Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Historia Romana, Vol. II

Historia Romana, Vol. II

Leggi anteprima

Historia Romana, Vol. II

Lunghezza:
1.558 pagine
14 ore
Pubblicato:
2 set 2019
ISBN:
9788834179574
Formato:
Libro

Descrizione

Pitea. Il figlio degli oceani - Afranio Siagrio. L'ultima aquila - Costantino XI
Paleologo. Basileus.

3 Romanzi in 1

Tre personaggi, tre storie perdute che testimoniano tempi oscuri e passati.
Pitea di Marsiglia, il geografo e navigatore che viaggiò solo per i mari del Nord,
tre secoli prima di Cristo, quand'ancora l'impero Romano non era che una vaga utopia.
Afranio Siagrio, lo strenuo difensore dell'ultimo brandello dell'impero Romano
d'Occidente, anche dopo la sua tragica caduta che segnò i natali del Medioevo.
Costantino XI Paleologo, l'ultimo imperatore d'Oriente, chiamato a salvare
senza aiuti e risorse il suo fragile dominio dall'invasione Ottomana.
Tre grandi del passato, ciascuno con la propria storia, le proprie vittorie e le proprie
disfatte, colpevolmente dimenticati e omessi dalla storia stessa a cui appartengono.
Tre volti che riprendono vita nel secondo volume di Historia Romana.

 
Pubblicato:
2 set 2019
ISBN:
9788834179574
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a Historia Romana, Vol. II

Libri correlati

Articoli correlati

Categorie correlate

Anteprima del libro

Historia Romana, Vol. II - Patrizio Corda

Patrizio Corda

Historia Romana, Vol. II

UUID: d705e296-cdb4-11e9-91d9-1166c27e52f1

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Indice dei contenuti

Pitea. Il Figlio Degli Oceani

Afranio Siagrio. L'ultima Aquila

Costantino XI Paleologo. Basileus

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE

PITEA

IL FIGLIO DEGLI OCEANI

Patrizio Corda

A tutti quelli che viaggiano, vivono e soffrono

Lontano da quella che chiamano casa

I

Le stelle

Mar Baltico, Dicembre 328 a.C.

Pitea guardò la coda del mostro, scura e lucente, innalzarsi lentamente e poi scendere nelle profondità degli abissi, scuotendo le acque tutt’intorno. Con scroscio ruggente scomparve alla sua vista, lasciando spuma ribollente come ricordo del suo passaggio.

Ormai uso a quelle scene, rimase adagiato al bordo della trireme.

Si passò una mano sul volto e lo sentì secco, inaridito, la lunga barba pungente come una siepe di rovi.

Se si fosse guardato allo specchio, provato dal gelo terribile di quei luoghi, avrebbe certamente stentato a riconoscersi.

Cercò di scrutare l’orizzonte.

Ovunque una patina biancastra fagocitava la realtà circostante.

I banchi di ghiaccio si ergevano come montagne irremovibili, posate da una mano divina su quelle acque che dalle tonalità smeraldo passavano al color delle tenebre, richiamando dai meandri dell’animo umano paura e senso d’impotenza davanti a una natura così selvaggia, sconosciuta e primordiale.

Là dove era stata la terraferma ora era un biancore impossibile da fendere. Cielo e mare si univano, indistricabilmente, una simbiosi che solo in quelle terre lontane aveva potuto ammirare.

Eppure lui, quelle aree prima inesplorate, aveva avuto modo di conoscerle. Prima che il freddo tramutasse l’acqua in ghiaccio rendendo impossibile la navigazione, era approdato su quelle coste frastagliate in cui sfociavano fiumi che aveva risalito sino a giungere alla terraferma.

Incontrando popoli nuovi, che l’avevano accolto mostrandogli le loro usanze, i loro segreti. E prima di allora, s’era spinto ancora più al Nord, oltre l’ultima Thule, là dove il mondo era parso finire e dove il giorno e la notte, ciclicamente, occupavano intere giornate.

Mai avrebbe pensato di vivere una simile esperienza.

Era certo che vi fosse anche dell’altro, al mondo, che esistessero altre lande, ancora vergini e non toccate dall’uomo. Sarebbe stato sufficiente cambiare rotta, azzardare ancora un poco, spinti dal fuoco inesauribile del desiderio di conoscenza.

E lì presumibilmente avrebbe conosciuto nuove razze animali, più incredibili di quelle che aveva già visto e ammirato, esseri splendidi contesi dalla volontà razionalizzatrice degli studiosi e dalle nostalgiche descrizioni mitologiche dei marinai.

Gli stessi marinai che popolavano la sua trireme. Alcuni erano partiti con lui, da Marsiglia, in Gallia. Altri ancora li aveva cooptati durante il viaggio, abitanti indigeni di quelle isole e penisole lontane, scelti per potersi avvalere delle loro conoscenze.

Si voltò a guardarli.

Erano avvolti di pelli, come e più lui. Indugiò sulle loro grandi mani, candide e abrase dal gelo mentre armeggiavano col cordame.

Gli parvero stremati.

Come lui.

Per quanto desiderasse ardentemente vedere dell’altro, spingersi ancora oltre, dovette ammettere che era giunto al limite.

Sospirò, sinceramente dispiaciuto.

Con dei bruschi richiami, un vecchio Britanno dalla barba color cenere gli fece cenno che erano troppo vicini ai banchi di ghiaccio. Il rischio di incagliarsi era concreto.

Pitea annuì sconsolato, e ordinò ciò che non avrebbe mai voluto.

Che la rotta fosse invertita.

Era giunto il momento di tornare indietro.

Aveva quasi perso la cognizione del tempo da quando aveva intrapreso quel viaggio, motivato dal trovare nuovi spunti per le sue ricerche. E ora, si ritrovava a dover lasciare tutto quello.

Le sterminate praterie Britanniche, i villaggi Baltici nascosti nelle foreste, i fiordi tra i quali si era avventurato, le distese gelate dell’estremo Nord, spazzate da un vento costante.

Chissà se gli Dei gli avrebbero dato l’opportunità di vivere sufficientemente a lungo per ritornarvi. Divenne sordo al crescente vociare delle persone a bordo, che si richiamavano a vicenda, felici di tornare finalmente a casa.

Sarebbe tornato a Marsiglia.

E poi?

Avrebbero creduto a ciò che aveva visto?

O l’avrebbero trattato come un semplice marinaio, una presenza istrionica della quale circondarsi alla sera, al tavolo di una taverna, per ascoltare storie inverosimili e fantasiose?

La prospettiva lo fece quasi disperare.

Aveva raccolto una quantità incredibile di nozioni, che aveva minuziosamente annotato. Sarebbero state la base di un’opera per la quale aveva già in mente un nome, Sull’Oceano.

Ciò nonostante rischiava di perdere la sua reputazione di stimato studioso, rischiando di esser considerato uno tra i tanti eccentrici che, di ritorno da un lungo viaggio, sostenevano fermamente di aver visto mostri e popoli inverosimili. Dileggiato da inconvertibili scettici che mai avevano abbandonato le loro case.

Si augurò di cuore di scampare a una sorte tanto amara.

Alzò di nuovo lo sguardo.

Il cielo era bianco, lattiginoso, immobile.

Non avrebbe saputo dire dove iniziasse, come non l’avrebbe saputo stabilire per le acque all’orizzonte.

Eppure, sapeva che avrebbe trovato la via del ritorno.

Perché oltre quella coltre che sembrava inamovibile, brillavano nella volta celeste le stelle.

Su tutte, la Stella Polare.

Quella che l’aveva guidato nelle notti più scure, cui si era affidato senza esitazioni quando tutto era parso perduto.

Quel pensiero lo rincuorò.

Non restava che attendere la notte.

E allora, le stelle sarebbero tornate a brillare, eterne e immutabili, indicandogli la via di casa.

Perché le stelle, loro no, non l’avrebbero mai tradito.

II

Ascesa

Roma, Febbraio 327 a.C.

«Marco Claudio Marcello. Dictator».

Come portato dal vento, quel sussurro giunse delicatamente alle sue orecchie. Una carezza inattesa, nel gravoso silenzio di quell’oscuro ritrovo sul colle Palatino.

Sgranò gli occhi, Marco Claudio Marcello.

Il suo nome non gli era mai suonato così.

Così bello.

Così soave.

Così carico di potere.

Guardò, cercando di nascondere la sorpresa, tutti i senatori presenti e i due consoli per l’anno corrente. Voleva essere sicuro di non essersi sbagliato, che si trassasse davvero di lui.

Anche volendo, non avrebbe potuto dir nulla. Ormai era cosa fatta.

Quello era l’ iter della nomina a dittatore.

Era stabilito che si consumasse così, in assoluto silenzio, nel cuore della notte. Col passare dei secondi, mentre il suono del suo nome spandeva gli ultimi echi nella sua mente, capì che era tutto vero.

Rimase immobile, assiso com’era stato fino ad allora.

E sentì il suo animo spandersi, non trovare più sufficiente spazio nel petto e cercare sfogo altrove. Provò una sensazione del tutto nuova, come se il suo corpo si stesse ingrandendo a dismisura.

Era quello il vero potere?

Confuso ed euforico, mantenne comunque un’espressione glaciale, grave, consona a chi accettava un tale incarico.

Aveva quarantadue anni.

E finalmente raccoglieva il frutto del suo duro lavoro, di quelle macchinazioni e strategie che aveva appuntato senza pausa, anche quando, quattr’anni prima, aveva concluso il suo mandato di console. Anche allora, non s’era rassegnato.

Avrebbe avuto ciò che gli spettava. Nonostante provenisse dal ramo plebeo della sua gens, quella Claudia, era riuscito a ricoprire una carica tanto importante. E ora, ne avrebbe detenuto un’altra.

Temporanea, sì, e dettata da particolari circostanze, ma che avrebbe potuto aprirgli, con un po' di fortuna, porte inattese.

Sapeva perché la scelta era ricaduta su di lui.

Nella perenne lotta per l’espansione sulla penisola Italica, Roma si trovava di nuovo a preparare un conflitto con i Sanniti. Tutto ciò a causa della fondazione di una colonia presso Fregellae, località che i Sanniti consideravano loro territorio. La cosa aveva allertato ulteriormente quel popolo, preoccupato per la costante avanzata dei Romani. E la situazione era rapidamente degenerata.

In virtù dell’imminente conflitto i consoli sarebbero stati totalmente impegnati, assorbiti dalla recluta di uomini e dalla ricerca di quanti più possibili alleati.

Occorreva un uomo d’esperienza, già uso alla politica cittadina, che potesse accentrare su di sé i poteri consolari e tenere sotto controllo la situazione nell’Urbe.

E quell’uomo, contro ogni pronostico, era finito per essere lui.

Non ci aveva creduto minimamente.

Sapeva che, essendo stato console, poteva far valere la sua esperienza. Ma lo stesso era per diversi altri candidati.

Per tutta la sua vita, Marco Claudio Marcello aveva patito la sua condizione, sentendosi perennemente costretto a risalire la corrente, gravato da un fardello troppo pesante per liberarsene.

Il fatto di essere un plebeo.

Ora invece avrebbe avuto quell’opportunità che aveva sempre bramato. Una posizione di incontestabile dominio, in virtù della quale avrebbe troneggiato su tutti.

Prese immediatamente a ragionare sulla cosa.

Da quel giorno in poi avrebbe avuto poco meno di un anno per consolidare il suo peso politico, per raccogliere consensi e rendersi indispensabile. Un aspro conflitto era alle porte, e per quanto questo fosse durato, lui sarebbe stato necessario.

Una situazione di tale instabilità non avrebbe potuto che giovargli.

Forse, avrebbe persino potuto ambire al potere assoluto.

E perenne.

Un brivido gli corse lungo la schiena.

Cercò ancora una volta di contenersi, di dimostrarsi grato e stupito mentre i senatori gli venivano incontro, uno alla volta, per congratularsi. Dispensò sorrisi pacati, ostentando modestia.

Dittatore.

Ancora non ci credeva.

Una volta a casa, avrebbe cercato di pensare in modo più razionale. Non sarebbe stato tutto così facile.

Era una missione non impossibile, ma comunque ardua.

Ai tempi del consolato non aveva ancora un’idea chiara di quanto fosse difficile destreggiarsi nel mondo della politica. E inoltre, aveva un collega che occupava la sua stessa posizione e col quale dividere il potere.

Adesso, ben più scaltro, avrebbe avuto modo di preparare la sua scalata nei minimi dettagli. E senz’alcuna interferenza.

Le ultime due persone ad avvicinarglisi furono proprio i due consoli in carica.

Per primo, la figura snella di Quinto Publilio Filone. Suo pari età, anch’egli di origine plebea. Si strinsero il braccio. Un gesto in linea con il personaggio, pensò. Filone era già al secondo consolato, ed era stato già dittatore. Ora si apprestava a ricoprire il ruolo di generale, dati i suoi trascorsi militari. Volitivo, anche spiccio volendo, gli ispirava una simpatia naturale per la sua onestà e la pur rude schiettezza. Si sorrisero a vicenda.

Giunse poi, per ultimo, Lucio Cornelio Lentulo.

Già oltre i sessant’anni, egli era basso, pingue e con le spalle strette. Il naso aquilino, gli occhi come spilli e i pochi capelli biondicci rimasti sulle tempie lo facevano sembrare più minaccioso di quanto in realtà non fosse. Al contrario di Filone, egli era un patrizio, appartenente alla nobile gens Lentula. Si vantava perennemente del fatto che suo padre fosse stato uno dei pochi ad opporsi a Brenno, il Gallo che umiliò Roma espugnandola, negandogli fermamente qualsiasi pagamento purché questi se ne andasse.

Lentulo non aveva lo stesso cursus honorum del collega. E Marcello avrebbe giurato che la cosa, da patrizio, lo infastidisse da morire.

Per quanto ricco, pensò, ancora si sentiva in competizione con chiunque.

Anche Lentulo gli strinse il braccio.

Indugiarono entrambi, specchiandosi l’uno negli occhi dell’altro.

E per pochi istanti, Marcello percepì qualcosa di sinistro in lui, una sensazione fastidiosa, un’insidia nascosta che lo portò istintivamente a sciogliere la presa in modo quasi frettoloso.

Con finta cordialità, Lentulo gli sorrise. Poi si voltò, prendendo l’uscita con camminata goffa come se fosse perennemente sul punto d’inciampare sulla propria tunica.

Marcello lo guardò allontanarsi, fino a che non sparì.

E per quanto ancora commosso ed esaltato per ciò che aveva raggiunto, non riuscì a liberarsi dalla sensazione di essere, allora più che mai, finito in qualcosa di estremamente rischioso.

III

L’oro del Nord

Germania Settentrionale, Febbraio 327 a.C.

Il vento gelido non arrivava lì, nel cuore di quel villaggio di capanne di fango e pietre, con i tetti fatti di frasche e paglia.

Si era deciso a sbarcare lì, Pitea, nell’isola più estesa di quell’arcipelago che chiamavano Helgoland, per una ragione ben precisa.

Guardò ancora gli abitanti di quei luoghi, che si facevano chiamare Goti. Longilinei, dai lunghi capelli color dell’oro e gli occhi celesti, già in precedenza lo avevano interessato per quelle fattezze così diverse da quelle che aveva riscontrato altrove. Vivevano in piccole comunità, spesso in guerra tra loro, sostentandosi con la caccia e sporadiche colture.

Oltre a commerciare quelle gemme, che da secoli erano richieste ovunque e che venivano annoverate tra le merci più pregiate. Nelle città di Gallia, Italia e Grecia aveva conosciuto personalmente persone disposte a pagare per un solo frammento quanto avrebbero versato per assicurarsi uno schiavo di giovane età.

«Come hai richiesto, potente signore» disse uno tra i Goti più anziani, un uomo curvo ma ancora robusto con una chioma leonina ormai imbiancata. Spiegò a terra una sacca fatta di pelli animali, rivelando una varietà di frammenti di differenti misure.

Pitea ne rimase abbagliato, chinandovisi subito sopra così come tutti i membri dell’equipaggio.

Solo i deboli sibili del vento echeggiarono attorno a loro, seguendo percorsi tortuosi tra le querce secolari tutt’attorno.

Ambra.

Delle più disparate tonalità: dorata, arancione, rossiccia, addirittura verde e bruna.

Prese tra le dita una delle gemme, grande come un ciondolo e a forma di goccia. In essa rilucevano riflessi via via più chiari, che si perse a contare a mente, osservandoli con attenzione.

Un autentico capolavoro della natura.

Si era sempre fantasticato, in passato, sull’origine di quelle gemme. Chi tornava dai lunghi viaggi organizzati per acquistarle direttamente da quei popoli lontani portava racconti inverosimili, sostenendo che venissero dalla spuma marina, dal sudore del sole, addirittura direttamente in dono dalle divinità del Nord.

Ma lui sapeva.

La loro origine era in verità ben più umile, ma non meno affascinante. Altro non era, l’ambra, che la resina che colava dalle conifere, una semplice secrezione capace di solidificarsi al punto da diventare fossile e racchiudere in sé, delle volte, resti vegetali o anche piccoli animali come insetti.

Rimaneva comunque l’ennesima prova di quanto fosse meravigliosa la natura in tutte le sue sfaccettature. Eppure avrebbe giurato che una volta ritornato, la gente sarebbe rimasta delusa da quella spiegazione così fredda e scientifica.

«Date loro quanto pattuito» ordinò pacatamente ad alcuni dei suoi, che subito scaricarono a terra una quantità di merci, da vestiti a provviste sino ad armi e utensili rudimentali.

Emersero dunque dalle capanne gli anziani del villaggio.

Provati dall’età e dal tempo rigido, con i volti solcati da rughe profonde ma per la maggior parte coperti da folte barbe, saggiarono quella loro offerta scambiandosi versi simili a grugniti.

Pitea lasciò che si assicurassero della bontà di quello scambio.

Aveva avuto modo di sperimentare la diffidenza di quelle genti ancora così lontane dalla civiltà, oltre alle loro rappresaglie.

E gli premeva uscire da quell’incontro con quanto desiderava.

«Accettiamo» si limitò a dire l’anziano.

Sollevato, Pitea annuì e con un sorriso appena accennato strinse la sua mano, assicurandosi di mantenere il contatto visivo.

Mentre si lasciava dietro quell’insediamento così primitivo, protetto dalle sagome imponenti delle querce, si sentì conteso.

Conteso tra la soddisfazione per lo scambio, la fretta di lasciare quelle coste dure e battute dal vento ma anche da una profonda nostalgia.

Avrebbe più solcato quei mari azzurri, sterminati e profondi?

Sarebbe stato ancora scosso da un fremito irresistibile nello scorgere quei lembi di terra così austeri, circondati dalle nebbie, come roccaforti emerse dalle acque?

Gli sarebbero mancati quei paesaggi, il verde selvaggio e incontaminato, in cui quelle genti si insediavano quasi con imbarazzo, animate dal più profondo rispetto per la natura.

Con i piedi che sprofondavano nelle sabbie grigiastre della spiaggia, restò a rimirare quella goccia d’ambra, bellissima e dorata, che teneva nel palmo aperto.

Forse grazie a quella avrebbe scampato il triste destino che temeva per sé. Un futuro fatto di scherno, di diffidenza, in cui la sua magnifica avventura si sarebbe scontrata col muro dell’ignoranza collettiva.

Se avesse mostrato ai Marsigliesi e a chiunque altro quelle gemme, a riprova del suo tragitto, sarebbe stato creduto. Non avrebbero osato opporsi ai fatti, alle sue spiegazioni empiriche figlie della realtà e dei suoi incessanti studi.

Inverosimili leggende avrebbero fatto spazio all’ordine, alla logica, alla razionalità che solo la scienza e lo studio potevano portare, cosicché il mondo che conoscevano acquisisse dimensioni reali e tangibili. Ponendo fine alle superstizioni, agli slanci di immotivata fantasia, debellando mitologie desuete e fuorvianti.

Quello era ciò a cui aveva votato la sua esistenza.

Diffondere la luce della conoscenza.

La stessa luce che vide animarsi come per magia, per effetto dei timidi raggi del sole, in quella goccia d’ambra che da allora avrebbe tenuto solo per sé.

IV

Augurio e avvertimento

Roma, Marzo 327 a.C.

Nel convulso susseguirsi di volti, conosciuti e meno, che apparivano nel Foro per complimentarsi con lui, Marcello riconobbe la camminata spedita, macchinosa, quasi marziale di Quinto Publilio Filone.

Tutti, questuanti, patrizi o semplici curiosi si fecero da parte al suo passaggio. Marcello sorrise, sinceramente felice di vederlo.

Si ritrovarono l’uno davanti all’altro.

Dalla pelle lattea, i riccioli rossi e i tratti morbidi Marcello.

Scuro di carnagione, i capelli corvini tenuti corti, gli occhi verdi e la mascella squadrata Filone.

Il primo portava la toga pretesta, orlata di porpora e spettante al dictator; il secondo vestiva invece la toga picta, in porpora e ricamata in oro, riservata ai comandanti di legione e ai consoli.

«Ancora i miei auguri per la tua carica, dittatore» esordì Filone con serietà. «Non avrei potuto sperare in un uomo migliore alla guida, in questi tempi di grande cambiamento».

«Mi sarei aspettato indossassi la tua toga alla fine del conflitto, console» replicò amichevolmente Marcello. «Ne deduco che sei particolarmente sicuro dell’esito».

Filone, che sino ad allora aveva mantenuto un’espressione seria e imperturbabile, rise e si sciolse in un sorriso cordiale.

Si strinsero, come al solito, il braccio.

«Vedo che invece, tu hai già conosciuto la prima incombenza del tuo nuovo ruolo di dittatore. Avere a che fare giornalmente con torme di scocciatori».

«Non esistono solo gli onori, ma anche gli oneri» ironizzò Marcello. Si avviarono allora, a braccetto, cercando di liberarsi della folla che si era formata attorno a loro.

«Vorrei davvero esser sicuro della vittoria, Marcello. Ma le trattative con i possibili alleati stagnano. Lucani e Apuli sono genti difficili da convincere, che non recedono dalle loro richieste».

Marcello si massaggiò il mento.

«Eppure, dovrebbero avere chiara l’inerzia delle cose. Roma è in un innegabile momento di ascesa».

Filone si fermò a fissarlo. Poi sospirò.

«Me lo auguro. Ma da soli, avremo grandi difficoltà con i Sanniti. Il Meridione è tutt’ora in mano loro, e occorrerà un grande dispiegamento di forze per sottometterli».

«Ed è per questo che si è giunti a questa soluzione straordinaria» rispose Marcello, posando la destra sul suo petto. «Penserò io a Roma. Voi potrete concentrarvi completamente sull’approvvigionamento delle truppe e sulla diplomazia. Non potremo fallire, agendo in questo modo».

Ma non vide altrettanto entusiasmo nel suo interlocutore.

E conoscendo il suo spirito battagliero, la sua risolutezza e l’immensa fiducia che egli riponeva in sé, ne fu turbato.

«Il dominio sull’Italia è nel destino di Roma, ne convengo con te. È ciò che il nostro padre Romolo avrebbe voluto. Eppure, senza fidi alleati non potremo neppure dichiarare ufficialmente guerra ai Sanniti».

Marcello aggrottò la fronte.

Non poteva essere solo quello a turbare il console a tal punto.

Doveva esserci dell’altro.

E alla luce del loro rapporto, non di amicizia stretta e fraterna ma comunque contraddistinto da una reciproca confidenza, quelle sue ritrosie ad esprimersi lo allarmarono sempre più.

Un uomo dai modi diretti, di stampo marziale come Filone non si sarebbe mai fatto problemi ad evidenziare una simile problematica in altri casi. Avrebbe inoltre proposto una soluzione immediata.

Evidentemente, ciò che lo preoccupava era un qualcosa che sfuggiva ai suoi schemi mentali, votati alla concretezza e alla semplicità.

E che quindi lo faceva esitare ad esprimersi in merito.

«Eppure, console» decise dunque di sbilanciarsi «non credo che tu mi stia dicendo tutto. Permettimelo, in virtù del mutuale rispetto che nutriamo l’uno per l’altro. Sai meglio di chiunque altro che, prima o poi, troveremmo degli alleati. Se non Lucani e Apuli, altri popoli decideranno di sposare la nostra causa. Tutto è stato organizzato per tempo. Cos’altro c’è che ti turba, che ti rende così dubbioso sulla buona riuscita del conflitto? Dimmi, forse non hai fiducia nel mio operato nell’Urbe?»

Fu sincero nel porgli quella domanda.

Gli premeva essere al corrente delle opinioni altrui.

Specialmente se si trattava di gente dalla condotta morale integerrima come Filone.

Ma questi non rispose.

Per contro, lo scrutò profondamente, con un che di sinistro negli occhi. Lo afferrò per un braccio.

«Mi conosci, dittatore. Non sono uomo che si arrischia in affermazioni se non supportate da fatti reali. Tuttavia, sono io a dover chiedere qualcosa a te».

Marcello, interdetto per la piega che aveva preso quel loro incontro, si limitò ad annuire.

«Non hai che da domandare».

«Promettimi che eserciterai questo tuo nuovo ruolo al meglio delle tue possibilità, nel rispetto dei valori morali che i nostri padri idearono e che ci hanno tramandato. Promettimi di amministrare e fare uso del potere con moderazione e totale trasparenza. Qualsiasi cosa accada».

Marcello non capì.

Perché Filone richiamava alla rettitudine, al rigore morale?

Aveva forse paura che abusasse della sua posizione?

O forse temeva dell’altro, una minaccia diversa da quella dei Sanniti, più subdola e insidiosa?

Non ebbe il tempo per chiedere spiegazioni.

Senza aggiungere altro, il console girò su sé stesso e si allontanò ad ampi passi, sparendo tra la folla che animava il Foro.

Lasciando Marcello immobile e confuso, a chiedersi quale fosse il reale significato dietro quelle sue parole.

V

Saluto

Dintorni di Thule, Aprile 327 a.C.

Sentì di aver fatto la cosa giusta.

Dopo tutto quel che aveva visto, gli era parso il minimo rivolgere un ultimo, fugace sguardo a quella che era stata la sua più grande scoperta, un avvenimento che aveva cambiato per sempre la sua vita e il suo modo di percepire la realtà. Per quello aveva costretto tutti a riprendere la via del mare anziché procedere per terra, percorrendo le stesse rotte che avevano seguito in principio addentrandosi nell’estremo Nord.

Sino a rivederla, avvolta dai banchi di nebbia ma sempre e comunque bellissima ai suoi occhi.

Thule.

La porta che dava l’accesso al confine ultimo del mondo, l’isola che aveva scoperto dopo aver superato l’isola di Britannia.

Ricordava ancora tutto, come fosse accaduto il giorno prima.

Quelle coste frastagliate, prima ripide e inospitali, poi accoglienti con le sue piccole insenature e le spiagge ciottolose come quella in cui era approdato. Rivide gli abitanti di quella grandissima isola, dai capelli e la pelle ancora più chiari di quelli dei Germani, riuniti in quei loro piccoli villaggi di capanne che sorgevano qua e là per le verdi praterie.

Aveva osservato quelle persone schive, di poche parole, mentre producevano il miele e i formaggi, alla base delle loro diete. Era rimasto di sasso quando poi aveva visto quei crateri in cui ribolliva acqua calda, proveniente dalle viscere della terra, da cui partivano getti capaci di innalzarsi per metri e metri.

Era persino riuscito a raccogliere dei piccoli pezzi di roccia porosa, a testimonianza della grande attività vulcanica in quel luogo. Un posto lontano da qualsiasi città in cui fosse stato, e che gli sembrava ancorato a una realtà primordiale, in cui il commercio ancora non esisteva e la natura dominava incontrastata, fiera e bellissima.

E poi, come dimenticare il giorno in cui gli indigeni gli avevano mostrato lo spettacolo più magnifico cui avesse mai assistito.

In una notte gelida aveva visto il cielo liberarsi delle tenebre e colorarsi di ogni sfumatura possibile lasciando che aloni rosei, acquamarina e azzurri si spandessero nella volta celeste.

Un prodigio che aveva ammirato fino alla fine, quando quelle forme in continuo movimento, come nastri agitati dal vento, si erano dissolte restituendo il firmamento alle stelle immote.

Oltre quell’isola meravigliosa, esule dal tempo, aveva poi conosciuto un’altra terra, che aveva identificato come il polo Settentrionale della terra, il punto in cui tutto finiva.

Lì aveva scoperto qualcosa di altrettanto sconvolgente, il sole di mezzanotte. Un fenomeno incredibile, a causa del quale la notte scompariva per interi giorni, lasciando che il sole risplendesse sempre nella stessa posizione. Gli era stato detto come quella condizione potesse permanere anche per mesi, e subito lui si era lanciato in calcoli e osservazioni, supponendo una correlazione tra quel fenomeno e l’inclinazione dell’asse terrestre.

Quanti spunti ancora avrebbe trovato, se fosse rimasto!

Restò a prua, sfidando il vento e i tumulti improvvisi di quelle acque verdastre di cui mai avrebbe visto il fondale, con gli occhi fissi sulle coste alte, quasi metalliche, di Thule.

Ancora non gli pareva vero di aver potuto vedere simili meraviglie, paesaggi tanto incontaminati, dove per stadi e stadi era impossibile riscontrare traccia del passaggio dell’uomo.

Avrebbe faticato a raccontare simili cose e a farsi credere.

Non si sarebbe mai liberato di quella paura, fino a che non sarebbe ritornato a Marsiglia.

Ed era proprio per quello che si vedeva costretto a lasciare quel mondo unico, che si era docilmente rivelato ai suoi occhi, forse comprendendo e apprezzando il suo desiderio di conoscenza.

Il vento rinforzò e notò che la trireme, con le vele gonfie e tese, iniziava a prendere un ritmo sostenuto.

Si decise.

«Gettate l’ancora!»

I membri dell’equipaggio udirono quel suo ordine e si voltarono, increduli per ciò che avevano sentito.

Con fare deciso, Pitea venne loro incontro.

Lo sguardo duro come non mai, inasprito dal volto squadrato e il naso forte, dal setto robusto. Corrugò la fronte.

«Ho detto di gettare l’ancora. Mi avete capito?»

Subito gli uomini presenti, un miscuglio eterogeneo di Britanni, Galli e Germani, annuirono pur lamentandosi palesemente nei loro idiomi indigeni e si affrettarono a fare quanto richiesto.

L’ancora scivolò sferragliando, fino a sparire negli abissi.

La trireme si fermò.

E nel silenzio generale, Pitea ritornò a prua.

Ora poteva fare ciò che si era ripromesso.

Spendere ancora un poco di tempo là, concedendo ai suoi occhi la vista cupa ma anche romantica di quell’isola avvolta dalle nubi perenni, dura e austera, in verità uno scrigno di colori vivissimi e impareggiabili artifici della natura.

Oltre quel grigiore vi era un cielo capace di illuminarsi dei colori dell’arcobaleno in piena notte, di lasciare che sole si attestasse all’orizzonte per mesi, sovvertendo l’equilibrio del tempo e delle giornate come l’aveva conosciuto. Sotto di loro, poi, si agitava una forza primordiale, più antica dell’uomo, capace di erompere sino al cielo e smuovere le terre scuotendole dal profondo.

Quello era un altro mondo.

Forse migliore di quello da cui proveniva.

Un mondo che aveva avuto l’onore di vedere e conoscere, e che non sapeva se avrebbe mai più rivisto.

Un affettuoso, commosso saluto gli parve il minimo che potesse fare per congedarsi da quei luoghi, e ringraziare gli Dei per avergli concesso di giungervi.

VI

Obiettivi

Dintorni di Neapolis, Aprile 327 a.C.

Filone ordinò che la marcia si fermasse. Già all’orizzonte era possibile scorgere le prime abitazioni che facevano da anticamera alla città di Neapolis, uno dei centri più importanti della Campania.

In pieno territorio Sannita.

Mentre gli uomini si mettevano al riposo e i carri si arrestavano, marciò spedito fino alla testa delle truppe. Là stava, ancora in sella, Lucio Cornelio Lentulo. Con lo sguardo fisso su quello che da accordi sarebbe stato il suo obiettivo.

Filone rimase in silenzio, con le braccia dietro la schiena, in attesa che il console collega s’accorgesse di lui. Ma quest’ultimo non lo degnò di uno sguardo. Indispettito, si decise a richiamare la sua attenzione.

«Dunque le nostre strade si separano qui».

Fingendo sorpresa, Lentulo spalancò gli occhi e si voltò.

«Esatto, nobile collega» rispose sorridendogli e scendendo lentamente da cavallo. Lo guardò dritto negli occhi.

Per quanto abituato alla tensione, Filone si sentì a disagio.

«Mi permetto di raccomandarmi solo su un punto. Ancora non sappiamo su chi potremo contare in guerra. E allo stato attuale delle cose, ci ritroviamo in pieno territorio nemico senza alcun supporto. Laddove possibile, cerca di utilizzare la diplomazia, anche se l’istinto ti suggerirebbe altro. Passa all’uso della forza solo se le circostanze lo renderanno inevitabile».

Le labbra di Lentulo si strinsero, conferendogli un’espressione ancora più aspra. Nessuno poteva permettersi di dargli ordini, anche se mascherati da benevoli consigli. Tantomeno un plebeo, un uomo del piccolo popolo, che doveva la sua posizione solamente al fatto di essere sopravvissuto ad alcune campagne militari.

Avrebbe deciso lui cosa fare.

Perché dall’alba di Roma, era quello che aveva contraddistinto le gentes patrizie come la sua. La potestà del comando.

Camuffò il fastidio con un sorriso sornione.

«Non mancherò, Filone. Sono al corrente della situazione».

«E anche in diplomazia, sii attento alle parole che adoperi. Siamo in territorio nemico, lascia che te lo ricordi ancora. Anche una sola frase mal interpretata potrebbe far precipitare le cose. E a noi serve tempo. Cerca di essere cauto, specialmente in virtù della tua poca esperienza in questo ambito».

Una coltellata a tradimento gli avrebbe fatto più male.

Lentulo s’irrigidì istantaneamente, serrando i pugni e diventando un fascio di nervi. Una vena emerse sulla sua fronte.

«Non ti preoccupare della mia esperienza, console» rispose cercando di contenere la rabbia. La sua voce venne fuori talmente strozzata da sembrare il sibilo di una serpe. «So benissimo come agire. E questo prescinde dall’esperienza che posso avere. Perché ricorda bene, Filone, che è per questo che gente come me è nata. Per comandare e decidere. Da che mondo è mondo».

Avrebbe voluto strangolare quell’insolente plebeo, facendogli ingoiare quelle parole piene di supponenza.

Quello che gli aveva rivolto era un autentico insulto.

Non era a gente così che sarebbe dovuto spettare il comando.

Filone rimase impassibile, incassando quella risposta tagliente.

Senz’aggiungere altro, gli porse il braccio.

Lentulo glielo strinse vigorosamente, e risalì a cavallo.

Mentre le due armate si separavano, prendendo direzioni opposte, Filone rimase a guardare il console patrizio incedere verso le colline che precedevano Neapolis. Ora, sarebbe toccato a lui.

Buona parte del conflitto dipendeva dalla presa di quella città.

Ma per quanto ottimismo potesse imporsi, gli fu impossibile non pensare al reale significato delle parole che gli erano state rivolte.

E si chiese se in realtà, Lentulo non avesse in mente piani e desideri del tutto opposti ai suoi, e per niente volti al bene della Repubblica che avevano giurato di servire.

Solo il tempo avrebbe portato chiarezza al riguardo.

VII

Rango

Roma, Aprile 327 a.C.

I calzari.

L’ordine e la lucentezza della sua capigliatura.

Il tessuto raffinato della sua toga.

La delicatezza dei suoi tratti, la sua grazia nell’incedere.

Gli avessero rivolto un solo complimento che avesse avuto a che fare con il suo ruolo, il suo coinvolgimento nella vita pubblica.

No, non avrebbero mai accettato di rendergli un simile onore.

Neppure ora che era l’uomo più potente di tutta Roma.

L’avevano invitato perché era impossibile, in quel momento, rendere esclusivo un evento senza la sua presenza.

Ma per divertirsi di più, avevano deciso di fare proprio di lui, l’ospite più illustre, il bersaglio della loro acredine.

E senza curarsi minimamente di essere notati.

Marcello aveva visto quegli sguardi che scorrevano giudiziosi sulla sua figura, trasudanti invidia e disprezzo.

Quasi poteva sentire le loro voci acute e lamentose nella sua testa.

Come può un plebeo essere arrivato a un simile incarico?

Quali sono i suoi meriti? Quali le sue clientele?

Ha mai contribuito con delle donazioni alle opere pubbliche?

Non era già stato console? Allora perché riproporsi?

Come se l’avesse chiesto lui di diventare dittatore.

Compostamente adagiato sul triclinio, decise di non toccar cibo.

Si rifiutava anche solo di servirsi alla stessa mensa di chi lo considerava feccia.

Incrociò lo sguardo dell’uomo che l’aveva invitato.

Lucio Emilio Mamercino Privernato.

Membro rispettato alla gens Emilia, una delle famiglie più antiche e nobili di tutta Roma. Privernato, ormai oltre la sessantina, era uno degli uomini di maggior esperienza politica di tutta l’Urbe.

Ex dittatore, due volte console – l’ultima solo due anni prima – e magister equitum ai tempi delle campagne contro Galli e Sanniti.

Quell’uomo gracile, stempiato, che strizzava gli occhi per la miopia e con la pelle ricoperta di macchie era in realtà tra le personalità più facoltose e apprezzate di tutta la società.

E per l’occasione, non aveva mancato di far sfoggio delle sue notevoli conoscenze. La nobiltà Romana si era radunata quel giorno. Erano presenti membri delle più nobili famiglie: Curti, Valerii, Fabii, Iulii.

E tutti si erano riuniti per guardare lui, il piccolo dittatore plebeo, come un animale esotico chiuso in gabbia, esposto ai loro gridolini di finta ammirazione e a quei complimenti vuoti e allusivi.

Lo sfarzo della villa di Privernato gli era parso quasi nauseante.

Dai giardini sterminati al ciottolato del viale che conduceva all’abitazione sino ai suoi interni. Uno sfoggio degno del più sfrenato esibizionista. Statue, dipinti e mosaici si erano alternati a un ritmo sincopato mentre il padrone di casa, leggermente zoppo, decantava le difficoltà nel reperire simili fortune, strappandole ai più ostici mercanti dopo estenuanti trattative.

Per non parlare delle portate: non era neppure certo di aver riconosciuto la materia prima di alcuni piatti, per quanto questi gli erano apparsi esotici e preparati nelle maniere più fantasiose.

Tutta quell’ostentazione aveva un chiaro obiettivo.

Fargli capire che lui in realtà non era nulla, perché dal nulla veniva, un uomo di misere origini che aveva avuto la fortuna, come tanti rami plebei in quei tempi, di assurgere a cariche e consenso grazie alla fortuna negli affari.

Era forse colpa sua se era nato povero, e poi era riuscito a elevarsi a proprietario terriero? Perché nessuno ricordava la sua faticosa ascesa, il lavoro oscuro che l’aveva portato ai vertici premiandolo per le sue fatiche?

Nessuno poi, si era degnato di premiare la sua perseveranza. Il suo consolato, quattro anni prima, era stato contraddistinto da una terribile disgrazia che ne aveva irrimediabilmente inficiato il pur buon operato.

Per un attimo nella sua mente tornarono a balenare immagini confuse. Corpi ammassati, lamenti che udiva ancora cristallini, un tanfo terrificante, di morte, di carne macilenta…

« Dictator?»

Si riscosse.

Privernato lo fissava, gli occhi acquosi e simili a fessure, con una coppa di vino a mezz’aria. Notò allora che tutti attorno a lui aspettavano che si unisse al brindisi.

Alzò la mano per scusarsi.

«Come vedete, il nostro Marcello pensa così tanto a come agire per il bene dell’Urbe da non riuscire a concedersi pausa neppure in un momento lieto come questo» lo giustificò Privernato con voce chioccia. Tutti risero amabilmente, complimentandosi con Marcello per la sua dedizione al lavoro.

Falsi . Erano tutti falsi.

«Propongo dunque un sincero augurio al nostro amico qui presente, che ha voluto onorare la mia umile casa con la sua presenza» disse Privernato alzando la coppa. «Che al pari dei suoi predecessori, e con l’aiuto delle Divinità, possa agire in modo giusto e rendere nuova gloria all’Urbe. Nonostante tutto».

Marcello sbiancò.

Nonostante tutto?

A tal punto era arrivata la loro insolenza?

Si sentì terribilmente umiliato. Avrebbe volentieri lasciato quel covo di serpi, di viscidi parassiti della Repubblica seduta stante, ma la cosa avrebbe dato troppo scalpore, finendo per nuocergli.

Bevve, con lentezza esasperante, un sorso di vino senza staccare gli occhi di dosso dal vecchio Privernato, che finse di ignorarlo.

Maledetto figlio di puttana.

Si promise di ricordare il suo nome e quell’insulto così spudorato, quando questi avrebbe avuto bisogno del suo aiuto.

Ora ne era certo. La nobiltà Romana non era dalla sua parte.

E gliel’aveva fatto capire chiaramente, quella sera.

Si odiò per esser nato nato nel ramo sbagliato dei Claudii, peraltro non invitati di proposito a quell’evento.

Fosse stato un patrizio, non avrebbe dovuto patire quelle maldicenze, né combattere con quell’insuperabile barriera che era il pregiudizio di chi era nato con un lignaggio superiore e considerava chiunque altro poco più di un oggetto. Certamente, come aveva confermato Privernato con le sue parole, non all’altezza di decidere delle sorti della Repubblica.

Ma poco importava.

Avrebbero capito a loro spese. Perché adesso, che fossero d’accordo o no, il potere era in mano al plebeo.

Marco Claudio Marcello.

E avrebbe fatto in modo che non dimenticassero facilmente quel nome. Lo giurò sul suo onore.

VIII

Oltre

Isole Orcadi, Aprile 327 a.C.

Ringraziò gli Dei per quel tempo mite e per il cielo terso, Pitea, mentre veleggiava al largo di quel complesso di Isole nella Britannia del Nord. Nella sua mente ripresero vita i ricordi del suo breve soggiorno in quei luoghi, prima noti unicamente per l’estrazione e il commercio dello stagno.

Scorse, come allora, quelle acque che si facevano via via più cristalline in prossimità delle coste rocciose, popolate da gabbiani e una moltitudine di altri uccelli marittimi. E verso l’interno, i rilievi gentili e morbidi delle colline inverdite da prati senza fine, nei quali, come templi nel nulla, emergevano blocchi di pietra giganteschi. Li ricordava ancora, come conficcati nel suolo dalla mano di un Dio ignoto, disposti in cerchio a creare chissà quale luogo di culto dell’antichità.

Gli era stato narrato dai locali, e poi anche da alcuni membri del suo equipaggio, che quei luoghi come tutta la Britannia erano ancora popolati dai druidi, uomini capaci di parlare con gli spiriti della natura, evocandoli e stabilendo una connessione con l’altro mondo, inaccessibile agli uomini.

Quelle rocce che spesso ne circondavano un’altra grande e piatta, che rappresentava un altare, andavano a formare idealmente un portale col cielo, con quel mondo abitato da entità superiori che solo saltuariamente gli uomini potevano interpellare.

Ma oltre le coste, là dove la nebbia occultava l’orizzonte, aveva scoperto la presenza di altri popoli. Al largo aveva scorto imponenti imbarcazioni di legno, condotte da uomini che si diceva venissero dall’estremo Nord, dalle lande dei ghiacci perenni. Esperti navigatori noncuranti delle foschie e dei mostri marini.

Il mare era loro.

Si era tenuto alla larga da quelle imbarcazioni, dalle quali gli erano giunti echi di canti rochi e lamentosi.

Aveva lasciato quelle terre con la convinzione che il mondo che conoscevano non fosse che una misera porzione di quanto in realtà rimaneva da esplorare. E loro, che si erano creduti soli al mondo, depositari unici della conoscenza, non erano che uno dei tanti popoli che albergavano quella realtà così vasta.

Anche sul suolo Britannico aveva dovuto fare i conti con nuove genti. Poteva ancora udire le grida animalesche di quegli uomini a malapena ricoperti di pelli, spesso e volentieri nudi e con la pelle dipinta che li avevano attaccati costringendoli a una fuga precipitosa.

Era rimasto allibito da quei comportamenti primitivi, quasi disumani, da quel loro istinto primordiale che li spingeva a proteggere quel loro territorio con feroce aggressività.

Ancora una volta, le guide locali avevano avuto una risposta per lui.

Quel popolo aveva un nome.

Erano Pitti.

Uomini enormi, selvaggi al punto da rifuggire qualsiasi logica della guerra, unicamente dediti a seguire i loro istinti animali.

Pur nella paura per il pericolo scampato, aveva sorriso.

Chi era ritornato in Gallia da supposti viaggi al Nord aveva raccontato di terre che terminavano oltre l’orizzonte, abitate da mostri di fattezze umanoidi, senza testa e con un unico occhio nel petto. O ancora, di serpenti marini capaci di avvolgere nelle loro spire intere imbarcazioni.

Lui aveva visto la verità.

E semplicemente, aveva appurato come oltre il loro mondo ve ne fosse un altro, egualmente abitato da uomini. Forse non evoluti quanto loro, ma comunque uomini, e comunque capaci di insegnare loro un’infinità di cose nuove e sorprendenti.

Questo, per quanto riguardava l’estremo Nord.

«Quale rotta dobbiamo seguire, maestro?» chiese il navarco sorprendendolo alle spalle.

«Proseguiremo costeggiando la Britannia Occidentale. Manca poco, ormai. Poi, attraverseremo il mare sino a toccare nuovamente le coste della Gallia».

Detto ciò, ritornò a osservare quelle isole così vicine tra di loro, le loro acque che dall’acquamarina passavano all’azzurro più profondo, bagnando le rocce chiare che emergevano dagli abissi.

I richiami dei gabbiani risuonarono tutt’attorno.

Ma Pitea si era già perso nuovamente nelle sue riflessioni.

E nelle sue domande.

Cosa c’era, invece, all’estremo Occidente?

Esistevano altre terre oltre le Colonne d’Ercole?

Forse, qualcuno vi aveva già messo piede?

Quello era il genere di domande che faceva divampare un fuoco in lui, restituendogli la giovinezza ormai lontana.

Così tanto da fare, da esplorare, da vedere.

E solo una vita per farlo.

Come poteva l’uomo esaudire i propri desideri, dar valore alla propria esistenza con così poco tempo a disposizione?

Quesiti che sarebbero rimasti irrisolti, anche per lui.

Mentre guardava il mare brillare, baciato dai riflessi del sole primaverile, si risolse a non abbattersi.

Un modo c’era, forse.

La soluzione per liberarsi dal tempo, dai suoi limiti e dalle debolezze del corpo mortale esisteva.

Ed era cercare di spingersi sempre più in là, non tanto fisicamente, spostandosi sempre di più, ma bensì mentalmente.

Aprire i propri orizzonti, rendersi sempre disponibili alla conoscenza. Una volontà incrollabile, che poteva trascendere dal depauperamento fisico.

Per lui, una missione.

Aveva già raggiunto quello stato e abbracciato quella mentalità, quella condizione di perenne apertura mentale che rendeva liberi.

Era giunto il momento che anche i suoi pari lo facessero.

Quello sarebbe stato il confine più arduo da superare.

E da allora, anche la sua sfida più importante.

IX

Il mondo tra le mani

Coste della Britannia Occidentale, Aprile 327 a.C.

La tremolante luce della candela che attenuava l’oscurità della sua camera aveva tentato di trarlo in inganno infinite volte.

Ma lui, come guidato da una forza superiore, non s’era mai fermato, mai aveva esitato.

Al punto da credere che qualcosa, o qualcuno, stesse guidando la sua mano nel tracciare quei contorni inizialmente così confusi e poi sempre più precisi, inconfutabili.

Col respiro affannoso per la poca aria e gli occhi pesanti per lo sforzo, si distaccò un istante da quel foglio di papiro sullo scrittoio.

Lo rimirò.

Era davanti a lui.

Completa.

La mappa che riproduceva, nei minimi dettagli, il suo viaggio.

Le terre che aveva esplorato erano lì, immortalate dalla sua mano.

La Britannia, così vicina alla sua Gallia su quel foglio.

Più in là Thule, e ancora più a Nord il polo ultimo del mondo, dove il mare si trasformava in ghiaccio perenne.

E a Oriente, le terre dell’ambra, culla dei Goti.

Tutto così vicino su quel foglio. In realtà così distante, a giorni di navigazione per mari profondi e sconosciuti, sui quali si posavano coltri dense e impenetrabili.

Era tutto lì, il frutto delle sue osservazioni e dei calcoli che aveva fatto e rifatto, roso dal dubbio e dalla paura dell’errore, non avrebbe saputo dire per quante notti.

Ansimò, stremato ed eccitato allo stesso tempo.

Il mondo conosciuto, che lui aveva reso tale, su un foglio.

Poteva essere?

Tanto era riuscito a fare?

Non avrebbe mai creduto, nel giorno in cui era salpato, di riuscire a compiere una tale impresa.

E presto sarebbe ritornato, per provare quanto aveva visto e appreso. Per spiegare, ad esempio come le maree, quell’incredibile movimento delle acque che si ritraevano e poi ritornavano a lambire le coste fosse influenzato dalle fasi lunari.

Per illustrare come fosse possibile che il sole potesse splendere per giorni, settimane, mesi nel cielo senza tramontare mai.

Per portare ovunque, a chiunque desiderasse comprendere il mondo, la conoscenza, la luce abbagliante del sapere scientifico.

Lui, Pitea di Marsiglia, astronomo, filosofo e navigatore, sarebbe stato il latore di quei messaggi che avrebbero per sempre cambiato la percezione della realtà negli uomini.

Si sentì un prescelto, gravato da un peso immane, da una responsabilità impossibile da rifiutare.

E non per un solo istante pensò di non esserne degno.

Forse un giorno avrebbe vergato una mappa capace di ritrarre il mondo intero, ampliando quei confini sino ad allora così limitati e limitanti.

E magari sarebbe ritornato in quell’isola meravigliosa, la Britannia, talmente incontaminata da sembrare dominio intoccabile delle forze della natura. Avrebbe così potuto studiare a fondo ciò che non aveva potuto: l’oscura e antica cultura dei druidi e il significato dietro quei monoliti misteriosi, una sfida alla forza disgregatrice del tempo e degli agenti atmosferici.

La suggestione gli fece credere di vedere quel foglio spandersi, animato di vita propria, nuove terre a riempirne gli spazi vuoti.

Da tempo ormai era stato appurato come la terra fosse in realtà tonda e non piatta. Ma altro andava compreso.

Ancora una volta, sentì di avere troppo poco tempo a disposizione.

Aveva cinquantatré anni.

Un’età già veneranda, che per tanti uomini coincideva con il ritiro a una vita di apatica tranquillità, un’attesa del trapasso in cui si custodivano con affetto i ricordi di tempi andati, le cui tinte progressivamente sbiadivano.

Sarebbe stato altrettanto per lui?

Avrebbe anche lui preso il viale del tramonto, con lo sguardo rassegnato e rivolto all’ultimo approdo, quello della pace eterna?

Non riuscì ad immaginare un simile futuro per sé.

Ancora troppo doveva e voleva fare, vedere, studiare.

Far suo.

E non per egoismo, ma perché convinto di essere, nella sua umiltà, un eletto, un servo della conoscenza.

Appunto, il latore di un messaggio universale, di vitale importanza.

Si sollevò, e a quel punto si sentì ancora una volta ardere, fremere.

Concretamente convinto di avere le capacità e le forze sufficienti per portare avanti quella missione.

Il mondo era degli uomini, di tutti gli uomini.

E quindi anche suo.

In preda all’agitazione, senza neppure riflettere prese un altro foglio di papiro.

Il più grande che possedeva, abbastanza da coprire per intero tutta la superficie dello scrittoio.

Lo scrutò, candido, ancora vergine, e si sentì prossimo alle lacrime per la gioia, per la commistione di emozioni che si agitò in lui.

Quello era il senso della vita.

Della sua vita.

Continuare a viaggiare, a vivere. A conoscere.

Quel foglio era il suo futuro, tutto ciò che avrebbe visto negli anni a venire. Ciò che aveva ammirato e che era stato non era che l’inizio.

Quel foglio avrebbe abbracciato il mondo intero, un giorno.

E con l’aiuto degli Dei, ciò sarebbe avvenuto per mano sua.

X

Segni

Dintorni di Neapolis, Maggio 327 a.C.

Lentulo rimase a capo chino, seduto con le braccia adagiate sulle cosce a guardare la brace riscaldare il vino che aspettava di poter bere. In quel preciso istante, un’ombra scostò lentamente un lembo della tenda nella quale alloggiava.

Portava una lunga toga, e un lembo della stessa gli copriva il volto rendendolo irriconoscibile.

Il console riconobbe però le righe purpuree sul tessuto. Simbolo di antica regalità, di viscerale importanza nel mondo Romano.

Senza dir niente, lo sconosciuto si avvicinò strisciando stentatamente i piedi e sorreggendosi a un bastone vecchio e ricurvo, che tenne nella mano destra anche quando arrivò finalmente a sedersi davanti a lui.

Lentulo ritenne che il vino fosse sufficientemente caldo, e se ne versò un poco senza offrirgliene.

«Non perdiamo tempo» disse con tono freddo e quasi disinteressato mentre si portava la coppa alla bocca. «Dimmi cosa hai visto».

Una mano pallida con vene violacee in superficie emerse dalla larga manica della toga dell’uomo misterioso. Strinse con forza il bastone, per poi scorrervi sopra, quasi accarezzandolo.

«Ciò che pensavamo» rispose con voce roca. «Un trionfo. Non immediato, ma pur sempre un trionfo».

Lo sbuffo del console gli fece capire come non fosse soddisfatto.

«Eppure, non riesco a credere che tu mi abbia convocato qui solo per questo. Dev’esserci dell’altro».

Gli occhi minuscoli di Lentulo saettarono, illuminati dalle fiamme.

«Non per nulla, ricopri il tuo ruolo. Sai scorgere il vero là dove altri sarebbero ciechi. Di fatti, è un’altra la ragione della mia chiamata. Il conflitto con i Sanniti non mi preoccupa. Spazzeremo via quei miserabili, che qualcuno si allei a noi o meno. Ciò che mi dà pena è sapere che a Roma vi è un’altra minaccia, e non proveniente dall’esterno, ma insita all’Urbe stessa».

«Un…un Romano?»

«Dici bene, augure» rispose Lentulo. «Proprio un Romano mira a destabilizzare la Repubblica, sovvertendo l’ordine e gettando ignominia sulle nobili famiglie, che per diritto di sangue sono depositarie del potere e del giudizio. Quest’uomo ambisce a brandire il potere in solitaria, come la spada nella mano di un soldato in guerra. Va fermato. Subito. Con tutti i mezzi possibili».

«Io…io credo di conoscere quest’uomo». Il sacerdote annuì, pur senza mostrare il suo volto. Ma nella sua voce si poteva udire il dubbio, l’indecisione che lo faceva ancora diffidare da quanto diceva il console.

«Tutti noi lo conosciamo. E non possiamo permettere che ottenga ciò per cui ha tramato così a lungo. Ne va del nome di Roma, delle sue gentes più rispettabili e della sorte della Repubblica. In quanto fiero membro della gens Cornelia, la sua stessa esistenza è per me un insulto».

La voce di Lentulo era risuonata carica di odio, di bieco disgusto.

E la cosa non sfuggì all’augure.

«Cosa vuoi che faccia dunque, console?»

«Mi chiedevo una cosa. Tu hai detto che tutti i segni sono stati favorevoli a Roma per il prossimo conflitto. Il che, indirettamente, andrebbe addirittura a rafforzare la posizione di quest’indegno».

«Se ragioni così…sì. I segni son stati tutti benevoli. Non uno di questi ha destato in noi perplessità».

Fu in quel momento che Lentulo parve arrendersi. Posò la coppa, giunse le mani e annuì, con espressione perplessa.

Ma all’improvviso sollevò il capo.

Sfoggiando un’espressione carica di sagacia e perfidia.

«Non avranno destato perplessità per voi. Ma per quanto degno di rispetto, il vostro collegio non è così noto al popolo».

«Intendi sminuire a tal punto il nostro sacro operato?»

«Nient’affatto. Non ti avrei chiamato qui, ora. Intendevo dire che il popolo, nella sua ignoranza, non può capire il vero significato dietro ciò che interpretate. Ragion per cui, volendo sarebbe possibile indirizzare le loro opinioni all’occorrenza».

«Tu vorresti che noi mentissimo circa i segni del cielo?»

«Oh, che parola forte» finse d’offendersi Lentulo, agitando le mani. «Io vorrei dell’altro. Vorrei che il popolo capisse quanto siamo vicini alla fine, e tutto ciò perché stiamo consentendo a un uomo sordido, non degno e roso dall’ambizione di usare l’Urbe come uno strumento di potere. E io credo, augure, che se variare il senso dei segni può salvare la nostra Repubblica, allora è necessario farlo. Sarà sempre meglio di una guerra civile, cosa che nessuno vuole. Giusto?»

L’augure rimase in silenzio.

La richiesta che gli era stata fatta avrebbe significato violare il sacro giuramento, enunciando falsità dietro i segni degli Dei.

Un reato gravissimo, un imperdonabile oltraggio.

Ma al contempo, capiva la richiesta del console.

E nel profondo, la condivideva.

Era anch’egli un nobile, come altri, che si sentiva a rischio in un mondo di plebei che ascendevano al potere così facilmente.

«Devi rispondermi» lo incalzò Lentulo. «Si può fare? È possibile, per voi, alterare anche solo momentaneamente il senso dei segni divini, davanti alla garanzia di un futuro di pace?»

Alla fine aveva parlato chiaro.

Ecco cosa voleva.

Chissà se avrebbe funzionato, se sarebbe riuscito a convincere i suoi pari. Sarebbe servito un po' di tempo.

A quel punto, arresosi, l’augure si sollevò stancamente e rise.

Si avviò verso l’uscita, arrancando e tenendosi al suo bastone.

«Tutto è possibile, console. Tutto. Basta volerlo» disse senza voltarsi. Poi uscì.

Lentulo aveva ottenuto ciò che voleva.

XI

Appartenenza

Coste della Cornovaglia, Maggio 327 a.C.

Agitò di nuovo la mano, prolungando quel triste saluto.

Mentre la trireme prendeva il largo, Pitea poté ancora vedere le sagome della gente di Cornovaglia farsi sempre più piccole, irriconoscibili.

Un altro addio.

Perché non poteva credere che avrebbe mai potuto fare ritorno.

Era una terra che gli era rimasta dentro, la Cornovaglia.

Come tutta la Britannia, e forse di più.

Nel grigiore dei mari del Nord aveva trovato in quelle coste i colori del Mediterraneo, acque che in prossimità della terraferma si facevano cristalline e spumeggianti.

Rocce di ogni forma si ergevano solitarie dagli abissi, costantemente bagnate dalle onde che vi si infrangevano addosso.

E addentrandovisi, quel territorio era capace di offrire altre meraviglie. Là dove le colline si susseguivano morbide, i loro prati dolcemente mossi dal vento, resistevano antichi forti in pietra eretti con massi giganteschi, al punto da fargli credere che fossero stati dei colossi a smuoverli.

Gli antichi fortilizi dei Celti.

Poteva chiaramente sentire nell’aria il mistero di quei luoghi ormai abbandonati, attorno ai quali al massimo poteva vagabondare qualche pastore appresso al suo gregge.

Eppure la storia, il passato glorioso di quella gente era tutt’intorno a lui. E da un momento all’altro, testimonianze di quei tempi andati potevano emergere inaspettate.

Iscrizioni su rocce e pareti delle caverne, monili e utensili sepolti sottoterra. Perfino interi siti megalitici, come già ne aveva visto.

In quei momenti si era sentito ospite più che mai, e con il rispetto dovuto si era presentato a quella terra e a chi l’abitava.

Questa era la ragione per cui il popolo di Cornovaglia, lo salutava ancora con affetto. Si era saputo presentare con gentilezza e modestia, pronto ad imparare umilmente dagli indigeni anziché pretendere, da straniero, di imporre il suo mondo in quelle lande.

E quella gente, che viveva del commercio di stagno con le colonie Cartaginesi di Spagna, si era presa cura di lui quasi adottandolo.

Dubitò che i Cartaginesi avrebbero fatto altrettanto.

Era infatti quello il motivo della sua rotta verso la Gallia. Non avrebbe potuto circumnavigare le Colonne d’Ercole, per quanto lo desiderasse, a causa del blocco imposto da Cartagine.

Avrebbe dunque attraversato il braccio di mare che separava Gallia e Britannia, per poi proseguire via terra.

Quanti nomi, quanti luoghi. E in questi, quante vite.

Passeggiò per il ponte senza sapere bene che fare. Il cielo salutava il tramonto imminente, colorandosi d’oro e rosa in attesa che la notte calasse sulla volta celeste.

Si sedette a terra, con le braccia a cingere le ginocchia sul petto.

La luna era già visibile, candida e sfumata là dove il cielo ancora conservava il suo azzurro. Stormi di uccelli si univano, creando le forme più disparate nella loro danza.

Non era ancora possibile vedere la Gallia all’orizzonte.

Ma presto sarebbe apparsa.

Sentì la nostalgia dissolversi, lasciare posto al senso di leggerezzae di positività verso il domani che pervade chiunque sia di ritorno a casa dopo un lungo viaggio.

Ma non era solo la felicità a farlo sentire così.

La verità era che la nostalgia che aveva sempre provato verso la Gallia, ora la pativa nel ricordare i luoghi appena lasciati.

Non si sentiva più solamente Pitea di Marsiglia.

Ma bensì Pitea, figlio degli oceani, abitante del mondo intero.

Come mille uomini in uno.

Era questo il dono che riceveva il viaggiatore. Quello di liberarsi dei propri limiti, ampliando il suo senso d’appartenenza a tutto il creato e abbracciando la terra e le sue continue sorprese.

Una condizione meravigliosa.

Ma anche incerta, indefinita.

E incerto era anche il suo futuro.

Quel pensiero lo incupì.

Pensando al domani, non avrebbe saputo immaginarlo.

Avrebbe danzato sul filo sottile che separava la gloria dal dileggio, il ricordo perenne dall’oblio riservato agli incompresi.

Sarebbe dipeso da lui, ma anche dall’approvazione della sua gente.

Incertezza.

Quella percezione lo lasciò sconcertato per alcuni istanti.

Ma poi si riebbe.

Per quanto difficile da gestire, se vi era un’emozione capace di far esprimere agli uomini tutto il loro potenziale questa era proprio l’incertezza. La possibilità del fallimento che imponeva all’uomo di prendere in mano il proprio destino, di prendere le decisioni giuste per sovvertire il fato avverso.

E così lui avrebbe fatto.

Avrebbe trasformato la paura in una sorgente d’energia, fatto dell’incertezza la ragione stessa per dare forma e concretezza al futuro che desiderava per sé.

Un futuro in cui sarebbe tornato a quelle terre, cui aveva detto addio col cuore dolente.

Perché lui, Pitea di Marsiglia, apparteneva al mondo intero.

E così si sarebbe sentito, sino al suo ultimo giorno.

XII

Il mondo

Normandia, Maggio 327 a.C.

«Ma quello è…non ci posso credere!» sbottò il sovrintendente del piccolo porto di Corallium. In quel giorno per niente primaverile, col sole intrappolato tra nubi che minacciavano pioggia, si sarebbe aspettato di tutto meno che di dover predisporre frettolosamente l’accoglienza a quell’uomo del quale non aveva ricevuto notizie da oltre un anno.

Decine di operai presero a sciamare per il molo, sino a che la trireme non fu fatta attraccare. Dal ponte emerse un uomo.

Non alto ma robusto, il volto squadrato e gli occhi energici e attenti. Lo ricordava più in ordine, mentre ora si mostrava dimesso, ricoperto di vesti inumidite e con i capelli lunghi.

Quando discese dalla passerella rimase per qualche istante fermo a guardarsi intorno, tra il confuso e il sollevato.

«Dei onnipotenti! Pitea!»

«Antemio!» esclamò questi, non meno sorpreso.

«Non avrei mai pensato di rivederti qui!» disse il sovrintendente, abbracciandolo con fare cameratesco.

Pitea sorrise appena. Gli parve provato, ma quasi ringiovanito.

«Se mi avessi avvisato…quale imbarazzo! Non ho nulla di pronto. Ti prego, seguimi» lo invitò prendendolo sottobraccio «ti ospiterò a casa mia. Sarà un onore. Almeno sarò certo che potrai avere un pasto caldo e un giaciglio comodo per la notte».

Notando la reticenza del suo interlocutore a spostarsi, Antemio si voltò a guardare la trireme. Non sembrava esservi più nessuno a bordo, e tutto il materiale, tra provviste e affetti personali sembrava esser già stato scaricato. Vide a malapena un paio di uomini languire vicino agli ormeggi.

Aggrottò la fronte, unendo le folte sopracciglia ingrigite.

«Ma, Pitea…il tuo equipaggio…»

«Sì, amico mio. Sono rimasti solo coloro che vedi» affermò questi con tranquillità.

«Ma come mai?»

«La maggior parte di loro è stata reclutata nelle varie terre in cui sono approdato. Britannia, Germania, le isole dell’ambra. Ho ritenuto giusto che facessero ritorno alle loro dimore, una volta conclusosi il viaggio».

Antemio lo fissò esterrefatto.

«Tu sei stato in quei luoghi? Conosco la Britannia, ma non avrei mai pensato che esistessero altre terre più in là».

«Ve ne sono, Antemio» sorrise Pitea, mentre i suoi occhi si illuminavano. «Ho fame. Se tu fossi così gentile da ospitarmi, sarei felice di parlartene davanti a qualsiasi piatto potrai offrirmi».

Onorato per quell’illustre e inattesa presenza, Antemio aprì le porte di casa propria a Pitea, lasciando che avesse un bagno caldo prima di sedersi con lui a mangiare dello stufato.

Per ore non parlò. Lasciò che quell’uomo straordinario, di immane cultura ma così avvezzo anche all’avventura e all’esplorazione gli raccontasse del suo viaggio. Si esaltò immaginando la navigazione per le tumultuose acque della Britannia, e rimase incantato nel sentirlo parlare di Thule e di quella magica terra ancora più a Nord, dove il sole poteva splendere per mesi senza lasciare il cielo.

Pur non essendo un uomo abile nei calcoli, volle che Pitea gli spiegasse le cause di un simile fenomeno. Annuì interessato anche davanti al mistero delle origini dell’ambra, rivelatosi molto meno epico ma comunque intrigante.

Solo quando vide il suo ospite quasi stremato per il lungo racconto si sentì autorizzato a riprendere parola.

«Io sono un uomo semplice, Pitea. Non so molto di calcoli, di astri e non saprei orientarmi seguendo le stelle. Ho viaggiato, certo, ma non come te. A dire il vero, credo che nessuno abbia visto ciò che tu hai potuto ammirare. Ma ti credo. Perché vedo la luce che brilla nei tuoi occhi, non gli occhi di un sognatore ma di un uomo che ha trovato la verità, che ha aperto la sua mente».

«Mi trovi cambiato, Antemio?» gli chiese allora Pitea, sorridendogli allusivo.

«Per me rimani sempre la più amabile delle compagnie» rispose Antemio massaggiandosi il mento barbuto. «Da amico, sento che nulla è cambiato in te. Ma sicuramente ti è successo un qualcosa di straordinario. Forse, come sempre, tu sai la risposta meglio di chiunque altro».

Pitea rise, come non faceva da tempo, e si abbandonò sulla sedia.

Poi rimase a riflettere per qualche secondo.

«Sai, Antemio, hai ragione. Qualcosa è accaduto. E c’è una luce diversa nei miei occhi. In tanti me l’hanno detto, e ci ho pensato a lungo. Penso semplicemente di aver abbracciato il mio destino. Il destino di chi viaggia, non per dovere ma per sentirsi vivo. E così facendo ho accettato non di cambiare in senso stretto, ma bensì di essere un animo costantemente in divenire, sempre lo stesso ma in realtà mai uguale, proprio come la realtà che ho visto e vissuto».

Antemio lo guardò ammirato.

Quello era forse un ragionamento troppo elaborato per lui, eppure si sentì grato per aver avuto l’opportunità di ascoltarlo.

«Indubbiamente quanto dici è frutto di ciò che hai visto. E tu stesso mi hai raccontato le meraviglie che hanno reso indimenticabile il tuo viaggio. Ma

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. Registrati per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di Historia Romana, Vol. II

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori