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Lo sguardo del figlio

Lo sguardo del figlio

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Lo sguardo del figlio

Lunghezza:
192 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
20 ago 2021
ISBN:
9781071521489
Formato:
Libro

Descrizione

Paula è una maestra della scuola materna che non può avere figli. Così, con il marito, adotta Daniel, un bambino con i capelli rossi. Dopo un po’ di anni, la madre biologica del bambino compare all’improvviso in quello scenario idilliaco, distruggendo la pace che aveva regnato fino a quel momento. Passando per diverse fasi, dall’arrivo del bambino in quella casa a quando diventa un adulto, Lo sguardo del figlio ci presenta diversi personaggi, come la nonna, una donna forte che nutre un grandissimo amore per il nipote e che, però, insieme a Paula, rappresenta la relazione problematica tra madri e figli; o Sophie, la ragazza che compare nel suo ingresso all’adolescenza.

Con un sottofondo di danza classica, assisteremo a una storia d’amore che lascerà un’impronta e con cui ognuno di noi ha più cose in comune di quello che pensa.

"Si tratta di una lettura molto interessante e che non ci lascia indifferenti: è un invito a riflettere in un mondo nel quale la banalità impera."– Dra. Àngels Santa, rivista letteraria L'Ull crític, 17-18

"Il lettore trova una narrazione stimolante, che lo introduce nei sentimenti di diversi personaggi e che richiede una certa sensibilità per comprendere ogni vita che si muove nella storia."– Dra. Alexandra Santos Pinheiro, Resonancias Literarias no. 153

"Una letteratura intimista, quasi sussurrata, che parla più dei personaggi e dei loro stati d’animo che delle cose."– Justo Sotelo, professore

"Ricerca dell’identità, sensi di colpa sotterrati -non così tanto a volte-, l’angoscia perenne di fronte alla possibilità della perdita e l’amore che supera i legami di sangue sono alcuni dei temi che il lettore troverà in questo romanzo. [...] Fatti apparentemente irrilevanti e che il romanzo rivela costantemente nel momento giusto danno l’impressione di leggere una storia scritta a squame, dove gli avvenimenti si sovrappongono uno dopo l’altro fino a conformare un panorama generale. [...] Lo sguardo del figlio è un romanzo che non vi lascerà indifferenti, vi porterà a farvi domande e ne lascerà altre sospese, affinché possiate riflettere sui temi che affronta. Un’opera completa, risoluta, la cui lettura non possiamo fare a meno di raccomandarti."– Letralia

Editore:
Pubblicato:
20 ago 2021
ISBN:
9781071521489
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Núria Añó (1973) is a Catalan/Spanish novelist and biographer. Her first novel "Els nens de l’Elisa" was third among the finalists for the 24th Ramon Llull Prize and was published in 2006. "L’escriptora morta" [The Dead Writer, 2020], in 2008; "Núvols baixos" [Lowering Clouds, 2020], in 2009, and "La mirada del fill", in 2012. Her most recent work "El salón de los artistas exiliados en California" [The Salon of Exiled Artists in California] (2020) is a biography of screenwriter Salka Viertel, a Jewish salonnière and well-known in Hollywood in the thirties as a specialist on Greta Garbo scripts.Some of her novels, short stories and articles are translated into Spanish, French, English, Italian, German, Polish, Chinese, Latvian, Portuguese, Dutch, Greek and Arabic.Añó’s writing focus on the characters’ psychology, most of them antiheroes. The characters in her books are the most important due to an introspection, a reflection, not sentimental, but feminine. Her novels cover a multitude of topics, treat actual and socially relevant problems such as injustices or poor communication between people. Frequently, the core of her stories remains unexplained. Añó asks the reader to discover the deeper meaning and to become involved in the events presented.Literary Prizes/ Awards:2020. Awarded at International Writing Program in China.2019. Awarded at International Writers’ and Translators’ House in Latvia.2018. Fourth prize of the 5th Shanghai Get-together Writing Contest.2018. Selected for a literary residence in Krakow UNESCO City of Literature, Poland.2017. Awarded at the International Writers’ and Translators’ Center of Rhodes in Greece.2017. Awarded at the Baltic Centre for Writers and Translators in Sweden.2016. Awarded at the Shanghai Writing Program, hosted by the Shanghai Writer’s Association.2016. Awarded by the Culture Association Nuoren Voiman Liitto to be a resident at Villa Sarkia in Finland.2004. Third among the finalists for the 24th Ramon Llull Prize for Catalan Literature.1997. Finalist for the 8th Mercè Rodoreda Prize for Short Stories.1996. Awarded the 18th Joan Fuster Prize for Fiction.


Anteprima del libro

Lo sguardo del figlio - Núria Añó

Lo sguardo del figlio

Núria Añó

Traduzione di Elena Stella

Lo sguardo del figlio

Autore Núria Añó

Copyright © 2019 Núria Añó

La prima edizione del libro è intitolata ‘La mirada del fill’ © 2012

www.nuriaanyo.com

Tutti i diritti riservati

Distribuito da Babelcube, Inc.

www.babelcube.com

Traduzione di Elena Stella

Progetto di copertina © 2019 Núria Añó. Fotografia di Anna Jurkovska. Illustrazioni di Gordon Johnson

Babelcube Books e Babelcube sono marchi registrati Babelcube Inc.

Indice

Title Page

Copyright

Lo sguardo del figlio

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

L’autrice

Altri libri dell’autrice

Nuvole basse

La scrittrice morta

Chi è la traduttrice

Lo sguardo del figlio

Núria Añó

PRIMA PARTE

La donna dai capelli rossi se ne stava andando e lasciava dietro di sé una serie di impronte nella neve. Ma dalla finestra del primo piano, verso la quale quel bambino aveva corso più veloce che poteva, quelle impronte non potevano più essere distinte dal resto. Paula era ancora di sotto, con le braccia conserte, la giacca pesante mezza allacciata, probabilmente nel giorno più difficile della sua vita. Quando ormai era tardi e guardò verso di sopra, vide Daniel e lo salutò con la sua mano energica, come se non fosse successo niente. Allora lo sguardo del figlio si perse poco a poco e il suo corpo si allontanò dalla finestra… Sembrava essere già scritto che un giorno non molto lontano si sarebbe seduto al tavolo dove faceva i compiti e avrebbe disegnato una figura a matita, delineando quella fronte leggermente arcuata, riproducendo il rosso di quei capelli che aveva visto un giorno dall’altra parte della porta… Intanto Daniel giocava con una pallina di gomma che gli scappava dalla mano appena la rimetteva in tasca, rimbalzava e spesso lo faceva scendere per le scale. Ma quel pomeriggio sembrava smarrito per colpa di un colore di capelli… Quella donna, invece di suonare il campanello, si era inginocchiata e aveva lasciato una busta sotto la porta, con quell’angolo che, all’improvviso, non si poteva muovere né in avanti né indietro. Una busta senza destinatario, spessa, che entrava a malapena. A un tratto le mani dell’uno e dell’altra si erano ritrovate molto vicine, come due pezzi di diverse dimensioni che combaciavano perfettamente grazie a un filo invisibile che li rendeva mittente e destinatario. Chiaramente, quando Daniel si era alzato e aveva aperto la porta, anche la donna dai capelli rossi aveva alzato lo sguardo e aveva annuito, con occhi molto espressivi, stupita per quello stesso pretesto. Sì, lui che si stava aprendo davanti a lei, e lei, mentre lo vedeva ancora nella penombra, aveva fatto un gesto, con quell’inaspettata lucidità con la quale la bocca di lei si era unita alla guancia di lui. E non lo avrebbe lasciato andare. E non lo avrebbe lasciato andare mai più.

Del resto Daniel aveva sognato di avercela così tanto vicina che a volte si svegliava e per un bel po’ di tempo pensava solo a lei. Non tanto alla sua persona, quanto a lievi frammenti che nascevano da quello stato meditabondo nel quale era immerso. Come una ciocca di capelli che le cadeva sulla fronte, che la sua mano pallida rimetteva a posto, rendendo così visibili tutte quelle lentiggini che aveva sulle orecchie. Lei non si era accorta che la stavano osservando, nemmeno quando la sua gioventù e inesperienza decisero di girare una busta, mentre provava ripetutamente ogni punta, per vedere se sarebbe entrata. E allora il tempo sembrò fermarsi, solo il vapore che usciva dalla sua bocca e finiva sul vetro ne dimostrava lo scorrere. Poteva nascere in qualsiasi momento tra il peso degli alberi. Il minimo tremolio di un ramo e da qualche punto sarebbe caduta subito la neve, lenta come un secondo, però allo stesso tempo trasparente e brillante come uno sguardo che stava nascendo. Partiva dal suolo, tra quella danza roteante di carte e mani in cui la trappola era ammessa, o forse era uno dei due a provocarla. Quando Daniel aprì la porta e lì apparve il viso di lei che guardava verso l’alto, con tutto ciò che supponeva la bellezza spontanea delle cose, proprio in quel momento si intrufolò inopportunamente la pallina, che continuò a scendere un gradino alla volta. Ovviamente, questo non era importante, ma lo era la velocità con cui il tutto si stava per concludere.

Mamma! Piangeva disorientato in qualche momento della notte, e lì appariva la sua. Quando Daniel era fortunato, chiamava la sua mamma e se la ritrovava subito lì davanti, in piedi. Paula, che accendeva la luce del comodino e dava più vita, se possibile, ai giocattoli e a quella greca di tonalità pastello che doveva rendere la vita più sopportabile, fosse anche solo grazie a tutti quei trenini di legno che un giorno aveva pitturato… Cosa dico un giorno! Tanti giorni, troppo tempo ad aspettare, tanto che il traffico era già molto intenso: alcuni stavano partendo, altri arrivando, e lo scontro frontale era evidente. Anche se non lì, non tra quelle pareti, tantomeno in quella stanza, dove c’era un copriletto celeste morbidissimo e accogliente che Paula rimboccava mentre Daniel chiudeva gli occhi e si rimetteva a dormire. Quindi, che cosa dire di quel momento? Si poteva solo pensare a tutta quella tranquillità e a quel silenzio. La notte portava queste cose e qualche libro sul comodino, dei quali spesso girava la copertina verso di lei. Effettivamente, la vera importanza di tutto ciò che raccontava ricadeva nella sua voce, che si apriva come una rosa di color rosa e si attivava modulatamente quando si dirigeva al suo ricettore, Dani, facendo sì che le sue palpebre si aprissero e si chiudessero per il piacere, facendo sì che il suo sguardo brillasse continuamente. Il colpevole di tutta quella felicità! Eppure c’erano giorni in cui la felicità bussava alla porta poco prima di andarsene e non si sapeva più nulla di lei, se sarebbe tornata, se non l’avrebbe fatto, se l’avrebbe fatto presto o mai più… Forse la felicità non poteva essere spremuta come aveva fatto Paula, consumata così in fretta che addirittura la pitturava in qualsiasi luogo, ovunque tirasse fuori un pennello. E guardate quanta luce in quella camera! Questo non può essere negato. E qui avete il colpevole, il vero colpevole, che le stava aprendo la porta e la stava lasciando andare, la felicità! Prima di tutto slegando il nodo, disfacendo garbugli, lasciandola volare come farebbe un fazzoletto che ondeggia e gioca con l’aria, fino a scomparire nella lontananza. A Paula veniva un nodo alla gola solo a pensarci, prima o dopo aver detto: d’ora in poi ce la spasseremo alla grande! In quella camera dove, sforzando l’olfatto, si sentiva odore di legno e gli occhi di Daniel si aprivano e si chiudevano istintivamente, come se non ci fosse nemmeno un pizzico di speranza. Lì dove non tanto tempo prima venivano lette storie ad alta voce, che passavano attraverso lo sguardo attento di Daniel mentre ascoltava e tratteneva le informazioni con la fronte aggrottata, come se dubitasse di tutto e dovesse pronunciare da un momento all’altro: non può essere. Allora Paula abbassò la guardia mentre voltava la pagina e, all’improvviso, lui aprì gli occhi come per dire: ah, di già! Intanto i suoi occhi produssero un eccesso di liquido insignificante quando disse: che altro? In modo tale che una si poteva far supplicare un po’ per, allo stesso tempo, entrare in punta di piedi in quella mente e intuire a che cosa stesse pensando. Quello era il suo premio, la conoscenza quasi assoluta di quella piccola cosa, non più alta di tutti quei suoi vasi di porcellana che decoravano l’ingresso. Però, cosa stava succedendo quella sera? Il silenzio di Daniel le faceva male. Nemmeno passando una mano sulla sua testa riusciva a farlo rinvenire da dove si trovava. Non so dove esattamente, ma di sicuro avvolto in qualche ciocca di capelli rossi che finiva per scivolargli sulla schiena, più o meno come aveva visto in alcune occasioni, quando i suoi cugini scendevano per il corrimano delle scale con le gambe a cavalcioni. Sì, mentre lui se ne stava sulle sue, fino al punto di perdersi là dove indicava la pallina in base al rimbalzo. E lo potevi chiamare, certo, ma lui non ascoltava. Ma quella sera, sarà che la donna dai capelli rossi non l’aveva lasciato andare? E cosa sarebbe successo se non ci fosse stata Paula? Se lo sarebbe portata via? Insomma, quella sensazione era lì, che giocava come il fazzoletto che sì, ritornava, ma senza essere più lo stesso. In più, quel brivido che le ghiacciò la spina dorsale e che arrivò quando meno se lo aspettava.

Ma ovviamente, sì che se lo aspettava… Non appena Paula usciva di casa si guardava da una parte all’altra, muovendo il collo come un cigno, prima verso sinistra e poi verso destra. A qualcosa erano servite le lezioni di danza. Ormai era passato tanto tempo, tuttavia, nel suo sguardo mattiniero si poteva ancora intuire che non era nemmeno arrivata a sfiorare il livello di tutto ciò che pretendevano da lei o da sua madre. Che importa da quale delle due! Una ferita non si rimargina mai completamente. E a volte Daniel imitava questa cosa. La madre si girava a sinistra, poi a destra e allora espirava per buttare fuori parte della tensione accumulata. Quindi lui, a furia di farci caso e ascoltare, ogni tanto faceva lo stesso. Non so, quando ne sentiva il bisogno, in occasione di alcune visite in città della nonna, dopo che questa gli aveva dato due baci, lo aveva riempito di regali e poi tenuto un po’ in braccio. Prima che lei si fosse stancata di lui, quando Daniel diventava irritante con quella pallina che rimbalzava ripetutamente per terra, come se non ci fosse stata altra cosa al mondo che le rimbombasse nella testa. Se avesse potuto, l’avrebbe buttata. Era ovvio che la cosa peggiore non sarebbe stata rimanere senza quel gioco, ma il fatto di sentirsi isolato e di nuovo rifiutato.

Allora dal nulla sembrava che il respiro di Daniel restasse senz’aria, sembrava che i suoi polmoni si stessero per chiudere, come se in tutto quel tempo non avesse imparato niente, a parte il movimento del capo con il quale mamma faceva sinistra e destra, sinistra e destra, uno e due. Così compieva il primo passo: la schiena allungata come una marionetta regina, dopo di che si chinava guardando avanti come se qualcuno avesse tagliato i fili dall’alto e non le rimanesse nulla a cui tenersi, qualcosa a cui aggrapparsi. A volte il bambino lo percepiva così, quando si sdraiava sul tappeto e sentiva la pallina uscire dalla sua tasca mentre tossiva. Ciononostante, continuava a lanciarla in occasione della visita della nonna, fosse anche solo per allarmarla con quel movimento continuo verso l’alto. L’aveva già provato varie volte senza successo, con papà, quando non era lontano dalla sala. E sentì come quell’uomo socchiuse improvvisamente la porta del suo studio e tese il filo del telefono, come precipitò attraverso un vetro semitrasparente. Era sempre stato così integro e ora, nel momento in cui stava sussurrando a un’altra, si notava così perso. Con chi parla? Chiese la nonna, senza aspettarsi una risposta. E così quell’uomo, prima di maturare la sua decisione, prima che si formasse un vortice devastante che avrebbe lasciato solo rottami, molto prima, quando era bello ascoltare qualsiasi cosa e le parole si originavano come se niente fosse: Dani, il mio Dani, non c’è niente al mondo che io desideri di più! E su il bambino! Come un trofeo. Soltanto che un giorno comparve una cosa dal nulla, aveva un portamento delicato e contenuto che poteva far mancare il respiro e la calma a chiunque, e perché non a papà? Sembrava afflitto ancora prima di possederla. Sarà a causa del chi la dura, la vince? Ma vincere non era la parola giusta, e nemmeno averla o possederla. Era così imprecisa la cosa che nemmeno si sapeva cosa fosse! Cosa faceva lei, lì in piedi, in mezzo al corridoio? E pure lui, con la schiena un po’ incurvata, come se per un momento non si fidasse di lei. Troppe curve e, tra l’altro, troppo ben in mostra. Ditemi voi come si sopporta una cosa del genere! In nessun modo! Non sono solo. Rivelò all’improvviso il padre. Chiuse la porta senza scrupoli e da lì scesero in garage, in quel luogo in cui si sentiva l’umidità. Poi lui accese l’interruttore e, in quel momento, la sua virilità si rinvigorì come un mare in tempesta, come se avesse dovuto farsela sua afferrandole i vestiti, succhiandole la pelle, rompendole una bretella del reggiseno, mordendole i capezzoli, poi giù tra le sue gambe, poco dopo posizionarla all’altezza del suo membro e allora sì, entrare ed entrare, provarla in tutti i sensi, marcandola con una mano sui fianchi, come avrebbe fatto se avesse posseduto una vacca, marchiandole il timbro della casa e poi tirandole i capelli, farla gemere e contrarre finché non ci fosse stato altro da aggiungere, a parte che orgasmo!.

All’improvviso, quel silenzio spettrale. In un attimo si sentì la macchina di lei che ripartiva e le parole non contavano più nulla, solo gli sguardi. La nonna teneva gli occhi abbassati. Allora papà tornò dal garage e per un attimo sembrò che stesse salendo le scale più energicamente, sicuramente perché quella donna era l’opposto di Paula e lui era un uomo di contrasti. Nulla a che vedere con il carillon di mamma che ripeteva una melodia mentre la ballerina piroettava, il cui ritmo aumentava in base a quanto venisse ricaricato. Ed era un piacere osservare la postura di quella ballerina, come faceva a stare in equilibrio con tutto il peso su una gamba, senza stancarsi mai. Non abbassava nemmeno le braccia dalla forma ovale su cui girava e girava e nulla la disturbava: c’est magnifique! Era questo lo spirito, lo stesso che mancava in quella famiglia. Ed era così semplice! Richiedeva solo pratica, pratica, pratica. Lo si vedeva addirittura nel gesto della nonna ogni volta che tornava. Spesso, quando arrivava, faceva finta di non ricordarsi di Daniel, che sì che era in casa e si nascondeva dietro alle scale. Solo che lui si stancava di starsene nascosto e la nonna di sostenere il sacchetto con qualche regalo. Intanto chiacchierava con il genero all’ingresso e rimaneva lì ad aspettare la sua valigia, che lui portava in casa e poi nella camera degli ospiti. Allora lei faceva il primo passo, ma non senza prima spiare tra quei due scalini in cui trovava lo sguardo attento del nipote: era arrivato il momento di uscire dal nascondiglio. In quel momento Daniel si sedeva sul divano per farla divertire, una cosa che stava imparando dagli adulti, per esempio da suo padre, che quel giorno passò in modo furtivo davanti ai due, si mise a cercare qualche manuale tecnico e lì, passandosi le mani sulla testa, salutò come se niente fosse. Anche la nonna e il nipote lo salutarono, all’unisono. Ma quello non voleva dire che altri avessero nonne come quella di Daniel; no, come quella era impossibile. E Daniel si incollò alla sua gonna. Lo fece dimostrando che le voleva molto bene, sicuramente più di quello che riceveva. Era evidente che la nonna avesse altri nipoti, altri più vicini di lui. Eppure si vedeva in lui qualche meccanismo errante che lo differenziava dagli altri. Lo si poteva osservare e non vedere nessun bambino. Perfino Paula poteva osservarlo e non vedere nulla oltre quel bambino, il suo, il suo bambino. E non importava quanto si avvicinasse a lui suo padre, anche solo per il puro piacere di osservarlo: il suo Daniel era effettivamente un motivo di orgoglio insostituibile.

Paula, quella donna dalla bocca piccola e il naso un po’ appuntito che aveva imparato a convivere con il marito. Anche se a volte la si vedeva che apriva le tende e tirava giù le tapparelle. Non poteva dormire se doveva sempre stare all’erta… Tutti lo sapevano e tutti tacevano. E quella sera Paula tornò, lasciò la valigetta di fianco al divano, poi si guardò in giro e trovò comunque la tavola pronta. A volte la gente si riunisce forzatamente, lui e lei, marito

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