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Canturini: uomini che hanno reso grande la Pallacanestro Cantù

Canturini: uomini che hanno reso grande la Pallacanestro Cantù

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Canturini: uomini che hanno reso grande la Pallacanestro Cantù

Lunghezza:
276 pagine
4 ore
Pubblicato:
30 ago 2019
ISBN:
9788834178331
Formato:
Libro

Descrizione

Conoscere la storia della Pallacanestro Cantù attraverso i suoi uomini: i dirigenti illuminati come Aldo Allievi, Corsolini, Arrigoni o i leader in panchina come Stankovic, Taurisano, Bianchini, Sacripanti e Trinchieri. Poi tutti i suoi campioni da Recalcati a Marzorati, da Riva a Mannion, da Bailey a Brewer e Flowers. I suoi trionfi: gli scudetti, le coppe Europee (Grenoble come non ve l'hanno mai raccontata) e le sfide leggendarie coi suoi più feroci nemici o i campioni più bizzarri come Neumann, Reynolds o Boswell ma pure i drammi come quelli di Vendemini, Innocentin e Ravaglia. Un viaggio in cui la piccola Cantù ed i suoi uomini hanno attraversato momenti come la finale di Monaco 72 o la corsa memorabile di Jim Valvano. Un viaggio che tutti dovremmo conoscere
Pubblicato:
30 ago 2019
ISBN:
9788834178331
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Canturini - Carlo Perotti

internazionali

PREFAZIONE di Stefano Sacripanti

Una cesta, una palla.

Un canestro, un oratorio, un cortile.

Cantù, la città dei mille canestri.

Per noi, nati sotto l’ombra del campanile, questa è Cantù.

Cantù e la pallacanestro, una cosa sola, un assioma, qui cercare di fare entrare una palla dentro al cesto è scuola di vita, insegnamento per diventare uomini. <... i colori che noi portiamo sono la gloria, sono la storia > così cantano gli Eagles in ogni palazzo del mondo. Perché Cantù è la storia del basket: un amore viscerale per la squadra che fa fare ai suoi tifosi chilometri e chilometri per sostenerla in qualsiasi posto si giochi ed è la sofferenza per una retrocessione o la gioia infinita per ogni trofeo, scudetto, coppa campioni, coppa intercontinentale, coppa Korac, coppa delle coppe, super coppa.

Cantù è una città che si prepara ogni domenica a vivere i quaranta minuti insieme alla squadra, perché qui la squadra e il suo popolo sono una cosa sola. Cantù è senso di appartenenza a quei valori che sono stati dati a tutti i suoi bagaj , a quei giovani giocatori che hanno avuto la fortuna di crescere nella prima foresteria creata in Italia e che, per scendere sul parquet, prima dovevano portare buoni voti scolastici: qui da noi, come ripeteva un grande presidente, cerchiamo di creare prima uomini, poi giocatori.

Cantù è la storia, dicevamo, e la storia è fatta di persone, aneddoti, che nella città dei mille canestri vengono tramandati di padre in figlio. E qui entra in gioco l’amico Carlo Perotti, allenatore, giornalista, esperto più che tifoso di Duke e di Cantù, ma soprattutto amante viscerale del gioco della palla a spicchi. È lui che, per far sì che venga tramandata ancora meglio la storia della pallacanestro Cantù, mette tutto nero su bianco con la voce narrante dei personaggi di questa favola biancoblù. Li va a scovare a uno a uno: presidenti, allenatori, giocatori, fisioterapisti e custodi dei palazzi dello sport, li interroga, li fa parlare e tira fuori il lato più bello del nostro mondo: quello delle emozioni, delle paure, delle gioie, di tutto ciò che succedeva dietro le quinte.

Non tanto per raccontare il trofeo o il risultato, quanto per trasportarci con lui in quel viaggio fatto di sfide e di valori che i nostri padri ci hanno tramandato guardando, con la lente di ingrandimento, le avventure, forse un po’ romanzate, che fanno parte di tutti noi.

Noi, quelli di Cantù, la città dei mille canestri .

INTRODUZIONE

Una vita da canturino.

Ed è speciale far parte, sia pur di sbieco, quasi in disparte e dalla tribuna stampa, di un luogo speciale dove è nata una delle leggende più improbabili della storia della pallacanestro mondiale: una cittadina di (oggi) quarantamila abitanti che diventa la società più titolata d’Europa.

La Regina d’Europa.

Partendo così dal sogno di due ragazzi che avevano voglia di provare un nuovo sport che aveva appena esordito nelle Olimpiadi naziste di Berlino sino a vincere scudetti, coppe dei campioni, coppe Korac, coppe delle coppe e intercontinentali, supercoppe italiane seguendo le direttive di sciur Aldo Allievi.

Seguendo sempre una finissima visione artigianale ed imprenditoriale e una passione che cova nell’anima dei suoi abitanti.

Nei miei libri precedenti avevo qua e là raccontato l’ambiente che conosco meglio, vi erano dei canturini in alcuni racconti nei Forgotten Sons ed avevo raccontato una stagione random in Sulle Montagne Russe . Quando Alessandro Palermo, addetto stampa della Pallacanestro Cantù, lo scorso autunno mi chiese di contribuire con una rubrica su Biancoblù Magazine decisi di proporre dei ritratti di giocatori ex sia di Cantù che dell’avversaria di turno: nacque così " Ex Canturium".

Mentre i profili progressivamente passavano da 3-4 mila battute sino a triplicare la lunghezza per la disperazione di Palermo e Walter Gorini cresceva in me l’idea di unire il tutto coi profili già realizzati per creare un instant book .

Unendo libri, interviste e rubriche si poteva fare.

Ma mi mancava un trait d’union : l’idea finale è stata la Storia.

Ricostruire la storia di Cantù nel miglior modo che conosco: raccontando le vite dei protagonisti.

Per farlo in maniera cronologicamente logica avevo bisogno di integrare con personaggi imprescindibili e per questo, aggiungendo quindici storie totalmente inedite, ho potuto legare Angiolino Polli e Mario Broggi, quei ragazzi affascinati dal basketball americano, a Maurizio Tassone passando per praticamente tutti i giocatori (ma non solo) più importanti della storia di Cantù.

Qualcuno manca, lo ammetto. Vlado Micov o Manu Markoishvili avrebbero meritato un capitolo a parte loro dedicato così come Bob Burgess o Bob Lienhard ma praticamente tutti vengono citati e ricordati in qualche parte del libro.

A volte poi le storie si intrecciano, non si può scindere Recalcati da Taurisano o Sacripanti da Thornton. La loro parabola cestistica è intrecciata fittamente e la scelta della storia breve biografica non può evitare che determinati momenti vengano ricordati in due o più storie differenti.

Anche gli orologi atomici a differenti latitudini presentano alla fine tempi differenti, in fisica il tempo è trattato come continuo, nello sport va trattato come relativo perché la parabola di un tiro di Pace Mannion contro il Real Madrid o la mano di Jim Brewer che respinge il tiro di Vittorio Gallinari a Grenoble seguono leggi metafisiche e non ordinarie.

Seguono la leggenda di Cantù e dei suoi Canturini.

Buona Lettura

Carlo Perotti

GLI INIZI

Era l’estate del 1936 quando Angiolino Polli, figlio di un salumiere, ed il suo amico Mario Broggi cominciarono ad interessarsi ad uno sport arrivato dagli Stati Uniti che aveva appena esordito come disciplina olimpica nelle Olimpiadi di Berlino, organizzate dal Reich nazista: la Pallacanestro.

Decisero allora di fare una squadra. I problemi erano essenzialmente tre: trovare dei giocatori, un campo dove praticare questo bizzarro sport e capire le sue regole.

Trovare degli amici disposti a giocare non fu un grande problema, rapidamente entrarono nel gruppo Peppe Borghi, Alberto Broggi, Piero Colombo, Nene Marchi, Attilio Molteni, Vittorio Sgariboldi ed Attilio Tanzi. Il primo roster della Storia di Cantù.

Per capire come si gioca invece il duo Polli-Broggi trovò un libro in una libreria canturina, preziosissimo per comprendere le regole del gioco e come disegnare le righe in campo. Ed il primo campo fu, naturalmente all’aperto, ma pure su un terreno erboso ed accidentato dove la Pallonessa , ovvero una palla irregolare tutta bozzi, spesso si gonfiava d’acqua fra la pioggia e le pozzanghere tanto da non entrare più nel canestro. Un passo avanti importante fu iniziare a giocare in una balera in via Cattaneo, rigorosamente quando non vi erano eventi di ballo e poi sul campo delle Sacramentine dove si giocarono le prime partite più o meno ufficiali nel 1937. Visto che si giocava all’aperto il Podestà Antonietto Vailati fece costruire, con l’aiuto del cavalier Marelli, una copertura al cortile dove si giocava.

Si giocava con tre giocatori in attacco e due in difesa che non dovevano mai passare la metà campo ed arrivarono anche dei nuovi giovani in squadra come Alfredo Broggi e Carlo Lietti. Arrivò pure un bel pallone nuovo dall’America e le maglie da gioco giallo-blu con la scritta O.N.D., ovvero Opera Nazionale Dopolavoro.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, il campo da gioco passa in Piazza Parini e, con l’arrivo nel 1941 del primo vero allenatore Luigi " Cico " Cicoria, ex giocatore campione d’Italia con la Borletti Milano, anche il gioco diventa moderno coi cinque giocatori in campo che sia difendono che attaccano. La OND domina a livello provinciale e comincia a spostarsi in giro per l’Italia ad affrontare avversarie più quotate ma nel 1943, con la caduta del fascismo, deve abbandonare il suo nome. Un momento difficile, il partito fascista foraggiava economicamente lo sport italiano, i giocatori riescono a tenere in piedi la squadra ed alla fine della guerra, a partire dalla stagione 1945-46, nasce la denominazione attuale: Associazione Pallacanestro Cantù.

Negli anni successivi Cantù sale dalla Serie C alla serie B e dopo solo un anno viene promossa in Serie A, nel 1954, sospinta dalla sua prima stella Adelino " Lino " Cappelletti, giocatore con una potenza clamorosa nelle gambe e primo canturino a giocare in nazionale segnando pure 45 punti in una gara, record battuto poi da un altro Canturino, Antonello Riva, molti anni dopo. Ma se sul campo è una forza della natura, nella vita Lino ha un animo sensibile ed artistico tanto da diventare un apprezzato pittore.

Cantù retrocede subito ma dopo un solo anno, prima con lo sponsor Milenka ed in seguito col nome Mobili Cantù sulle maglie, torna stabilmente in Serie A.

Siamo nel 1956, come sponsor prima e come presidente poi, arriva il commendatore Ettore Casella che porta con sé il figlio Erminio e un giovane dipendente di nome Aldo Allievi oltre che un nuovo nome alla squadra, quello di uno dei marchi della sua società di acque minerali: Oransoda.

L’istriano Isi Marsan viene promosso allenatore al posto dell’americano James Strong mentre arriva un americano che entra nella leggenda di un Palasport Parini finalmente coperto e chiuso secondo le nuove regole della Federazione: lo chiamano Capitan Uncino perché tira in gancio praticamente ogni tiro preso dal campo. Il suo nome è Tony Vlastelica, è un’ala di 1.92, americano ma di origine croata, dalle origini molto povere " Eravamo i più poveri dei poveri. Dai sette ai nove anni non andai a scuola perché dovevo aiutare la famiglia per sopravvivere, lavorando e aiutando mio zio che era pescatore " ricorda ancora oggi l’ottantanovenne giocatore, tornato ora in Oregon.

Dopo aver fatto il college ad Oregon State, dove era stato una star assoluta, viene scelto dalla NBA nei Rochester Royals ma l’anno successivo giunge in Italia ed è subito il capocannoniere della Serie A con la Benetti Pesaro. Era arrivato in Italia guadagnando 10.000 dollari a stagione " Mi chiamarono in Italia perché mi credevano di origine italiana per via del cognome e pensavano di naturalizzarmi per le Olimpiadi del 1960 di Roma " ride ancora oggi Vlastelica al pensiero. Ma dopo aver segnato 55 punti proprio ai brianzoli il 7 aprile del 1957, viene acquistato da Cantù per la stagione 1957-58, con l’Oransoda che chiude al sesto posto in classifica e Vlastelica ancora capocannoniere.

Tony Vlastelica, come detto, tirava sempre in gancio, il suo punto preferito è sulla linea di fondo dagli angoli ed è praticamente impossibile stopparlo, il suo raggio di tiro però era praticamente infinito. La sua carriera finì presto per un infortunio alla schiena e, tornato negli States, aprì delle gelaterie in Oregon, California ed Idaho. Oggi è pensionato e, nonostante un intervento al cuore per sostituire una valvola, è ancora bello arzillo.

La stagione seguente in panchina giunge Gianni Corsolini, un giovane coach bolognese chiamato dal commendator Casella e la nuova denominazione è Fonte Levissima. Lino Cappelletti si ritira nel 1963 e la sua eredità viene presa da un giovane prospetto pescato a Milano di nome Carlo Recalcati.

Con la nascita del Muro di Cantù formato da Bob Burgess, Alberto De Simone e Alberto Merlati ed un nuovo allenatore proveniente dalla Jugoslavia di nome Boris Stankovic, poi la storia della Pallacanestro Cantù comincia decisamente ad accelerare verso la leggenda.

NASCE LA LEGGENDA

Gianni Corsolini ama definirsi " Plumone " che in slang bolognese significa taccagno, non tanto nel senso di chi non vuol spendere soldi ma anche di chi non li possiede, ma in realtà è stato – ed è tuttora – una delle menti più fini ed argute della storia della Pallacanestro Cantù.

Nato a Bologna nel 1933 il piccolo Gianni passa l’infanzia da sfollato sui monti tosco emiliani a San Giorgio di Piano, mandato dal padre, che aveva assaggiato l’olio di ricino fascista per esser membro di Azione Cattolica, distante dalla guerra e dai suoi bombardamenti sul nodo ferroviario bolognese e dalla loro casa, che era stata rasa al suolo. Quando torna nella sua città nel dopoguerra, vive in una casa con altre tre famiglie " ma ricordo con commozione la solidarietà e l’amore familiare " col padre che deve seguire i lavori di ricostruzione di Bologna e la madre, malata di sclerosi a placche.

Bologna la Dotta, Bologna la Rossa ma Bologna anche culla della cultura americana con un fiorire di luoghi dove ascoltare il jazz, fumare le Winston, bere whisky e giocare a sport a stelle e strisce, come il baseball ed il basket.

Ed è in questo gran ribollire che Gianni comincia a frequentare i padri gesuiti ed il loro centro situato vicino a casa dove impara a giocare a basket " ma presto dei medici mi consigliarono di smettere perché causavo dei malori al pubblico presente e successivamente inizia ad allenare gente come il filosofo Stefano Bonaga, suo fratello Giorgio che arriverà sino alla serie B ed un certo Lucio Dalla. Corsolini vorrebbe studiare pure lui Filosofia ma il padre con la filosofia non si mangia… non è d’accordo e si iscrive a scienze economiche dove dà tutti gli esami di matematica per poi arenarsi, avendo la testa tutta nel pallone da basket. Allenavo le giovanili dell’Acli Labor e della Robur in CSI e la Libertas in C femminile sino alla Moto Morini dove esordisco come capo allenatore contro la Reyer alla palestra La Misericordia perdendo 52 a 47 ". Frequenta anche personaggi come Nello Paratore, a quel tempo coach della nazionale femminile, e Vittorio Tracuzzi che lo chiama ad allenare nelle giovanili della Virtus Bologna e a fargli da assistente in Serie A.

A fine anni Cinquanta lo sponsor della Virtus era l’Oransoda, marchio della famiglia Casella, che era diventata proprietaria di Cantù e che col marchio principale Fonte Levissima sponsorizzava il proprio club. Aldo Allievi ragiunatt dei Casella e general manager di Cantù è in cerca di un coach professionista e chiede proprio a Tracuzzi un elenco di allenatori validi a cui affidare la squadra. Il coach di Bologna scrive una lettera con dei nomi e poi aggiunge " c’è anche il mio assistente allenatore, un giovane universitario, è uno originale ma è uno in grado di allenare il vivaio e la serie A e proprio accompagnato da Tracuzzi il giovane Corsolini nell’estate del ’57 si reca a Cantù per conoscere Aldo Allievi Tracuzzi amava le donne e i motori e guidava come un pazzo, solo Aldo Giordani era più spericolato alla guida, e pensai di non arrivare vivo sino in Brianza, un viaggio della speranza ".

Aldo Allievi, profondamente cattolico e cristiano, apprezza subito le origini cattoliche di Corsolini ed espone il suo piano: " Guardi Corsolini, io di pallacanestro non capisco nulla ma mi dicono sia uno sport valido per i giovani, non mi interessa solo la parte tecnica ma voglio che i nostri ragazzi studino e leggano libri, lei dovrà organizzare per noi attività negli oratori… . Per cui nella stagione 1958-59, il giovane bolognese diventa coach di Cantù porta i giocatori ad allenarsi dai boschi di Alzate Brianza sino alla Parini e ha il miglior giocatore, nonché capitano, Lino Cappelletti che è un suo pari età, questa cosa mi intimidiva un po’, avevamo entrambi venticinque anni ", ma gira anche come una trottola per oratori: San Teodoro, San Michele, Alzate, Fecchio, Erba, Fino Mornasco, Cucciago, Mariano Comense sino al San Rocco di Seregno. Trova il prezioso aiuto di Giulio Mauri che lavorava in banca ma dopo il lavoro organizza partitelle di minibasket con Corsolini e con cui scriveva poi fantomatici referti di partite sulla carta per il prosciutto del macellaio Molteni in piazza a Cantù per dimostrare la loro attività allo Sciur Aldo.

Presto però ci si accorge che per pescare nuovi talenti il raggio d’azione va ampliato.

Corsolini inizia perciò a frequentare gli oratori di Milano, il regno dell’Olimpia e di Cesare Rubini.

Rubini non amava i giovani allenatori, eccezion fatta per il suo pupillo Sandro Gamba ma prende in simpatia Corsolini e lo tollera nei suoi poderi di caccia, Gianni incontra al Pavoni un altro giovane allenatore di grande talento e temperamento di nome Arnaldo Taurisano e gli chiede di aiutarlo con le squadre giovanili. Il Tau tentenna perché aveva un oneroso impegno col presidente di Vigevano ma si lascia convincere quando Corsolini gli promette di lasciargli presto la panchina della Serie A: non aveva infatti intenzione di continuare con la carriera di allenatore, ma era più interessato ad una carriera nel settore industriale. Ed assieme a Taurisano notano, e successivamente prendono, Carlo Recalcati soffiandolo all’Olimpia Milano.

La scelta di portare a Cantù Taurisano sarà assai probabilmente la miglior idea di Gianni Corsolini a favore della Pallacanestro Cantù. E con Taurisano arriveranno in seguito, sempre dall’ambiente milanese, Valerio Bianchini, Riccardo Carmina, il dottor Marco Klinger…

Frequentando poi la palestra del Leone XIII e chiacchierando con Pippo Faina e Bruno Arrigoni, Corsolini viene a sapere che all’oratorio di Lissone c’è un lungo interessante che gioca solo per puro divertimento di nome Della Fiori. Si reca là di domenica mattina e trova un ragazzone di due metri che tira delle gran sassate da metà campo. " Mi sono avvicinato e gli ho chiesto se giocasse e lui mi rispose che voleva giocare ma che lavorava di notte in una tipografia. Gli chiesi di poter parlare coi suoi genitori e proposi loro di far giocare il giovane Fabrizio con noi, ovviamente erano contrari…ma a Cantù avevamo un consigliere di nome Gioia che aveva una tipografia e dandogli un lavoro lì ebbi il loro consenso ". Al parroco invece andarono dieci palloni, che chiaramente non erano nuovi ma solo ben lavati…

Con Aldo Allievi poi si sviluppa l’idea della foresteria: il college di Cantù dove ragazzi presi da varie parti d’Italia venivano per giocare a basket ma anche per studiare, crescere come uomini e in un’ambiente serio e sereno. E fortemente cattolico. E dalla foresteria poi nasceranno quei campioni che faranno grande Cantù nei venticinque anni successivi, un’idea poi copiata e migliorata dai Benetton e Giorgio Buzzavo con la Ghirada di Treviso.

" Cantù è una piccola città artigiana ma con l’organizzazione e la formazione/educazione siamo arrivati a farne la Città dei Mille Canestri con un canestro ad ogni cortile " ricorda con orgoglio Corsolini.

Se ad Allievi interessava molto l’aspetto sociale che la pallacanestro Cantù doveva promuovere sul territorio, la famiglia Casella era interessata a quello commerciale: " Senta Corsolini – gli dissero – secondo i sondaggi Nielsen i nostri prodotti sono visti dagli acquirenti al livello di quelli di Ignis, Scavolini, Simmenthal o Candy ed allora anche la nostra squadra deve essere al loro livello ". Parte quindi un’opera di rafforzamento della squadra, per un biennio arriva proprio Tracuzzi sulla panchina di Cantù, con due quarti posti, per poi ritornare Corsolini come head coach.

Qualche acquisto è rocambolesco.

Grazie a Nello Paratore, che aveva conosciuto ai mondiali di Argentina un giocatore di chiare origini italiane, Corsolini – con l’aiuto della moglie Mara che sapeva lo spagnolo – scrive una bella lettera ad Alberto De Simone, invitandolo a venire a giocare a Cantù. Ma, non arrivando nessuna risposta dopo settimane, Corsolini riesce a trovare un numero di telefono del giocatore che non aveva mai ricevuto la lettera per lo sciopero – huelga o piqueteros lo chiamano laggiù – delle Poste Argentine. Qualche settimana dopo, il 9 Novembre del 1964, Caña De Simone arriva elegantissimo a Linate con la moglie… aveva approfittato del viaggio in Italia per fare il viaggio di nozze.

Qualche acquisto è meno azzeccato.

Come quello di Mike Lynn, nome prestigioso perché uscito dalla UCLA di John Wooden, preso come straniero di coppa per la prima Coppa dei Campioni ma un vero disastro. " In campo tirava qualsiasi pallone gli passasse fra le mani e fuori era un disastro, gli avevamo procurato come auto una Fiat Dino e la lasciava in giro di notte, una notte brava, per tornare a casa a piedi così al mattino dovevamo andare a recuperare l’auto. Prese così tante multe che allora se ne andò a protestare al consolato americano a Lugano facendo un putiferio e alla fine dovemmo pagargli quei soldi che volevamo trattenere per le multe! ".

Conoscendo poi un intellettuale di nome Luciano Bianciardi a Corsolini viene l’idea di mandarlo in Israele per seguire la squadra e scrivere un pezzo per la sua rivista di nome Kent , una rivista in cui scrivevano intellettuali importanti come Giorgio Bocca, Gianni Brera, Leonardo Sciascia ma che era anche l’equivalente italiana di Playboy, così la squadra finisce in una rivista piena di nudi femminili. La Mariuccia Allievi, moglie di Aldo, non la prende bene " Aldo! Quel Corsolini l’è un brav fioeu ma l’è periculus! I nostri ragazzi con le donnine nude! " e Gianni viene perciò convocato nella sede milanese della Levissima per parlare con la moglie di Erminio

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