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Misteri e manicaretti con Pellegrino Artusi

Misteri e manicaretti con Pellegrino Artusi

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Misteri e manicaretti con Pellegrino Artusi

Lunghezza:
259 pagine
3 ore
Pubblicato:
Jan 20, 2020
ISBN:
9788893471145
Formato:
Libro

Descrizione

Cosa c'è di più familiare di un famoso ricettario di cucina? Uno di quei libri che abbiamo sempre visto tra le mani delle nonne e che ogni giorno guidano milioni di appassionati in tutto il mondo? Pellegrino Artusi, l'uomo che si nasconde dietro a “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene”, nell'unica foto che lo ritrae è un bonario anziano dallo sguardo fiero, con un bel farfallino e dei candidi favoriti. “Brividi a Cena” ha lanciato una nuova sfida, raccolta da ventuno autori di Bottega Finzioni, la scuola di narrazione fondata, tra gli altri, da Carlo Lucarelli che ha anche curato la prefazione di questo libro. Una sfida che è quella di calare il padre della cucina italiana nei panni di un detective: quindici ricette ricche di spunti, scelte direttamente dal suo libro, hanno guidato gli autori, dopo un attento lavoro di ricerca, a immaginarlo districarsi tra omicidi, tradimenti e misteri sullo sfondo di un'Italia che, mentre i racconti scorrono, diventa una giovane nazione. Ma attenzione, questi racconti hanno un effetto collaterale: mettono appetito! Per questo, a fronte di ogni racconto, troverete la ricetta originale direttamente dal libro di Artusi per poterla provare. Sarà un bellissimo e intrigante viaggio nel gusto, guidati dal Dante della cucina italiana, in un omaggio a un libro che ha unito un popolo, ha contribuito allo sviluppo della lingua e che ogni anno viene ristampato in moltissime versioni diverse ed è sempre un successo. Una rilettura che permette anche di capire quanto, nonostante sia passato un abbondante secolo, il gusto per la buona cucina italiana non tramonti davvero mai.
Pubblicato:
Jan 20, 2020
ISBN:
9788893471145
Formato:
Libro


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Anteprima del libro

Misteri e manicaretti con Pellegrino Artusi - A cura di Simone Metalli e Marcello Trazzi

A cura di

Simone Metalli e Marcello Trazzi

MISTERI E MANICARETTI

CON PELLEGRINO ARTUSI

Prima Edizione Ebook 2020 © Brividi a cena

ISBN: 9788893471145

Immagine di copertina: Elena Bertacchini

Collana Brividi a cena

Edizioni del Loggione srl

Via Piave n. 60

41121 Modena – Italy

loggione@loggione.it

http://www.loggione.it

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti

è puramente casuale.

Non è casuale invece la nostra passione per Pellegrino Artusi.

Misteri e manicaretti

con Pellegrino Artusi

a cura di

Simone Metalli e Marcello Trazzi

In collaborazione con Bottega Finzioni

e l’Associazione Mac Guffin

Con la collaborazione di

Vanni J. Balestra, Eva Brugnettini e Jacopo Donati

I racconti compresi in questa raccolta sono stati scritti

durante il Corso avanzato 2017 di Bottega Finzioni,

la scuola di scrittura fondata a Bologna da Carlo Lucarelli.

Indice

Prefazione

Presentazione

Biografia essenziale di Pellegrino Artusi

Meglio un asino vivo che un dottore morto

7- Cappelletti all’uso di Romagna

Un po’ di nebbia

43 - Riso alla cacciatora

L’incantesimo della Luna Rossa

71 – Tagliatelle all’uso di Romagna

A volte ritornano

235 – Maccheroni col pangrattato

La finestra sul cortile

47 – Minestrone

Briciole toscane

576 – Pasta Margherita

Il profumo di una rosa

745 – Conserva di rose

Santa Lucia

641 – Torta di patate

Battuta di caccia

688 – Crema alla francese

Stregato d’amore

125 – Salsa di pomodoro

Omicidio alla tedesca

644 – Torta di pane bruno alla tedesca

Inganno e Talento

9 – Tortellini alla bolognese

Un pasticcio di furto

349 – Pasticcio di maccheroni

Fratelli d’Italia

548 – Oca domestica

Buone da morire

781 – Pesche in ghiaccio

Biografia autori

   Catalogo

"Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare;

ma poi non si fa festa, civile o religiosa,

che non si distenda la tovaglia e non si cerchi

di pappare del meglio."

Pellegrino Artusi

Prefazione

Noi italiani quando si tratta di cucina non amiamo scherzare. Se poi sui fornelli c’è un piatto che preparava nostra nonna o nostra madre, qualcosa con cui siamo cresciuti, allora la questione diventa davvero seria.

Non stupisce quindi che La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi sia molto di più di un libro di ricette. Pellegrino Artusi è stato un intellettuale, un filosofo della cucina, un narratore. Il suo nome risuona da più di un secolo nelle cucine italiane.

Attraverso le 790 ricette che appaiono ne  La scienza in cucina, Artusi ha raccontato l’evolversi del giovane Regno d’Italia, le usanze e i valori di quell’epoca. Le storie sono tra le più varie: ci sono banchetti in cui ogni portata era a base d’oca, epidemie di colera, incroci con personaggi storici come l’anarchico Felice Orsini o Antonio Mattei, l’inventore dei cantucci di Prato, e colpi di mattarello dati su grosse pance che stanno per scoppiare. Insomma, un vero e proprio mondo narrativo.

Gli allievi di Bottega Finzioni sono partiti proprio da questo universo narrativo, hanno preso gli spunti sparsi nella Scienza in cucina e hanno immaginato un Artusi nuovo, un investigatore che nulla avrebbe da invidiare al più celebre Poirot.

Come in ogni buona ricetta, il piatto finale è più della somma dei singoli ingredienti, e così i gialli che leggerete nelle prossime pagine hanno un duplice merito: quello di liberare Pellegrino Artusi dagli scaffali delle cucine di tutta Italia e farlo diventare un personaggio delle sue storie, vivo e memorabile; e quello di ricordarci che la tradizione culinaria italiana è sconfinata, deliziosa, e piena di ricordi.

Carlo Lucarelli

Presentazione

Il primo a stupirsene sarebbe stato proprio lui: Pellegrino Artusi. In fondo, egli voleva scrivere soltanto un libro di cucina, utile alle casalinghe e, perché no, fedele compagno delle buone famiglie borghesi che si apprestavano al rito della tavola nella ritrovata unità nazionale. Niente di eclatante, nessuna volontà di entrare nell’olimpo letterario. Certo, è innegabile il suo intento di stemperare l’innato e ruvido accento romagnolo nel dolce stil novo di Dante e Petrarca, che trova proprio in riva all’Arno la sua forma perfetta. Ma è cosa da poco, giusto per dire che l’Italia dei dialetti deve aver una lingua sola in grado di unire tutte le genti del nuovo stato italiano. Così come il suo libro di ricette, che ha il suo cuore pulsante in Romagna e in Toscana, ma che si distende infine lungo tutta la penisola disegnando una nuova geografia gastronomica del Bel Paese. Un paese bello e, soprattutto, buono, ricco di una infinita varietà di tradizioni culinarie che finalmente possono trovare una sintesi condivisa che va dalla catena alpina alla pianura padana, prolungandosi lungo il crinale appenninico fino alle estremità meridionali, bagnandosi di volta in volta sulle rive dell’Adriatico, dello Ionio e del Tirreno.

 E allora perché il manuale artusiano, dopo più di un secolo di fortunata convivenza nelle cucine degli italiani, dopo essersi unto e bisunto fra le pentole e i fornelli delle nostre mamme, nonne e bisnonne, ritorna a noi come un vero e proprio fenomeno letterario tanto da scuotere l’interesse niente meno dell’Accademia della Crusca? La risposta più convincente ci viene offerta da un antropologo della letteratura del valore di Piero Camporesi, il quale lo antepone addirittura ai Promessi Sposi: I gustemi artusiani – scrive – sono riusciti a creare un codice di identificazione nazionale là dove fallirono gli stilemi e i fonemi manzoniani. Un paradosso, certo, ma indispensabile per comprendere il ruolo assunto da questa sorta bibbia popolare nella definizione della nostra identità non solo sul piano gastronomico ma anche linguistico. Ne prende atto, con estrema chiarezza, lo stesso Giuseppe Prezzolini: In Italia l’Artusi è ricordato alla stessa maniera di Dante… L’opera dell’Artusi è un’autorità e un classico. Fra tanti altri meriti ha quello di esser scritto bene, in un italiano semplice e puro, come scrive qualche volta chi è nato in Romagna (e qui il riferimento non può che andare al cesenate Renato Serra, morto prematuramente nel 1915, all’inizio della Grande guerra, dopo aver scritto L’esame di coscienza di un letterato).

Non solo. Come osserva Alberto Capatti, il più autorevole studioso di Pellegrino Artusi, egli "aveva, e ha, la componente in più di un classico, la sua azione diretta sui modi di consumare, di valutare il cibo e di ripeterlo poi, a voce, con grazia. La seduzione del grande scrittore non sta nelle frasi suggestive né nelle parole oscure, e nemmeno nelle formule astute… ma nell’ordine e nel piacere di un racconto e nel coinvolgimento accorto e non servile degli ascoltatori. Insomma, ciò che rende inimitabile il manuale dell’Artusi è il modo in cui viene scritto. Ironico, arguto, mai prescrittivo e, quel che più conta, sempre in sintonia con il lettore. Le sue ricette finiscono così per diventare dei veri e propri racconti, infarciti di aneddoti e di storie piccole ma indimenticabili, come quella di Carlino, cavallo di ritorno" dall’università di Ferrara per ritrovare nel desco materno gli amati cappelletti all’uso di Romagna (ricetta numero sette). Un libro da usare e da consultare, ma anche da leggere con calma e leggerezza, per il gusto di condividere non solo i sapori della cucina domestica ma anche i fatti della vita quotidiana di una provincia ormai avviata a diventare nazione. Un libro in cui lo stesso Artusi non sembra mai prendersi troppo sul serio. Scrive, a questo proposito, nella Prefazio della sua Scienza in cucina: Diffidate dei libri che trattano di quest’arte: sono la maggior parte fallaci o incomprensibili… al più al più… potete attingere qualche nozione utile quando l’arte la conoscete. Come a dire: Diffidate dei libri di cucina. Anche del mio.

Su questo spartito artusiano sembrano muoversi i testi presenti in questo libro: scritti per il gusto di raccontare, senza troppo pretendere sul piano squisitamente letterario ma anche senza alcun timore reverenziale verso il grande maestro a cui sono dedicati. Per questo la lettura, pur nelle differenze stilistiche presenti nei diversi autori, risulta sempre piacevole e degna di attenzione. E poco importa se non sempre si rispettano i canoni del paesaggio gastronomico disegnato dall’Artusi. Valga, a questo proposito, la conclusione alla ricetta numero 47 dedicata al minestrone: Ecco come l’avrei composto a gusto mio: padronissimi di modificarlo a modo vostro a seconda del gusto d’ogni paese e degli ortaggi che vi si trovano. È lo stesso spirito con cui Casa Artusi, nel pieno rispetto della lezione artusiana, vuole diffondere nel nostro paese e nel mondo una visione della cucina di casa costantemente sospesa fra tradizione e innovazione.

Giordano Conti

Presidente di Casa Artusi

Biografia essenziale di Pellegrino Artusi

1820: Nasce a Forlimpopoli (FC) nell’allora Stato Pontificio (nella autobiografia scrive il 20 Agosto, l’atto di battesimo reca la data del 4 Agosto) da Agostino Artusi e Teresa Giunchi. Sarà l’unico maschio a sopravvivere alla mortalità infantile.

1822: Nasce la sorella Orsola Maria Colomba che morirà nel 1840.

1824: Nasce la sorella Geltrude.

1829: Nasce la sorella Rosa.

1830: Nasce il fratello Nicola che morirà l’anno dopo.

1831: Durante i moti rivoluzionari la casa degli Artusi deve ospitare dei militari ungheresi. Il nonno di Pellegrino, Francesco, viene incarcerato per poche ore ma viene rilasciato per intercessione del padre di Pellegrino, Agostino.

1832: Nasce la sorella Franca (in alcune fonti Francesca).

1838: Angela, la maggiore delle sorelle di Pellegrino, si sposa e nasce la prima nipote, Malvina.

1841: Pellegrino è a Livorno per il tirocinio da commerciante. Qui si ferma fino all’inizio del 1842.

1842: Viaggio a Padova, dove partecipa al Congresso degli Scienziati, e breve escursione a Venezia.

1847: Viaggio a Roma e Napoli (il punto più meridionale che abbia mai toccato).

1849: Primo viaggio a Firenze mandato dal padre a vendere seta. Si ferma alcuni mesi.

1851: La notte del 25 Gennaio la banda del Passatore, noto bandito romagnolo, fa irruzione a Forlimpopoli. Tra le famiglie derubate figurano gli Artusi e la sorella Geltrude viene (molto probabilmente) violentata.

1852: In seguito all’episodio del Passatore e alla crescente instabilità in Romagna la famiglia Artusi si trasferisce a Firenze, in Via dei Calzaiuoli. Commerciano in stoffe e sete.

1855: Pellegrino contrae il colera a Livorno ma guarisce subito. Il 16 Luglio la sorella Geltrude viene ricoverata nel manicomio di Pesaro con la diagnosi di mania.

1859: Il 17 Aprile muore la madre Teresa e la famiglia si trasferisce al Canto della Paglia, sempre a Firenze.

1861: Muore il padre Agostino per paralisi progressiva. Il 17 Marzo viene dichiarato il Regno d’Italia con Torino prima capitale.

1865: Firenze è capitale d’Italia fino al 1871. Artusi dalle finestre di casa vede l’arrivo del Re in città.

1870: Presa di Roma da parte del Regno d’Italia. La città diventerà capitale nel 1871 succedendo a Firenze. Pellegrino si ritira a vita privata.

1878: Pellegrino pubblica la sua prima opera, Vita di Ugo Foscolo ma è un insuccesso.

1881: Pellegrino pubblica Osservazioni in appendice a trenta lettere di G. Giusti ma l’opera non ha migliore sorte della prima.

1884: Durante una conferenza all’Esposizione di Torino, Pellegrino assiste a una dissertazione dell’amico Olindo Guerrini sulla riabilitazione della cucina. La riprenderà nella Scienza in cucina.

1887: Marietta Sabatini, ventisettenne, entra a servizio di Pellegrino come governante. Poco dopo anche Francesco Ruffilli, concittadino di Pellegrino, entra a servizio come cuoco.

1888/1889: Si ipotizza che La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene sia in lavorazione.

1891: Esce la prima edizione de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene che Pellegrino, visti i numerosi rifiuti da parte degli editori, decide di autopubblicarsi. Lo stampatore è Salvatore Landi di Firenze. In copertina c’è l’indirizzo di casa Artusi (Piazza D’Azeglio 25, Firenze) a cui scrivere per avere una copia.

1895: Seconda edizione del libro.

1899: Nella quarta edizione compare una lettera di risposta di Olindo Guerrini a cui Pellegrino ha inviato la terza edizione.

1902: Nella sesta edizione compare, nella prefazione, il paragrafo La storia di un libro che rassomiglia alla storia della Cenerentola in cui lo stesso Pellegrino racconta le peripezie della prima pubblicazione.

1903: Inizia a redarre la sua autobiografia ma ne scrive sette fascicoli e si interrompe bruscamente dichiarando che il peso degli anni non mi permette di proseguire oltre.

1904: Pellegrino stila il primo testamento.

1906: Secondo le parole della nipote Pellegrina a Natale di quell’anno Pellegrino è ancora di floridissimo aspetto.

1911: Il 30 Marzo Pellegrino muore nella sua casa di Firenze. Per esecuzione testamentaria lascerà gran parte dei suoi beni al Comune di Forlimpopoli tranne i diritti de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene che verranno invece destinati a Marietta Sabatini e a Francesco Ruffilli.

1838

Meglio un asino vivo che un dottore morto

di Silvia Pelati

Era la primavera del 1838 e Pellegrino Artusi si trovava nei pressi di Ospedaletto, sulla strada che da nord collega Forlimpopoli a Bertinoro. Sul calesse, seduto di fianco a lui, il padre teneva le redini e il suo mento cadente sobbalzava ogniqualvolta le ruote incappavano in una buca. Il vecchio Artusi predicava, si lamentava che in quel periodo il figlio pareva avere la testa fra le nuvole. Pellegrino ascoltava in silenzio e pensava alla scomodità della panca, oltre al fatto che quella sera sarebbero stati ospiti dei signori Licciardi, famiglia di Bertinoro con la quale gli Artusi facevano affari. Pellegrino frequentava volentieri quella casa perché il figlio del signor Ettore e della signora Franca, Carlino, aveva anch’egli diciotto anni e a lui raccontava tutte le storie avventurose che gli passavano per la testa. Il credulone confidava in ogni sua parola e, magro come un giunco, i capelli radi e gli occhi vicini, guardava Pellegrino con sincera ammirazione.

Il vecchio Artusi continuava la sua litania mentre Pellegrino guardava le colline e immaginava cosce di dolci ragazze. Si chiese se l’amico, dal canto suo, avesse mai avuto a che fare col genere femminile: aveva come l’impressione che le uniche donne che egli avesse mai visto fossero le vecchie di Bertinoro, tutte coperte da fazzoletti scuri e sottane pesanti, che andavano morendo una alla volta.

Erano arrivati alla cascina dei Licciardi in serata, giusto in tempo per gustare una cena sostanziosa: zuppa di pane, gallina lessata e salsa verde al sedano.

I commensali approfittarono del primo tepore di marzo per cenare sotto al portico e respirare l’aria fresca.

Pellegrino stava sbucciando una mela e ogni volta che alzava lo sguardo dalla tovaglia, i suoi occhi non potevano fare a meno di soffermarsi sulla sedia vuota alla sua destra.

La signora Franca, donna piccola con i piedi corti e storti, aveva parlato a lungo del figlio durante la cena, mentre il marito le stringeva la mano piena di calli, con un’apprensione materna che Pellegrino conosceva fin troppo bene.

I due raccontarono agli Artusi di aver sistemato Carlino a Ferrara perché frequentasse l’università. I Licciardi pensavano, infatti, che la cura all’ingenuità del primogenito risiedesse fuori dalle mura domestiche e soprattutto in una buona istruzione, che avrebbe consentito a Carlino di trovare un lavoro ben retribuito.

«Se riesce a diventare avvocato tanto meglio, altrimenti mi basterebbe solo un po’ più intelligente, come te» aveva detto la signora Franca a Pellegrino, con gli occhi lucidi e la peluria bianca sul labbro superiore che le tremava. Il vecchio Artusi avrebbe voluto contraddirla ma non lo fece.

«E dove risiede ora?» aveva chiesto Pellegrino, rigirandosi il torsolo scuro della mela tra le dita.

«In una pensione, ‘La Pergola’, in centro città» rispose il signor Ettore, versandosi il terzo bicchiere di vino.

Quella vicenda aveva procurato a Pellegrino l’ennesima grana familiare. Suo padre si era infatti messo in testa che anche il suo unico figlio maschio dovesse incrementare il livello d’istruzione e aveva preso accordi con un maestro privato di Forlì, Luigi Buscaroli. Pellegrino, equipaggiato al meglio per il viaggio, era dovuto partire senza troppe obiezioni.

Mentre il cavallo sotto di lui sbuffava, il ragazzo si sfregava le guance ammorbidite dalla prima barba disordinata e pensava all’amico Carlino, al fatto che forse avrebbe potuto cogliere l’opportunità di quella trasferta solitaria per vedere come se la stava cavando.

Fu così che decise di allungare il percorso e proseguire alla volta di Ferrara, dove avrebbe ritrovato l’amico e goduto le gioie della vita assieme a lui.

Dopo alcuni giorni arrivò in città e lasciò riposare il cavallo all’ombra delle alte mura della cattedrale. Conosceva bene i vicoli del centro e ricordava di avere notato,

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