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Sarà il destino a decidere

Sarà il destino a decidere

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Sarà il destino a decidere

Lunghezza:
173 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
20 dic 2019
ISBN:
9788831651394
Formato:
Libro

Descrizione

Noi siamo gli unici padroni del nostro destino, e siamo noi a decidere cosa vogliamo fare con la nostra vita, con il nostro mondo e con l’ambiente che ci circonda. Da noi dipende l’accontentarsi di ciò che ci è stato dato oppure cercare di far qualcosa di buono con gli strumenti che abbiamo a disposizione. La vita è un bel dono che ci è stato concesso e cosa farci dipende solo dalla nostra anima, dal nostro cuore e dai nostri pensieri. Il tempo che ci viene donato è un bene molto prezioso che dobbiamo rispettare e amare, rendendo il mondo che ci circonda un posto migliore, più bello e intrigante. Nel nostro cuore e nelle nostre capacità personali c’è abbastanza forza per negare un destino che non ci piace e che ci rende infelici. Dobbiamo sempre trovare l’energia dentro di noi per superarci e guardare al futuro con speranza e voglia di vivere.
Editore:
Pubblicato:
20 dic 2019
ISBN:
9788831651394
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Sarà il destino a decidere - Tommaso Tentarelli

fe­li­ci­tà.

Capitolo 1

Era il 10 gen­na­io 1979 ed era un gior­no par­ti­co­la­re, ma non per la ne­ve che, len­ta, in­ces­san­te e co­pio­sa, sta­va ve­nen­do giù, ren­den­do più ac­cet­ta­bi­le, ri­co­pren­do­lo di bian­co, il piaz­za­le del­la ca­ser­ma do­ve ave­vo pas­sa­to gli ul­ti­mi 10 me­si; og­gi po­te­va e do­ve­va es­se­re l’ul­ti­mo gior­no del ser­vi­zio mi­li­ta­re e po­te­va­mo tor­na­re a ca­sa in­sie­me a tut­ti i miei com­pa­gni; do­po un an­no ed un me­se, tra­scor­si con la mas­si­ma ap­pli­ca­zio­ne di re­go­le e di­sci­pli­na, fi­nal­men­te la fi­ne, per tut­ti, tran­ne che per noi quat­tro. Io, Cri­sti­no, Mi­che­le e Car­lo do­ve­va­mo scon­ta­re ul­te­rio­ri tre gior­ni per aver pre­so una stu­pi­da pu­ni­zio­ne; un inu­ti­le scher­zo, fat­to ad un te­nen­te, ci co­sta­va tre gior­ni ul­te­rio­ri, con tut­to quel­lo che avreb­be si­gni­fi­ca­to.

Il ser­vi­zio mi­li­ta­re che, tut­ti, do­po aver­lo fat­to, rim­pian­go­no co­me uno dei pe­rio­di più bel­li del­la lo­ro vi­ta, men­tre lo fa­ce­vi lo vi­ve­vi ma­le, pro­prio ma­le; ero gio­va­ne e pen­sa­vo, tut­ti i gior­ni, al ri­tor­no a ca­sa, ap­pro­fit­tan­do ed uti­liz­zan­do tut­te le op­por­tu­ni­tà per far­lo; si con­ta­va­no i gior­ni, le ore che man­ca­va­no al­la fi­ne e, quin­di, all’ini­zio del­la vi­ta da adul­to.

Fi­ni­to l’ad­de­stra­men­to a Tra­pa­ni, du­ra­to tre me­si, fui tra­sfe­ri­to a Pa­do­va, do­ve sa­rei ri­ma­sto fi­no al­la fi­ne del ser­vi­zio. Qui, an­che se eb­bi un co­mo­do in­ca­ri­co in un uf­fi­cio, il mio più gran­de obiet­ti­vo era sem­pre quel­lo; tro­va­re il mo­do per ot­te­ne­re per­mes­si che mi avreb­be­ro per­mes­so di tor­na­re a ca­sa. Al­cu­ni gior­ni do­po il mio ar­ri­vo, mi in­for­ma­ro­no che, chi si of­fri­va vo­lon­ta­rio per an­da­re a fa­re le guar­die ad una pol­ve­rie­ra vi­ci­no, al ri­tor­no avreb­be be­ne­fi­cia­to di una li­cen­za pre­mio di tre gior­ni e, na­tu­ral­men­te, de­ci­si di ap­pro­fit­tar­ne; an­che se era du­ra, lo fa­ce­vo ogni vol­ta e, gra­zie a que­sto, riu­sci­vo a tor­na­re spes­so, fa­cen­do gran­di sfac­chi­na­te, pos­si­bi­li so­lo a ven­ti an­ni, quan­do era gran­de la vo­glia di ri­ve­de­re i tuoi ge­ni­to­ri, la tua ra­gaz­za, i tuoi ami­ci, e spez­za­re quel­la ri­gi­da quo­ti­dia­ni­tà mi­li­ta­re.

Fu pro­prio in uno dei pe­rio­di di guar­dia al­la pol­ve­rie­ra che av­ven­ne l’epi­so­dio che, poi, avreb­be cau­sa­to la pu­ni­zio­ne che avrem­mo scon­ta­to al­la fi­ne del ser­vi­zio. Era il mio tur­no di guar­dia. Fa­ce­va un cal­do in­fer­na­le den­tro la ga­rit­ta in fer­ro ed ero, dav­ve­ro stan­co; era l’ul­ti­mo gior­no ed an­che l’ul­ti­mo tur­no, do­po­di­ché avrei usu­frui­to dell’en­ne­si­ma li­cen­za pre­mio; ero po­si­zio­na­to in un pun­to da cui po­te­vo con­trol­la­re tut­to il trat­to di stra­da che, gi­ran­do in­tor­no al­la pol­ve­rie­ra, la col­le­ga­va con la pa­laz­zi­na do­ve al­log­gia­va­mo; riu­sci­vo a ve­de­re tut­ta la stra­da e, quin­di, se fos­se par­ti­ta una ca­mio­net­ta per i con­trol­li, l’avrei vi­sta su­bi­to. Ma, non po­te­vo im­ma­gi­na­re che, pro­prio in quel tur­no, il Te­nen­te Ba­sel­li, avreb­be de­ci­so di ef­fet­tua­re il gi­ro a pie­di, mi­me­tiz­zan­do­si con gli ar­bu­sti che de­li­mi­ta­va­no la stra­da brec­cia­ta e scon­nes­sa; io ero sce­so dal­la Ga­rit­ta di guar­dia e, quin­di, lo vi­di so­lo quan­do era ar­ri­va­to mol­to vi­ci­no e non eb­bi il tem­po di ri­sa­li­re e ri­pren­de­re il mio po­sto; il te­nen­te si av­vi­ci­nò e con un’aria sprez­zan­te, e no­no­stan­te le mie scu­se:

Sta­re a ter­ra du­ran­te il tur­no era se­ve­ra­men­te proi­bi­to ma, es­sen­do l’ul­ti­mo tur­no, con­si­de­rai la pu­ni­zio­ne trop­po du­ra; no­no­stan­te le mie scu­se e le mie pre­ghie­re, il te­nen­te an­nul­lò la li­cen­za pre­mio e, per me, que­sta, non era una co­sa che po­te­vo ac­cet­ta­re co­sì tran­quil­la­men­te.

Il Te­nen­te Ba­sel­li era un mi­li­ta­re di car­rie­ra, tut­to di un pez­zo e non con­ce­de­va mai nul­la più del do­vu­to; al­to, ro­bu­sto, ca­pel­li sem­pre ra­sa­ti mi­me­tiz­za­ti sot­to l’im­man­ca­bi­le cap­pel­lo e baf­fi sem­pre cu­ra­tis­si­mi, fa­ce­va del­la di­sci­pli­na un mo­del­lo di vi­ta e, se tro­va­va del­le mo­ti­va­zio­ni per pu­ni­re qual­cu­no, non ci ri­pen­sa­va mi­ni­ma­men­te; al­la fi­ne del tur­no, pri­ma di ri­par­ti­re riu­nì tut­ti en­fa­tiz­zan­do i com­por­ta­men­ti che ci­ta­va da esem­pio e de­ni­gran­do quel­li che, vi­ce­ver­sa, non va­lo­riz­za­va­no la di­vi­sa che por­ta­va­no.

Ero in­fu­ria­to, de­lu­so, ma sa­pe­vo già che non lo avrei ac­cet­ta­to pas­si­va­men­te; il mat­ti­no suc­ces­si­vo, men­tre il Te­nen­te pas­sa­va sot­to gli uf­fi­ci del­la fu­re­ria, da una del­le fi­ne­stre, aiu­ta­to dai miei com­pa­gni,  gli sca­ra­ven­tam­mo ad­dos­so, non me­no di 30 li­tri di ac­qua spor­ca; lui non vi­de chi era sta­to ma, no­no­stan­te que­sto, lo im­ma­gi­nò o qual­cu­no lo rac­con­tò e, quin­di, mi chia­mò cer­can­do di far­mi con­fes­sa­re sen­za, na­tu­ral­men­te, riu­scir­ci; fum­mo pu­ni­ti ugual­men­te con tre gior­ni di pri­gio­ne in ca­ser­ma, ma, quel­lo che era peg­gio, era che i tre gior­ni li avrem­mo do­vu­to scon­tar­li al­la fi­ne. 

E, quin­di, ec­co che il mo­men­to era ar­ri­va­to; men­tre tut­to il no­stro con­tin­gen­te an­da­va a ca­sa, io e gli al­tri tre do­ve­va­mo ri­ma­ne­re per ul­te­rio­ri tre gior­ni. Io, Cri­sti­no, Mi­che­le e Car­lo, nel no­stro pe­rio­do era­va­mo quel­li che pu­ni­va­no chi non ri­spet­ta­va al­cu­ne pre­ro­ga­ti­ve ti­pi­che del­la na­ia; era­va­mo mol­to no­ti, quin­di, ed an­che mol­to te­mu­ti da­gli al­tri mi­li­ta­ri, an­che per­ché que­sto ruo­lo do­ve­va es­se­re ri­co­no­sciu­to dal­la mag­gio­ran­za dei ra­gaz­zi che sta­va­no pre­stan­do ser­vi­zio. Ec­co, per­ché, gli ul­ti­mi gior­ni sa­reb­be­ro sta­ti mol­to du­ri; il no­stro con­tin­gen­te si con­ge­da­va e ne ar­ri­va­va uno nuo­vo, il qua­le non ci avreb­be­ro più ri­co­no­sciu­to in quel ruo­lo e, sa­pe­va­mo già che, i pri­mi ad es­se­re pu­ni­ti sa­rem­mo sta­ti noi, da chi ci avreb­be so­sti­tui­to, co­me se fos­se una sor­ta di af­fer­ma­zio­ne.

La pri­ma not­te tra­scor­se re­la­ti­va­men­te tran­quil­la e non suc­ces­se nul­la di par­ti­co­la­re; pro­vam­mo a dor­mi­re ma con scar­si ri­sul­ta­ti. Fu la se­con­da not­te che agi­ro­no e mo­stra­ro­no tut­ta la lo­ro cat­ti­ve­ria; era­no i nuo­vi e vo­le­va­no di­mo­stra­re tut­ta la lo­ro de­ter­mi­na­zio­ne, usan­do la naf­ta al po­sto dell’ac­qua; io fui for­tu­na­to e col­pi­to so­lo par­zial­men­te di stri­scio, ma i miei ami­ci li tro­vai, il mat­ti­no, dal bar­bie­re; si sta­va­no ra­san­do i ca­pel­li per eli­mi­na­re la puz­za. La ter­za ed ul­ti­ma not­te de­ci­dem­mo di ri­ma­ne­re in­sie­me e non dor­mi­re, per evi­ta­re ul­te­rio­ri guai. Non suc­ces­se più nul­la e il mat­ti­no an­dam­mo via per sem­pre, ri­pro­met­ten­do­ci di non ri­met­te­re più pie­de in quel po­sto; tut­ta­via, pri­ma di an­dar­me­ne, mi gi­rai ver­so la Ca­ser­ma do­ve, co­mun­que, ave­vo pas­sa­to no­ve me­si del­la mia gio­vi­nez­za ed ave­vo im­pa­ra­to, sul­la mia pel­le, tan­te co­se; rim­bom­ba­va­no le pa­ro­le del Ca­pi­ta­no, pri­ma di con­ge­dar­ci:

Men­tre aspet­ta­va­mo il tre­no, al­la sta­zio­ne, ci guar­da­va­mo pen­san­do se fos­se ve­ro quel­lo che ci ve­ni­va det­to, qua­si a giu­sti­fi­ca­re que­sta fa­se del­la vi­ta di ognu­no, che ve­de­va ra­gaz­zi che, per la pri­ma vol­ta, si tro­va­va­no ad af­fron­ta­re una espe­rien­za nuo­va, lon­ta­no da ca­sa, lon­ta­no da pro­pri ge­ni­to­ri. Quei me­si di co­scri­zio­ne ob­bli­ga­to­ria per mol­ti gio­va­ni rap­pre­sen­ta­ro­no una fi­ne­stra ver­so un mon­do fi­no ad al­lo­ra sco­no­sciu­to: la pro­pria Na­zio­ne. Quel­la chia­ma­ta ob­bli­gò in­fat­ti i gio­va­ni che rag­giun­ge­va­no la mag­gio­re età a par­ti­re da ca­sa su­pe­ran­do, ma­ga­ri per la pri­ma vol­ta, i con­fi­ni del pro­prio pae­se.

Ra­gaz­zi di ie­ri, uo­mi­ni di og­gi, che con il tra­scor­re­re del tem­po han­no man­te­nu­to il ri­cor­do di quel pe­rio­do del­la lo­ro vi­ta spes­so con il de­si­de­rio di rac­con­tar­lo o an­che so­lo di in­con­tra­re nuo­va­men­te i pro­pri com­mi­li­to­ni. Era pro­prio a que­sto che pen­sa­va­mo, men­tre il tre­no ci ri­por­ta­va a ca­sa; Cri­sti­no vi­ve­va a Sie­na, men­tre Mi­che­le era Sar­do e, quin­di, sa­reb­be­ro sce­si a Bo­lo­gna; Car­lo era di Or­to­na e, quin­di, avrem­mo con­ti­nua­to in­sie­me il viag­gio. Per no­ve me­si ave­va­mo vis­su­to co­me fra­tel­li, di­vi­den­do e con­di­vi­den­do tut­to quel­lo che ave­va­mo e che fa­ce­va­mo.  No­no­stan­te le pro­mes­se, non ci sa­rem­mo più ri­vi­sti.

Capitolo 2

Per me non era sta­ta la pri­ma espe­rien­za fuo­ri ca­sa e vi­ven­do da so­lo; su que­sto, mio pa­dre ave­va le idee chia­re e non ha mai im­pe­di­to o osta­co­la­to la vo­glia di fa­re nuo­ve espe­rien­ze. A so­li quat­tor­di­ci an­ni, du­ran­te le va­can­ze esti­ve mi ac­com­pa­gnò a Ro­ma, do­ve sa­rei ri­ma­sto tut­ta l’esta­te per la­vo­ra­re in un bar del fa­mo­so quar­tie­re afri­ca­no. Fu una bre­ve espe­rien­za e, an­che, po­co red­di­ti­zia se la va­lu­tas­si­mo dal pun­to di vi­sta eco­no­mi­co; mi per­mi­se, pe­rò, di vi­ve­re tre me­si in ma­nie­ra in­di­pen­den­te, in una fa­mi­glia con tan­ti pro­ble­mi, e riu­scii a ca­var­me­la ed a re­si­ste­re al­le ne­ga­ti­ve ten­ta­zio­ni che la vi­ta  pre­sen­ta lun­go la tua stra­da; fu in que­sto pe­rio­do che ca­pii che non do­ve­va­mo af­fi­da­re il no­stro cer­vel­lo a nes­su­no, ma uti­liz­zar­lo per evi­ta­re ap­par­te­nen­ze o so­stan­ze che avreb­be­ro po­tu­to cau­sar­le; ca­pii, an­che, do­po aver­lo pro­va­to, la stu­pi­di­tà e l’inu­ti­li­tà di fu­ma­re. In­som­ma, fu, sem­pli­ce­men­te, una espe­rien­za, ma che mi fe­ce tor­na­re a scuo­la con una di­ver­sa de­ter­mi­na­zio­ne e con le idee mol­to chia­re su al­cu­ne stu­pi­de abi­tu­di­ni.

Fi­ni­ta la scuo­la ed ot­te­nu­to il di­plo­ma, in at­te­sa del­la chia­ma­ta ob­bli­ga­to­ria per il ser­vi­zio di le­va, chie­si a mio pa­dre di far­mi fa­re una sta­gio­ne esti­va in Sviz­ze­ra, un Pae­se che mi ave­va sem­pre af­fa­sci­na­to e do­ve an­da­va­no a tro­va­re la­vo­ro mol­ti ita­lia­ni. Fu un po’ sor­pre­so e, co­me era sua abi­tu­di­ne, non ri­spo­se su­bi­to. Ave­vo uno zio che ci ave­va la­vo­ra­to tan­ti an­ni ed ap­pro­fit­tò del­la mia ri­chie­sta per tor­nar­ci an­che lui.

Par­tim­mo con una Bian­chi­na e non avrei mai im­ma­gi­na­to che, dav­ve­ro, ci avreb­be por­ta­to a de­sti­na­zio­ne. In­ve­ce ar­ri­vam­mo ad Asco­na, una lo­ca­li­tà sul La­go Mag­gio­re, vi­ci­no Lo­car­no, il mat­ti­no suc­ces­si­vo. La cit­ta­di­na era in­can­te­vo­le, la lo­ca­li­tà più bas­sa del­la Sviz­ze­ra. Si tro­va­va sul­la ri­va set­ten­trio­na­le del La­go Mag­gio­re ed era fa­mo­sa per il suo cen­tro sto­ri­co, per il lun­go­la­go dal sa­po­re me­di­ter­ra­neo, gra­zie ai suoi caf­fè all'aper­to e per il cli­ma mi­te e che sem­bra­va cir­con­da­re una par­te del la­go. Pas­seg­gia­re a pie­di at­tra­ver­san­do i nu­me­ro­si bar e ri­sto­ran­ti all’aper­to fa­ce­va­no ca­pi­re quan­do era im­por­tan­te il tu­ri­smo per que­sta bel­la lo­ca­li­tà.

Pur non aven­do qua­si mai dor­mi­to, ero af­fa­sci­na­to dal­la bel­lez­za del po­sto e spe­ra­vo, dav­ve­ro, di tro­va­re la­vo­ro pri­ma pos­si­bi­le. Il la­go Mag­gio­re era gran­dis­si­mo e la cit­tà di Asco­na si svi­lup­pa­va at­tor­no, qua­si ad ab­brac­ciar­ne una par­te. Il pri­mo gior­no, pe­rò, non tro­vam­mo nul­la e fum­mo co­stret­ti a dor­mi­re in mac­chi­na; non ave­va­mo sol­di e non po­te­va­mo per­met­ter­ci al­tro; riu­scii a dor­mi­re qual­che ora, fi­no a quan­do, mio zio, si sfi­lò le scar­pe; in uno spa­zio co­sì stret­to, in due e con lui sen­za scar­pe, era im­pos­si­bi­le sta­re, e pas­sai il re­sto del­la not­te fuo­ri; quan­do mio zio si sve­gliò mi tro­vò so­pra una pian­ta di ci­lie­gie e non riu­scì a trat­te­ne­re una ri­sa­ta. Era­no mo­men­ti che ri­cor­do vo­len­tie­ri; ci ba­sta­va po­co per es­se­re fe­li­ci e, in quel mo­men­to, lo ero. Io tro­vai la­vo­ro il gior­no do­po pres­so un im­por­tan­te al­ber­go di fron­te al La­go ed ini­ziai lo stes­so gior­no; mio zio, in­ve­ce, non tro­vò nul­la e fu co­stret­to a tor­nar­se­ne giù, la­scian­do­mi so­lo in quel po­sto, do­ve ho avu­to la for­tu­na di fa­re una di quel­le espe­rien­ze che ri­mar­rà fra le più bel­le ed im­por­tan­ti e che avreb­be se­gna­to    la mia vi­ta. Ave­vo sem­pre ri­te­nu­to im­por­tan­tis­si­mo, fa­re espe­rien­ze di la­vo­ro ovun­que ma so­prat­tut­to all’este­ro, an­che bre­vi; pen­sa­vo che sa­reb­be sta­to uti­lis­si­mo an­che da adul­ti, e non so­lo du­ran­te gli stu­di o ap­pe­na ter­mi­na­to il per­cor­so sco­la­sti­co. Per­ché? I mo­ti­vi prin­ci­pa­li era­no al­me­no tre: im­pa­ra­re ad adat­tar­si a cul­tu­re di­ver­se dal­la no­stra, im­pa­ra­re a va­lu­ta­re co­sa ser­ve per so­prav­vi­ve­re e im­pa­ra­re ad usci­re dal­la pro­pria zo­na di com­fort.

En­tra­re in con­tat­to e re­la­zio­nar­si con cul­tu­re di­ver­se non era per nul­la fa­ci­le. An­che Pae­si mol­to vi­ci­no a noi, co­me la Sviz­ze­ra, ave­va­no abi­tu­di­ni mol­to di­ver­se dal­le no­stre. Pen­sia­mo al ci­bo: in al­cu­ni pae­si pran­zo e co­la­zio­ne, giu­sto per fa­re un esem­pio, rap­pre­sen­ta­va­no

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