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Giornalisti fascisti Amicucci – Ojetti – Orano

Giornalisti fascisti Amicucci – Ojetti – Orano

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Giornalisti fascisti Amicucci – Ojetti – Orano

Lunghezza:
442 pagine
3 ore
Pubblicato:
15 gen 2020
ISBN:
9788835358763
Formato:
Libro

Descrizione

Il giornalismo fu uno dei campi di grande interesse e di intervento per il regime fascista e soprattutto di Mussolini, che vi lavorò prima di assumere la guida del regime (continuando poi ad interessarsene perfino durante la RSI) e vi dedicò sempre grande attenzione fino alla sua fine. In quest'opera si riportano i profili biografici di tre esponenti di spicco del giornalismo italiano che parteciparono attivamente con la loro azione alla fascistizzazione del settore dell'informazione – e quindi della propaganda che doveva fascistizzare gli italiani negli intenti mussoliniani – e della cultura italiana. Tre uomini che seguirono percorsi politici ed esistenziali diversi, per cercare di ricostruire i percorsi che li condussero all'attiva adesione al regime.
Il primo è Ermanno Amicucci, giornalista e organizzatore del sindacato fascista dei giornalisti, colui che provvedette alla fascistizzazione della categoria. Il secondo è Ugo Ojetti un critico d'arte che rivestirono ruoli di rilievo anche per lo sviluppo della professione a cui si dedicarono dirigendo e fondando vari giornali (come il "Corriere della Sera", "Pegaso" e la "Gazzetta del Popolo"), infine vi è Paolo Orano, socialista vicino al sindacalismo rivoluzionario passato al fascismo, primo storico del giornalismo in Italia, rettore dell'Università di Perugia e propugnatore delle tesi antisemite.
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15 gen 2020
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Giornalisti fascisti

Amicucci – Ojetti – Orano

Introduzione

Il giornalismo fu uno dei campi di grande interesse ed intervento per il regime fascista e soprattutto di Mussolini, che vi lavorò prima di assumere la guida del regime (continuando poi ad interessarsene) e vi dedicò sempre grande attenzione fino alla sua fine. In quest'opera si riportano i profili biografici di tre esponenti di spicco del giornalismo italiano che parteciparono attivamente con la loro azione alla fascistizzazione del settore dell'informazione – e quindi della propaganda che doveva fascistizzare gli italiani negli intenti mussoliniani – e della cultura italiana. Tre uomini che seguirono percorsi diversi, il primo è Ermanno Amicucci, giornalista e organizzatore del sindacato fascista dei giornalisti, colui che provvedette alla fascistizzazione della categoria. Il secondo è Ugo Ojetti un critico d'arte che rivestirono ruoli di rilievo anche per lo sviluppo della professione a cui si dedicarono dirigendo e fondando vari giornali (come il Corriere della Sera, Pegaso e la Gazzetta del Popolo), infine vi è Paolo Orano, socialista vicino al sindacalismo rivoluzionario passato al fascismo, primo storico del giornalismo in Italia, rettore dell'Università di Perugia e propugnatore delle tesi antisemite.

Ermanno Amicucci

Il giornalista e politico fascista Ermanno Amicucci nacque a Tagliacozzo (L'Aquila) il 5 gennaio 1890. Iniziò a lavorare nel settore giornalistico quando era ancora solo uno studento, a soli 17 anni, presso il quotidiano locale La provincia.

Si laureò in scienze politiche e sociali, fu dapprima corrispondente dall'Abruzzo (nel periodo della direzione di Leonida Bissolati) e poi, essendo originariamente su posizioni socialiste, redattore dell'Avanti! dal 1908 al 1910, dove ebbe modo di conoscere Benito Mussolini (1883-1945).

Questo legame fu particolarmente rilevante per la sua vita futura, Amicucci seguì negli anni i mutamenti politici di Mussolini e durante la Prima guerra mondiale, durante la quale gli venne anche conferita una Croce di guerra, fu inviato speciale dal fronte della Nazione e poi de Il Mattino, infine della Gazzetta del Popolo di Torino, giornale che poi diresse.

In questa veste seguì il generale Carlo Petitti di Roreto (1862-1933) sulla nave Audace a Trieste (questi era stato nominato governatore di questo territorio appena annesso all'Italia il 2), il 3 novembre del 1918. Dopo il ritorno alla vita civile, in seguito alla smobilitazione seguita alla fine del conflitto, andò a vivere a Roma, ove frequentò assiduamente altri esponenti di spicco del successivo regime fascista come ad esempio Filippo Anfuso e Galeazzo Ciano, e divenendo corrispondente negli anni venti – da Roma – di vari quotidiani come Il Piccolo di Trieste, Mattino e La Nazione di Firenze, e in seguito del giornale di New York in lingua italiana Corriere d'America.

Gli anni del regime fascista

Dopo aver aderito nel 1922 al fascismo (si era avvicinato al movimento già nel 1921, prima della presa del potere) e aver preso parte in ottobre alla Marcia su Roma, fu eletto nelle elezioni politiche del 24 maggio 1924 deputato alla Camera nelle liste fasciste (XXVII legislatura) nelle liste minori che fiancheggiavano il listone fascista (lista 4 Aquila su fascio), nel collegio Abruzzi e Molise.

Mantenne la carica di deputato anche nelle due successive legislature, nonostante che si fosse espresso con toni molto critici verso questa istituzione giungendo nel 1926, su La Nazione, ad affermare che la Camera dei deputati «non aveva più ragione di esistere»[1], questa osservazione va inquadra nel dibattito allora in corso sul superamento dell'attuale assetto istituzionale e la riforma delle Camere[2], lavori che vennero condotti anche da due apposite Commissioni operanti tra il 1923 e il 1925 e che Amicucci seguì anche in modo polemico, riportando informazioni sui vari progetti elaborati o discussi.

Oltre a questo, tra quest'anno e il successivo, si occupò della preparazione della normativa che doveva andare a regolare il settore dell'attività giornalistica – il 31 dicembre 1925 venne approvata la legge istitutiva dell'Ordine dei Giornalisti (OdG), la legge n. 2307 Disposizioni sulla stampa periodica (Vedere Appendice), anche se solo con il R.D. 26 febbraio 1928 n. 384 vengono definite le norme per l'istituzione e il funzionamento dell'albo professionale la cui gestione fu affidata al sindacato, Vedere Appendice), campagna che intensificò dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 sul caso Matteotti. Amicucci mirava alla liquidazione della libera organizzazione di rappresentanza del settore, proposta che aveva già presentato a Mussolini durante l'estate del 1924, per potere quindi passare ad una organizzazione strutturata e regolata dallo Stato.

Il suo progetto venne infine presentato il 10 dicembre 1924 in una sala di Montecitorio, questo ruotava intorno alla creazione di un apposito albo, all'inserimento dei giornalisti tra le libere professioni e alla creazione di un corso di studi che abilitasse a svolgere tale professione. A questi punti si aggiungeva la codificazione del contratto di lavoro della categoria, l'indicazione sui giornali dei proprietari dello stesso e un rafforzamento del sindacato fascista dei giornalisti.

Il suo progetto, che mirava «a risolvere nel suo complesso, vale a dire sia politicamente sia professionalmente, il problema della stampa»[3] (titolo anche di un articolo di Amicucci apparso su La Nazione il 13 dicembre 1924), si contrapponeva a quello «di natura essenzialmente politico-giuridica»[4] venne presentato, lo stesso giorno, dai ministri Luigi Federzoni (1878-1967) ed Aldo Oviglio (1873-1942) ed era indirizzato principalmente alla revisione e al coordinamento della normativa esistente in materia il che avrebbe reso più morbido ed accettabile per la categoria il progetto stesso che era caratterizzato da una impostazione strettamente sanzionatoria sancendo il carattere delittuoso delle infrazioni commesse a mezzo stampa, aspettative contraddette dalla reazione della FNSI.

Alla fine Mussolini si dichiarò disponibile ad «accogliere tutti gli emendamenti intesi a migliorare il disegno di legge governativo»[5] e il 18 venne nominata la commissione parlamentare incaricata dell'esame del disegno di legge ministeriale e Amicucci né divenne membro (fin dal 26 luglio ebbe per questo vari incontri con Mussolini al quale presentò direttamente le sue idee sulle riforme da adottare). Questa commissione provvedette ad approvare lo stralcio dal testo delle disposizioni sui reati compiuti a mezzo stampa, introdusse nel testo l'ordine dei giornalisti (creato con la legge 31 dicembre 1925, n. 2307 Disposizioni sulla stampa periodica[6]) e la figura del direttore responsabile delle testate, tutte misure che potevano facilmente essere impiegate per sopprimere ogni opposizione, strada spianata dal discorso della dittatura del 3 gennaio 1925.

Il 10 febbraio 1925 la Federazione nazionale della stampa italiana (FNSI) fu come visto critica e respinse con 38 voti sfavorevoli il progetto di legge Oviglio (il ministro della Giustizia), reso pubblico il 10 dicembre 1924, ma la proposta di Amicucci di creare un albo ottenne 21 voti contrari e solo 19 favorevoli.

Nel maggio 1925 Amicucci scrisse vari articoli molto favorevoli alla nuova normativa fascista contro le organizzazioni segrete, che colpiva duramente la massoneria, su La Nazione e sempre quest'anno su questo giornale, in novembre, si schierò a favore della campagna per l'abolizione del Senato e del Parlamento, in maniera da abolire le elezioni; oltre a questo in questi stessi anni continuò a difendere il neo-costituito ordine, nell'articolo Il riconoscimento degli Ordini professionali e la funzione dei sindacati fascisti, apparso il 3 marzo 1926 su La Nazione, lo difese contro le proposte dei sindacati miranti alla sua soppressione[7], scisse che «difficilmente i sindacati impossessandosi degli albi, potrebbero rispettare l'assoluta imparzialità lasciandovi iscrivere professionisti i ogni fede politica»[8], poi nel giugno del 1925 Amicucci propose l'introduzione della tutela legislativa del contratto di lavoro dei giornalisti, proposta accolta dal ministro Alfredo Rocco che promise la presentazione di un disegno di legge governativo sull'argomento.

Amicucci risultò anche tra i fondatori, nel novembre del 1922, della sezione romana del sindacato di giornalisti fascisti, assieme a Giuseppe Bottai (1895-1959), Roberto Forges Davanzati (1880-1936) ed altri esponenti del movimento fascista.

Sssunse poi la segreteria per sei anni, dal 22 febbraio 1927 (ricevette anchela nomina ufficiale da Rossoni, il segretario dei sindacati fascisti, a segretario del sindacato dei giornalisti) al 1932, del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti (SNFG)[9], organo ufficialmente creato il 28 gennaio 1924 durante un congresso svoltosi a Roma in Campidoglio (il suo I Congresso di svolse solo nel marzo del 1928[10]). Amicucci. ottenne questo incarico, osserva lo storico d'Orsi, dopo aver agito come «uno degli arieti di cui Mussolini si [era] servito negli anni precedenti per distruggere il giornalismo italiano trasformando le testate in altrettante tessere del mosaico fascista»; Amicucci fu un «uomo intrigante, sempre in caccia di un appoggio personale del duce,» che venne nominato proponendosi «come la punta di diamante tra i giornalisti-deputati fascisti i quali si sono dimostrati più devoti»[11].

Nel 1927 ottenne il riconoscimento legale del sindacato con il R.D. 7 aprile 1927 n. 651 (Vedere Appendice) che riconosceva i Sindacati nazionali e le unioni dei sindacati aderenti alla confederazione nazionale dei Sindacati fascisti. Con questa organizzazione fascista, la SNFG, il 26 maggio 1926 si fuse la FNSI, organo non fascista dei giornalisti; poi il sindacato dei giornalisti, in seguito alle riorganizzazioni del settore, venne inquadrato nella Federazione nazionale dei sindacati fascisti intellettuali dopo il loro riconoscimento avvenuto nel dicembre 1926.

Nella veste di segretario partecipò al direttorio dell'organizzazione insediato il 10 marzo che approvò il programma dell'azione da espletare:

1) Il Sindacato nazionale fascista dei giornalisti non è soltanto una organizzazione sindacale di tutela dei diritti professionali dei giornalisti italiani, ma è anche uno strumento squisitamente politico del Duce e del PNF. 2) Potranno far parte dei Sindacato i giornalisti che del giornalismo fanno la professione unica retribuita da almeno 18 mesi; che siano iscritti al PNF o abbiano dato prova di fedeltà al Regime. Potranno inoltre essere ammessi al Sindacato i giornalisti che, a giudizio delle competenti gerarchie, pur non possedendo i requisiti politici di qui al precedente comma, riescano a chiarire con pubblica dichiarazione i loro precedenti atteggiamenti politici; restano rigorosamente esclusi tutti coloro che per aver tenuti posti di responsabilità in giornali di opposizione o per gravi colpe verso il regime, sono da considerarsi immeritevole di appartenere a un'organizzazione fascista.[12]

Sempre in questa veste di segretario, il 15 ottobre 1927, fondò e ne assunse la guida il giornale dell'organizzazione, ovvero il Bollettino del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti, giornale che venne pubblicato fino al 1942.

Il 16 novembre 1927 il Gran Consiglio del Fascismo approvò un importante documento riguardante la stampa sotto il regime, vi si legge:

Il Gran Consiglio, esaminato il problema della stampa in funzione di Regime e di Partito, saluta e plaude ai giornalisti ed ai giornali che, in perfetta continuità di spirito, dall'intervento alla Vittoria e dall'ora di riscossa a quella attuale, seppero servire con fedeltà e sacrificio l'Idea – riafferma la funzione educativa della stampa e la necessità che essa sia permeata e modellata dallo spirito fascista, pur con le necessarie ed opportune differenziazioni, e riconoscendo la necessità che il Regime possa contare incondizionatamente sui più importanti organi giornalistici, affida al Segretario del Partito l'esame del problema, fermo restando il concetto che i posti di direzione e di comando devono essere affidati a Camicie Nere fedelissime.[13]

Anche in linea con questa dichiarazione Ermanno Amicucci, in qualità di presidente del sindacato dei giornalisti, provvedette ad intensificare l'opera di epurazione (tra il 1927 e il 1928 i giornalisti esclusi dagli albi professionali a livello nazionale furono circa il 50%, 1.893 su 3.736 membri[14]) ed il 28 novembre inviò un telegramma ai segretari regionali del sindacato per avere informazioni sui giornalisti antifascisti ancora in servizio che si doveva provvedere quindi ad epurare, nel quale scrisse «prego la S.V. di mandarmi un elenco esatto dei giornalisti antifascisti che sono rimasti nei giornali della Regione e che bisognerebbe allontanare, in obbedienza alla dichiarazione del Gran Consiglio Fascista sul problema della stampa. Gradirò ricevere detto elenco non oltre il 5 dicembre p.v.»[15], questa campagna, a cui collaborò anche il segretario del PNF Augusto Turati, portò all'epurazione di 77 iscritti tra i quali Olindo Malagodi, Oreste Mosca, Pietro Croci.

Questa campagna colpì anche il Corriere della Sera che nel febbraio del 1927 venne attaccato da Amicucci e Lando Ferretti (1895-1977), capo ufficio stampa di Mussolini e segretario del Sindacato giornalisti lombardo, per la presenza di redattori ritenuti tiepidi verso il regime, sollecitandone l'allontanamento.

In linea con questa impostazione autoritaria e fortemente ideologica della professione, nel 1928, Amicucci dichiarò che la stampa «come tutte le altre forze e attività che operano entro lo Stato, non può sottrarsi al controllo e alle sanzioni da parte dello Stato»[16] e prese le distanze dalle critiche sorte e scrisse che «il Sindacato, che si vanta di essere strumento politico del regime agli ordini del Duce e del Partito, non si associa alla campagna che alcuni giornali hanno fatto per una maggiore libertà di critica»[17].

Oltre ad occuparsi del funzionamento del sindacato, dei giornalisti e dei loro rapporti con lo stato fascista, in questo periodo, si occupò anche della situazione politica pubblicando, il 26 gennaio del 1926, un articolo su La Nazione nel quale analizzò alcuni aspetti dei rapporti tra stato e partito, criticando in linea con le sue idee viste sopra, i casi di prevalenza di quest'ultimo e avanzando quindi delle critiche al partito fascista sostenendo che in alcuni casi i federali continuavano a dare ordini ai prefetti, critiche sostenute anche da Arnaldo Mussolini sul Popolo d'Italia in linea anche con le disposizioni impartite con una circolare del 5 gennaio nella quale si specificava «Resti ben chiaro per tutti che l'autorità non può essere condotta a mezzadria … L'autorità è una e unitaria. Se così non sia, si ricade in piena disorganizzazione e disgregazione dello Stato: si distrugge cioè uno dei dati basilari della dottrina fascista … Il Partito e le sue gerarchie non sono, a rivoluzione compiuta, che uno strumento consapevole della volontà dello Stato tanto al centro quanto alla periferia.»[18].

Questa linea intransigente non venne però applicata fino in fondo, nel 1930 Amicucci ammise che l'azione avviata nel 1927 «non aveva impedito una certa diversificazione nell'impostazione politica dei giornali», erano secondo lui rimaste in vita due tipi di editoria, una «stampa fascista» che era lo «strumento politico del Regime» e una «stampa nazionale» che operava nell'orbita dello Stato rispettando ed accettando le disposizioni del regime.[19]

Nel settembre 1928 vennero accolte le sue richieste e l'Ufficio stampa emanò un codice di condotta per tutti i giornali, questo passo dava concreata attuazione alla tesi da lui propugnata ovvero che fosse necessario, per arginare i problemi derivanti dalla lacunosità delle istruzioni provenienti dall'Ufficio stesso, una maggiore accuratezza nella definizione delle regole. La loro lacunosità infatti rendeva più facile la commissione di errori anche involontari.

Per definire le linee del giornalista fascista e della stampa del regime pubblicò in prima persona anche dei saggi, Il giornalismo nel regime fascista nel 1928 e La stampa della rivoluzione e del regime nel 1938.

Un esempio della sua azione in questo campo, e della rigidità della sua linea d'azione, lo si ritrova in quanto accadde nel 1927 presso La Stampa, qui dopo una inchiesta che si protrasse per sei mesi, Amicucci giunse a dichiarare che il direttore amministrativo del giornale, Giuseppe Colli, non fosse una persona allineata al regime perché vicina al senatore Alfredo Frassati, avversario de fascismo, il giornalista Arrigo Cajumi essendo stato depennato dall'Albo non poteva più essere il direttore del giornale e quindi andava licenziato, che Gino Pestelli andava tolto dal suo incarico di redattore capo e altri due giornalisti avrebbero dovuto essere proscritti: Giuseppe Cassone e Fulvio Rossi.

In generale per Amicucci questa operazione di irreggimentazione doveva però coinvolgere anche i proprietari dei giornali indipendenti; il regime riconosceva sostanzialmente due tipi di giornali, uno politico dipendente dal PNF ed uno nazionale operante nell'orbita statale. Amicucci voleva venissero espropriati, ritenendo che fosse ingiusto espellere i giornalisti non allineati ideologicamente ma non toccare i proprietari «antifascisti esse stessi, e il più delle volte, principali responsabili di un indirizzo politico contrario alla Rivoluzione e al Regime»[20].

Nel 1929 entrò a far parte della Commissione superiore per la stampa (prevista dal Regio Decreto 26 febbraio 1928, n. 384) – istituita il 1° maggio e presieduta dal fratello del Duce, Arnaldo Mussolini (1885-1931) – questo organo giurisdizionale professionale era formato da giornalisti scelti dal ministro della Giustizia Rocco e si occupava della disciplina degli iscritti all'albo, nuovo importante passo verso la totale irreggimentazione della professione. Questo stesso anno, come capo dell'organo sindacale, il 22 febbraio, firmò un accordo con l'Associazione nazionale fascista editori che portò alla creazione dell'Ufficio di collocamento per il settore.

Nel 1931 in questa veste ebbe uno scontro con il gerarca Manlio Morgagni (1879-1943), capo dell'agenzia di stampa del regime, la Stefani, questi voleva che l'agenzia venisse inquadrata nella corporazione del commercio, come avvenne poi per decisione dello stesso Mussolini, Amicucci viceversa voleva inquadrarla tra le aziende giornalistiche). Amicucci aveva concepito quest'organo come «strumento politico agli ordini del Fascismo, che compendia la somma dei valori spirituale

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