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Barbari senza gloria

Barbari senza gloria

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Barbari senza gloria

Lunghezza:
132 pagine
1 ora
Pubblicato:
10 set 2019
ISBN:
9788825409758
Formato:
Libro

Descrizione

Fantasy - racconti (101 pagine) - Faranno dei cimiteri le loro cattedrali, e delle città le vostre tombe… se riusciranno a sopravvivere fino a domani.


Marollo e Otre sono due barbari di provincia, due balordi che vivono di espedienti e si spostano per le contrade assolate del regno di Laitia cercando modi più o meno disonesti per procurarsi da vivere. Marollo è tanto forte quanto taciturno, è reduce da un passato tormentato, e al momento sta marcendo vivo a causa di Otre, volgare e superstizioso approfittatore che si crede un genio, ma che invece marcia dritto verso la rovina.

Disperati, ridotti ad accettare le più squallide missioni, campioni nel trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, vittime di raggiri da parte di disgustosi traditori, costretti a combattere contro le forze del male che si nascondono negli abissi sotto al mondo, preda di negromanti assassini, streghe che comandano il sangue, morti viventi e cavalieri risorti dall’oltretomba, Marollo e Otre hanno un solo pensiero in testa: togliersi dai guai a ogni costo e con il minimo impiccio.

E, possibilmente, vivi.


Cristiano Fighera è nato a Roma nel 1975. Ha scritto fumetti (Terra Inferno, pubblicato in Francia da Soleil), cortometraggi horror (Ultimo Spettacolo, regia di Alex Visani), testi teatrali e romanzi. Suoi racconti sono presenti in antologie edite da Dunwich Edizioni (La serra trema, Morte a 666 giri, L’ultimo canto delle Sirene, Ritorno a Dunwich 2 e nella serie di novelle Moon Witch), da EseScifi (Premio Esecranda, Esescifi e Sole Morente), da Edizioni Watson (Folklore e Horror Storytelling), da Delos Books (nella rivista Robot), da Edizioni Hypnos (Strane Visioni) e altri.

Pubblicato:
10 set 2019
ISBN:
9788825409758
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Barbari senza gloria - Cristiano Fighera

altri.

Introduzione

di Alessandro Iascy e Giorgio Smojver

Quelle che vi presentiamo in questo nuovo numero della collana Heroic Fantasy Italia sono le avventure, o forse sarebbe meglio dire disavventure, di due eroi atipici: Marollo, il nerboruto barbaro biondo e Otre, il suo superstizioso e rozzo compagno.

Si tratta di due racconti lunghi che compongono la prima parte della saga di Otre e Marollo. Abbiamo infatti intenzione di pubblicare, nella presente collana, altre avventure di questo divertente duo partorito dalla prolifica penna dell'autore romano Cristiano Fighera.

L'autore ha voluto stravolgere l'immagine del barbaro invincibile e tutto d'un pezzo, cliché della letteratura fantasy: i suoi personaggi stanno a Conan o al duo Fafhrd-Gray Mouser così come i pistoleri straccioni dei western all'italiana stanno al Gary Cooper di Mezzogiorno di fuoco, o alla coppia John Wayne-Robert Mitchum di El Dorado di Hawks. Scalcagnati e pronti al compromesso, bramosi di ricchezze e disposti a passare sopra a giustizia e morale pur di accaparrarsele, le loro avventure sono ricche di umorismo grottesco, ma condito con un sprazzi di epica vera, di avventure incredibili e mostri orribili.

Marollo e Otre anche fisicamente ricordano gli antieroi dei migliori western italiani, uno biondo e silenzioso, l'altro tarchiato, gesticolante e chiacchierone, come ben evidenziato da copertina e illustrazioni. Hanno un solo pensiero in testa: togliersi dai guai a ogni costo e con il minimo impiccio. Così recita la sinossi di questo divertentissimo dittico di racconti. Vi innamorerete di questi due fetenti balordi e delle loro assurde avventure sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Penitente: Addo' ite?

Brancaleone: Ahh… così.. sanza meta…

Penitente: Venimo?

Brancaleone: No, no.. ite anco voi sanza meta, ma de un'altra parte…

da L’armata Brancaleone

Fango

I

Il cielo notturno splendeva di stelle, diamanti intessuti su un arazzo di velluto nero. Gli astri riempivano completamente l’orizzonte, sospesi sopra il fiume Tiberis dentro al quale si specchiavano; e parevano ora uno scrigno di pietre preziose rovesciato da un dio capriccioso e ora le luci di una enorme e misteriosa città sospesa nel cielo, colma di inimmaginabili meraviglie.

Peccato che quaggiù di città così non ce ne siano, pensò Marollo. Solo pietre, sudore e sangue.

E merda.

Con un lungo lamento finì di svuotare l’intestino sull’erba. Poi stese una mano brancolante nella semioscurità, reggendosi con l’altra alla bastarda da una mano e mezza che aveva piantato a terra, e strappò delle foglie che usò per pulirsi, sperando che non ve ne fossero di urticanti. Quando ebbe finito si alzò a fatica, ringraziando che fosse troppo buio per poter vedere: di giorno non avrebbe resistito alla tentazione di sbirciare gli escrementi che il suo corpo fradicio aveva appena emesso; ma anche così intuiva – nella mente, nel naso offeso e nell’addome indolenzito – che ciò di cui si era appena liberato era un orribile ammasso di feci e sangue, decomposto e putrido.

Tutta colpa del vecchio del mulino, al quale Otre aveva deciso di rubare due galline ignorando che fosse un anziano mago decaduto e reietto, reso senile e fuori di senno dall’età avanzata, abbandonato da tutti perché imprevedibile e pericoloso, e che li aveva maledetti condannandoli a marcire, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, fino alla morte. Otre, grazie alla matassa di collane benedette, amuleti, reliquie, bracciali sacri e ciondoli che portava sempre a contatto con la pelle – molti privi di alcun potere, ma evidentemente non tutti – era scampato all’incantesimo biascicato dal vecchio pazzo.

Marollo, invece, no.

Lì per lì, staccare la testa a quel folle e darla da mangiare ai suoi maiali gli era sembrata una buona idea. Il minimo visto l’affronto subito, e che le risate di Otre avevano reso solo peggiore. Ma a cinque giorni di distanza dal fatto Marollo non ne era più tanto sicuro.

Si pulì la mano strusciandola sulla corteccia di un leccio, arricciando il naso di fronte all’odore dolciastro di carogna che gli aleggiava intorno. Poi strappò da terra lo spadone e tornò all’accampamento, guidato dalla luce del falò, cercando nel frattempo di sistemarsi la corta tunica di pelliccia. I muscoli, che pochi giorni prima erano forti e solidi come l’acciaio, ora gli dolevano. I capelli biondo cenere avevano iniziato a cadergli. La pancia continuava a gorgogliare. Non si sentiva affatto bene, proprio no.

Otre, il tozzo e panciuto Cumano dei regni del sud, dagli untuosi capelli ricci e dal viso coperto da una folta barba cespugliosa, stava ancora discutendo con il loro cliente. Era un grassissimo nobile che aveva incontrato fuori da una locanda tutt’altro che elegante, e al quale aveva detto di essere il capitano di una squadra di mercenari Mediolanensi. Debitamente impressionato nonostante l’enorme ed evidente bugia alla quale, a parere di Marollo, neppure un bambino avrebbe creduto, il Grasso Signore aveva subito parlato di una missione importantissima per la quale stava cercando soldati capaci, e dopo una breve contrattazione aveva dato appuntamento ad Otre per quella stessa sera, sulla collina che sovrastava la piccola città di Ciconia.

Otre aveva rassicurato Marollo a lungo: secondo lui il Grasso Signore era una persona di cui fidarsi, un riccone in incognito che doveva avere sicuramente qualche grossa scocciatura da risolvere in fretta, e talmente generoso che gli aveva immediatamente donato un Aureo così lucido che pareva appena uscito dallo stampo, pur di avere in cambio un po’ del suo tempo. Marollo però non era dello stesso parere. Lui quel signore lo aveva osservato di nascosto e da lontano, e gli era sembrato fin da subito presuntuoso e falso, i suoi occhi sfuggenti, e gli abiti di raso e velluto che sfoggiava troppo pretenziosi per qualcuno che sperasse di passare inosservato. Senza contare il fatto che bastava la sua stazza enorme a renderlo immediatamente riconoscibile, nonostante la stupida mascherina che aveva continuato a indossare mentre parlava. I casi erano due: o il Grasso Signore era fin troppo furbo, oppure un completo idiota.

In ogni caso, come faceva sempre da quando aveva incontrato Otre alle fonti del fiume Clitumnus, Marollo aveva preferito tacere, lasciando al tozzo Cumano l’illusione di essere al comando. Dopo gli anni di tortura dentro le prigioni della Gola del Corno l’unica cosa che desiderava era avere qualcuno che ragionasse e si impegnasse al posto suo; e se si lasciavano da parte le infinite chiacchiere, la voce dal tono sempre troppo alto, le risate stridule e il fetore di sudore, sporcizia e vino scadente che emanava, Otre era la persona perfetta. Troppo stupido per rappresentare un problema, ma non così tanto da diventare un peso.

A parte il guaio col vecchio mago, ovvio.

Giunta sera, il Grasso Signore si era presentato nel punto stabilito con addosso gli stessi abiti sfarzosi, e l’inutile mascherina che pareva costantemente sul punto di essere inghiottita dagli strati di lardo che gli gonfiavano il viso. Era accompagnato da un servo alto e segaligno, calvo e ricoperto di tatuaggi, che reggeva con una mano una lampada schermata appesa a un lungo bastone ricurvo, e con l’altra un cuscino damascato di color rosso cupo. Dietro di lui venivano due altri servitori – guardie a pagamento, a giudicare dalle uniformi disadorne e ineguali tra loro – che sorreggevano il Grasso Signore stringendolo per le braccia enormi. L’omone sudava copiosamente, nonostante il sole fosse ormai tramontato, e la salita pareva averlo fiaccato. Il suo viso illuminato dal falò era apparso altrettanto rosso del cuore delle fiamme. Quando infine aveva individuato lo spazio pulito che Otre gli aveva preparato, ripulendo il terreno da erbe e radici, vi si era gettato sopra a peso morto. Il servo segaligno aveva fatto giusto in tempo a infilargli il cuscino sotto le natiche, rischiando di rimetterci una mano.

Otre aveva rinnovato in fretta i suoi migliori omaggi, e presentato Marollo – che si teneva ben distante dalla luce del fuoco – come un suo schiavo. Aveva detto che non era solito accettare commesse di piccolo conto, ma lo faceva proprio per lui, malato, che aveva rapidamente bisogno di un mago guaritore dopo aver contratto una malattia esotica da una donna falsa e farabutta.

Il Grasso Signore ne aveva riso, e aveva risposto che il problema non sussisteva: lui era un mago di prim’ordine, e in grado di distillare un elisir di salute in grado di guarire i morti. Lo avrebbe donato con piacere, nonostante lo spropositato valore, insieme a due sacche d’oro puro, se solo Otre avesse accettato di svolgere una certa missione.

Poi però aveva iniziato a parlare di stupidaggini, e non aveva più smesso. E le sue chiacchiere riguardo la bruttezza di Ciconia, i bei servitori e le splendide concubine che lo aspettavano nella sua residenza a Rumen, la doppiezza dei nobili, l’esosità dei mercanti, la scomodità delle strade che costeggiavano il fiume Tiberis, avevano annoiato così tanto Marollo che egli aveva accolto il solito dolore pungente alle viscere, che ormai conosceva bene, non come una seccatura ma come una benedizione. Si era allontanato dal campo ed era rimasto tra gli alberi il più a lungo possibile, mentre il nobile idiota cianciava in lontananza. Solo il desiderio di potersene andare presto a dormire lo aveva infine convinto a tornare accanto al fuoco.

Avvicinatosi agli uomini, e tentando di risultare impressionante, Marollo piantò a terra davanti a sé la bastarda, appoggiò sull’elsa gli avambracci chiusi nei bracciali di cuoio, fece guizzare i muscoli,

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