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Saghe e leggende irlandesi

Saghe e leggende irlandesi

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Saghe e leggende irlandesi

Lunghezza:
248 pagine
3 ore
Pubblicato:
20 ago 2019
ISBN:
9788874132713
Formato:
Libro

Descrizione

Sarà forse capitato a qualcuno dei lettori, durante una visita in Irlanda, di doversi rifugiare in un piccolo pub di campagna per ripararsi da un improvviso - anche se non inaspettato - scroscio di pioggia, e di restare ad ascoltare affascinato, davanti a un grog bollente o una dissetante Guinness, a seconda delle stagioni, il colorito racconto di un anziano avventore. La parlantina sciolta e la fantasia accesa fanno infatti parte del patrimonio tradizionale irlandese, tanto quanto il verde quadrifoglio o la festa di San Patrizio. Per quanti sforzi la moderna civiltà tecnologica stia facendo per cancellare dalla memoria collettiva il patrimonio culturale e tradizionale del passato, l’Irlanda è un Paese dove questo patrimonio viene tuttora vissuto in prima persona, o almeno rispettato ricordato con reverenza.
Esistono tre raccolte di racconti irlandesi che hanno particolarmente importanza per il mondo celtico: il ciclo mitologico, che include il Leabhar Gabhala, o il Libro delle invasioni; il ciclo dell’Ulster, la cui parte principale è una raccolta di storie nota come il Tain Bo Cuailnge, La razzia di bestiame di Cooley; e infine il ciclo di Finn. La selezione che vi proponiamo in questo volume riporta esempi di tutti e tre i filoni.
Pubblicato:
20 ago 2019
ISBN:
9788874132713
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Saghe e leggende irlandesi - Catia De Marco

Saghe

e leggende

irlandesi

A cura di

Catia De Marco

Lorenzo Carrara

Franco Muzzio Editore

I edizione digitale Agosto 2019

I edizione cartacea italiana: Gennaio 1996

© 2019 Franco Muzzio editore – Roma

di Gruppo Editoriale Italiano srl – Roma

Traduzione: Catia De Marco e Lorenzo Carrara

ISBN 97888 7413 271 3

www.francomuzzioeditore.com

È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno o didattico, con qualsiasi mezzo effettuata, non autorizzata.

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Prefazione

Sarà forse capitato a qualcuno dei lettori, durante una visita in Irlanda, di doversi rifugiare in un piccolo pub di campagna per ripararsi da un improvviso – anche se non inaspettato – scroscio di pioggia, e di restare ad ascoltare affascinato, davanti a un grog bollente o ad una dissetante Guinness, a seconda delle stagioni, il colorito racconto di un anziano avventore. La parlantina sciolta e la fantasia accesa fanno infatti parte del patrimonio tradizionale irlandese, tanto quanto il verde quadrifoglio o la festa di San Patrizio. Per quanti sforzi la moderna civiltà tecnologica stia facendo per cancellare dalla memoria collettiva il patrimonio culturale e tradizionale del passato, l’Irlanda è un paese dove questo patrimonio viene tuttora vissuto in prima persona, o almeno rispettato e ricordato con reverenza. Già nel secolo scorso l’Irlanda veniva considerata una sorta di mosca nell’ambra, un angolo di mondo dove tradizioni vecchie di secoli sopravvivevano ancora nei cuori e nella vita quotidiana dei suoi abitanti. Non a caso, infatti, i primi studiosi di fiabe e leggende popolari delle isole britanniche, nomi famosi come John Synge, Lady Gregory e William Butler Yeats, trovarono la loro principale riserva di materiale tra contadini e pastori irlandesi e marinai scozzesi. Uno dei primi e più famosi collezionisti di fiabe, J.E Campbell, nell’introduzione delle sue Popular Tales of the Western Highlands descrive con un’immagine molto poetica l’opera sua e dei suoi colleghi, raccontando come, sulle coste sferzate dalle tempeste delle isole Ebridi , vengano a riva piccoli oggetti galleggianti, simili a noci appiattite, ora grigi, ora neri, ora marroni. Gli abitanti delle isole, alla fine del secolo scorso, chiamavano queste piccole noci uova di fata e le raccoglievano per conservarle come amuleti.

I più civilizzati contemporanei di Campbell si facevano gioco di tali credenze da marinai e non degnavano di uno sguardo quel ciarpame portato a riva dalle onde, tacciando di ignoranza e credulità chi invece ne veniva incuriosito e affascinato. Ma quei gentiluomini di saldi princìpi ignoravano che le uova di fata, interrate da botanici curiosi, avevano dato vita a piante tropicali tipiche dell’America Centrale, aiutando così a dimostrare l’esistenza della Corrente del Golfo, che le aveva trasportate su quei lidi sperduti. Allo stesso modo, lo studioso di tradizioni popolari raccoglie frammenti di storie bizzarre, apparentemente privi di valore e disprezzati dai più come le noci marine, ma grazie ai quali si può tentare di ricostruire una parte del percorso dell’umanità attraverso i secoli.

Raccogliendo e mettendo a confronto favole e leggende di ogni angolo del mondo, infatti, sono stati evidenziati numerosi elementi comuni; curiosamente, per quanto riguarda il continente eurasiatico, i punti di contatto sono più frequenti tra i racconti che provengono dai suoi estremi, tra fiabe celtiche o germaniche e miti dell’India antica, per esempio, come se al centro del continente i flussi di uomini e racconti si fossero riversati a cascata verso Oriente e verso Occidente. I detriti portati da ogni ondata si sono accumulati alle estremità, dove frammenti isolati di varie civiltà si sono fusi in un insieme eterogeneo, mentre all’interno del continente, percorso da flussi sempre nuovi e mutevoli, il vecchio veniva più facilmente sostituito dal nuovo. E l’Irlanda, posta proprio sul confine occidentale del mondo euroasiatico è, senza dubbio, un ricco deposito di questo materiale narrativo.

Da dove vengono i Celti

Come per tutte le altre popolazioni vissute agli albori della storia, l’origine dei Celti è avvolta, se non da una cortina di mistero, almeno da un velo di nebbia. Tutto ciò che sappiamo della loro origine è stato ricostruito attraverso l’archeologia e la linguistica. Il fatto certo, appurato dagli sforzi congiunti di queste due scienze, è che i Celti appartengono alla grande famiglia delle popolazioni indoeuropee, tanto che la loro lingua, ricostruita sulla base dei moderni dialetti celtici e di alcune iscrizioni arcaiche, è parente stretta dell’italico, del greco e del germanico, mentre una parentela meno prossima la collega alle lingue del ramo orientale del gruppo, come il sanscrito e lo slavo.

Il luogo di origine di questa popolazione che diede poi vita a gran parte delle genti eurasiatiche, inclusi i Celti, è stato identificato dalle più recenti teorie nella pianura del basso corso del Volga. Ai primi abitanti di questa pianura il mondo era davvero aperto in tutte le direzioni, tanto aperto, anzi, che, visto l’innato spirito di intraprendenza, dovevano per forza andargli incontro: la loro strada era sgombra da ostacoli sia a nord, verso la Russia, che a est incontro alla penisola indiana, che a ovest, in direzione dell’Europa, mentre a sud, una volta superato il Caucaso, si aprivano l’Anatolia e la ricca Mesopotamia. Questi primigeni indoeuropei, affermano ancora archeologia e linguistica, intorno al 3000 a.C. conoscevano l’allevamento del bestiame e la lavorazione del rame, l’unico metallo per il quale la loro lingua avesse un nome; ma soprattutto furono verosimilmente i primi ad addomesticare il cavallo, o meglio, il suo progenitore, il tarpan delle steppe. E fu proprio il cavallo a fare la differenza, a permettere a queste orde di pastori nomadi di spostarsi in regioni sempre più lontane e di trasformarsi in predoni che, grazie alla velocità dei loro carri, potevano penetrare nei territori abitati da popolazioni più antiche ed evolute, sottraendone ricchezze e conoscenze. Grazie al cavallo finalmente poterono approfittare della posizione strategica della pianura del Volga. Il resto fu opera di carestie, catastrofi naturali e mutamenti climatici che, nel corso dei millenni, spinsero sempre nuove ondate a diffondersi dalla zona del Volga in tutto, o quasi, il continente eurasiatico.

Ma finora, dei Celti non abbiamo parlato. Fino alla seconda metà del primo millennio avanti Cristo, infatti, non esiste una popolazione chiaramente identificabile come celtica. Una volta stanziatisi nelle regioni dell’Europa occidentale, gli invasori indoeuropei assorbono una parte dei costumi delle popolazioni che hanno sottomesso e scacciato, così che a poco a poco si rompe la comunità originaria e le caratteristiche dei singoli popoli iniziano a delinearsi. Ma le tribù che si stabiliscono nell’Europa centrale, tra cui i progenitori dei Celti, rimangono più a lungo indistinte, proprio perché la loro area è aperta a sempre nuove immigrazioni e influssi che non permettono la creazione di una chiara identità popolare. A poco a poco, comunque, anche la loro civiltà prende le caratteristiche sempre più specifiche e identificabili e, finalmente, con la cosiddetta Cultura di La Tène, fiorita nell’Europa centrale tra il 450 e il 50 a.C., abbiamo la prima immagine della civiltà celtica. I Celti erano fabbri provetti, che padroneggiavano tecniche complesse quali la laminatura e la fusione del ferro dolce; sapevano lavorare il vetro ornamentale, sia bianco che colorato; usavano un’avanzata tecnica di tessitura e tintura; creavano capolavori di incisione e di cesello su coppe, bacili, else di spade, bracciali e collane.

Tuttavia, quasi volessero conservare la loro mobilità di nomadi, i loro artisti non costruivano mai palazzi o statue: le loro ricchezze erano concentrate in monili d’oro e d’argento, facilmente trasportabili qualora la tribù decidesse di spostarsi un’ennesima volta.

Qualche decennio dopo la fioritura della Cultura di La Tène, i Celti fanno il loro ingresso anche nella storia scritta.

Spinti ancora una volta dal sovrappopolamento o da lotte intestine, si dirigono a sud, dove si scontrano con due culture staccatesi prima di loro dal ceppo indoeuropeo: quella greca e quella latina. Agli abitanti del mondo classico i nuovi invasori, chiamati Galli dai Romani e Keltoi o Galatai dai Greci, parvero esseri spaventosi, quasi inumani. I loro usi e costumi e la loro struttura sociale apparivano infatti rozzi e primitivi ai cittadini abitanti del sud, che li chiamavano barbari. Così, infatti, li descrive lo storico greco Diodoro Siculo:

«Il loro aspetto è terribile. Sono alti di statura, con una muscolatura guizzante sotto la pelle chiara. Di capelli sono biondi: e non solo di natura, perché se li schiariscono anche artificialmente lavandoli in acqua di gesso, pettinandoli poi all’indietro sulla fronte e verso l’alto. Sembrano quindi già per questo demoni silvani, poiché questo tipo di lavaggio rende la chioma spessa e irta come una criniera, vestono camicie ricamate di tinte sgargianti e portano inoltre i calzoni, che chiamano ‘bracae’, e mantelli fissati alla spalla con un fermaglio, pesanti d’inverno, leggeri d’estate.

Dopo la battaglia sono soliti decapitare i nemici vinti e inchiodarne i teschi sopra le porte delle loro capanne, non altrimenti da ciò che fanno i cacciatori con i crani degli animali uccisi. Le teste delle vittime più illustri le conservano invece in olio di cedro, custodendole accuratamente in arche di legno.»

I Celti in Irlanda

Non si sa di preciso quando i Celti giunsero in Irlanda. Il fatto che esistano due grandi famiglie di dialetti celtici, il gaelico, ancora oggi vivo nell’irlandese, nello scozzese e nel dialetto dell’isola di Man, e il britannico, a cui appartengono il gallese, il dialetto della Cornovaglia e il bretone, lascia credere che i Celti colonizzarono le isole britanniche in due ondate successive. Poiché il gaelico appare essere la lingua più antica, si ipotizza che la prima ondata di invasori celtici, provenienti verosimilmente dalla Spagna, si riversò in quella che oggi è la Gran Bretagna tra il 2000 e il 1200 a.C. L’invasione britannica, invece, che pare avesse risparmiato l’Irlanda e l’isola di Man, dove sopravvissero i gaelici, iniziò intorno al 500 a.C., e non era ancora conclusa quando, nel 55 a.C., Giulio Cesare raggiunse per la prima volta la Britannia. Ma la tormentata storia di queste isole non permise ai Celti di approfittare a lungo della nuova conquista. Infatti, dopo la prima visita di Cesare, i Romani tornarono in forze a occupare la parte meridionale dell’attuale Inghilterra, spingendo i Britanni a rifugiarsi nelle zone più occidentali e settentrionali dell’isola, il Galles e la Scozia, ancora oggi infatti abitati da gente di origine celtica.

Ma anche quando i romani abbandonarono l’isola, per i Britanni non andò certo meglio. Già da decenni, infatti, orde di pirati germanici assalivano la Scandinavia e dal continente le coste inglesi. Non appena l’ultimo contingente romano ebbe lasciato l’isola, queste incursioni si fecero via via più frequenti, fino a trasformarsi in una vera e propria invasione.

In Irlanda, invece, la civiltà gaelica sopravvisse indisturbata assorbendo al suo interno le poche schiere di Britanni che, sotto la spinta degli invasori, trovarono rifugio nell’isola vicina.

Furono anzi gli irlandesi, alla fine del V secolo d.C. a ricolonizzare la Scozia occupata fino ad allora dai Britanni, tanto che il nome latino dei Celti d’Irlanda, Scoti, passò alla terra conquistata.

I miti dei Celti

L’evoluzione storica della presenza dei Celti in Europa fin qui delineata ha potuto essere ricostruita sia grazie agli sforzi compiuti dall’archeologia sia ricorrendo a due tipi di testimonianze: le cronache dei commentatori contemporanei del mondo classico e i miti celtici, arrivati fino a noi tramite numerosi manoscritti ritrovati in Irlanda, in Scozia e nel Galles.

La curiosità e il timore spinsero osservatori del mondo greco e romano a occuparsi dei loro barbari vicini del nord già a partire dai primi contatti. In genere, le loro testimonianze hanno il pregio della contemporaneità, ma spesso, come nel caso di quelle del greco Diodoro Siculo riportata nel paragrafo precedente, contengono distorsioni, fraintendimenti e omissioni di cospicua entità. Le due civiltà che si venivano a incontrare, o meglio a scontrare, erano infatti troppo distanti l’una dall’altra perché da parte degli uni fosse possibile osservare gli altri con un atteggiamento sufficientemente distaccato e obiettivo. Quando ebbero a che fare con i primi Celti, Greci e Romani erano già da molto tempo popolazioni cittadine, dedite al commercio e all’agricoltura, oltre che alla guerra. I Celti, invece, seppure provetti artigiani, vivevano ancora un’esistenza nomade e per certi aspetti selvaggia. Non deve quindi stupire se queste testimonianze descrivono un quadro della civiltà celtica molto frammentario, oltre che, per forza di cose, deformato da una visione del mondo completamente diversa.

Per avere un’idea più diretta del mondo celtico possiamo quindi rivolgerci alle antiche saghe e leggende composte dai Celti stessi. Tuttavia anche questa fonte non è esente da limiti, soprattutto perché non esistono racconti in forma scritta che sia possibile identificare chiaramente come celtici al di fuori dell’Irlanda e del Galles; inoltre, essendo state compilate da redattori cristiani, queste narrazioni hanno probabilmente subito dei rimaneggiamenti volti ad attenuare in parte l’originale contenuto pagano. C’è, infine, da notare che queste antiche storie rivelano, nella forma in cui sono giunte fino a noi, un’origine piuttosto tarda. La tradizione orale irlandese incominciò a essere conservata in forma scritta nel VI secolo d.C., ma la maggior parte dei manoscritti giunti fino a noi risale a non prima del XII secolo. Il loro valore tuttavia consiste nel fatto che essi narrano avvenimenti di una fase molto antica della storia irlandese, addirittura del periodo pagano, vale a dire prima del V secolo d.C. Esistono tre raccolte di racconti irlandesi che hanno particolarmente importanza per il mondo celtico; il ciclo mitologico, che include il Leabhar Gabhala, o Libro delle invasioni; il ciclo dell’Illster, la cui parte principale è una raccolta di storie nota come il Tain Bo Cuailnge, La razzia di bestiame di Cooley; e infine il ciclo di Finn. La selezione che vi proponiamo in questo volume riporta esempi di tutti e tre i filoni ora citati. Esordisce infatti con una sezione tratta dal Libro delle invasioni, Storie di dèi e di semidèi, in cui si narrano le origini del popolo irlandese e dei suoi vicini. Una seconda sezione, Storie di eroi e di guerrieri riunisce gli altri due filoni della tradizione irlandese: il ciclo dell’Illster, con Cu Chulainn e il re Conchobhar come protagonisti, e il ciclo di Finn MacCumhail e i Fianna di Erin, in cui si narrano le gesta di questo gruppo di eroi, tra i quali, oltre allo stesso Finn, figurano Diarmaid, Oisin, Conall e molti altri. Una terza sezione, Storie di re e di regine, è stata poi dedicata a racconti intermedi tra i miti delle prime due sezioni, centrati sulla figura dell’eroe e del guerriero, e i tipici racconti popolari celtici popolati da streghe, folletti e giganti.

Il Libro delle invasioni

Il Libro delle invasioni descrive una serie di mitiche invasioni culminate con l’arrivo dalla Spagna dei figli di Mil, ovvero i Celti. Prima della loro conquista, l’Irlanda era abitata da un popolo di semidei, i Tuatha Dé Danann, ovvero il popolo della dea Danu. Costoro erano esperti nelle arti magiche e druidiche e possedevano quattro talismani potentissimi: la pietra di Fal, che parlava quando veniva toccata dal re giusto; la lancia di Lugh, che garantiva la vittoria; la spada di Nuadu, cui nessuno sfuggiva; e il calderone di Daghda, da cui nessuno si staccava insoddisfatto. Guidati dal loro re Nuadu, i Tuatha Dé Danann dovevano continuamente difendersi dalle incursioni dei Fomori, feroci predoni del mare, che saccheggiavano l’isola e imponevano pesanti tributi ai suoi abitanti. Ma Nuadu non riuscì a sconfiggere i nemici, perciò venne sostituito dal più giovane Lugh, allevato dalle fate.

Grazie alla sua abilità con le armi, Lugh riuscì a uccidere il temibile capo dei Fomori, Balor dall’occhio malefico, che poteva uccidere con un solo sguardo. Tuttavia, all’arrivo dei Figli di Mil, i Tuatha Dé Danann vennero sconfitti e furono costretti dai nuovi invasori a ritirarsi nel sottosuolo, dove però costruirono un regno magico in cui vissero in eterno, perennemente giovani e belli, circondati da palazzi magnifici e giardini sempre in fiore.

Il Ciclo dell’Ulster

Il gruppo di racconti in prosa conosciuti come Ciclo dell’Ulster tratta delle imprese degli Ulaid, gli abitanti dell’Ulster, e in particolare del loro conflitto con la vicina provincia del Connacht, governato dalla malevola Medbh. La parte principale di tale ciclo è costituita dal Táin Bó Cúailnge, La razzia di bestiame di Cooley, descritta in diversi manoscritti.

Tutto ha inizio quando la regina Medbh e il suo consorte, Ailill di Connacht, vantano i rispettivi beni. Sono pari in tutto, tranne una cosa: Ailill possiede un grande toro con corna bianche, il Findbennach. Medbh cerca nelle sue terre un animale di uguale splendore, ma invano. In seguito viene a sapere che Daire Mac Fianu, nobile dell’Ulster, è in possesso di un toro simile a quello di Ailill, il grande Donn. Daire acconsente a consegnare il toro alla regina in cambio dei suoi favori, ma quando per caso sente i messaggeri di Medbh affermare che la regina si sarebbe presa il Donn anche senza il suo consenso si infuria e rifiuta di consegnare il toro. Medbh allora decide di invadere l’Ulster approfittando del fatto che tutti i guerrieri del nord, a eccezione del giovane Cu Chulainn, sono sotto l’effetto della maledizione di Macha, che li condanna, nei periodi di crisi, a essere preda di una debolezza simile a quella di una donna che partorisce.

Prima della battaglia finale, il Donn viene inviato nel Connacht per sicurezza. Sentendo l’odore del nuovo territorio, il toro muggisce e viene udito dal Findbennach di Ailill che non gradisce la nuova presenza. I due tori si scontrano, lottando giorno e notte attraverso tutta l’Irlanda. Alla fine prevale il Donn, che incorna il rivale; tuttavia anch’esso, esausto, muore poco dopo lo scontro.

Il combattimento tra i tori simboleggia la battaglia, storicamente avvenuta intorno al 450 d.C., tra l’Ulster e il Connacht, che porta sì alla pace sull’isola, ma segna anche il declino dei due regni di Connacht e dell’Ulster, che perdono la supremazia sull’isola in favore della nuova dinastia degli U’Neill di Mide.

Il ciclo di Finn MacCumhail e i Fianna di Erin

Il ciclo di Finn MacCumhail non costituisce un insieme coerente come i primi due precedenti. Un’antica leggenda nota sia in Scozia che in Irlanda narra che, al tempo delle incursioni dei pirati scandinavi sulle coste della Gran Bretagna, un gruppo di valorosi guerrieri si radunò sotto la guida dell’invincibile Finn MacCumhail per difendere le terre irlandesi e scozzesi. Finn e i suoi guerrieri più famosi, come Diarmaid, Oisin e Conall, divengono poi i protagonisti di un’infinita serie di avventure, in cui salvano castelli e principesse scontrandosi contro giganti, streghe e mostri marini. L’ultimo racconto del ciclo tenta di spiegare l’origine della leggenda stessa: narra infatti che Oisin, figlio di Finn, innamoratosi della figlia del re del Regno dell’Eterna Giovinezza, la seguì al suo paese, dove trascorse più di trecento anni. Per questo motivo, l’ultimo superstite dei Fianna visse tanto a lungo da incontrare San Patrizio, a cui poté raccontare le avventure di suo padre e dei suoi uomini, dando così origine ai racconti tramandati fino a oggi.

L’insieme dei racconti che vi proponiamo è quindi vasto e variegato. Si passa da storie tradotte dall’originale arcaico del manoscritto della Razzia di bestiame di Cooley, da cui sono state tratte

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