Goditi subito questo titolo e milioni di altri con una prova gratuita

Solo $9.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Bullets Fender - una storia rock 'n' roll

Bullets Fender - una storia rock 'n' roll

Leggi anteprima

Bullets Fender - una storia rock 'n' roll

Lunghezza:
376 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
Dec 5, 2019
ISBN:
9788831651448
Formato:
Libro

Descrizione

Sono i meravigliosi e irripetibili anni Ottanta, il decennio più innovativo ed eclettico per la musica, un vero e proprio periodo d'oro dove il rock verrà innovato contribuendo a far nascere nuovi generi musicali. Matthew Right è un bambino di nove anni, vive a Londra nel quartiere di Peckham e frequenta la quinta elementare. Durante un pomeriggio di novembre passato in casa, decide di registrare la sua voce su di un'audiocassetta provando a cantare la canzone "Radio Ga Ga" dei Queen. Da quel momento scatterà il colpo di fulmine per la musica, iniziando a coltivare la convinzione di voler diventare una rock star. Insieme ai suoi quattro migliori amici formerà una band e si esibiranno davanti ai compagni di classe per il suo compleanno con strumenti fatti in casa, il loro primo "concerto". Passeranno gli anni e il sogno di Matthew diventerà l'obiettivo di tutti e cinque i ragazzi: entrare nel mondo della musica per essere un giorno ricordati come leggende del rock. Le uniche cose su cui potranno contare saranno la loro amicizia, la grande passione e l'indiscusso talento... basteranno per raggiungere il successo tanto agognato?
Editore:
Pubblicato:
Dec 5, 2019
ISBN:
9788831651448
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a Bullets Fender - una storia rock 'n' roll

Libri correlati

Articoli correlati

Anteprima del libro

Bullets Fender - una storia rock 'n' roll - Enrico Santarelli

Santarelli

Prima parte

1.1

Novembre 1984

«Basta premere il tasto play e rec insieme, poi dovrebbe funzionare… almeno spero…» disse guardando i sei tasti sulla radio. Matthew aveva quasi dieci anni quando provò a registrare la sua voce. In realtà voleva cantare una canzone, una di quelle che ascoltava sempre sua madre. Lei teneva il vinile pronto a partire, non lo toglieva da quando lo aveva acquistato due mesi prima, ascoltandolo di continuo e impazzendo appena la puntina si posava su quel disco. In copertina c’erano quattro tizi seduti a terra e in alto a sinistra la scritta Queen e sulla destra The Works. Matthew, anni prima, aveva pensato fossero i figli della regina, ma non aveva mai trovato una vera somiglianza con nessuno di loro.

Abitavano nel quartiere di Peckham, quello dove giravano la serie tv comedy che aveva come protagonista un ambizioso commerciante il cui slogan recitava: New York, Paris, Peckham. Niente di particolare, ma la guardavano sempre: era il loro quartiere quello che veniva ripreso e negli anni Ottanta il potere attrattivo di una telecamera era come quello di un magnete sul metallo. La casa, ereditata da una vecchia zia della madre passata a miglior vita e senza figli, era al primo piano di una classica palazzina inglese a mattoncini, con un piccolo cortile privato sul retro. Il padre, il signor Edward Right, era un autista di autobus di linea nonché parte integrante del coro della chiesa, ma aldilà dei canti gregoriani ed ecclesiastici, adorava il rock and roll ed aveva una bella collezione di vinili. Sua mamma, Brianna Addams, oltre a scatenarsi con la musica, era una casalinga che si guadagnava qualche spicciolo facendo lavori umili, come stirare per la lavanderia vicino casa oppure cucire per la sarta del quartiere; ma principalmente si dedicava alla casa e a fare il lavoro più difficile al mondo, il genitore.

Erano le quattro del pomeriggio quando Matthew aveva portato in sala i suoi strumenti musicali, una scopa e un cucchiaio di legno: la prima sarebbe stata la chitarra, mentre il secondo un potenziale microfono. Ora stava in piedi ad osservare la radio della Philips poggiata sul tavolo. Appena sotto il bordo superiore di quella scatola musicale c’era un rettangolo con i numeri delle frequenze e la lineetta verticale rossa che si spostava appena ruotavi la rotella presente sul lato corto; c’era la porta per le audio cassette sulla sinistra mentre, sulla destra, l'amplificatore circolare tutto bucherellato e di colore nero. Molto spesso aveva chiuso uno degli occhi per provare a guardare dentro quei microscopici buchini, mettendolo anche controluce per capire bene cosa ci fosse dentro: riusciva a vedere una specie di mezza palla argentata di cui ignorava la funzione. Sopra di questo, nell'angolo, c’era un tondo molto più piccolo e di colore diverso da quello dell’amplificatore, grigio bucherellato, e appena sotto appariva la scritta in stampatello maiuscolo MICROPHONE, il punto dove parlare. Sembrava tornare tutto ed aveva capito l’essenziale di quello strumento: era soltanto una radio, in fin dei conti.

Poco dopo girò lo sguardo verso i libri allineati sullo scaffale: gli era venuta in mente un’idea per migliorare la sua prestazione, così ne prese sette e li portò sul tavolo, costruendo una colonna in cima alla quale mise la radio. Dalla tasca dei pantaloni prese una cassetta vergine, una TDK da 120, comprata da sua mamma. Gli occhi erano fissi sul tondino, dove la sua voce sarebbe passata per finire su ciò che adesso aveva in mano. Scartò la cassetta dal suo rivestimento di plastica e la scrutò come un oggetto mistico, domandandosi come potesse la sua voce finire su quel nastro marroncino scuro. L'avvicinò al naso per capire se sapesse di qualcosa e la sniffò come una torta appena sfornata chiudendo gli occhi... di certo non odorava di zucchero o di glassa, ma sapeva di magia. Così si affrettò ad infilarla nell'apposito sportellino e lo richiuse. Iniziò a prepararsi, si sentiva teso, era a tutti gli effetti il suo primo provino.

Il momento era giunto: si avvicinò al giradischi, sistemò il braccio di lettura sopra il disco, abbassandolo ad un centimetro di distanza dal vinile; la puntina era pronta a trasmettere appena avesse stabilito il contatto; il piatto intanto iniziava a girare. Si voltò verso la radio, che ora si trovava all’altezza della bocca, perfetta per sparare la sua voce dritta dentro il MICROPHONE: premette i due tasti, play-rec. Si girò di scatto verso il giradischi abbassando la levetta e la puntina entrò finalmente in contatto col vinile. Dalle casse iniziò un gracchìo e, in quell’istante, tutto quello che c’era nella stanza iniziò a scomparire un pezzo alla volta: il tavolo e la pila di libri erano diventati l’asta con tanto di microfono; il divano e le poltrone si stavano trasformando in una folla di gente; la credenza alle sue spalle, la vetrina, la libreria e tutto il resto era diventata la sua band; lui, in un attimo, era come se indossasse dei pantaloni bianchi con una banda laterale rossa e una giacca gialla con delle fibbie d’acciaio, proprio come il cantante dei Queen che aveva visto una volta in foto su di un giornale. Iniziò a sentire il battito crescere insieme ad una strana adrenalina. Il suono di tamburi accompagnati da un suono psichedelico veniva pompato dalle casse, lui teneva il ritmo con il piede che andava su e giù… poi il Re Mercury iniziava e lui lo seguiva intonando le stesse parole:

"I'd sit alone and watch your light

My only friend through teenage nights

And everything I had to know

I heard it on my radio

You gave them all those old time stars

Through wars of worlds, invaded by Mars

You made 'em laugh, you made 'em cry..."

"Seduto da solo guardavo la tua luce

La mia unica amica nelle notti d'adolescenza

E ogni cosa che dovevo sapere

L'ho ascoltata alla mia radio

Ci hai dato tutte quelle stelle dei vecchi tempi

Tramite guerre di mondi, invasi da Marziani

Li hai fatti ridere, li hai fatti piangere…"

Matthew stava cantando con loro come se fosse sul palco. Ogni tanto scuoteva quella scopa a mo’ di chitarra, si sentiva una rock star.

"All we hear is Radio Ga Ga

Radio Goo Goo

Radio Ga Ga

All we hear is Radio Ga Ga"

"Tutto quello che ascoltiamo è Radio Ga Ga

Radio Goo Goo

Radio Ga Ga

Tutto quello che ascoltiamo è Radio Ga Ga"

Si inginocchiò accompagnando il giro di chitarra, poi si schienò a terra e spingendosi con i piedi strisciava indietro. Era indiavolato.

"Radio Ga Ga

Radio what's new

Radio, someone still loves you"

"Radio Ga Ga

Radio, cosa c'è di nuovo

Radio, qualcuno ti ama ancora"

La canzone stava terminando e appena chiuse con il ritornello finale, fece l'inchino dinanzi al suo pubblico di stoffa e gomma piuma, impazzito per quello che aveva fatto, simulando le grida che invocavano:

MATTHEW!!

MATTHEW!!

Alzò il braccio in alto con il pugno chiuso, proprio come in una foto di Freddie Mercury. 

Il suo debutto era terminato: un vero e proprio successo.

Ritornato alla realtà premette stop e riavvolse il nastro della sua performance. 

«Niente male ragazzo, niente male! Ora sentiamo come è venuta.»

Scattato il tasto del rewind, premette play e dopo qualche secondo partì la voce: era un po' confusa per via di quella di Freddie che usciva dalle casse, ma a suo avviso nessuna differenza, senza dubbio la trovò diversa da come la conosceva, da come era abituato ad ascoltarla ogni volta che parlava, ma gli piaceva. Voleva farlo ancora e in quel momento capì cosa avrebbe voluto fare da grande... la rock star!

Mollò tutto e andò di corsa sul cortile esterno della casa per dirlo a sua madre:

«Mamma! Mamma! Voglio fare il cantante come Freddie Mercury!»

«Certo Matthew, puoi diventare quello che vuoi, non sarà facile ma se ti metti di impegno potrai raggiungere qualsiasi risultato. Ora però vai a fare i compiti che lo studio viene prima di tutto, altrimenti se rimani un asino non riuscirai mai a scrivere canzoni e quindi a fare il cantante.»

«Va bene mamma… però mi piacerebbe avere una chitarra vera da suonare» disse quasi mugolando.

«Se sarai bravo e farai sempre i compiti, per il tuo compleanno o per Natale vedremo cosa si potrà fare.»

«Siii! Sarò grande come Freddie!»

Per un bambino della sua età non era un desiderio comune: forse passeggero ma pur sempre una salda convinzione.

Quando, verso le sette di sera, il padre tornò a casa da lavoro, lo assalì appena varcò la soglia trascinandolo davanti la radio per ascoltare la sua registrazione, senza dargli il tempo di togliere il cappotto.

«Che te ne pare?»

«Sei stato super!»

«Mamma ha detto che per il compleanno avrò una chitarra!»

«Davvero ha detto così?»

«Ehm... sì, più o meno…»

«Bugiardello! Ti ho sentito!!» la voce della mamma arrivò dalla cucina.

«Immaginavo ci fosse qualcosa sotto» sorridendo e svestendo il cappotto «una chitarra è molto costosa, figliolo, e quest’anno non so quanto babbo Natale sarà ricco: sai, gli affari al Polo Nord non vanno poi così bene.»

«Prometto che farò tutti i compiti e sarò giudizioso, laverò i denti tutte le sere e non farò i capricci! Ti prego papà» disse, giungendo le mani in preghiera.

«Vedremo, magari qualcuno in parrocchia ne ha una che non usa più… forse la signora Carry potrebbe aiutarci, lei la suonava molti anni fa, magari se ne vuole sbarazzare.»

«Ma io la voglio nuova e non usata da un altro…»

«Anche pretenzioso il mocciosetto!» dandogli un pizzico sul naso «per imparare andrà più che bene, e poi con delle buone e nuove corde avrà un suono perfetto.»

«D’accordo papà, prenderò il catorcio della signora Carry per imparare, ma poi appena sarò capace ne vorrò una tutta mia.»

«Affare fatto, campione!»

Si abbracciarono.

«Ragazzi è pronto, venite a mangiare» la mamma dalla cucina.

«Arriviamo!»

Si affrettarono.

«Non vi avvicinate se prima non vi siete lavati le mani!»

Tutti e due si bloccarono ad un passo dal tavolo girando gli occhi al cielo e rispondendo all’unisono

«Va bene, mamma!»

Dopo cena Matthew tornò in sala e si mise davanti alla sfilza di vinili di suo padre. Rolling Stones, Beatles, Pink Floyd, Deep Purple, Aerosmith, Queen, e molti altri. Voleva ascoltarli tutti, erano lì da sempre ma all’improvviso erano diventati importanti. Il giorno seguente, dopo i compiti, avrebbe provato un nuovo pezzo anche se, tranne quello dei Queen, non ne conosceva nessun altro a memoria… Era ora di ascoltare per trovare un’altra canzone preferita.

Quella sera andò a letto continuando ad organizzare il pomeriggio successivo: la speranza era che suo papà gli portasse la chitarra, ma forse avrebbe dovuto aspettare almeno la domenica.

1.2

La mattina si svegliò con il desiderio che arrivasse in fretta il momento del ritorno a casa, per mettere un nuovo disco. Durante la colazione, fatta con latte e cereali, sbirciava dalla cucina verso la sala fissando il giradischi e i vinili allineati. Sembrava quasi nervoso, infatti la punta del piede faceva rimbalzare il tallone sul pavimento. Appena preso l’ultima cucchiaiata si alzò masticando per dirigersi verso la sala e pescare un disco a caso:

«Ziggy Stardust… David Bowie… ok amico, oggi tocca a te!»

«Mat! Subito a lavarti! La musica viene dopo la scuola e i compiti. Sbrigati che fai tardi» la mamma lo aveva colto in flagrante, facendolo quasi spaventare.

«Agli ordini, mamma!» rispose mettendosi sugli attenti e facendo il saluto militare.

«Forza simpaticone!» disse la mamma, a cui aveva strappato un sorriso.

La scuola non era lontana e la raggiungeva a piedi, ma ogni mattina la signora Brianna lo accompagnava perché riteneva che non fosse ancora giunto il momento per lasciarlo andare da solo, nonostante le sue quasi quotidiane insistenze. Matthew pensava che non fosse così bello farsi vedere ancora con la mamma, anche se alla fine tutti arrivavano con almeno un genitore.

Quel giorno, durante il tragitto, non faceva altro che parlare del suo obiettivo pomeridiano e lei lo ascoltava divertita, almeno fino a quando entrarono nel solito panificio per comprare la merenda per la metà mattina.

«Buon giorno, Signora Right» disse il giovane commesso da dietro il bancone.

«Buon giorno a te, Robert.»

«Buon giorno super Mat! Il solito anche oggi?»

«Certo amico! Saccottino al cioccolato!» rispose sorridendo.

Matthew entrava sempre con piacere dentro il panificio, sia per gli odori sia perché il commesso Robert era simpatico e lo faceva sentire importante.

«Sai che sto imparando a cantare?»

«Davvero?? E cosa canti?» incuriosito Robert

«Questo pomeriggio proverò Ziggy Bowie!» rispose

«Ziggy Bowie??? Ehm… forse Ziggy Stardust!» sorridendo. «David Bowie, lo adoro! Allora dovrai farmi sentire qualcosa, prima o poi!»

«Certo Robert, ti inviterò al mio concerto!»

La signora Right e il commesso si guardarono un secondo e poi risero meravigliati dalla sicurezza della risposta.

«Molto volentieri!» facendogli l’occhiolino.

Dopo che la signora Right ebbe pagato la merenda del figlio, salutarono il commesso e ripresero il cammino verso la scuola, che distava ancora una decina di minuti.

Una volta arrivati, Matthew diede un bacio sulla guancia alla mamma e scappò di corsa dentro, pregando che nessuno lo avesse visto.

La sua classe era composta da sedici alunni. Era seduto vicino a Jimmy, il suo migliore amico, con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia e una balbuzie modesta. Erano amici per la pelle e si conoscevano dall’asilo.

«Ciao Jim» sedendosi.

«Ciao Mat… f-fatto i c-compiti?» spingendo indietro gli occhiali scesi un po' sul naso.

«Sì sì, ma quello non è importante… ieri ho fatto la mia prima performance davanti al pubblico.»

«Cos’è una p-performance?»

«Credo sia quando uno canta alla radio e la sua voce finisce su una cassetta…»

«Anche io voglio fare una p-per… for… perfor…» balbettando.

«Per-for-mance, si dice.»

«Grazie.»

«Un giorno diventerò come Freddie Mercury, lo conosci?»

«Tutti lo-lo conoscono! Quindi avrai i ba-baffi da grande?»

«Non lo so, ma se servono a cantare meglio… direi di sì!» sorridendo compiaciuto.

«Dopo scuola vieni da me a fa-fare i co-co-co…compiti?»

«Non posso, devo ascoltare un disco e poi mi esibisco per la seconda volta, appena imparo bene un’altra canzone!»

«Posso venire a ve-vederti?»

«Oggi no, ma appena ne conoscerò a memoria almeno tre farò un concerto, così tu, Dave e Chris verrete a casa a sentirmi… aspetta un momento… potremmo formare un gruppo come i Queen!» disse con entusiasmo.

«Ma-ma non sappiamo ca-ca-cantare…» rispose abbacchiato Jimmy.

«Io sì! Voi suonerete gli strumenti!»

«Ma non sa-sa-sappiamo suonare.»

«Allora è il momento di imparare!»

«Ci sto! Do-do-dobbiamo dirlo agli altri.»

Rimandarono le comunicazioni agli altri due amici poiché era entrata la professoressa Evans. Lei era una di quelle zitelle acide che appena parlavi o ti distraevi faceva degli urli tarzanici per richiamare l’attenzione, quindi era meglio evitare di farsi trovare ancora a chiacchierare, ma questo non impedì a Matthew di scrivere un biglietto e lanciarlo a Chris, che stava seduto in ultima fila:

Formiamo un gruppo musicale…ci stai?

Lui lo guardò un po' sorpreso per la proposta, poi fece una smorfia che venne interpretata come un anche se si capiva bene che non avesse capito il senso.

La lezione iniziò, e dovette mettere da parte tutti i progetti per ascoltare con attenzione: era l’ora dell’odiata matematica. Matthew non era una cima ma nemmeno una capra, però sapeva che se non fosse stato attento sarebbe peggiorato e sapendo che i bei voti portavano bei regali, era intenzionato ad aumentare la concentrazione.

Verso le undici arrivò la pausa merenda, e i quattro finalmente si riunirono lungo il corridoio: Matthew informò in dettaglio gli altri due della sua idea.

«Beh, non so come faremo visto che non sappiamo un bel nulla di strumenti, ma se c’è da mangiare e nello specifico la crostata di mirtilli della signora Right… io ci sto!» disse Chris.

«Pensi sempre a mangiare! Se continui così non entrerai più sotto al banco!» disse Dave facendo ridere tutti.

«Non ti preoccupare, per fare merenda ci sarà anche la tua crostata!» dandogli una pacca sulla spalla, e poi aggiunse «io imparerò bene almeno tre o quattro canzoni, poi mettiamo il disco in sottofondo e ci registriamo con la radio. Alla batteria ci sarai tu, Chris, quindi procurati un secchio vuoto dalla cantina di tuo padre, ne servono due ed io ho l’altro; Dave e Jimmy le due chitarre, quindi se aveste almeno una scopa portatela, all’altra ci penso io; altri accessori li troverò a casa tra le cianfrusaglie di mio padre. Quando avremo imparato bene a suonare faremo il concerto al mio compleanno, quindi abbiamo ancora due settimane di tempo. Allora, che ne dite? Siete pronti a diventare una band famosa?»

Il progetto sembrava piacere a tutti, e infatti accettarono con entusiasmo.

«Io sarò come Jimi Hendrix allora… la differenza è che io avrò una scopa e lui aveva una chitarra ma, alla fine, sono solo dettagli» disse Dave.

«C-c-chi è J-Jimi Hen-ndrix?» chiese Jimmy

«Il miglior chitarrista al mondo, Jim, e guarda caso era colorato come me. Mio padre ha i suoi dischi e ogni volta che li mette dice: Sentiamo un po’di magia del vecchio J.H.»

«Molto bene ragazzi, adesso dobbiamo trovarci un nome, quindi iniziat…»

Matthew fu interrotto da una gomitata di Dave: stava passando Lana con la sua amica Margaret. Ne era follemente innamorato. Adorava i suoi capelli lisci come spaghetti e i suoi occhi verdi smeraldo da cerbiatto. Passando, lei lo guardò per qualche secondo, portandosi i capelli dietro l’orecchio e sorridendo poi alla sua amica.

«Ehi Mat! Ti ha sorriso! Non ci credo…» disse Dave.

«Secondo me guardava fuori verso la finestra» intervenne Chris un po' ingelosito.

«No, no, non è v-vero Chris, tu se-sei geloso! Lo-lo ha gu-guardato davvero!» disse Jimmy, con i suoi tempi.

«Non sono geloso... è che piace anche a me e anche a voi ammettetelo! Però non mi guarda mai...»

«Perché ha paura che la mangi!» disse Dave, scatenando le risate di tutti.

«Mamma dice che tra qualche anno diventerò alto e magro come un fuscello, appena inizierà lo sviluppo… forse non ci crede nemmeno lei in realtà...» scoppiando a ridere insieme agli altri.

Mentre ridevano a crepapelle, Matthew pensava a quello sguardo ricevuto: sapeva che era successo davvero e il cuore lo aveva capito perché rullava proprio come una batteria. Quella scena l’aveva catturata e imprigionata nella mente con tutti i movimenti, gli odori e le sensazioni, era un’immagine che voleva conservare. L’idea che Lana potesse ricambiare il suo amore lo stava mandando fuori strada, confondendolo per un attimo dal progetto iniziale che aveva intavolato con i suoi amici.

«Ehi Mat! ...Mat?! Matthew!» urlò Dave, strattonandolo.

«…Sì… Lan... la band!» rispose confuso.

«Cavolo amico, sei proprio bollito per lei… del resto ha ragione Chris: chi non lo è?!»

«Eh già…! Torniamo a noi, allora. Dopodomani ci vediamo tutti a casa per fare le prove e il primo dicembre, per il mio compleanno, faremo un concerto durante la mia festa! Iniziamo a pensare ad un nome per il nostro gruppo.»

Trovarono l’accordo per il venerdì pomeriggio a casa sua.

Dopo la pausa tornarono in classe, in attesa di riprendere la lezione. Era seduto un paio di banchi dietro rispetto alla sua bella, e in quel momento la osservò rientrare e sedersi. La fissava riuscendo a vedere parte del suo profilo. La luce che proveniva da fuori le illuminava il volto ed era come se un angelo si fosse palesato in quell’aula. In un attimo la sua fantasia lo fece volare immaginando… di essere una rock star, con il pubblico in delirio per la fine del concerto; il saluto con un inchino; poi, andando dietro le quinte, lei lo aspettava sorridente, avvicinandosi lui la bac…

«Matthew!!! Quante volte ti devo chiamare! Alla lavagna subito e non dormire!» la professoressa Evans lo stava chiamando da un po' ma lui era in trance.

«Sì sì sì… arrivo subito…» sorpreso e quasi impaurito.

Tutti iniziarono a ridere, compresa la sua bella. Non la migliore delle figure, anche perché lei si era accorta che la stava guardando sognante.

1.3

Il pomeriggio e quello successivo Matthew lo passò, dopo aver fatto i compiti, a scegliere due canzoni e ad impararle, aggiungendole a quella dei Queen che sapeva già a memoria. L’appuntamento con i cartoni animati era stato sostituito quasi per intero dall’ascolto della musica. La madre era felice di questa sua nuova passione, ed aveva informato suo marito che aveva accolto di buon grado la sua idea, attivandosi per la chitarra della signora Carry.

Le due canzoni che aveva scelto, mandandole in continuazione per impararle a memoria, erano: "Starman" di David Bowie e "My generation" degli Who. La prima perché aveva pensato si riferisse a Babbo Natale, visto che c’era un uomo che aspettava tra le stelle ma poi ragionò sul fatto che il Rock ‘n’ Roll non poteva riferirsi a qualcosa di così sacro, e allora lo accostò a E.T. l’extraterrestre. L’altra, invece, perché secondo lui il cantante balbettava come il suo amico Jimmy quando diceva:

"Why don't you all f-fade away

(Talkin' 'bout my generation)

And don't try to d-dig what we all s-s-say

(Talkin' 'bout my generation)

I'm not trying to cause a b-big s-s-sensation

(Talkin' 'bout my generation)

I'm just talkin' 'bout my g-g-generation.

(Talkin' 'bout my generation)

This is my generation

This is my generation, baby"

"Perché non s-sparite tutti?

(Parlando della mia generazione)

E non cercate di c-capire che tutti noi d-d-diciamo

(Parlando della mia generazione)

Non sto cercando di suscitare gran s-s-scalpore

(Parlando della mia generazione)

Sto parlando della mia g-g-generazione

(Parlando della mia generazione)

Questa è la mia generazione

Questa è la mia generazione, piccola"

Quindi lo fece in suo onore.

Si sentiva davvero felice quando ascoltava la musica, era incredibile che in due giorni era stato del tutto rapito da qualcosa che, fino a qualche tempo prima, sapeva esistere ma che non credeva fosse così bello. Davanti al giradischi si dimenticava del resto: cantava, ballava, si emozionava e si domandava se lui sarebbe stato capace, prima o poi, di suonare come uno di loro, di cantare come una rock star. Il sogno di diventare un calciatore sembrava già essere stato messo da parte per essere sostituito da tutto quello.

Aveva informato i genitori del suo progetto relativo alle prove con Jimmy, Chris e Dave, della torta ai mirtilli e del compleanno con tanto di concerto; loro erano divertiti e non vedevano l’ora di vederli all’opera, mettendosi a disposizione per aiutarli. La candidata numero uno era senza dubbio la mamma, ma il padre si era ripromesso di fare il possibile e sabato primo dicembre avrebbe preparato la scenografia per il debutto.

«Grazie mamma e grazie papà, siete fantasmagorici! Vi voglio bene» disse abbracciandoli.

«Piccolo mio, anche noi te ne vogliamo, sei la nostra rock star preferita!» la mamma, dandogli un bacio sulla testa.

«Forza Mat! Proviamo a disegnare un palco o una scenografia da attrezzare per il debutto!» disse il padre.

«Sì! Sei grande papà!»

«Ma qual è il nome della band?»

«Ci stiamo lavorando…»

1.4

Matthew aveva copiato i testi delle tre canzoni, fatto una copia per ciascuno e preso tutto il necessario dalla cantina per fare le prove con i suoi amici. Aveva trovato una vecchia lampada da terra a cui aveva tolto il paralume per farla diventare un microfono con tanto di asta; la signora Brianna aveva costruito il microfono con un pezzo di legno e avvolto con la carta argentata fissandolo con lo scotch. Il signor Edward aveva trovato un secchio per simulare la batteria e lo aveva foderato con della carta regalo per farlo più professionale, coprendo così la scritta vernice per interni. Sapeva che gli altri si sarebbero procurati un altro secchio e due vecchie scope inutilizzate; era avanzata della carta e quindi avrebbero potuto foderarli per renderli meno casalinghi.

Arrivarono tutti insieme alle quattro e mezza del pomeriggio, con la mamma di Jimmy che aveva prelevato gli altri.

«Ciao ragazzi! Buon pomeriggio, signora Jones!» disse Matthew aprendo la porta.

«Ciao Mat!» rispose la mamma di Jimmy.

Gli altri ragazzi entrarono dando il cinque al loro amico.

«Benvenuti ragazzi» disse la signora Brianna. «Ciao Elisabeth, accomodati che ho già messo il tè sul fuoco. Chris, c’è la torta ai mirtilli.»

«Io l’adoro signora Right!» rispose affrettandosi sul dolce.

Tutti ne presero un pezzo per fare merenda, c’erano anche latte al cioccolato e biscotti al burro. Seduti con la bocca piena facevano fatica parlare, comunicavano con sorrisi di piacere come se le papille gustative avessero preso il controllo di tutti i loro muscoli facciali.

Appena fatto l’ultimo sorso di latte, Matthew si alzò dalla sedia

«Ragazzi, ora basta mangiare, è arrivato il momento di entrare nella parte. Andiamo.»

In tre si diressero verso la sala, mentre Chris era ancora imbambolato davanti al secondo pezzo di torta.

«CHRIS! MUOVITI!» in coro.

Lui infilò in bocca l’ultimo grosso pezzo e si aggiunse agli altri, faticando quasi a respirare.

«Bene, siamo tutti. Allora, i pezzi che ho scelto sono tre. Partiremo con i

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. Registrati per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di Bullets Fender - una storia rock 'n' roll

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori