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La città senza cielo

La città senza cielo

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La città senza cielo

Lunghezza:
350 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
Oct 18, 2019
ISBN:
9788899729271
Formato:
Libro

Descrizione

Portoni che si moltiplicano a perdita d’occhio lungo i corridoi labirintici dei palazzoni, il ritmo serrato imposto dall’Istituto nazionale per la bellezza e l’estetica: un palazzone a settimana, venticinque minuti per ogni cliente, centoventicinque secondi per passare da un portone all’altro. Quando Pierre Javelin, piazzista di cosmetici e lozioni di bellezza, anziché firmare col suo nome, scarabocchia segni indecifrabili sui documenti per ottenere un aumento di paga, si rende conto che quella semplice sbadataggine – ma si può davvero sbagliare la propria firma senza volerlo? – è invece l’espressione di un sentimento di ribellione segretamente covato, quasi ignoto persino a lui stesso, contro gli inutili obblighi di un’esistenza anonima.
Rientrato a casa alla sera, scopre che la chiave del suo portone non gira nella toppa. Gli apre una coppia di sconosciuti, che sostengono di vivere lì da anni. Sua moglie è scomparsa assieme alla casa. Cosa è successo? È forse impazzito? No, la realtà è davvero quella, e l’errore non è nient’altro che lui, piccola rotella impazzita dell’ingranaggio inarrestabile e immodificabile che è la Città: la Città dei casermoni di cemento tanto alti da non lasciar vedere il cielo, la Città che teme le ribellioni dell’anima e inghiotte gli individui privandoli di coscienza e identità.
E comincia così per Pierre Javelin una discesa all’inferno fatta di incontri bizzarri, burocrazia assurda, archivi irraggiungibili, strambi istituti dove ci si fa sconsigliare dalle scelte, uffici amministrativi dove si sta in fila come barattoli su un nastro di scorrimento; un viaggio irrazionale e distopico (il romanzo, del 1953, è stato più volte paragonato a 1984 di Orwell e a Il processo di Kafka) dove ogni passo in avanti per riallacciare i fili della propria vita è respinto dalla forza oscura della Città che tenta con ogni mezzo di ricacciare la testa dei suoi cittadini nell’inchiostro nero dell’impersonalità.
Con la storica prefazione di Norman Mailer.
Editore:
Pubblicato:
Oct 18, 2019
ISBN:
9788899729271
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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La città senza cielo - Jean Malaquais

Biblioteca

7

Jean Malaquais

La città senza cielo

Traduzione di Elisabetta Garieri

Prefazione di Norman Mailer

Titolo originale dell’opera: Le Gaffeur (1953)

Autore: Jean Malaquais

© 2016 Éditions L’échappée, Paris

Pubblicato in accordo con Amaca Agency, Parigi

Traduzione dal francese di Elisabetta Garieri

Traduzione dal francese sovvenzionata con il contributo del

Centre National du Livre, Paris

Titolo originale della prefazione: "My Friend, Jean Malaquais. Preface to

The Joker by Jean Malaquais" (1974)

Autore: Norman Mailer

© 1974 Norman Mailer, used by permission of The Wylie Agency (UK) Limited

Traduzione dall’inglese di Federico Cenci

Progetto grafico di Cristina Barone

Illustrazione di copertina di Carla Indipendente

ISBN: 9788899729271

Prima edizione: ottobre 2019

© 2019 Cliquot edizioni srl – Roma

www.cliquot.it

cliquot@cliquot.it

Il mio amico Jean Malaquais

¹

I

Non mi piacque questo libro quando lo lessi vent’anni fa: lo trovai deludente. Le mie aspettative erano enormi, poiché quasi tutto ciò che sapevo sulla scrittura l’avevo imparato dall’autore. Jean Malaquais era non solo un caro amico, diciamo pure il mio migliore amico, ma anche il mio mentore e colui che più di chiunque altro aveva influenzato il mio pensiero, fin da quando eravamo entrati in confidenza mentre traduceva Il nudo e il morto in francese. L’amicizia si fondava in parte sulla sua schiettezza. Oggi è un uomo tutt’altro che ricco, ma all’epoca gli mancava proprio il pane, come può mancare il pane a un intellettuale francese che tiene corsi serali alla New School di New York, e non me la mandò a dire: non provava nessun amore per Il nudo e il morto. Tutt’altro: lo traduceva solo per sbarcare il lunario. Gli avrebbe assicurato un buon gruzzoletto. Con l’editore si era accordato per duemila dollari, e durante l’anno io ne aggiunsi altri mille, per imbarazzo. Non avevo mai visto nessuno dedicarsi tanto alacremente a un lavoro per il quale non nutriva alcun rispetto. Impiegò un anno a tradurlo, e avrà dunque lavorato almeno otto ore al giorno per cinque o sei giorni a settimana; era un perfezionista, un fine letterato francese, e odiava la mia prosa in quel libro con dettagliata obiettività: tracciava lunghe frecce sulla pagina per mostrare le mie goffe ripetizioni o, peggio ancora, i suoi suggerimenti… quanto detestava la sciatteria in letteratura! Dopotutto, era stata la disciplina interiore di chi aveva patito la fame a forgiare lo stile della sua prosa francese. Come Conrad, Malaquais era polacco, e aveva iniziato solo dopo l’adolescenza a imparare la lingua che avrebbe utilizzato per scrivere. Provate a immaginare quale famelica autodisciplina potesse avere un giovane emigrante di Varsavia che, oltre a lavorare nelle miniere francesi, passava quattordici ore al giorno alla Bibliothèque Nationale per stare al caldo – erano gelide in inverno le strade di Parigi negli anni della Depressione – impadronendosi così della letteratura della sua nuova lingua; proprio così: imparò il francese leggendo e scrivendo in biblioteca, riversando in quelle attività tutta l’immaginazione di cui era capace, tutte le ambizioni, tutte le privazioni. E frequentò un corso specialistico sulla gerarchica eleganza della lingua facendo da segretario ad André Gide, che aveva incontrato dopo avergli scritto una lettera furibonda in reazione a un suo articolo pubblicato in una rivista letteraria.²

In quell’articolo, Gide si chiedeva se la povertà potesse aver contribuito a rendere più profonda la sua arte. Si può immaginare l’ironia che avviluppava tanta smaccata leziosità. Malaquais, tuttavia, afferrò la nefandezza e gliela sbandierò in faccia:

Dovreste mettervi in ginocchio e ringraziare quel Dio in cui ogni tanto fingete di credere per avervi concesso l’agiatezza borghese grazie alla quale potete esercitare la vostra arte.

Questo era il tono della lettera: un urlo di ferocia che prorompeva dal rancore per essere costretto a spremere il massimo dal proprio talento senza un soldo in tasca e con la pancia vuota. Gide rispose porgendogli le sue scuse. Confessò di non aver pensato alla situazione dei giovani scrittori come Malaquais, per i quali le sue parole dovevano apparire ovviamente e comprensibilmente intollerabili: no, si era soltanto trastullato in maniera sconsiderata con un’idea, con il desiderio di far saltare sulla sedia certi colleghi che si sentivano costantemente tormentati dalla propria sensibilità, e che pertanto si mettevano sempre al riparo da ogni possibile shock. Sperava di stimolarli con una bella scossa. Tuttavia, da vero insensibile, non aveva considerato la situazione di giovani squattrinati come Malaquais e le emozioni che avrebbe potuto suscitare in loro.³ Alla lettera Gide allegò un biglietto da dieci franchi o giù di lì, diciamo una ventina di dollari attuali. Malaquais stracciò la banconota in piccoli pezzi e gliela rispedì:

Non illudetevi di poter affrancare così la vostra anima. Se volete aiutarmi, fate qualcosa di concreto: datemi un lavoro! Non voglio le vostre briciole!

Gide scrisse ancora. Era disposto Malaquais ad andare a fargli visita?

«C’est toi, Malaquais?» domandò Gide quando lo vide arrivare.

«Oui, c’est moi. C’est toi, Gide?»

Da quanto tempo Gide non si sentiva dare del toi da una persona più giovane? Cinquant’anni, forse? E tuttavia era il periodo in cui stava maturando la sua simpatia verso l’urss. Niente, dunque, poteva essere più allettante che lasciarsi ammaliare da un giovane polacco che poteva dirsi allo stesso tempo un intellettuale e un proletario, e che non solo era marxista, ma aveva il fascino perverso del marxista di razza insolita, sostenitore di una qualche corrente marginale, e pertanto in assoluta antitesi rispetto a tutti quei burocrati sovietici con cui Gide stava allora cercando un comune terreno di confronto intellettuale. Tanto più gli risultava inebriante ascoltare le ferventi polemiche di un marxista radicalmente antisovietico: era pane per i suoi denti. Gide era il tipo che non sarebbe stato capace di avvicinarsi all’ateismo senza tentare di farsi amici tutti i preti che conosceva.

Fu così che ebbe inizio il rapporto intellettuale fra i due, che sarebbe durato, con degli intervalli, per molti anni. Se Gide assimilò ben poco da Malaquais riguardo a Marx (ma la colpa potrebbe benissimo essere stata di Gide!), il nuovo segretario ebbe modo di apprendere moltissimo dal maestro sull’arte della scrittura.⁵ Quindici anni dopo, durante l’inverno e la primavera del 1949, quando diventammo amici nonostante la sua già menzionata repulsione verso il mio libro che stava traducendo (sentimento che segretamente condividevo: sarò stato io il primo a pensare che Il nudo e il morto fosse un buon romanzo nonostante lo stile?), dovetti a mia volta ascoltare i precetti letterari di Malaquais, imparare a conviverci, scontrarmi con le loro intenzioni e persino farne miei uno o due, mentre lui, durante le nostre discussioni, continuava a citare Gide così insistentemente che alla fine mi sembrava quasi di conoscerlo, o perlomeno di conoscere in parte i suoi gusti e l’origine delle sue spigolosità.

Non si può certo dire che Malaquais fosse una persona servile, soprattutto per quanto riguarda il suo modo di pensare. Era un sultano dell’intelletto, allora come oggi, per cui le sue lezioni sulle raffinatezze della buona scrittura non si riducevano affatto a banali sviolinate in onore di Gide: Malaquais aveva per il suo ex datore di lavoro lo stesso familiare rispetto che si può nutrire verso uno scrittore di cui si riconoscono preminenti le virtù, ma si vedono chiaramente anche tutte le mancanze. Dopo una delle ramanzine con cui tentava di addomesticare la mia brutalità in favore dell’eleganza, del rigore e della moderazione (virtù che il mio amico esaltava con tutta la sua dialettica nella misura in cui valorizzavano l’elemento sorpresa del testo: tipico piatto gallico su ricetta del grande chef letterario André Gide), il mio mentore era perfettamente capace di aggiungere, a mo’ di digressione: «Ovviamente, dal punto di vista dell’analisi storica, Gide è come uno scolaretto. Ha tutte le doti per cogliere il paradosso del personaggio – è praticamente il primo ad aver capito che il personaggio è paradosso – ma basta dargli un contesto sociale e lui perde subito ogni istinto per la dialettica».

A pensarci bene, era proprio così. Gide non era tagliato per la dialettica. La sua mente penetrava il particolare con la stessa forza con cui quella di Malaquais si apriva all’astratto. Malaquais aveva la travolgente capacità di ricavare, da un qualunque dettaglio gli si presentasse davanti, il Leviatano della sua teoria generale – non per niente era marxista! – e a sollevare un’argomentazione in sua presenza ci si sentiva come se il proprio cervello venisse trascinato lungo un campo magnetico dell’intelletto. Volenti o nolenti, la mente si allineava ai poli del franco-polacco. E senza scortesie o prepotenze. Malaquais detestava la formula, la propaganda, e ogni ventaglio di considerazioni che privassero una situazione delle sue particolari sfumature. E dunque era in grado, nel perorare una nuova tesi, di prevedere le obiezioni dell’interlocutore, circostanziarle con chiarezza (come Freud quando disarmava i suoi detrattori) e infine confutare quelle stesse idee nell’oscillazione di ritorno del suo moto dialettico. Tutto ciò con un tale ardore che le vene sulla fronte gli si ingrossavano, come a dimostrare che il fallo della Mente dovesse per forza aver dimora naturale nella testa umana. In quei momenti, i tratti del suo volto ricordavano quelli di Picasso: la stessa nobile arcata della fronte che si abbinava a un naso tozzo da operaio, lo stesso carattere risoluto del mento, con la stessa fossetta. (Ovviamente, Malaquais detesterebbe il paragone. «Che fetente!» gli sentii dire una volta riguardo al pittore.)⁶ Per rimanere in tema di genialità, una volta presenziai a una lezione di Malaquais alla New School. Non ho mai udito in vita mia una lezione migliore di quella. Dei cinquanta minuti della sua orazione (senza alcun appunto in mano) dedicata alla minuziosa esplorazione del particolare rapporto di un qualche romanziere con il suo tempo – la memoria, ad anni di distanza, mi suggerisce che poteva trattarsi di Stendhal, o era forse Proust? – ricordo soltanto la sensazione di essere accompagnato verso la pratica di esercizi mentali che in circostanze ordinarie non sarei mai stato in grado di svolgere. Aveva la stessa intensa capacità di canalizzare le energie su un punto specifico che troviamo soltanto in quei pochi grandi atleti che mettono concentrazione assoluta in ogni singolo momento della gara e che per questo disvelano, attraverso il movimento del corpo, qualche significato del loro sport. Era impensabile, nelle lezioni di Malaquais, che la mente e la lingua potessero essere disgiunte. La parola era celebrazione. Una volta a una festa tenne banco per ore, dominando la conversazione. Quando sua moglie lo redarguì: «Jean, hai parlato solo tu per quasi tutto il tempo», lui replicò con un grugnito: «Avrò detto un decimo di quello che avevo da dire». Non era presunzione. Era soltanto la sua cupa stima delle proporzioni; cupa perché quel piccolo franco-polacco con il volto rude e il sopracciglio gagliardo, nel suo virile abbraccio a ogni interrogativo che gli si presentasse lungo il cammino, quel portento del dibattito, quel colosso dell’oralità – che provava nel parlare lo stesso gusto che prova una buona forchetta nel divorare una bistecca – era un uomo in catene quando si trattava di scrivere. Nulla più di questo può incupire uno scrittore.

Anche chi non crede nel karma potrebbe essere costretto a ipotizzare un fenomeno di reincarnazione per spiegare le atroci pene patite da Malaquais in fase di scrittura: perché soltanto un’anima costretta a espiare le colpe di cui si è macchiata in una vita precedente potrebbe trovarsi di fronte a tali sofferenze. Chissà, forse un tempo visse nei panni di Gilles de Rais. Fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, quando Jean stava scrivendo La città senza cielo, proprio in quegli anni in cui iniziai a conoscerlo meglio, rimaneva seduto alla sua scrivania per dieci, dodici, o anche quattordici ore al giorno, tutti i giorni. Si faceva vanto di non alzarsi mai, di non passeggiare su e giù per la stanza, di non fare neppure una pausa per mangiare, niente: stava seduto a contemplare il foglio e scriveva… con un ritmo di due o trecento parole al giorno. Duecento parole in dieci ore! Vuol dire venti parole ogni ora, o una nuova parola ogni tre minuti. Può esistere tortura più efferata per un uomo capace di improvvisare in meno di un’ora un discorso di sette o ottomila parole, una conferenza perfettamente compiuta in termini di filo logico, esempi e sintassi, che vedersi ridotto, con la penna in mano, a non poter scrivere più di venti parole in sessanta minuti? La cultura del passato doveva gravare sulla sua testa come la rocca di Gibilterra. Come poteva permettersi, lui, di scrivere alcunché? Visto il profondo disprezzo che covava per quegli autori che senza ritegno spargevano i loro scadenti prodotti nel piccolo tempio dove soltanto i lavori più perfetti meritavano di essere collocati, con quale presunzione poteva aggiungere altri escrementi? Ecco dunque che quella mente capace di esplodere come una bomba (in condizioni di libertà, nel discorso non messo per iscritto) si sentiva un piccolo petardo, incapace di scalfire il ponderoso macigno dell’altissimo valore che lui stesso attribuiva alla letteratura. Un uomo che riesce a stare dodici ore a riflettere seduto alla scrivania può anche trovare piacere in quello che fa, persino accontentandosi di duecento parole al giorno, ma per Malaquais, come per molti altri scrittori prima di lui, era un’attività deprimente e spossante. «Sì» disse una volta «per fare un buon lavoro, bisogna pisser le sang», e quanto sangue, il sangue dell’ambizione che sfuma, deve aver pisciato lui durante tutte quelle ore incatenato alla scrivania. Quanto sudore! Nei due anni, che poi divennero tre, di quel lavorio continuo, pian piano iniziò a formarsi qualche piccola crepa nella grande roccia della resistenza di Malaquais a sé stesso, e questo romanzo, La città senza cielo, vide finalmente la luce.

II

Leggerlo mi disorientò. La sua vita era stata ricchissima di avvenimenti: prigioniero di guerra dei tedeschi, era scappato, riuscendo senza passaporto a lasciare la Francia occupata, solo per vedersi metamorfizzato nuovamente in ebreo e costretto ancora a sfuggire ai nazisti a Cadice, a inseguire chi potesse fabbricargli un visto falso come un personaggio de Il console, e infine, per tutto il resto della guerra, costretto a vivere da esule in Venezuela e in Messico, senza un soldo e campando di espedienti. Aveva anche realizzato sceneggiature cinematografiche con apprezzabili riscontri, gli era stato riconosciuto il Prix Renaudot, importante premio letterario, e nel Dopoguerra aveva scritto un romanzo di rilievo, Il pianeta senza visto, nonché un diario di guerra elogiato da molti; era stato un ideologo, un romantico, un marxista, un uomo sposato a una donna incantevolmente diabolica, e anche un critico con un acuto istinto assassino. E adesso aveva scritto questo libro talmente privo delle romanzesche avventure della sua vita, che a leggerlo andai su tutte le furie. Non mi stava dando quello che volevo io. La città senza cielo mi apparve bizzarro, per nulla amabile: un trattato sugli orrori burocratici del futuro scritto in stile novecentesco, un inconglomerato, un incondominium di Kafka, un Alice nel paese delle meraviglie, un programma comico della televisione pomeridiana, una Missione Impossibile. Lo trovai indigesto; non solo: certi dialoghi avrebbero fatto accapponare la pelle a chiunque. Forse era colpa della traduzione, provai a suggerire disperatamente. No, la traduzione era a posto, ribadì Malaquais. Aveva lavorato a stretto contatto con la traduttrice, una donna intelligentissima.

E allora come spiegare passaggi come questo?

«Mi chiamo Bomba e lei si chiama Kouka. E il suo nome?».

Gli presi la mano senza pensarci e non dissi niente. Aveva una stretta di ferro.

«Per essere un asso lei è un asso» disse.

Sulla mensola di un finto caminetto si sgolava un apparecchio radio. La signora Kouka apriva uno dei miei vasetti, ci immergeva il naso con voluttà.

«Un vero asso del collasso» disse.

No, a Malaquais piaceva così. Non ci trovava nulla di male in «Per essere un asso lei è un asso».

Era ovvio che questo conquistador intellettuale non aveva sensibilità per le piccole rapsodie della lingua. Gli dissi con sincerità cosa pensavo del suo libro: del resto anche lui era stato ben poco riguardoso quando, a parti invertite, aveva commentato Il nudo e il morto e La costa dei barbari, le cui imperfezioni rilevate dalla sua critica mi hanno lasciato ferite insanabili. Chissà quanta rabbia inconscia ci sarà stata nelle mie sentenze; quanta ostilità involontaria nella lettura delle sue pagine. La consapevolezza che Malaquais non fosse tra i più grandi scrittori viventi fece esplodere in me una reazione critica paragonabile, come sensazione, alla rivolta di uno schiavo. Stavo ovviamente cercando una via di fuga da ogni genere di influenza. Malaquais la prese da vero maestro. Capì che ora toccava a lui; e come io ero sempre stato molto ligio nell’ascoltare tutti i severi giudizi che aveva espresso sul mio lavoro, così anche lui prestò attentamente orecchio a tutto ciò che avevo da dire sui difetti de La città senza cielo, e lo fece con un mezzo sorrisetto sulle labbra, quella dolorosa punta di letizia che si prova quando un caro amico esprime un’opinione che dista un abisso dalla propria, scrollando mestamente il capo di tanto in tanto come se fosse davvero possibile che quanto gli stavo dicendo potesse corrispondere al vero.

Tuttavia, presto recuperava il fervore di quella sua intima e indispensabile presunzione che gli aveva permesso di produrre una crepa nella roccia. E dunque alla fine diceva sempre che d’accordo, era un libro modesto e senza dubbio con le sue gravi pecche; quand même, qualche piccolo, irriducibile pregio ce l’aveva pure e, insomma, alla fine non era proprio da buttare. Magra consolazione di fronte al suo stato di perenne indigenza, alla modesta accoglienza che il libro ebbe quando uscì, alle vendite ancor più modeste, un paio di migliaia di copie per l’edizione in copertina rigida, niente edizione economica, poi la rapida sparizione dal mercato. Pure in Francia, dove le recensioni erano state buone, il romanzo ebbe scarsa fortuna.

Niente di tutto ciò poteva dirsi di grande incoraggiamento: e infatti Malaquais non ha pubblicato più alcun romanzo in questi ultimi vent’anni, forse perché uno scrittore continua a scrivere narrativa solo finché non è costretto a desistere, schiacciato dalla pressione di tutte le circostanze che alla narrativa si oppongono. Si potrebbe dire che la civiltà troverà posto all’inferno quando nessuno scriverà più buoni romanzi e il brusio della televisione sarà l’unica eco nelle nostre orecchie; ad ogni modo, di sicuro lo scrittore avverte nell’anima sua quel vuoto di sostanza (che i santi chiamano inferno) nel momento in cui non sente più alcuno stimolo a scrivere un romanzo. Così com’è nel destino degli uomini morire, potrebbe essere nel destino di un romanziere smettere di scrivere romanzi: esito inevitabile che viene fuori dal fardello delle proprie delusioni, da quella sorta di nulla cumulativo, e infatti da allora il talento narrativo di Malaquais è rimasto silente.

Pure, faceva parte del personaggio, faceva parte della sua dignità di mentore, che la mia profonda avversione per La città senza cielo non scalfisse la nostra amicizia, che anzi forse si rafforzò, perché nel giungere a venerarlo di meno e a comprenderlo un poco di più, giunsi anche a capire che era fatto di quel nobile materiale con cui si forgiano le migliori amicizie.

Nessuna ombra di rancore, dunque, se non mi piaceva il suo libro, e un toccasana per l’amicizia sapere che la severità del giudizio critico con cui valutava gli altri era applicabile anche a lui stesso. Perché la critica letteraria deve prescindere da tutto il resto. Ecco l’insegnamento che mi diede quel buon marxista, anche lui pieno dei suoi paradossi: che c’erano cose più importanti della vanità e dell’espressione di sé. Per esempio, sua maestà l’arte. E la critica era la guardia pretoriana di quella sovrana che, fra tutte, era la più caduca. Non molto originale come intuizione, un po’ come scoprire la ruota; eppure ogni artista, forse, deve scoprire questa ruota per conto suo, e personalmente non ho mai conosciuto uno scrittore così distaccato rispetto al proprio lavoro e al lavoro di chiunque altro, amico o nemico, come Malaquais. Se siamo amici saremo naturalmente pronti a morire l’uno per l’altro in trincea, era il sottaciuto presupposto, ma non chiedermi di dare il mio beneplacito a un’opera letteraria verso cui non nutro alcuna stima. Ci può essere un impulso meno americano che essere pronti a dare la vita per un amico che non la pensa come te? No, è un sentimento europeo, e se anche quella parte d’Europa sta per essere avvolta dal velo tecnologico del mondo unificato nel Villaggio Globale, be’, quantomeno il tono elegiaco di queste parole si presta benissimo per una prefazione.

III

Ma le elegie non servono. Mi sono accorto, nel rileggerlo, che La città senza cielo è un romanzo più vivo di quanto non lo fosse all’epoca della sua stesura. Potrei far seguire una sfilza di belle parole come quelle che usano i critici (personaggi vividi, alto grado d’azione e così via), ma alla fin fine la differenza sta nel fatto che stavolta mi sono goduto la lettura. Oggi, all’altro capo di un ventennio, ho capito cosa avesse da insegnare questo libro. Perché il romanzo di Malaquais è uscito con vent’anni di anticipo, e descrive un mondo che ci sta apparendo all’orizzonte soltanto adesso: un orrendo mondo di palazzoni altissimi, sessi indistinti, computer e incorporea appariscenza, dove ciascuno è la superstar di sé stesso, dove le molecole d’aria graveolenti di plastica sono costrette a girare perennemente in circolo nelle bocche dei condizionatori, e dappertutto è mestizia irrancidita di materiali torturati, deodoranti e luci fluorescenti.

Sì: adesso, a rileggere il libro, mi accorgo che la Città di cui parla Malaquais non è molto diversa da ciò che sono diventate, o quasi, le nostre città, megalopoli di cui è persino difficile individuare i confini. A un certo punto l’eroe, nel descrivere la Città con una metafora, la dipinge come un immenso grattacielo grande come il mondo stesso, perché è l’unico mondo che lui conosce. Uno stato totale il cui influsso è definito dall’architettura stessa dell’edificio.

D’altro canto, con lo stesso spirito di immunizzazione, si circondano di cinte costantemente rinforzate; andando dal perimetro verso l’interno lo spessore delle mura è già passato da semplice a doppio e anche a triplo, cosa che, può immaginarlo, non manca di imbarilare sempre più tutti quanti. Lo spazio orizzontale che si perde in questi consolidamenti viene parzialmente recuperato in verticale, è vero, perché nuovi piani continuano ad aggiungersi in cima agli edifici, ma è anche vero che questo procedimento vero l’alto annulla i tentativi di rinforzo intrapresi al basso.

Una metafora del genere può valere anche per il capitalismo in sé, nella visione marxista del capitalismo ai suoi ultimi stadi, quando ogni tentativo di risolvere un problema ne crea di nuovi e anche peggiori, ma non è questa la chiave principale che l’autore dà. Ciò che gli interessa di più è parlare della burocrazia, una burocrazia consolidata, vecchia, che diventa la tradizione di una nuova civiltà; una burocrazia sovietica, è quello che viene subito da pensare, ma nei primi anni Cinquanta non era così: ironia della sorte, al modello che Malaquais aveva pensato negli anni Cinquanta, quello sovietico si è avvicinato, nella sua essenza, soltanto adesso, nei Settanta.

Dunque, rileggendo il libro dopo vent’anni di silenzio, il lavoro mi appare sotto una luce nuova. Adesso ne sento l’eco. Le pecche possono esserci ancora, ma sono meno significative. Se il dialogo suona ancora alle mie orecchie come assurdo, estraneo, arzigogolato – ogni arzigogolo più grande del precedente – tutte le altre stranezze sono tornate a posto. La città senza cielo ha ritrovato le sue proporzioni: quello che poteva apparire strano nel 1953, oggi sembra una profezia. Ricordo ancora l’indignazione che provai quando il protagonista, Pierre Javelin, verso la fine del libro confessa a un’amica di aver scritto poesie che poi ha disseminato in giro, in posti casuali, per farle leggere ad altre persone. Che maniera inconsistente di opporsi al totalitarismo assoluto della sua Città! Che orgia di sentimentalismo! Eppure, la prima voce nuova che si è levata nell’epoca del conformismo è stata proprio la lettura di una poesia, quando il vento di San Francisco ci ha raccontato dello scoppiare della Beat Revolution. Un movimento che, nel bene e nel male, e di certo è difficile inquadrarlo come male (salta subito alla mente la paralisi intellettuale degli anni Cinquanta), attraverso l’attivismo nero e le rivolte universitarie, ci ha condotti da Eisenhower dritto fino al Watergate. Ora però viene da credere che si stia affermando un nuovo totalitarismo, più pervasivo, la cui ideologia ruota intorno al computer. E se il xx secolo è in rotta verso l’apocalisse (si legge a un certo punto del libro un’affermazione di grande spessore: L’estrema concentrazione di destini individuali è l’unica cosa vera) potrebbe allora darsi che nella storia si susseguiranno, via via sempre più veloci e intense, repressioni e liberazioni, finché il totalitarismo del futuro non sarà quello delle uniformi, ma quello che subiranno i programmi inconsci della nostra mente; a quel punto, le rivolte potranno in un primo momento sembrare nulla più che nuove arti dell’assurdo, o di qualunque altra attività in grado di mandare in tilt il programma senza autodistruggersi.

Qualcosa è cambiato nel nostro modo di intendere la burocrazia in questi ultimi vent’anni; e questo stesso cambiamento trasforma La città senza cielo da libriccino emarginato a strumento artistico per farci prendere in esame i possibili sviluppi della crescente burocrazia del futuro. Perché nella visione di Malaquais la burocrazia non è un monolito, ma un organismo, un animale feroce, con le sue abitudini, i suoi rituali di accoppiamento, la sua ingordigia e voracità, e così come gli animali non fanno parte della storia, anche la burocrazia mitica che Malaquais immagina per noi ne La città senza cielo è una burocrazia avulsa da tutto, fuori dal tempo, perché attinge alle paperasse degli impiegati d’ufficio francesi del xix secolo e si proietta in avanti fino a presagire tecniche del futuro non ancora inventate. Il cattivo burocrate del libro, Babitch, è un personaggio così lineare, così francese, così impiegatizio che a un certo punto gongola di piacere perché:

«Stamattina mi è stato affidato il primo inchiostro della mia carriera, si figuri. È un nuovo avanzamento, e dei più apprezzabili. Pensi che è arrivato pochissimo tempo dopo il precedente… Non ho ancora un calamaio per il mio inchiostro, è vero, ma ora come ora non penso che tarderà.»

Allo stesso tempo Babitch è anche subdolo, scaltro, talmente in sintonia con le opportunità del discorso burocratico che:

Lui se ne infischiava che io dicessi questo o quello, purché parlassi. I miei sì o i miei no facevano comunque la sua gioia […].

«Stavolta sono io che la seguo perfettamente» dissi. «Il vero e il falso, il mito e la realtà, fanno ugualmente pendere l’ago della bilancia dalla sua parte. Tutta la sua arte si riduce a questo semplice procedimento: dimmi una frase e ti farò impiccare.»

E con quanta abilità il romanzo

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