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Hotel Bonbien
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E-book191 pagine2 ore

Hotel Bonbien

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Info su questo ebook

Siri abita all’Hotel Bonbien, un piccolo albergo per viaggiatori di passaggio, per lei il più bel posto al mondo. Nell’anno del suo decimo compleanno, però, le cose si fanno complicate: i suoi genitori litigano sempre più spesso e l’albergo non va più così bene. Ci vorrebbe un miracolo per salvare la situazione. Il miracolo si materializza, ma in modo totalmente inaspettato...
Titolo selezionato dalla Commissione Europea - EACEA Education, Audiovisual and Culture Executive Agency per il progetto Lettori oggi, cittadini domani presentato da Camelozampa. Traduzione dal nederlandese di Olga Amagliani. Cover art di Katrien Holland..
LinguaItaliano
Data di uscita23 ago 2019
ISBN9788899842727
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    Anteprima del libro

    Hotel Bonbien - Enne Koens

    Epilogo

    Camelozampa

    presenta

    Hotel Bonbien

    Scritto da

    Enne Koens

    Traduzione dal nerlandese di

    Olga Amagliani

    Prologo

    Questa è la storia dell’anno in cui ho avuto dieci anni. È stato l’anno più strano che abbia mai vissuto. Sono successe cose belle: le galline hanno fatto i pulcini e io sono diventata amica di mio fratello Gilles. Però sono successe anche cose meno belle: i miei genitori hanno litigato e per un pelo non è finita malissimo. Il giorno che sono caduta dall’albero, tutto è cambiato. Mi è venuta una nuova testa; insomma, più o meno. Poi ve lo spiego. E il giorno che siamo finiti con la macchina in un fosso è stato forse il peggiore di tutti i 365 giorni dell’anno in cui ho avuto dieci anni. Però è meglio che cominci dall’inizio. Questa storia inizia a Hotel Bonbien nel momento in cui ho dieci anni già da due settimane.

    Il nostro albergo è in Francia, sulla N19, e per me è il posto più bello del mondo. È proprio sulla strada, quindi le macchine passano vicino ai tavolini all’aperto. Però, se prendi il sentiero che porta verso il retro dell’albergo e poi prosegue, arrivi subito tra le colline. Erba alta, fiori gialli, uccellini, un sentierino delimitato dal filo spinato e qualche mucca marrone oltre il filo. Lì si sta in pace. Conosco l’albergo come le mie tasche. Di ogni camera so quale carta da parati c’è alle pareti, se le piastrelle del pavimento del bagno sono crepate e che vista si ha dal balcone. Hotel Bonbien fa parte di me, proprio come le mie braccia e le mie gambe. Se qualcuno mi chiedesse che odore ha, risponderei che profuma di quelle piccole mele già un po’ avvizzite. Di cornetti appena sfornati e della minestra di verdure salata che fa mia madre. Non importa dove sono; se chiudo gli occhi riesco a vedere ogni cosa. Dalle cacchette di topo nello scomparto del pane alle grandi lettere luminose sulla facciata. Sento la lavatrice che va, gli uccelli che cantano e le porte che cigolano. Vedo gli ospiti che entrano ed escono dalla porta girevole. Vedo Gilles appoggiato al piano della cucina, vestito di nero, con spesse strisce di matita nera attorno gli occhi. Vedo mia madre che impasta con le sue mani grandi. Preme e piega in due, preme e piega in due sul piano luccicante della cucina. Vedo mio padre alla reception: mordicchia l’estremità della matita e scrive uno scontrino. Qui sono nata e da qui non me ne voglio andare mai più.

    1

    In cui stanno per cominciare le vacanze estive e la confusione in albergo aumenta

    In un albergo, ogni giorno si fa colazione e ogni giorno si lavano i piatti. Ogni giorno vengono rifatti i letti e ogni notte ci si dorme di nuovo. Eppure nessun giorno è uguale all’altro, perché la gente cambia sempre. Del resto, se si hanno dei genitori come i miei, si può stare certi che nessun giorno è uguale all’altro. Adesso mia madre grida dalla cucina: «Octave, il sale!» E mio padre risponde dalla reception, senza muovere un passo verso di lei: «Il sale, il sale cosa?» «È finito, Octave, e mi sono dimenticata di ordinarlo. Senza sale non posso lavorare». Mia madre sta in cucina e mio padre alla reception. Lei prepara da mangiare e lui fa i conti. Hanno provato anche il contrario, ma non è andata per niente bene. Il fatto è che mia madre cucina delle cose buonissime. Torta ai lamponi e pain au chocolat. E mio padre ha pazienza con gli ospiti. «E io cosa posso farci, Hilare?» grida mio padre al di sopra delle teste degli ospiti. «Vallo a prendere!» strilla mia madre. Gli ospiti guardano turbati dalla porta della cucina alla reception, e viceversa. Aggrottano le sopracciglia. E mio padre si innervosisce. Li vede dal suo posto alla reception. Mia madre dalla cucina non vede niente e, anche se li vedesse, non gliene importerebbe nulla. Mio padre attraversa la sala da pranzo a piccoli passi e sussurra da dietro l’angolo della porta della cucina: «Non posso andare a prendere il sale adesso, Hilare». «Trova un modo, Octave!» grida lei di spalle. «Arrangiati». «Gilles» dice mio padre. «Non esiste» risponde Gilles. È nella pubertà. «Avanti, Gilles. Non è il momento di fare storie. Prendi la bicicletta» dice mio padre e gli ficca in mano due euro. Gilles sospira. «Perché non ho il motorino? Fa già abbastanza schifo vivere in (bip) al mondo, ma perché non mi prendete il motorino?» «Non ci sono soldi» dice mio padre. Dice sempre così. Gilles brontola: «Sfigati». E poi si gira. Dalle finestre della sala da pranzo lo vedo allontanarsi in bicicletta in direzione del paese.

    Hotel Bonbien si trova nell’est della Francia, un po’ sopra Langres. Bisogna pedalare sei chilometri per raggiungere il negozio più vicino, quindi Gilles non tornerà prima di un’ora. Gli ospiti si alzano per saldare il conto da mio padre. Poi montano in macchina e si mettono in viaggio verso… Non so verso dove. Proseguono verso sud o verso nord. «È già arrivato Gilles?» chiede mia madre. Mescola impaziente la zuppa, ma Gilles è appena partito. «No, non ancora!» risponde mio padre. «Merde» borbotta lei. Bonbien è un albergo per gente di passaggio. Non vogliono davvero stare da noi, vogliono andare da qualche altra parte, dice sempre mio padre. Ed è vero, perché la maggior parte beve solo un caffè o va in bagno. A volte si fermano a dormire per una notte. Solo se è strettamente necessario rimangono di più. Una volta è venuto un camionista con la diarrea, che non poteva allontanarsi più di due metri da un bagno. È rimasto addirittura tre notti e mia madre gli portava la minestra in camera. Un’altra volta è venuta una famiglia marocchina in viaggio verso Tangeri. Si erano fermati un attimo per pranzare nel parcheggio davanti all’albergo. Dal loro furgoncino sono spuntate borse piene di cose da mangiare. Un vassoio di couscous, un bottiglione con della salsa rossa, vaschette di plastica con olive e limoni. Quando sono voluti ripartire, il loro furgone non andava più. Il padre è rimasto due giorni sdraiato di schiena sotto il furgone. Ha preso in prestito da noi degli attrezzi e non ha smesso un attimo di imprecare. Nel frattempo, io ho fatto vedere il posto ai suoi bambini. Lo stagno con i pesci, la spiaggetta dove si possono mettere i piedi a mollo, le colline e i campi più in là. Siamo andati in altalena, abbiamo costruito capanne e preso ghiaccioli di nascosto dal congelatore nella rimessa. Due giorni dopo, quando sono ripartiti, ho pianto. Ero in piedi con mia madre davanti alla grande porta girevole che facevo ciao con la mano e di colpo le mie guance si sono bagnate di lacrime. «Cosa fai, piangi?» ha chiesto mia madre stupita, cercando un fazzoletto nel grembiule per asciugarmi le lacrime. «Bimba mia». E mi ha stretta a sé per consolarmi. Da piccola mi capitava molto più spesso. Quando degli ospiti simpatici andavano via, piangevo sempre. Adesso che ho dieci anni invece non piango più, ci ho fatto l’abitudine. La gente viene e va. Con alcuni parlo, con altri no. A volte faccio amicizia. Sono molto brava a fare amicizia e anche a dire addio.

    La sala delle colazioni e le camere nel frattempo si sono svuotate. Mio padre scende dalle scale. Ha rifatto i letti, spazzato i pavimenti e vuotato i cestini dell’immondizia. «Va’ un attimo a vedere in strada!» strilla mia madre dalla cucina. «A vedere cosa?» chiede mio padre. «Se arriva Gilles. Non posso continuare senza il sale». Mio padre cammina verso la strada e guarda in lontananza schermandosi gli occhi con la mano. È giugno e il sole splende forte sull’asfalto. La N19 è lunga e dritta. «Sì!» esclama mio padre indicando qualcosa. Poi torna dentro di corsa. «L’ho visto in lontananza. Vedrai che tra venti minuti arriva». «Perfetto» dice soddisfatta mia madre.

    Tra una settimana iniziano le vacanze estive. In albergo c’è già più confusione, ma mai come a luglio o agosto. Ho voglia che arrivino le vacanze, perché è quando sono più felice. Raccolgo le uova, aiuto a preparare la colazione e sparecchio i tavoli. A parte questo, non devo fare assolutamente niente.

    2

    In cui presento le mie galline e io e Gilles bisticciamo per l’ennesima volta

    Hotel Bonbien è un albergo a conduzione familiare. Significa che tutti dobbiamo fare qualcosa, dice mio padre. Quando io e Gilles non dobbiamo andare a scuola, aiutiamo anche noi. Mio padre ritira il pane dal fornaio e prepara il tè. Mia madre sistema il pane nei cestini e lo mette in tavola insieme alla marmellata e al succo d’arancia fresco. Gilles fa il caffè. Io raccolgo le uova. Solo che non mi piace alzarmi presto. Quando mi sveglio, mi ficco ancora di più sotto le coperte e faccio le fusa come un gattino addormentato davanti alla stufa. Sono una vera pigrona. Solo quando Gilles ha finito di preparare il caffè e il profumo entra dalla finestra aperta, salto giù dal letto. E allora ho una fretta tremenda. Scendo di corsa tutte le scale in pigiama. Poi mi precipito nell’ingresso, dove mio padre ha ripreso il suo posto alla reception. Alla porta girevole mi infilo in fretta le ciabatte, prendo il cestino di vimini dal gancio e corro dietro alla casa, dalle galline. Loro sono già sveglie da un bel po’ e appena mi vedono iniziano a chiocciare indignate. Sembra che dicano: «Non potevi arrivare prima? Abbiamo fame. Fame!» «Sì, sì, calma» dico io. «Ma guardala: è ancora in pigiama. Non hanno insegnato proprio niente a questa bambina?» schiamazza il gallo. «No, no». Le galline scuotono la testa. «Non le hanno insegnato niente». «Proprio niente» ripete il gallo. Io gli faccio una linguaccia e dico: «Adesso dovete aspettare che finisca di raccogliere le uova, poi vi do da mangiare». Per prima cosa apro il chiavistello della stia per la cova e tiro fuori le uova dai nidi. La gallina Babette è ancora nel nido; le do una spintarella, ma lei non si vuole spostare. Mi becca la mano. Ahi! Venti uova, oggi. Le metto tutte nel cestino e riempio un secchio di granaglie. Poi apro la porta del pollaio e spargo il mangime per il recinto. Adesso devo solo riempire la vaschetta dell’acqua e poi ho finito.

    «Oggi farà caldo, Antoinette». La gallina Antoinette è la più vecchia del pollaio. Mi siedo sui talloni per grattare dietro le orecchie la mia gallina preferita, Suzette. Non so se le galline abbiano davvero le orecchie, ma se le gratti in quel punto sono felici. Almeno, Suzette lo è. Il gallo gironzola agitato nella sua stia. Non gli piace quando io sono dentro. E ha di nuovo cibo a sufficienza, quindi adesso me ne devo andare, secondo lui. Lascio aperta la porta del pollaio, così poi possono scorrazzare nel cortile. Sollevo il cestino e torno davanti, dove ci sono i tavoli all’aperto con le sedie di plastica ancora rovesciate. Più tardi mio padre le raddrizzerà e poi sistemerà anche il cartello CAFÉ ET PÂTISSERIE lungo la strada. Corro in cucina in ciabatte e con il cestino in mano. Quando Gilles è di buon umore, mette già a bollire l’acqua per me nella pentola grande. Tanto deve aspettare che esca il caffè e io non riesco a sollevare una pentola così enorme piena d’acqua. Ho appena compiuto dieci anni e lui ne ha quattordici. Va già alle superiori. Quando entro in cucina, l’acqua bolle. La sento borbottare nella pentola. Afferro una sedia, ci salgo sopra con il cestino in una mano e un mestolo nell’altra, e lascio affondare le uova una per una

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