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Open Museum

Open Museum

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Open Museum

Lunghezza:
73 pagine
51 minuti
Pubblicato:
Jan 28, 2020
ISBN:
9788825411119
Formato:
Libro

Descrizione

Fantascienza - racconto lungo (44 pagine) - Per Beatrice andare a trovare suo padre era un'emozione unica. Come la visita a un museo.


Greta è una madre single che cerca di dare un futuro a sua figlia, Bea. L’unica speranza di una vita migliore è diventare cittadine di fascia Beta, risalendo la rigida scala sociale di una Milano prossima ventura. La chiave si nasconde in un sinistro reality show che illumina i televisori delle case… Da Matt Briar, autore di Terre rare (Watson Edizioni), un racconto elegante e riflessivo, sullo sfondo di un’Italia non troppo lontana nel tempo e nelle storture sociali.


Matt Briar (al secolo Matteo Barbieri) nasce a Reggio Emilia nel 1985. La scrittura lo seduce sin da bambino quando si impossessa della Olivetti Lettera 32 di famiglia. Crescendo diventa un lettore vorace e sperimenta vari generi, fino a innamorarsi della letteratura fantastica, e in particolare della fantascienza per la sua capacità di riflettere il presente.

Dopo un paio di racconti pubblicati su riviste e web, fa il suo vero esordio vincendo il premio Kipple con un’opera sperimentale, L’era della dissonanza (Kipple, 2014). Subito dopo cercandosi su Amazon si accorge dell'esistenza di altri scrittori con il suo stesso nome di battesimo, e decide di dotarsi di pseudonimo.

Nel 2018 ha pronti due nuovi romanzi con i quali si classifica finalista ai due maggiori premi italiani di scifi: Urania e Odissea. Uno dei due, Terre Rare, esce per Watson Edizioni nel 2019.

Tra i progetti a cui ha partecipato, le antologie NeXT-Stream e La prima frontiera (Kipple), e la raccolta di saggi Stephen King: L’altra metà oscura (Weird Books).

Sul web scrive per Tom's Hardware, Rockinfreeworld e cura il suo blog.

Pubblicato:
Jan 28, 2020
ISBN:
9788825411119
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Open Museum - Matt Briar

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1

Guidava l’auto senza prestare attenzione alla strada. I passanti, i marciapiedi, i semafori e gli altri veicoli entravano e uscivano dal parabrezza fluendo come acqua. Per non parlare delle sagome scheletriche degli alberi nei campi, quasi fossero disegni sopra un vecchio mascherino cinematografico. La luce obliqua e dorata del sole al tramonto illuminava ogni cosa di striscio, ma il suo riflesso sul parabrezza non le dava fastidio. Era come se non ci fosse. I suoi occhi vedevano solo ciò che volevano, bloccando tutto ciò che poteva risultare sgradevole.

Le sue mani quasi non sfioravano il volante, al massimo lo accarezzavano. Da bambina le avevano regalato un finto volante, con un cambio e due frecce che emettevano suoni e luci. Qualche volta aveva giocato a far finta di guidare (un camion, il furgone delle Poste, la moto del vicino). La sensazione di spensieratezza che provava ora era molto simile. Nell’abitacolo dell’auto era racchiusa un’insolita serenità, come se l’origine di ogni sua azione o pensiero fosse collocata al di sopra della sua normale volontà.

Era tentata di prendere l’uscita per il centro commerciale. Quello che voleva davvero era un phablet nuovo. Aveva bisogno di una mappa per guidare con maggior sicurezza e arrivare a destinazione in meno tempo. Di telefonare senza distrarsi e premere pulsanti. Di fare fotografie di una certa qualità, specialmente quando Bea partecipava alle gare sportive scolastiche. E soprattutto di avere il totale controllo di casa, anche quando era fuori.

– Voglio comprare un phablet nuovo – disse alla persona al suo fianco.

– Fai bene – rispose lui. O lei. Non era chiaro chi sedesse nel posto del passeggero, ma non aveva alcuna importanza.

– Tu che phablet hai?

Una mano entrò nel suo campo visivo. Stringeva un phablet nuovo di zecca.

– Samsung P4.

– Ah, bello, lo conosco. È appena uscito.

– È nuovo, sì. È favoloso.

– Lo hai collegato alla domotica?

– Certo. Posso programmare il riscaldamento e il condizionatore, l’intensità delle luci e la musica di benvenuto. Posso ordinare la spesa online e farmela recapitare prima del mio rientro. Il primo mese senza pagare l’extra per la consegna immediata.

– Puoi avviare il robot per cucinare la cena prima che arrivi?

– No, credo di no. Ma non mi serve, un robot da cucina.

– È vero, tu mangi schifezze. Mi piace, comunque. Anche il Wave 10 Plus è buono. Ne ho sentito parlare bene.

– Fascia media – disse lui/lei.

Il tono della sua voce variava. Se era un uomo, chi diavolo era? Non c’era un uomo nella sua vita, al momento.

– Siamo arrivati – realizzò lei, osservando l’auto svoltare nella strada di casa come dotata di volontà propria.

Poi erano davanti alla porta del suo appartamento e lei la aprì con un tocco del polpastrello. Sopra il tavolo dell’ingresso c’era il suo phablet. Scoppiò a ridere. Anche l’altra persona rise con lei. (Possibile che fosse il suo compagno? Ma no, era per forza sua figlia, dopotutto era cresciuta così velocemente.)

– Ma ce l’ho già, un phablet! – esclamò, afferrandolo.

– Hai I-Phab 3. Di cosa ti lamenti?

– Infatti! Ed è pure migliore del tuo!

Si guardarono intorno: la casa era calda e illuminata come lei la desiderava e c’era profumo di spezzatino. La cena era pronta per essere servita in tavola.

– Non ho bisogno di altri phablet – disse. – L’I-Phab 3 fa tutto quello che voglio, meglio degli altri.

Era un vero sollievo non dover pensare a comprarne uno nuovo, a fare tutti quei confronti, l’affannosa ricerca della miglior qualità al miglior prezzo. Si era appena scaricata di un peso. Di più: era la sensazione più appagante che avesse mai provato. Un pezzetto della sua vita era andato finalmente a posto. Si mise a ridere di nuovo, felice, pregustando lo spezzatino.

2

Si svegliò quando il pullman arrivò alla rotonda e prese a girare lentamente attorno all’ellisse di metallo a forma di occhio che troneggiava al centro. Sembrava un mappamondo schiacciato, con meridiani e paralleli a delinearne la forma, ma era soltanto la riproduzione elementare di un bulbo oculare e di un occhio spalancato. Gli aspri segmenti metallici non distinguevano l’iride dalla pupilla, perciò il suo aspetto era inumano, lo stesso tipo di rappresentazione che avrebbe fatto un

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