma anche tradizionale ed ermetica, la mitologia sumerica riproduce le fasi di realizzazione dell’Uomo verso la Causa Prima, del suo ritorno e della sua identificazione attiva verso di essa. Anche la figura terribile di Nergal, padrone dell’oltretomba come l’Anubi egizio, ma anche divinità della guerra e della pestilenza, secondo figlio di Enlil, compagno di Ereshkigal, sorella di Inanna - Istar, padrona anch’essa dell’Ade sumerico, ritroviamo le medesime dinamiche dei mitologemi classici, con protagonisti Plutone e Proserpina. La funzione del mito era lo strumento di comprensione profonda della caverna platonica, l’iniziazione alle sfere più recondite dei Numi, che con la purificazione del corpo poteva essere concepita come una riconversione verso il Sacro, attuando ciò che gli alchimisti avrebbero potuto denominare la trasmutazione graduale del Fisso nel Volatile, col successivo compimento dell’Opera, tramite il ritorno del Volatile al Fisso. Non è casuale, infatti, che l’ultima Lama d’oro orfica sia una fulminea e sibillina invocazione al Separando, macerazione essenziale, senza la quale non vi è Opera che possa ritenersi intrapresa seriamente o addirittura compiuta: «Gioisci di Plutone e Persefone». La dimora terrigena – nel mondo greco-romana palesatasi non solo nei misteri eleusini e nel culto relativo a Demetra, ma anche alla romana Cerere – si configurava essere come un vero e proprio utero materno che occultava, allevava e alimentava un latente potere igneo, apparentemente e primariamente ctonio, come quello alimentato da Vulcano, ma, se sapientemente conosciuto, disvelato e purificato, con lo schietto calore del Sole. Si esplicita la funzione iniziatica del cosiddetto Arcangelo Solare, a cui la Deità Enki – Ea è spesso associata nelle correnti ermetiche d’Occidente, cioè di quel mediatore che ricuce lo iato del fenomenico, per ricondurre l’anima cosciente alla propria non – dualità originaria. Miticamente, infatti, il Nume della Sapienza sumerico rappresentava il vettore di trasmutazione solare che conduce al cuore della montagna sacra su cui si celebrava il culto del Dio del Sole Utu – Samas, indirizzo per il Tempo Infinito, quale principio aprioristico di Anu dell’antica religione sumerica. In tale ottica, la dimensione del combattimento, del travaglio assumono connotati radicalmente opposti rispetto alle comune accezione, infatti, ciò che comunemente è inteso essere strumento di divisione, di distruzione, in ambito iniziatico diviene il catalizzatore di ciò che lacera la maschera profana dell’umano, la sua fallace multiformità, affinché si possa giungere a conquistare la vera sfera dell’unità e della pace, cioè la potestà del Nume autocosciente ridestato dal sonno profondo della coscienza ordinaria. Tale è la potestà che è insita in Gilgames, tale è il senso dell’interiorizzazione, tale è il senso della conoscenza del dio babilonese Shamash, giudice e combattente, e di derivazione sumerica.

La dimensione della profondità, dell’oscurità riemerge nella religiosità sumerica anche e soprattutto nella citata epopea di Gilgames⁷, l’eroe divinizzato e re della città sumera di Uruk, in cui una serie di simboli, dal pozzo delle purificazioni alla lotta eroica, fino al confinamento nel mondo dei trapassati, a testimoniare quanto la trama allegorica dei mito e del culto religioso, tra i Sumeri come per altre popolazioni arcaiche, in realtà, avesse una connotazione funzionale ad un preciso processo di realizzazione spirituale e come il dominio dell’oltrevita poco abbia a che fare con una sfera tetra e negativa, ma, altresì, sia il presupposto per una riconversione verso l’interiorità occultata alla luce profana. In tale direzione ci conducono le riflessioni di un Hillman che rappresenta il mondo infero come la faccia speculare della vita terrena e tangibile, la morte non essendo altro che il passaggio da uno stato di coscienza all’altro, dal visibile all’invisibile appunto: «Ade, come sappiamo, era il Dio delle profondità, il Dio degli invisibili. É invisibile egli stesso, e questo potrebbe implicare che la trama invisibile sia proprio Ade, e che quell’essenziale <> che mantiene le cose stesse nella forma loro propria sia, in effetti, il segreto della morte. E se la natura, come dice Eraclito, ama nascondersi, allora la natura ama Ade⁸».

Si palesa la manifestazione della sincronicità dell’Universo, della sua mercurialità, in cui ciò che è prettamente tellurico è analogamente ed ontologicamente associabile a ciò che è prettamente uranico, essendo Ade similare a Zeus ctonio, come la già citata sapienza del profondo di Enki – Ea. Il passaggio all’invisibile, pertanto, può essere accostato ad una prassi alchimica di liberazione dal peso plumbeo delle occupazioni mondane, un autentico volo cosciente verso il Sole Spirituale. Tali interpretazioni sono suffragate dagli studi di Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, in cui gli uomini – scorpione dell’epopea di Gilgames custodiscono, come i centauri di Virgilio nel VI canto dell’Eneide (il canto della discesa nell’Averno)⁹, la chiave per condursi verso l’altro mondo, in cui il solve et coagula ermetico, la catabasi e l’anabasi neoplatonica hanno testimoniato il viatico trasfigurante dell’anima che macerandosi, si ridesta e rinasce dorata dalle ceneri come la Fenice.

Di Gilgames, Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, ritrovano anche la traccia che testimonia come egli fosse diventato «re supremo e giudice degli Anunnaki¹⁰», cioè, nella prospettiva ermetica e sapienziale da noi assunta, avesse raggiunto lo stato di coscienza eroico tale per cui i figli di Anu, assunti come potenze simultaneamente del cielo, del cosmo e dell’interiorità umana possano esser stati evocati nel profondo e ridestati in sé, permettendo l’ascesa-discesa dal mondo della manifestazione a quello informale dell’Essere, in cui l’armonia, l’equilibrio gli conferiscono gli stessi attributi di un Dio: la capacità di misurare il mondo, similmente al Dio geometra di Platone. É il conseguimento della potestà solare che unicamente nell’oscurità può realizzare la trasmutazione saturniana del piombo in oro. "Samas (Utu)", il Dio del Sole, «ti ha affidato vedetti e decisioni. In tua presenza s’inchinano re, reggenti e principi¹¹».

Se gli stessi Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend precisano come tutte le avventure si svolgano nei cieli ed ogni Dio spesso è associato ad una stella¹², è anche vero che nell’appendice 45 del testo in riferimento¹³ il famoso pianeta Neberu, da cui le fandonie ufologiche farebbero derivare la civiltà etrusca, identificato probabilmente con Giove, altro non fosse che un riferimento spirituale ad una dimensione dello spirito necessitante per l’attraverso del fiume astrale, il pedaggio, similmente a quello dovuto ad Anubi, che si doveva pagare per l’entrata nel mondo nuovo dell’Essere, come la stessa etimologia del termine testimonia, le tappe successive e graduali, come descritte nei Libri dei Morti sia egizio quanto tibetano: «Colui che attraversa senza requie il mezzo del mare, che attraversamento sia il suo nome, colui che ne controlla il mezzo. Possano essi sostenere il corso delle stelle nel cielo; possa egli pascere tutti gli Dei come pecore».

In conclusione, possiamo affermare come un senso misterioso ed allegorico si celi dietro le trame, spesso assurde ed illogiche, delle antiche favole e degli antichi miti sumerici. In esse, in realtà, si conserva la Sapienza delle origini, che consente, tramite la narrazione mitica, l’intuizione e la conoscenza dei processi che possono condurre l’uomo oltre la soglia del sensibile, nella dimensione oltremondana a cui gli Dei, protagonisti di tali racconti, appartengono, quali rappresentazioni - conviene sempre rammentarlo – non di idoli, ma di stati di sovracoscienza, indi, di consapevolezza spirituale, a cui possono accedere i dignificati, cioè coloro che possiedono la potestà di sublimare la lettera in simbolo: «Le parabole, infatti, servono da involucro e da velo, ma anche da luce e da chiarificazione¹⁴».

Il pantheon di un mondo arcaico come quello dei Sumeri, che risorge con prepotenza nella sonnambolica modernità dell’economia e delle religioni morenti, costituisce, anche se tra interpretazioni spurie e neospiritualiste, la conferma di come il Sacro fosse rappresentato da un organismo liturgico gerarchizzato, in cui ad una rappresentazione religiosa e popolare si affiancava, spesso occultata, una sfera di evidente portata esoterica e misterica, in cui ciò che era semplice espressione dello Spirito poteva assurgere a significati di profonda natura noetica e metafisica. Nei testi citati, infatti, l’esplicitazione del potere paterno di Anu che diviene irradiante, quindi nella versione discendente, quale catabasi del Principio Primo nella solarità attiva che consente la copula con il complemento naturale e femmineo per ricreare il mondo, quale fissazione in terra di un potere volatile che viene veicolato secondo un percorso preciso, quello del mondo dell’antica Mesopotamia che rinasce nel suo simbolo ancestrale, quale matrice della manifestazione, quale Cuore del Mondo, che si perpetua in archetipi diversi e parimenti simili, nella doppia operazione alchimica, interna e divina, ed esterna e umana, spirituale e contemporaneamente di fornace, nell’unico Athanor sigillato ermeticamente, cioè l’Uomo e gli Anunnaki che in se stesso dimorano:

«Quanto all’Omphalos, all’ombellico, ci sono volumi e volumi sull’argomento. E’ l’isola di Calipso, ma è anche il Cariddi dell’Odissea, l’imbuto del Maelstrom della tradizione indoeuropea, il gurges mirabilis che trapassa il globo e finisce nel Soggiorno dei Beati; questo è, naturalmente, nel cielo australe, a Eridu, alla Nave Argo, là dove regna Kronos addormentato, Yama Agastya per gli Indù, Osiride giudice dei Morti per gli Egizi; Ea – Enki per i Babilonesi (prima ancora per i Sumeri, ndr), Quetzalcoatl per i Messicani – e altri ancora. É là che si perse Ulisse, se crediamo a Dante, è là che Gilgames si trovò alla Confluenza dei Fiumi celesti, in cerca dell’immortalità¹⁵».


1 R.A. Schwaller de Lubicz, La Scienza Sacra dei Faraoni, Edizioni Mediterranee, Roma 1991, p. 32: "Non ci è, dunque, possibile dissociare l’Uomo (voglio dire l’essere umano realizzato nella sua più perfetta completezza e a fronte del quale l’uomo attuale ancora non è che un semplice simbolo) dall’opera perfetta del genio umano in quanto Tempio ad immagine del cielo. Il Tempio è nell’uomo nel senso che l’uomo è il Tempio dell’opera naturale, come il Tempio in quanto opera umana non può essere che ad immagine dell’uomo".

2 N.K. Sanders, introduzione a L’Epopea di Gilgames, Edizioni Adelphi, Milano 1986, p. 9ss.

3 Ivi, p. 34.

4 Ivi, p. 35.

5 Ivi., p. 37.

6 A. Tonelli, LO II C I, Eleusi e Orfismo (I Misteri e la tradizione iniziatica greca), Edizioni Feltrinelli, Milano 2012, p. 481.

7 Per lo studio approfondito della saga è doveroso riferirsi al testo precedentemente citato, a L’Epopea di Gilgames, Edizioni Adelphi, Milano 1986.

8 J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi Edizioni, Milano 2017, p. 41.

9 Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto, Edizioni Adelphi, 2011, appendice 42, p. 555.

10 Ivi, p. 351

11 Ibidem.

12 Ivi, 375.

13 Ivi, Excursus su Gilgames, p. 561ss.

14 F. Bacone, Sapienza degli antichi, Praefatio, Edizioni Bompiani, Milano 2015, p. 81

15 G. de Santillana, Fato Antico e Fato Moderno, Edizioni Adelphi, Milano, 2012, p. 167.

Il dono di Uttu

Francesco Brandoli

La pianura era una distesa di sabbia purpurea, simile a uno specchio di rame: i riflessi tra le pietre ferivano gli occhi. Una mandria, come una serie di ombre, marciava attraverso la distesa, guidata da un ragazzo slanciato.

Argasun portava al pascolo le proprie capre, spingendosi verso est, oltre la bassa collina pietrosa, dove sapeva di poter trovare qualche cespuglio e pianta che le rifocillassero. Accanto a lui, Argan, sua sorella, si lamentava per il caldo.

La ragazzina, intorno ai quindici anni, stava acquisendo le forme di una donna: già da tre anni aveva conosciuto il proprio sangue, quel liquido magico che solo le donne versano, a ricordare il ruolo preminente delle dee e dell’acqua nella creazione della vita. Forse aveva sbagliato ad accompagnare il fratello, quel giorno, perché dolori al ventre le annunciavano il ritorno proprio di un nuovo ciclo, come quello della luna. Quel sangue che proprio il dio Sin, con la sua falce a mezza luna, risvegliava nell’addome, con invisibili tagli, era però un potente amuleto a protezione della mandria: per questo Argasun l’aveva voluta con sé, per benedire il pascolo. Ma, ora, sotto il sole cocente, tra la sabbia cremisi, Argan faticava a proseguire il cammino.

«Se solo ci fossero più fiumi, in questa valle…» Sbuffò la ragazzina, passandosi il palmo della mano sulla fronte madida di sudore.

«Ce ne sono abbastanza» replicò il fratello, «Quest’area è fra le più fertili nel raggio di vari giorni di cammino. Lo dicono tutti i mercanti: non possiamo lamentarci.»

«Eppure c’è troppa sabbia ed è caldo!» Ribadì l’interlocutrice, tenendo il broncio e cingendo le mani intorno al ventre. Nuovi crampi la facevano dolere.

«Vedi quanto è celeste lassù? La maggior parte delle acque è stata trascinata in cielo dal Dio Enlil, creando così un terreno abitabile per noi esseri umani e lasciando a terra abbastanza acqua per la vita di tutte le creature.»

Argan portò una mano a coprire gli occhi, sollevando lo sguardo verso il cielo. Una distesa placida di flutti limpidissimi. In lontananza, solo poche nuvole, come onde schiumanti: quelle onde che, durante le tempeste del cielo, scuotevano quella massa d’acqua facendola precipitare sulla terra.

«Tutto sommato, è meglio che le acque siano lassù… Non sia mai che gli Anunnaki si arrabbino e facciano precipitare un diluvio a divorare le montagne!»

Mentre i due giovani parlavano in questo modo, un rombo attraversò l’aria, mentre sopra le loro teste passava una forma ovale, scintillante come metallo, lasciando una scia candida dietro di sé.

Argan emise un’esclamazione di stupore, stringendo il braccio del fratello, intimorita. Era la prima volta

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