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Filarete e la città ideale: Politica e architettura nel primo Rinascimento
Filarete e la città ideale: Politica e architettura nel primo Rinascimento
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E-book385 pagine3 ore

Filarete e la città ideale: Politica e architettura nel primo Rinascimento

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Info su questo ebook

Antonio Averlino, detto Filarete, è forse uno degli artisti del Quattrocento meno noti al grande pubblico. Nel suo trattato di architettura, in cui progettò una città ideale per il nuovo signore di Milano, Francesco Sforza, egli seppe esprimere una parte importante della cultura e del pensiero politico del suo tempo. A metà del secolo, dopo la pace di Lodi, iniziò ad affermarsi l’idea, alimentata dall’Umanesimo, che l’uomo potesse vivere in armonia con i propri simili e con il mondo. Ciò andò per certi versi di pari passo con l’ascesa di nuove forme di potere, che si stavano sostituendo alle istituzioni precedenti e avevano in parte bisogno di legittimare se stesse. Questi diversi aspetti confluirono nelle riflessioni sul tema della città ideale e sulla sua possibile e concreta realizzazione. Averlino, su cui questo lavoro si concentra, fu il primo a progettarne una per intero, ma durante quei pochi decenni, prima che le Guerre d’Italia rimettessero tutto in discussione, anche Leon Battista Alberti, Francesco di Giorgio Martini e Leonardo da Vinci pensarono, in modi e contesti diversi, allo stesso argomento.

Marco Mercato è nato a Pompei nel 1991, ha conseguito nel 2012 il Diploma di Specializzazione in Studi Sindonici presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e, nel 2017, la Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso l’Università “Federico II” di Napoli. Ha partecipato occasionalmente, e partecipa tuttora, al programma Rai Passato e Presente.
LinguaItaliano
Data di uscita26 ago 2019
ISBN9788834175439
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    Filarete e la città ideale - Marco Mercato

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    PREFAZIONE

    Filarete è un autore e architetto noto soprattutto per la sua esposizione di una città ideale, che costituisce un esempio cospicuo nel suo genere. Come lucidamente affermò Eugenio Garin, la elaborazione di città ideali nel Quattrocento non è immediatamente ascrivibile al genere utopico, codificato nel secolo successivo nell’opera eponima di Thomas More, che avrebbe attraversato tutto il Cinquecento, culminando nella Città del Sole di Campanella. Ciò che distingue quelle prestazioni da queste ultime, sempre secondo Garin, era che le prime erano piuttosto delle razionalizzazioni di città esistenti che ideazioni di città contrassegnate dalla loro alterità assoluta, rappresentata anzitutto dalla lontana insularità, come sarebbe risultato già nell’archetipo moreano.

    L’osservazione del grande storico del Rinascimento risulta, in modo peculiare, pertinente per il volume del Filarete, che, infatti, rimanda, come è ben evidenziato nel libro, alla situazione socio-politica di Milano durante la signoria sforzesca. Ma, al di là di queste differenze, tuttavia, le città ideali e le utopie cinquecentesche sono assimilabili, se si fa riferimento a un classico della storiografia degli ultimi decenni, Ricerca del Rinascimento del grande studioso Manfredo Tafuri. Questi, volendo racchiudere in una definizione complessiva la cultura di un periodo complesso e contraddittorio come il Rinascimento, usò la formula di mettere in immagine ovvero la ricerca di nuove forme nelle quali inserire in un ordine quel ricco e multiverso fiorire di saperi, filosofie, arte, letteratura, che contraddistingue l’età quattro-cinquecentesca. La questione era, appunto, di creare nuove forme adeguate alla tumultuosa insorgenza delle novità rinascimentali, che si distanziavano dagli assetti disciplinari ereditati dai secoli medievali.

    Era la rivendicazione provocatoria e manifesta di una rivoluzione culturale, che necessitava quindi di una inedita forma, di cui la razionalizzazione delle città ideali quattrocentesche, come Sforzinda, costituiva l’esperienza esemplare di un progetto architettonico. In tale rivendicazione un posto preminente era assegnato, per un verso, alla scoperta o riscoperta di testi classici, e, d’altro canto, al logos, inteso come parola e come ragione, quel logos, che insieme al libero arbitrio, era il tratto distintivo dell’uomo umanistico. E, a proposito di classici, che diversamente dal Medioevo, erano scrutinati in una prospettiva filologica, vale a dire in una ottica storico-critica, emerge per la sua importanza un’opera fondamentale per l’architettura rinascimentale, dal Filarete a Leon Battista Alberti a Francesco di Giorgio Martini a Leonardo, per limitarci alle testimonianze quattrocentesche, il De re aedificatoria di Vitruvio.

    Su queste tematiche si sofferma con attenzione critica Marco Mercato in questa sua bella monografia sul Filarete, fornendone un ritratto complessivo, che arricchisce la bibliografia non ricchissima sull’Averlino, avvalendosi non solo della storiografia sulla città ideale, in modo precipuo delle sue pietre miliari, Garin e Firpo, ma anche di quella relativa ai diversi aspetti della vita e dell’autore di Sforzinda. Dopo una puntuale ricostruzione biografica, Mercato confronta Sforzinda con le più rilevanti visioni quattrocentesche sulle città ideali, per poi soffermarsi sulle specifiche valenze del contributo di Filarete. Per di più, peculiare rilevanza è data agli intrinseci rapporti che l’opera del Filarete, in particolare, ma anche le altre testimonianze su città ideali, instaurano con il contesto politico cui alludono.

    Questa di Mercato è una prima attestazione di studio storico, nella quale l’autore rielabora la sua tesi di laurea magistrale. Mercato dimostra una notevole attitudine alla ricerca scientifica e l’augurio che gli rivolgiamo è di continuare a cimentarsi nella investigazione storiografica.

    Gennaro Maria Barbuto

    INTRODUZIONE

    Se c’è un elemento che sembra andare contro ogni logica del periodo umanistico e rinascimentale, così fertile di idee e così generoso di uomini che lasciarono un’impronta profonda nella cultura di ogni tempo, questo è senza dubbio la città ideale. Sembra infatti che alcuni grandi uomini dell’epoca, dai pensatori agli artisti, si siano ad un certo punto dedicati, almeno in una parte della loro vita, ad immaginare qualcosa di assolutamente irreale, in un contesto dove la realtà e la sua indagine, invece, contavano più di tutto.

    Nel corso del tempo, quindi, si è spesso pensato, magari trattando l’argomento in modo frettoloso, che la città ideale non sia stata altro che uno dei tanti sogni della Storia, qualcosa da menzionare ma su cui non soffermarsi a lungo. In questo modo, le teorie e i disegni architettonici in proposito non sarebbero stati altro che qualcosa di bello e inutile. I palazzi, le piazze e gli spazi aperti non avrebbero mai ospitato nessuno, la loro esistenza sarebbe stata giustificata soltanto da una vacua volontà di perfezione e da un altrettanto vuoto desiderio di bellezza. Tutto questo sembra insinuarsi nella mente di chi in modo superficiale si approccia all’argomento, magari contemplando le tavole di Urbino, Baltimora e Berlino, divenute quasi un luogo comune nel discorso sulla città ideale. Questi tre dipinti, sulla cui origine e sul cui soggetto reale ancora si discute, danno quasi un’idea di immota ed eterna bellezza, destinata a sfidare i secoli. La presenza umana, accennata nelle ultime due tavole, appare lontana, piccola, insignificante, meschina di fronte a tanta grandezza.

    Eppure, andando ad approfondire l’argomento, ci si rende conto che nulla di quanto si possa pensare a primo impatto sia più lontano dalla realtà. Nel periodo al centro di questo lavoro, che va dalla fine del Trecento alla fine del Quattrocento, si possono individuare due percorsi: il primo riguarda gli aspetti politico-istituzionali e il secondo la dimensione culturale. La prima pista di ricerca lascia esterrefatti per l’insieme di conflitti che si verificarono: l’Italia dell’epoca stava vivendo una sorta di lungo periodo di assestamento, dovuto, come si vedrà, ad un insieme di fattori che sembrarono scatenarsi contemporaneamente e poi, dopo un periodo di tregua di circa quarant’anni, gli scontri si riaccesero più vivi che mai. Stando soltanto a questo scenario in cui anche altre parti d’Europa ebbero un ruolo centrale, si potrebbe pensare ad una congiuntura storica puramente negativa e dunque la città ideale potrebbe sembrare quasi l’espressione di un desiderio di fuga dalla realtà.

    Se non che, proprio in quel periodo convulso, nacque e si sviluppò l’Umanesimo, che potrebbe simbolicamente essere considerato il rovescio della medaglia. La riscoperta di sé che fu cominciata, portata avanti e che si cercò di mettere in opera, nel giro di non molti decenni avrebbe cambiato la visione del mondo e spalancato le porte alla modernità. E se il percorso politico-istituzionale fu tortuoso, quello culturale lo fu altrettanto. Sarebbe ingiusto pensare alla nascita e allo sviluppo sia dell’Umanesimo che del Rinascimento come una linea dritta in costante salita verso il progresso. In qualsiasi processo storico non vi è mai nulla del genere. Bisognava infatti fare i conti con i propri tempi e soprattutto con tutto ciò che vi era stato precedentemente e che ancora condizionava la vita di quegli uomini: la grandiosa cultura medievale che tanto aveva ancora da donare loro nonostante essi cercassero, per certi versi, di sbarazzarsene.

    Pensando all’arte di quel periodo vengono subito in mente i nomi di Masaccio, Brunelleschi, Alberti, Leonardo: tutti uomini protesi verso il nuovo, come se la storia dell’arte avesse deciso di cambiare pagina all’improvviso. Si rimane stupiti dalle loro opere e dal loro ingegno, dimenticando invece l’immane sforzo conoscitivo che ogni capolavoro include e nasconde e dimenticando che essi vissero in un lungo periodo di transizione nella storia del pensiero.

    Anche il pensiero politico stava cambiando, dal momento che i conflitti in cui questi personaggi vissero e in cui si trovarono coinvolti, diedero luogo a nuove realtà e a nuovi volti del potere i quali, in alcuni casi, scelsero di esprimersi proprio attraverso i centri nevralgici dell’epoca: le città. I centri urbani divennero così il potenziale strumento delle nuove tendenze politiche, le quali trassero giovamento dalla rinnovata forza culturale. La città ideale fu, almeno nella sua fase iniziale che sarà qui indagata – quella del primo Rinascimento – il risultato di questo incontro. Come si cercherà di mostrare, essa non fu vista inizialmente come il prodotto di un sogno ma come una vera e propria aspirazione da poter realizzare, perfetta sintesi di potere e cultura.

    Quell’epoca tormentata in cui si fusero meravigliosamente antico e moderno, realtà ed immaginazione, fu incarnata alla perfezione da un artista sconosciuto al grande pubblico ma che si è rivelato per gli studiosi un argomento di estremo interesse: Antonio Averlino, detto Filarete. Vissuto nella prima metà del Quattrocento, egli fu illustre spettatore degli eventi di quell’epoca e la sua vita e il suo pensiero, complessi e non privi di zone d’ombra, ne furono incredibilmente condizionati. Il nome di questo artista è indissolubilmente legato al tema della città ideale, in quanto egli, in uno dei trattati di architettura più complessi mai scritti, dedicò una parte della propria vita a progettarne una: Sforzinda. Sulla storia di questo artista e della sua città ho deciso dunque di soffermarmi.

    Ho scelto questo tema perché, pur non essendomi mai occupato approfonditamente della storia politica di quest’epoca, tantomeno della città ideale, ho trovato l’argomento straordinariamente affascinante: storia ed arte vengono unite in modo perfetto, cosa che dovrebbe avvenire sempre, dal momento che una miglior conoscenza deriva proprio dall’intreccio delle varie discipline fra loro.

    Prima di parlare di Sforzinda, però, è doveroso collocare ogni cosa all’interno della propria epoca e dunque, per cominciare, bisogna necessariamente partire dal racconto della vita del suo autore.

    CAPITOLO I - Filarete, un uomo del Quattrocento

    La nebbia delle origini

    Le notizie riguardo alla nascita e alla giovinezza di Antonio Averlino (o Averulino se si accetta la latinizzazione del cognome) sono estremamente scarse. Figlio di Pietro Averlino, probabilmente nacque intorno all’anno 1400, mentre per quanto riguarda il luogo di nascita, le fonti a lui contemporanee parlano unanimemente di Firenze e c’è da dire che lo stesso Averlino affermò più volte di essere fiorentino. In merito al soprannome che lo rese celebre, Filarete, fu proprio lui ad utilizzarlo per primo[1]. Per ciò che concerne la sua famiglia non si ha nessun tipo di fonte in merito, cosa che ha indotto gli studiosi a credere che fosse una famiglia umile sotto tutti i punti di vista. Nonostante la mancanza di fonti sulle sue origini e la prima parte della sua vita, è verosimile che egli abbia trascorso pressoché tutta la sua giovinezza a Firenze, città con cui seguitò ad avere interessi e rapporti familiari e professionali per tutta la vita[2].

    Anche sul suo apprendistato e sugli inizi della sua attività non ci sono tracce sicure. Vasari narra di un inizio a fianco di Lorenzo Ghiberti durante i lavori della prima porta del Battistero di Firenze ma lo stile dell’artista pare anche suggerire rapporti con Nanni di Banco e Bernardo Rossellino[3]. Probabilmente però dovette conoscere quantomeno le opere degli artisti che in quel periodo lavoravano a Firenze, come Masaccio e Michelozzo. Di sicuro fu molto colpito da Brunelleschi e, da quanto scrisse lui stesso, si intuisce anche un suo legame di amicizia o quantomeno di conoscenza e ammirazione con Leon Battista Alberti. Stando ancora a ciò che scrisse lo stesso Averlino, in questo periodo ebbe modo di visitare Siena, Pisa e Pistoia ma anche qui mancano del tutto altri riferimenti documentari.

    Nonostante tutte queste conoscenze e nonostante l’intreccio di relazioni che, anche se solo dovute all’osservazione degli altrui lavori, si ebbero tra Averlino e i grandi del suo tempo, nel suo stile è difficile riconoscere il frutto di una determinata scuola o di una determinata bottega. Pur avendo qua e là reminiscenze donatelliane o relative al Ghiberti, il suo stile fu quasi del tutto personale, benché ritenuto dalla critica di secondaria importanza e comunque improntato all’antico molto più di quanto consentisse l’epoca in cui nacque e si sviluppò. A causa della mancanza di vere e proprie opere è legittimo supporre dunque che negli anni del suo apprendistato Averlino si sia dedicato perlopiù a lavori come la fusione dei metalli e l’oreficeria[4].

    Ciò che l’artista vide, ma sembrò non assorbire e far proprio, fu solo la faccia più visibile di una vera e propria rivoluzione culturale che stava avvenendo in quegli anni. Si aveva una nuova visione dell’umanità e l’Italia fu il perno di questo lento processo. Fu quello che la storiografia ha definito Umanesimo. A differenza del periodo medievale in cui ci si limitava a leggere gli autori antichi, almeno quelli di cui si aveva conoscenza, l’Umanesimo, oltre a condurre alla riscoperta di tanti altri testi dimenticati nel corso del tempo, ne permise un’interpretazione diversa. Ciò che di grande era stato realizzato nel mondo classico, dall’arte alla letteratura ai valori di quella stessa epoca, fu preso e reinterpretato per essere in un certo senso rivissuto. Nonostante la vita materiale di quel tempo non subisse più di tanto cambiamenti tangibili, c’è da dire che il periodo umanistico, che va grosso modo dalla seconda metà del Trecento alla prima metà del Quattrocento, indubbiamente gettò le basi mentali di un nuovo modo di interpretare la realtà. Ciò avrebbe preparato, stando alla denominazione storiografica tradizionale, quello che sarebbe poi stato il Rinascimento cioè la messa in opera, per certi versi, dell’innovazione.

    Il vento nuovo iniziò a soffiare quasi ovunque nella Penisola, dalla maggior parte del centro-nord Italia fino a Roma ed ebbe esponenti ancora oggi notissimi. Il periodo medievale e ciò che aveva prodotto nei secoli successivi alla classicità cominciò a venir visto come qualcosa di soffocante e chiuso se non addirittura oscuro, specialmente a causa di tutte le conseguenze che stava generando dal punto di vista politico e ideologico e che furono molto sofferte da coloro che vissero gli ultimi due secoli della cosiddetta Età di mezzo. Il sistema culturale dei secoli precedenti fu man mano sostituito dallo svilupparsi di un vero e proprio amore per la classicità e da una spinta verso la conoscenza che condusse alla ricerca di nuovi strumenti di comprensione, primo fra tutti la filologia. Grazie ad un ampliamento e ad un affinamento delle tecniche di ricerca fu possibile compiere una rilettura del proprio tempo e dei secoli passati maggiormente scevra da interpretazioni teologiche o comunque da temi legati alla religiosità. Una simile temperie si intrecciò naturalmente anche col piano politico se si pensa che Francesco Petrarca era stato coronato poeta sul Campidoglio nella Roma di Cola di Rienzo, poco prima del ritorno del papa da Avignone, in uno dei momenti politici più critici del Trecento. Petrarca è considerato fra i primi che guidarono il proprio tempo alla riscoperta e ad una migliore rilettura del passato.

    Una delle trasformazioni meno evidenti ma più importanti si ebbe nel campo della formazione. Il pensiero medievale si sviluppò non solo grazie alle opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa ma ebbe diffusione tramite le università in cui il clero, specialmente domenicano, ebbe comunque un ruolo preponderante. Le università, però, a differenza dell’attività svolta ad esempio nei monasteri, erano già un universo più laico e furono uno dei fari della civiltà comunale. Tuttavia nel Quattrocento, oltre ai circoli culturali al di fuori dell’ambito accademico, cominciò a svilupparsi una ben diversa realtà altrettanto laica e ricca, quella delle accademie. Una delle più famose fu, ad esempio, l’Accademia platonica, fondata al tempo di Cosimo de’ Medici e diretta da Marsilio Ficino. Nelle università medievali gli insegnamenti principali erano quelli volti ad una formazione di tipo professionale, ad esempio quella dei giudici, dei notai e dei medici. Oltre a questo ebbero poi grande importanza le arti del Trivio e del Quadrivio. Queste arti furono una prima, importantissima, traccia di insegnamento scientifico. Le accademie invece ebbero una ben più marcata specificità nell’insegnamento e quindi nacquero istituti di vario genere, da quelli filosofici a quelli scientifici. Il sapere di quest’epoca

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