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“Come siamo andati in Libia”. La Guerra Italo-Turca tra politica e cronaca (1911-12)
“Come siamo andati in Libia”. La Guerra Italo-Turca tra politica e cronaca (1911-12)
“Come siamo andati in Libia”. La Guerra Italo-Turca tra politica e cronaca (1911-12)
E-book236 pagine3 ore

“Come siamo andati in Libia”. La Guerra Italo-Turca tra politica e cronaca (1911-12)

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Il volume offre una sintesi delle vicende politiche e diplomatiche che hanno portato l’Italia giolittiana ad intraprendere e condurre quella che il maggiore storico italiano, Gioacchino Volpe, definì l’Impresa di Tripoli, assegnando ad essa una importanza decisiva nel lento farsi nazione dell’Italia liberale. Il titolo del volume riprende quello di un’opera di Gaetano Salvemini, fervido oppositore della guerra libica, il quale raccolse in volume una serie di suoi scritti e lavori dai quali sarebbero emerse in modo nitido tutte le falsificazioni e mistificazioni della campagna interventista sia dal punto di vista politico, che economico e militare: il giudizio dello storico di Molfetta fu perentorio: “Sia il quando, sia il perché, sia il come della impresa libica non si spiegano, se non tenendo presenti la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane”.
LinguaItaliano
Data di uscita30 gen 2020
ISBN9788831651486
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    “Come siamo andati in Libia”. La Guerra Italo-Turca tra politica e cronaca (1911-12) - Luca Giansanti

    633/1941.

    Nota introduttiva

    Que­sto la­vo­ro ha la sem­pli­ce am­bi­zio­ne di of­fri­re una sin­te­si del­le vi­cen­de po­li­ti­che e di­plo­ma­ti­che che han­no por­ta­to l’Ita­lia gio­lit­tia­na ad in­tra­pren­de­re e con­dur­re quel­la che il mag­gio­re sto­ri­co ita­lia­no, Gioac­chi­no Vol­pe, de­fi­nì l’Im­pre­sa di Tri­po­li¹, as­se­gnan­do ad es­sa una im­por­tan­za de­ci­si­va nel len­to far­si na­zio­ne dell’Ita­lia li­be­ra­le.

    Il ti­to­lo del vo­lu­me ri­pren­de quel­lo di un’ope­ra di Gae­ta­no Sal­ve­mi­ni, fer­vi­do op­po­si­to­re dell’im­pre­sa li­bi­ca, il qua­le rac­col­se in vo­lu­me, nel 1914², una se­rie di scrit­ti e la­vo­ri dai qua­li, nel­la sua in­ten­zio­ne, sa­reb­be­ro emer­se in mo­do ni­ti­do tut­te le fal­si­fi­ca­zio­ni e mi­sti­fi­ca­zio­ni del­la cam­pa­gna in­ter­ven­ti­sta sia dal pun­to di vi­sta po­li­ti­co, che eco­no­mi­co e mi­li­ta­re: il giu­di­zio del­lo sto­ri­co di Mol­fet­ta fu pe­ren­to­rio: Sia il quan­do, sia il per­ché, sia il co­me del­la im­pre­sa li­bi­ca non si spie­ga­no, se non te­nen­do pre­sen­ti la in­cul­tu­ra, la leg­ge­rez­za, la fa­ci­le sug­ge­stio­na­bi­li­tà, il fa­tuo pap­pa­gal­li­smo del­le clas­si di­ri­gen­ti ita­lia­ne.

    Il vo­lu­me, nel­la cro­na­ca fat­tua­le, trat­ta tut­ta­via so­lo un pe­rio­do li­mi­ta­to del­la guer­ra li­bi­ca, quel­lo che va, più o me­no, dal­la fi­ne del set­tem­bre del 1911 (con la con­se­gna dell’ul­ti­ma­tum ita­lia­no all’Im­pe­ro ot­to­ma­no) all’ot­to­bre dell’an­no se­guen­te (con la con­se­gna all’Ita­lia del­la Li­bia a se­gui­to del Trat­ta­to di Pa­ce di Lo­san­na); in tal sen­so il ti­to­lo scel­to fa ri­fe­ri­men­to al­la guer­ra Ita­lo-Tur­ca. Co­me ha in­fat­ti am­pia­men­te ed acu­ta­men­te ar­go­men­ta­to Ni­co­la La­ban­ca, que­sta guer­ra non eb­be ter­mi­ne nel 1912 ma nel 1931, in pie­na era fa­sci­sta, al­lor­quan­do ven­ne sop­pres­sa ogni for­ma di re­si­sten­za ar­ma­ta op­po­sta al­la con­qui­sta ita­lia­na: da que­sto pun­to di vi­sta, la guer­ra li­bi­ca di­ven­ne guer­ra per la Li­bia, tra­sfor­man­do­si al­tre­sì da im­pre­sa dell’Ita­lia li­be­ra­le in im­pre­sa an­che dell’Ita­lia fa­sci­sta³.

    Ten­go in­fi­ne a pre­ci­sa­re che per la ste­su­ra di que­sto li­bro non so­no sta­te uti­liz­za­te fon­ti ine­di­te, né es­so è il frut­to di sca­vi ar­chi­vi­sti­ci per­so­na­li; la sin­te­si che qui si pre­sen­ta uti­liz­za in­fat­ti il va­sto ma­te­ria­le che al­tri la­vo­ri del­la sto­rio­gra­fia ita­lia­na han­no rac­col­to e pre­sen­ta­to. In par­ti­co­la­re, non pos­so non es­se­re de­bi­to­re del fon­da­men­ta­le la­vo­ro di Fran­ce­sco Mal­ge­ri del 1970⁴, che eb­be il me­ri­to di apri­re in mo­do qua­si pio­nie­ri­sti­co una sta­gio­ne di stu­di su un te­ma tra­scu­ra­to se non di­men­ti­ca­to dal­la sto­rio­gra­fia ita­lia­na del se­con­do do­po­guer­ra.

    In con­si­de­ra­zio­ne del­la im­po­sta­zio­ne scel­ta e del­la na­tu­ra stes­sa del pre­sen­te vo­lu­me, è sta­to evi­ta­to di ap­pe­san­ti­re que­sto te­sto con un ap­pa­ra­to di no­te, li­mi­tan­do­mi a pre­sen­ta­re la bi­blio­gra­fia es­sen­zia­le con­sul­ta­ta ed uti­liz­za­ta.

    Il pre­sen­te la­vo­ro è de­di­ca­to a quan­ti han­no com­bat­tu­to per la Pa­ce, sem­pre.

    I. Dopo Adua. Il laboratorio imperialista italiano

    1. Politica e diplomazia

    L’at­teg­gia­men­to mo­stra­to dal­la clas­se di­ri­gen­te ita­lia­na nei con­fron­ti del co­lo­nia­li­smo si ma­ni­fe­stò sin da­gli an­ni im­me­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi al com­pi­men­to dell’uni­tà na­zio­na­le, col per­du­ra­re di quel­lo che la sto­rio­gra­fia ha de­fi­ni­to spi­ri­to del 1848.

    Il ri­cor­do an­co­ra non so­pi­to del­la se­co­la­re do­mi­na­zio­ne stra­nie­ra si era an­da­to col tem­po tra­sfor­man­do in una sem­pre più de­ci­sa av­ver­sio­ne con­tro l’even­tua­li­tà di un’oc­cu­pa­zio­ne mi­li­ta­re di al­tri ter­ri­to­ri.

    Era que­sto lo spi­ri­to che ani­ma­va, ad esem­pio, la co­sid­det­ta po­li­ti­ca del­le ma­ni net­te per­se­gui­ta da Be­ne­det­to Cai­ro­li (Pre­si­den­te del Con­si­glio dal 1879 al 1881 ed emi­nen­te rap­pre­sen­tan­te del­la De­stra sto­ri­ca), la me­de­si­ma che gli val­se l’ac­cu­sa di es­ser­si mo­stra­to trop­po ac­con­di­scen­den­te e ri­nun­cia­ta­rio in oc­ca­sio­ne del­la con­qui­sta fran­ce­se del­la Tu­ni­sia.

    Trat­ta­va­si, tut­ta­via, di un pun­to di vi­sta con­di­vi­so an­che dall’estre­ma si­ni­stra di An­drea Co­sta, il cui pen­sie­ro in pro­po­si­to fu ef­fi­ca­ce­men­te esem­pli­fi­ca­to dal­la ce­le­bre fra­se Né un uo­mo, né un sol­do per le av­ven­tu­re d’Afri­ca.

    Al­le vo­ci dei po­li­ti­ci fe­ce­ro da con­trap­pun­to an­che quel­le ben più per­sua­si­ve de­gli or­ga­ni di stam­pa, sia a li­vel­lo na­zio­na­le che lo­ca­le, a co­min­cia­re da fo­gli co­me Il Fi­schiet­to, Il Se­co­lo di Mi­la­no e Il Po­po­lo di Ge­no­va che, sul­la scia del­la scon­fit­ta di Do­ga­li, con­tri­bui­ro­no a in­co­rag­gia­re la pro­fon­da osti­li­tà dell’opi­nio­ne pub­bli­ca ver­so pos­si­bi­li im­pre­se co­lo­nia­li. Al­tri gior­na­li, di li­mi­ta­ta ti­ra­tu­ra e bre­ve esi­sten­za, die­de­ro mo­do al­la Si­ni­stra di ri­lan­cia­re i pro­pri at­tac­chi. Fra que­sti, la Via d’Afri­ca usci­ta nel 1891 a cu­ra dell’Unio­ne De­mo­cra­ti­ca.

    Van­no al­tre­sì ri­cor­da­ti quo­ti­dia­ni di ben più al­to spes­so­re: la Cri­ti­ca So­cia­le e la Lot­ta di clas­se, per ci­tar­ne due, pro­ta­go­ni­sti dal 1895 al 1896 di una ser­ra­ta cam­pa­gna con­tro la guer­ra d’Afri­ca non­ché for­mi­da­bi­li cas­se di ri­so­nan­za dell’avan­za­ta po­li­ti­ca del Par­ti­to So­cia­li­sta.

    Sul fron­te op­po­sto, quel­lo del­la stam­pa di De­stra, Ste­fa­no Ja­ci­ni ave­va osteg­gia­to con asprez­za la fret­ta di es­ser gran­di che ave­va con­dan­na­to l’Ita­lia a so­ste­ne­re pro­ve che non era ma­te­rial­men­te in gra­do di af­fron­ta­re, no­no­stan­te la no­stra stes­sa po­si­zio­ne nel Me­di­ter­ra­neo avreb­be do­vu­to sug­ge­ri­re una cau­ta ri­cer­ca di equi­li­brio an­zi­ché l’in­se­gui­men­to di av­ven­tu­re su­scet­ti­bi­li di fal­li­men­to.

    Tra i pri­mi a tac­cia­re Cri­spi di me­ga­lo­ma­nia, Ja­ci­ni (in­sie­me ad al­tri mem­bri del suo schie­ra­men­to po­li­ti­co) ave­va da­to vi­ta ad un va­sto ba­ci­no di op­po­si­zio­ne che spa­zia­va da­gli in­du­stria­li con­ser­va­to­ri del nord ai lo­ro ope­rai so­cia­li­sti, ca­te­go­rie en­tram­be d’ac­cor­do nell’af­fer­ma­re che il de­na­ro dis­sen­na­ta­men­te di­la­pi­da­to in Eri­trea avreb­be po­tu­to tro­va­re mi­glio­re im­pie­go nell’in­cre­men­to del­la pro­du­zio­ne e nell’au­men­to dei sa­la­ri.

    Ter­re­no, que­sto, sul qua­le il ca­pi­ta­li­smo di de­stra non tar­dò a tro­va­re un idea­le pun­to d’unio­ne con i cat­to­li­ci i qua­li, pur con in­ter­ven­ti me­no in­ci­si­vi ri­spet­to a quel­li dei so­cia­li­sti, non esi­ta­ro­no a bol­la­re le azio­ni com­piu­te in Afri­ca dall’eser­ci­to ita­lia­no co­me di­mo­stra­zio­ni di po­li­ti­ca ir­re­spon­sa­bi­le, guer­ra in­sen­sa­ta, im­pre­sa mal pre­pa­ra­ta, ter­mi­ni ri­cor­ren­ti in nu­me­ro­si ar­ti­co­li ap­par­si su Ci­vil­tà Cat­to­li­ca.

    Tra i re­pub­bli­ca­ni, Na­po­leo­ne Co­la­jan­ni (au­to­re, tra l’al­tro, di Po­li­ti­ca co­lo­nia­le ap­par­so nel 1891) si riag­gan­ciò al­le pro­te­ste so­cia­li­ste evi­den­zian­do con lu­ci­di­tà i mo­ti­vi che ren­de­va­no con­dan­na­bi­le sen­za ap­pel­lo il no­stro in­ter­ven­to su suo­lo afri­ca­no.

    Si trat­ta­va, dun­que, di un’op­po­si­zio­ne ra­gio­na­ta, che trae­va spun­to da ar­go­men­ta­zio­ne so­li­de ed inop­pu­gna­bi­li, non li­mi­ta­ta ad am­bi­ti e con­sor­te­rie ri­stret­ti ma am­pia­men­te con­di­vi­sa da quan­ti era­no con­sa­pe­vo­li del­le in­si­te de­bo­lez­ze che im­pe­di­va­no al Pae­se di af­fron­ta­re le mol­te sfi­de del­la età de­gli im­pe­ri.

    Op­po­si­zio­ne che, tut­ta­via, nul­la ave­va po­tu­to con­tro la di­re­zio­ne im­pres­sa al­la po­li­ti­ca este­ra da Fran­ce­sco Cri­spi ne­gli an­ni in cui fu ca­po del Go­ver­no (1887-1891 e 1893-1896).

    La vo­lon­tà di por­re l’Ita­lia al­la pa­ri con gli al­tri gran­di pro­ta­go­ni­sti del­la sto­ria eu­ro­pea (in pri­mis la Gran Bre­ta­gna e poi Fran­cia e Ger­ma­nia) nel­la cor­sa al­la con­qui­sta di pro­pri do­mi­ni co­lo­nia­li si era in ogni ca­so ve­nu­ta evi­den­zian­do sin dal 1878 sul­lo sfon­do del Con­gres­so di Ber­li­no, le cui con­se­guen­ze a lun­go ter­mi­ne get­ta­ro­no le ba­si per quel­la che in se­gui­to ven­ne chia­ma­ta guer­ra di Li­bia.

    Do­mi­na­to dall’ener­gi­ca per­so­na­li­tà del can­cel­lie­re Ot­to von Bi­smarck, il Con­gres­so vi­de an­zi­tut­to la Ger­ma­nia im­pe­gna­ta su un du­pli­ce fron­te: da un la­to, in­fat­ti, di­ven­ta­va sem­pre più ur­gen­te gua­da­gnar­si se non il pie­no ap­pog­gio, quan­to me­no le sim­pa­tie del­la Rus­sia, pre­sa ad esten­de­re la pro­pria sfe­ra d’in­fluen­za sul Mar Ne­ro e sui Bal­ca­ni – col Me­di­ter­ra­neo – dall’al­tra.

    Al­tret­tan­to in­di­spen­sa­bi­le era an­che la ne­ces­si­tà di di­sto­glie­re la Fran­cia da pos­si­bi­li ri­gur­gi­ti di re­van­chi­smo, fo­men­ta­to dal­la bru­cian­te scon­fit­ta in­fer­ta dal­la Prus­sia nel 1870.

    Par­ti­ta com­ples­sa e ri­schio­sa che Bi­smarck pen­sò di con­dur­re a suo van­tag­gio pre­sen­tan­do un’al­let­tan­te esca: la Tu­ni­sia, fat­ta ba­le­na­re da­van­ti agli oc­chi tan­to del­la Fran­cia quan­to dell’Ita­lia co­me pos­si­bi­le obiet­ti­vo di con­qui­sta.

    Sco­po del­la pro­po­sta era an­zi­tut­to quel­lo di te­ne­re a ba­da i fran­ce­si at­ti­ran­do al con­tem­po gli ita­lia­ni nell’or­bi­ta po­li­ti­ca del­la Ger­ma­nia, ma­ga­ri sti­pu­lan­do un’al­lean­za, che fu ef­fet­ti­va­men­te con­clu­sa il 20 mag­gio del 1882 con l’ul­te­rio­re in­clu­sio­ne dell’Au­stria.

    L’of­fer­ta na­scon­de­va, pe­rò, un pe­ri­co­lo: quel­lo, cioè, di pro­vo­ca­re il de­fla­gra­re di un nuo­vo con­flit­to eu­ro­peo in quan­to, se pu­re la Fran­cia si era di­chia­ra­ta in­dif­fe­ren­te al­la Tu­ni­sia, es­sa ave­va co­mun­que te­nu­to a sot­to­li­nea­re che non ne avreb­be mai tol­le­ra­to l’in­va­sio­ne da par­te di ter­zi.

    La que­stio­ne si ri­sol­se da so­la su­bi­to do­po la con­clu­sio­ne del Con­gres­so gra­zie a un ac­cor­do stret­to tra Fran­cia e In­ghil­ter­ra col qua­le le due na­zio­ni si vi­de­ro as­se­gna­te ri­spet­ti­va­men­te la Tu­ni­sia e l’iso­la di Ci­pro, si­tua­ta a so­le 220 mi­glia dal Ca­na­le di Suez e no­do stra­te­gi­co di pri­mo pia­no lun­go le rot­te per l’In­dia.

    Si sta­bi­lì, inol­tre, di as­se­gna­re all’Ita­lia l’al­lo­ra pro­vin­cia ot­to­ma­na di Tri­po­li­ta­nia on­de evi­ta­re pos­si­bi­li no­stre rea­zio­ni per la per­di­ta di Tu­ni­si. Non se ne fe­ce tut­ta­via nul­la, ma fu pro­prio que­sto epi­so­dio a da­re ini­zio al­le no­stre ri­ven­di­ca­zio­ni sul­la re­gio­ne.

    Il suc­ces­si­vo coin­vol­gi­men­to ita­lia­no nel­la guer­ra d’Abis­si­nia se­gnò un de­ci­si­vo spar­tiac­que nel­la sto­ria del­le am­bi­zio­ni na­zio­na­li in Afri­ca poi­ché i due di­sa­stri di Am­ba Ala­gi e di Adua non fu­ro­no so­lo la cau­sa del­la ca­du­ta di Cri­spi ma pro­dus­se­ro al­tre­sì l’ef­fet­to di coa­liz­za­re tut­te le for­ze po­li­ti­che con­tro al­tre im­pre­se di ana­lo­ga na­tu­ra.

    La fi­ne del go­ver­no cri­spi­no fu in­fat­ti pre­ce­du­ta da ac­ce­si in­ter­ven­ti con il qua­li di­ver­si mem­bri del Par­la­men­to con­dan­na­ro­no i frut­ti del­la cam­pa­gna mi­li­ta­re de­fi­nen­do­la, nel­le pa­ro­le del de­pu­ta­to Im­bria­ni, una spe­di­zio­ne fat­ta per di­sto­glie­re gli ita­lia­ni dal­le pre­oc­cu­pa­zio­ni in­ter­ne, con­tra­ria al­lo Sta­tu­to, ini­qua e im­mo­ra­le; Fe­li­ce Ca­val­lot­ti rin­ca­rò la do­se par­lan­do di so­gni di un’am­bi­zio­ne ma­la­ta men­tre Di Ru­di­nì, ca­po del­la De­stra, si di­ce­va con­tra­rio al­la pro­se­cu­zio­ne del­la spe­di­zio­ne per por­re fi­ne al­la qua­le ven­ne pre­sen­ta­ta, nel mag­gio 1897, un’ap­po­si­ta pe­ti­zio­ne.

    L’ap­pel­lo fu ri­pe­tu­to an­che da Achil­le Biz­zo­ni nel­le pa­gi­ne del Se­co­lo e dall’Opi­nio­ne, con­cor­de nel ri­te­ne­re sa­reb­be sta­to suf­fi­cien­te te­ne­re la so­la Mas­saua ab­ban­do­nan­do tut­to il re­sto.

    In bre­ve, il go­ver­no fu co­stret­to a ce­de­re, dan­do il via al ri­pie­ga­men­to con un dra­sti­co ta­glio al­le spe­se mi­li­ta­ri per il bien­nio 1898-99, ri­dot­te di 7.600.000 ri­spet­to ai 17 mi­lio­ni ini­zia­li.

    Fu so­lo il pri­mo pas­so ver­so un ra­di­ca­le ri­vol­gi­men­to dell’in­di­riz­zo si­no ad al­lo­ra se­gui­to.

    Adua si era di­fat­ti tra­sfor­ma­ta nel si­no­ni­mo di una po­li­ti­ca ma­lac­cor­ta, av­ven­tu­ro­sa ed ec­ces­si­va­men­te ag­gres­si­va che do­ve­va es­se­re so­sti­tui­ta da un più at­ten­to im­pie­go del­la di­plo­ma­zia e dal­la ri­cer­ca di una po­si­zio­ne equi­li­bra­ta all’in­ter­no del­lo scac­chie­re eu­ro­peo.

    Un cam­bia­men­to di ta­le por­ta­ta com­por­tò du­re sfi­de per co­lo­ro che nel suc­ces­si­vo de­cen­nio si av­vi­cen­da­ro­no al­la gui­da del Pae­se, co­min­cian­do dal mar­che­se An­to­nio Sta­rab­ba Di Ru­di­nì, Neo­pre­si­den­te del Con­si­glio.

    Non fi­dan­do­si del pa­re­re di chi gli as­si­cu­ra­va un ra­pi­do e sta­vol­ta vit­to­rio­so ri­tor­no in Etio­pia, egli pre­fe­rì af­fi­dar­si al con­si­glio di mi­li­ta­ri esper­ti che gli pro­spet­ta­ro­no sen­za mez­zi ter­mi­ni i ri­schi che avreb­be com­por­ta­to l’al­le­sti­men­to di un nuo­vo cor­po di spe­di­zio­ne, com­po­sto di al­me­no 150.000 ef­fet­ti­vi per una spe­sa di un mi­liar­do e mez­zo di li­re, il tut­to con­nes­so all’even­tua­li­tà di sguar­ni­re le no­stre di­fe­se sia lun­go il con­fi­ne eri­treo sia in pa­tria, co­sa po­co rac­co­man­da­bi­le spe­cie in pre­vi­sio­ne di pos­si­bi­li ri­per­cus­sio­ni in­ter­na­zio­na­li.

    Di Ru­di­nì op­tò quin­di per una ener­gi­ca po­li­ti­ca di li­qui­da­zio­ne del pas­sa­to, una ve­ra azio­ne di rac­co­gli­men­to che pre­ve­de­va in pri­mo luo­go un riav­vi­ci­na­men­to al­la Fran­cia (pur sen­za por­re fi­ne al­la Tri­pli­ce Al­lean­za) non­ché un’at­ten­ta tu­te­la de­gli in­te­res­si e del pre­sti­gio ita­lia­ni, com­pa­ti­bil­men­te con le no­stre ef­fet­ti­ve pos­si­bi­li­tà.

    In que­sta scel­ta Di Ru­di­nì po­té con­ta­re sul so­ste­gno di uo­mi­ni qua­li Gio­van­ni Gio­lit­ti, che già in un suo in­ter­ven­to al­la Ca­me­ra nel 1897 ave­va in­di­ca­to qua­li cau­se del­la scia­gu­ra­ta po­li­ti­ca este­ra cri­spi­na …la spro­por­zio­ne tra il fi­ne che si vuol rag­giun­ge­re, ed i mez­zi che si vo­glio­no ado­pe­ra­re.

    E in ter­mi­ni non trop­po dis­si­mi­li si era espres­so an­che il de­pu­ta­to me­ri­dio­na­le Giu­sti­no For­tu­na­to quan­do ave­va af­fer­ma­to che le re­cen­ti scon­fit­te co­lo­nia­li al­tro non era­no che il frut­to di …opi­nio­ni ner­vo­se, na­te da sen­ti­men­to e da igno­ran­za, da vec­chio abi­to di ret­to­ri­ca, che ci ha re­so non­cu­ran­ti del­la co­no­scen­za pre­ci­sa de’ fat­ti e sem­pre più pro­cli­vi a non pro­por­zio­na­re mai i fi­ni a’ mez­zi di­spo­ni­bi­li…L’Ita­lia, ove non ri­pie­ghi amo­ro­sa e ge­lo­sa su sé stes­sa, è per­du­ta.

    Le no­stre men­ti più aper­te e rea­li­sti­che ave­va­no dun­que ben ca­pi­to che l’Ita­lia era pri­va dei nu­me­ri ne­ces­sa­ri per lan­ciar­si in im­pre­se si­mi­le a quel­le che l’ave­va­no mes­sa qua­si in gi­noc­chio e che so­lo Sta­ti do­ta­ti di ben al­tri mez­zi e ri­sor­se po­te­va­no af­fron­ta­re.

    Inol­tre, le con­di­zio­ni in­ter­ne del Pae­se non per­met­te­va­no, co­me am­pia­men­te spie­ga­to da Emi­lio Gen­ti­le, di po­ter con­ta­re su …quell’uni­tà di for­ze e di in­ten­ti e una so­li­da ba­se di for­ze eco­no­mi­che e mi­li­ta­ri che era­no in­di­spen­sa­bi­li per una po­li­ti­ca im­pe­ria­li­sti­ca non vel­lei­ta­ria.

    Men­tre, in­fat­ti, le al­tre na­zio­ni eu­ro­pee an­da­va­no con­so­li­dan­do la lo­ro po­ten­za e si as­si­ste­va all’asce­sa di nuo­ve for­ze rap­pre­sen­ta­te da­gli Sta­ti Uni­ti e dal Giap­po­ne, all’Ita­lia non re­sta­va al­tra scel­ta se non quel­la di di­fen­de­re pre­sti­gio e in­te­res­si di mo­de­sta na­tu­ra por­tan­do avan­ti una po­li­ti­ca quan­to mai mo­de­ra­ta.

    Cer­ta­men­te, al pa­ri di quan­to so­stie­ne lo sto­ri­co Raf­fae­le Cia­sca, si trat­tò del­la fi­ne in­glo­rio­sa di tan­te spe­ran­ze, seb­be­ne ciò non va­da a de­me­ri­to de­gli uo­mi­ni che eb­be­ro il co­rag­gio di tron­ca­re con po­le­mi­che, ten­ta­zio­ni di ri­val­sa e ir­re­spon­sa­bi­li sug­ge­ri­men­ti il cui ef­fet­to sa­reb­be sta­to quel­lo di ag­gra­va­re la cri­si già in at­to e di get­ta­re una na­zio­ne già pro­va­ta in pa­sto a fal­li­men­ti an­cor più tra­gi­ci di quel­li ap­pe­na con­su­ma­ti­si.

    Di fat­to, da quel mo­men­to, il ri­cor­do di Adua, al pa­ri di quel­lo la­scia­to da Cu­sto­za e Lis­sa, an­dò sem­pre più as­su­men­do i con­no­ta­ti di un’au­ten­ti­ca umi­lia­zio­ne na­zio­na­le, tem­pe­ra­ta so­lo dall’or­go­glio che il sa­cri­fi­cio e l’eroi­smo mo­stra­ti dai no­stri sol­da­ti fu­ro­no ca­pa­ci su­sci­ta­re in un’opi­nio­ne pub­bli­ca quan­to mai di­so­rien­ta­ta e so­prat­tut­to in co­lo­ro i qua­li non ave­va­no ri­nun­cia­to a cre­de­re in una no­stra af­fer­ma­zio­ne fuo­ri dei con­fi­ni na­zio­na­li.

    Toc­cò dun­que ai nuo­vi Mi­ni­stri de­gli Este­ri, suc­ce­du­ti­si do­po la ca­du­ta di Cri­spi, il com­pi­to di go­ver­na­re ta­li cam­bia­men­ti.

    Si­gni­fi­ca­ti­vo fu, in que­sta ot­ti­ca, il ri­tor­no sul­la sce