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Mattei deve morire
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E-book325 pagine4 ore

Mattei deve morire

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Info su questo ebook

Primavera 1962. La guerra fredda tra USA e URSS è al culmine, la crisi di Cuba imminente. Il Terzo Mondo è in fermento, gli imperi coloniali europei al tramonto. L'Italia, ormai una grande potenza industriale sull'onda del miracolo economico, è alla ricerca di un nuovo ruolo nello scacchiere internazionale. Aldo Ganz, un abile mercenario al soldo dell'Occidente, è incaricato dai Servizi italiani di impedire un attentato a Enrico Mattei, il potente e discusso presidente dell'ENI. L'attentato è organizzato dall'OAS, il movimento francese contrario all'indipendenza dell'Algeria. Ganz, per sventarlo e individuare la talpa che fornisce le informazioni all'OAS, dovrà agire sotto copertura facendosi assumere come impiegato nel nuovo grattacielo dell'ENI a Roma, nel futuristico quartiere EUR.
LinguaItaliano
Data di uscita12 ago 2019
ISBN9788831634328
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    Anteprima del libro

    Mattei deve morire - Riccardo Bellandi

    Anna

    Avvertenze

    Mattei deve morire è un romanzo e dunque le vicende narrate, benché ambientate in un contesto storico coerente e fedelmente ricostruito, sono frutto della fantasia dell’autore. In egual modo i protagonisti della storia sono immaginari, sebbene verosimili, in quanto liberamente ispirati a personalità dell’epoca. Nel romanzo compaiono altresì vari personaggi realmente esistiti. Anch’essi come gli altri si muovono in uno scenario inventato e le frasi e le azioni loro attribuite sono immaginarie. Per facilitare il lettore, al termine del romanzo, è riportato l’elenco dei personaggi storici che compaiono con una breve biografia; tutti gli altri sono frutto dell’inventiva dell’autore.

    Secondo alcuni il romanziere storico può intuire o dedurre tutto ciò che non si sa o che si tace. In particolare questo vale per tutti quei fatti e circostanze che lo storico non può affermare per mancanza di fonti certe e riscontri attendibili.

    Ciò calza perfettamente con le vicende narrate in questo romanzo.

    Tralasciando la filmografia con lo spettacolare film di Francesco Rosi (Il caso Mattei, 1972), sulla morte di Mattei sono stati versati fiumi di inchiostro: decine di saggi che senza prove certe e con le tesi più disparate (e spesso assurde) pretendono di ricostruire la morte del fondatore dell’ENI individuandone esecutori e mandanti. Si passa così dalla pista internazionale che tira in ballo – alternativamente o assieme – l’OAS, la CIA, le Sette Sorelle, il KGB, l’MI6, lo SDECE, a quella interna che fa leva sulla Mafia, il SIFAR, i vertici dell’ENI e vari uomini di governo della DC, da Andreotti a Fanfani.

    Non sono poi mancate le inchieste ufficiali, promosse dal governo e dalla magistratura, subito dopo l’evento e successivamente, a seguito dell’emergere di nuove prove o rivelazioni. L’ultima in ordine temporale è stata quella avviata a metà degli anni ’90 dal sostituto procuratore Vincenzo Calia, l’inchiesta sicuramente più approfondita, nonostante il notevole lasso di tempo trascorso (Tribunale di Pavia, procedimento penale 181/94). La procura di Pavia ha accertato in modo pressoché definitivo che il 27 ottobre 1962 la caduta dell’aereo di Mattei fu deliberatamente causata da una carica esplosiva collocata nell’apparecchio e che le indagini precedenti furono oggetto di continui depistaggi finalizzati a sostenere la tesi dell’incidente; tuttavia, al di là di una serie di ipotesi, non è stata in grado di individuare né mandanti né esecutori e si è conclusa con un’archiviazione (2003).

    Tutto ciò premesso, quale strumento più idoneo, capace, nonché onesto di un romanzo storico per affrontare il mistero della morte di Enrico Mattei? Un omicidio politico che qualcuno, non a torto, ha definito il primo grave atto di terrorismo contro la Repubblica italiana.

    Una ventina d’anni fa ero un buon cacciatore e andavo a caccia nelle montagne vicino a Varzi. (…) Avevo due cani, un bracco tedesco e un setter. E, incominciando all’alba e finendo a sera, gli uomini e i cani erano stanchissimi, morti. Ritornando in questa casa dei contadini dove ci riunivamo la sera, la prima cosa che veniva fatta, davamo da mangiare ai cani. E veniva preparato un grande catino di zuppa. E io mi stavo togliendo uno stivale e vedevo questi due cani che erano dentro con la testa nel catino e seguitavano a mangiare con voracità. Era una zuppa che forse bastava per cinque cani, non per due. E in quel momento, in un angolo sentii un miagolio e vidi arrivare un gattino grande così. Uno di quei gattini dei contadini, magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, però aveva anche una gran fame. Si avvicinò piano piano, miagolando, guardando i cani. E siccome i cani erano immersi con la testa nel catino, il gattino seguitava ad avanzare. Arrivò sotto il catino, guardò ancora i cani, fece un miagolio e con uno zampino lo appoggiò all’orlo del catino. Il bracco tedesco gli diede un colpo, lanciandolo a tre o quattro metri di distanza, con la spina dorsale rotta. Il gattino visse qualche minuto e morì. Questo episodio mi fece molta impressione e l’ho sempre ricordato, specialmente in questi anni. Noi siamo stati il gattino...»

    Enrico Mattei,

    RAI TV Tribuna Politica, 1961

    «Secondo lei da chi partì l’ordine di uccidere Mattei?»

    «Gli ordini in questi casi partivano da molto in alto. Tutto cominciava, di solito, con una scenata del [Presidente] a qualche suo vicinissimo collaboratore. Non mi fraintenda. [Il Presidente] non diceva mai chiaramente che bisognava eliminare qualcuno. Non era tanto sciocco. Faceva solo intendere violentemente che era molto seccato per una certa situazione o per il comportamento di determinati individui. Pronunciava irato qualche frase allusiva. E questo era di solito il segnale che veniva immancabilmente interpretato alla stessa maniera dai responsabili del controspionaggio. Da quel momento tutto l’apparato dei [Servizi di intelligence] si metteva in moto e si elaboravano i piani.»

    "Un agente segreto racconta che cosa sa

    sulla morte di Mattei",

    L’Europeo, 4 novembre 1971

    1

    Alto Adige, Val Venosta

    21 maggio 1962, 15.36

    Si fermò in mezzo alla radura.

    Era stanco e affamato. Doveva assolutamente fare una pausa. Gettò ai piedi lo zaino che sprofondò silenzioso nella neve per quasi venti centimetri. Scosse dalla giacca la neve incrostata, aprì una tasca, estrasse una barretta di cioccolata Lindt che si cacciò in bocca.

    Attorno a lui, immacolato silenzio. Il manto di neve fresca che ricopriva la piccola radura, la muraglia di pini coi rami bianchi piegati verso terra che la circondava alta e compatta. L’unico rumore, la sua mandibola che sgranocchiava la cioccolata.

    Alzò gli occhi al cielo e fissò i fiocchi di neve scendere veloci e fitti dalla massa grigia e densa che incombeva sopra di lui. Per un attimo dimenticò tutto. Un dolce torpore gli avvolse mente e corpo, entrambi tesi e provati. Ma fu solo un attimo. Era un professionista. Aveva una missione da compiere. Non poteva concedersi distrazioni. Strinse i denti e strizzò gli occhi con forza, per poi puntarli di fronte a sé, sulla traccia di impronte che stava seguendo.

    La caccia era iniziata all’alba di quella giornata, ancora in territorio austriaco. L’esito era tutt’altro che scontato. La sua preda sapeva muoversi in montagna. Era prudente, evitava i percorsi allo scoperto, scegliendo i più impervi e contorti. Procedeva spedita e sicura, nonostante le eccezionali condizioni atmosferiche; era primavera, ma sembrava di trovarsi in pieno inverno. Dopo otto ore di inseguimento, benché non ne avesse mai perso le tracce, non era ancora riuscito ad avvistarla, né a guadagnare terreno. Anche la preda era un professionista, gli avevano riferito. Avrebbe dovuto fare molta attenzione. Il suo compito era di fermarla e catturarla viva prima che raggiungesse il fondo valle e si dileguasse.

    Le impronte tagliavano la radura per immergersi nuovamente nella foresta, lungo un sentiero che si incuneava come un tunnel tra i pini piegati dalla neve.

    Issò lo zaino sulle spalle, sistemò il fucile di precisione che portava a tracolla avvolto in un panno di lana, e riprese l’inseguimento. Gli sarebbe bastato un contatto visivo, fino a un chilometro, e la sua carabina Mauser 98k con mirino ottico telescopico Zeiss Zielvier 4x non avrebbe tradito: pallottola conficcata nella gamba e preda immobilizzata. Un’arma un po’ vecchiotta, ma ancora precisa e affidabile. E lui era un ottimo cecchino.

    Il sentiero era stretto, pressato da due bastioni di pini imbiancati, ma procedeva dritto di fronte a lui, in discesa. Nel mezzo la traccia regolare e ben visibile lasciata dal suo uomo. Attorno il consueto silenzio surreale dei paesaggi innevati, rotto solo dallo scricchiolio leggero della neve schiacciata dalle sue racchette: due zattere ellittiche di legno e corda di canapa, agganciate agli scarponi con cinturini di cuoio, che gli consentivano di galleggiare sulla neve farinosa, in quel tratto profonda una quarantina di centimetri.

    Il colpo alla schiena fu inaspettato, improvviso, violento. Sprofondò bocconi sulla neve. Cercò subito di rialzarsi, ma una forza irresistibile lo teneva schiacciato a terra. Non respirava, non vedeva, non udiva. Gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie erano invasi dalla neve e gli bruciavano terribilmente. La sua mente era confusa e atterrita da un unico pensiero: i ruoli si erano invertiti, da cacciatore era diventato preda. Con le ultime energie, quelle più recondite che emergono nei momenti di disperazione, iniziò a fare forza su braccia e gambe, per fare leva e liberarsi, ma inutilmente. Si trovò a sbattere gli arti convulsamente sulla neve, come stesse nuotando goffamente, con sempre minor forza e convinzione, fin quando, con la mente ormai annebbiata, si sentì tirare su la testa e torcere il collo verso destra.

    Aldo Ganz rimase sdraiato a bocconi sul cadavere, un giaciglio tiepido e asciutto. Gli occhi chiusi e il respiro affaticato, per la tensione dell’attesa e lo sforzo della lotta. Ancora disteso, si portò una mano alla bocca e tolse il fazzoletto che aveva infilato per non rischiare di essere scoperto: smorzava il battito di denti che da una mezzora non riusciva più a controllare.

    Lentamente e con grande sforzo si tirò su e iniziò a sfilarsi dalla testa ai piedi le ramaglie di pino intrise di neve usate per mimetizzarsi. Si scrollò poi di dosso la neve che durante l’ora di appostamento gli si era incrostata un po’ dappertutto, baffi, ciglia e sopracciglia comprese. Il tutto, mentre la neve penetrata nel collo durante la colluttazione si scioglieva lungo la schiena in rivoli pungenti d’acqua gelata.

    L’adrenalina dello scontro stava rapidamente svanendo e il suo corpo fu immediatamente scosso da violenti e irrefrenabili brividi. Sentiva la testa leggera e annebbiata, la bocca impastata, gli arti dolenti, le mani e il volto intorpiditi: i primi segni dell’ipotermia e del congelamento. Il lungo appostamento sul pino, appollaiato immobile come un astore, sferzato da vento e neve, era stato deleterio; ma non aveva avuto scelta, doveva assolutamente sbarazzarsi di quel tipo prima di arrivare al punto d’incontro; e comunque era inutile rimuginare sul passato. Aveva altro a cui pensare. Rischiava concretamente di accasciarsi in mezzo alla neve. Doveva agire, e subito.

    Al momento l’unica cosa che poteva fare era procurarsi abiti asciutti. Aveva il passamontagna, la sciarpa e la giacca ghiacciati, rigidi come assi.

    Afferrò per un braccio il cadavere ancora steso pancia a terra e lo rigirò sulla schiena. La bocca, le narici e gli occhi erano zeppi di neve. Gli tolse il passamontagna, la sciarpa e i guanti; quindi, dopo avergli alzato il busto, il giaccone. Nella tasca interna trovò un portafoglio di pelle nera. Lo aprì. Una decina di banconote austriache, qualche spicciolo e un passaporto della Repubblica francese: Laurent Dupont, nato a Costantina il 6 luglio 1925. Ganz se lo infilò in tasca e con una mano rimosse la neve dal volto del francese. Una faccia anonima che non gli diceva nulla. Non lo aveva mai incontrato prima di allora. Un pied-noir, quasi sicuramente un ex militare membro dell’OAS ingaggiato dagli indipendentisti sudtirolesi del BAS per fargli la pelle. La causa dell’Algeria francese era ormai persa e molti dei terroristi che avevano combattuto in suo nome si stavano riciclando come mercenari.

    Frugò nello zaino. Qualche indumento di ricambio, una bottiglia d’acqua, alcune scatolette di carne Simmenthal e barrette di cioccolata Lindt, una torcia elettrica, un pacchetto di pronto soccorso e due scatole di munizioni per la carabina. Niente di interessante, salvo un termos con del caffè ancora tiepido.

    Si batté le mani forte l’una sull’altra e si mise a sedere sul torace del francese, l’unico posto asciutto nei paraggi. Sorseggiò il caffè gustando ogni momento della piacevole sensazione di una bevanda calda che scende nello stomaco. Quindi si accese una sigaretta ed estrasse dal suo zaino tattico la mappa topografica e la bussola.

    Il punto d’incontro non distava più di due chilometri verso sud-est. Chiuse gli occhi e bramò un ambiente caldo, abiti morbidi e asciutti, il tepore di una stufa, una bevanda bollente, un piatto di zuppa fumante. L’ultimo sforzo, ormai era vicino alla meta.

    Fissò gli scarponi alle racchette, si alzò, indossò lo zaino, mise a tracolla la carabina del francese, un’ottima arma che conosceva bene, e riprese ad arrancare nella neve profonda.

    All’improvviso la foresta terminò, lasciando spazio a un declivio che scendeva bianco, morbido e uniforme verso valle. In mezzo, come sbocciato dalla neve, faceva capolino il tetto aguzzo e scuro di una baita. Tra le scorze di legno usate per il rivestimento spuntava un piccolo comignolo fumante.

    Ganz, mantenendosi nascosto dietro gli ultimi pini della foresta, osservò con attenzione la baita, distante un centinaio di metri. Aveva una struttura semplice con un unico piano. Le pareti esterne erano formate da una serie continua di tronchi di pino sovrapposti e incastrati; e quelle a lui visibili, due, presentavano una finestra con gli scuri aperti. A una decina di metri, sulla destra sorgeva una piccola rimessa per gli attrezzi, sempre in legno. Dalla sua posizione non riusciva a vedere l’ingresso, ma attorno alle due costruzioni la neve era stata spalata di recente, e parzialmente coperta dalla rimessa spuntava il muso familiare e rassicurante di una FIAT Campagnola color verde militare.

    La fronte di Ganz si corrucciò. La ragione gli diceva di girare al largo della baita e proseguire a valle per raggiungere la prima caserma dei carabinieri; e il suo intuito lo confermava. Ma secondo la carta topografica il primo centro abitato distava cinque chilometri, le nuvole e la neve avrebbero fatto calare il sole prima e, nelle precarie condizioni di salute in cui versava, rischiava di non arrivarci. Come non bastasse si era alzato un forte vento e la temperatura era ulteriormente scesa. L’ennesimo attacco di brividi cancellò gli ultimi dubbi.

    Si fece coraggio, sputò sulla neve la sigaretta che serrava tra i denti e puntò diretto e deciso verso la baita. I cento metri allo scoperto furono terribili. Il vento gelido, intriso di neve ghiacciata, gli sferzava il volto e gli penetrava nelle ossa. Aveva fatto l’unica scelta possibile: in quelle condizioni non avrebbe mai raggiunto l’abitato a valle.

    Arrivato a pochi metri dall’edificio, vi girò intorno e raggiunse l’ingresso sul davanti. Lo spiazzo era stato calpestato e parzialmente spalato, ma la tempesta in atto stava già ammassando nuovi cumuli di neve fresca. La Campagnola, con la scritta «CARABINIERI» in bianco sulla fiancata, era parcheggiata davanti alla rimessa degli attrezzi. Alla baita arrivava una carreggiabile, sommersa dalla neve ma riconoscibile dai cumuli più alti e ghiacciati ai suoi lati. Davanti all’ingresso non c’era nessuno. La porta era d’assi d’abete, dotata di una semplice serratura a sagoma e non presentava particolari rinforzi.

    Ganz gettò a terra zaino e carabina, sfilò i guanti stropicciando con forza le mani tra loro per riattivare la circolazione e riacquistare la massima sensibilità, si tolse il passamontagna, sgranchì legamenti e muscoli delle gambe con cinque piegamenti sulle ginocchia; quindi estrasse da una tasca interna della giacca la sua pistola, una Beretta 950 Jetfire, e sferrò un calcio alla porta.

    Nell’unica grande stanza della baita c’erano due carabinieri. Uno seduto al tavolo intento a bere. L’altro in piedi vicino alla finestra con in braccio una pistola mitragliatrice Beretta PM12. Le pallottole di Ganz li raggiunsero in mezzo alla fronte. Stramazzarono al suolo senza avere il tempo di reagire, con gli occhi spalancati in un misto di stupore e sgomento.

    Ma non era finita. Nel greve silenzio seguito agli spari e al tonfo dei due corpi rotolati a terra, Ganz percepì, appena smorzato dal sibilo del vento che penetrava dalla porta spalancata, uno scricchiolio delle assi del soffitto. Con un balzo si gettò a terra e con una capriola raggiunse il cadavere del carabiniere vicino alla finestra. Impugnò la PM12 stesa al suo fianco e da terra svuotò il caricatore verso le assi sopra di lui che avevano cigolato. Con dieci secondi di furiose raffiche le quaranta pallottole calibro 9 frantumarono le assi di abete in un vortice di schegge.

    Ganz, ancora a terra con le orecchie rintronate dal rumore, gettò la PM12, si rotolò alcuni metri distante dal punto da cui aveva sparato e impugnò di nuovo la sua pistola, con gli occhi che balenavano da una parte all’altra del soffitto e le orecchie tese a percepire qualsiasi rumore. Il segnale che attendeva arrivò quasi subito: dalle assi sforacchiate iniziò a gocciolare sangue.

    Si alzò in piedi, serrò la porta ancora spalancata e si diresse verso la rudimentale stufa a legna che ardeva nella stanza. Sul piccolo piano di cottura sobbalzava un tegame di latta con dentro un liquido scuro fumante. Annusò. Pareva caffè d’orzo. Gli occhi frugarono nella stanza in cerca di una tazza. Raccolse da terra quella appartenuta al carabiniere, la sgocciolò e la riempì con del caffè caldo, che trangugiò avidamente scacciando l’odore di cordite e legna spezzata che gli impregnava le narici. Con la tazza ancora in mano si avvicinò a uno dei cadaveri. Era steso di fianco con il volto coperto. Lo girò di schiena con gli scarponi. Aveva il viso glabro, la carnagione bianco latte tempestata di lentiggini, i capelli rossicci lunghi sopra le orecchie. Un carabiniere veramente improbabile.

    Ganz avrebbe dovuto subito cambiarsi con abiti asciutti, stare vicino alla stufa, mangiare e bere roba calda a volontà; ma prima aveva un’altra incombenza. Oltre quella stanzona, che fungeva da cucina e stanza da letto, la baita non presentava altri ambienti. C’era solo la soffitta, raggiungibile da una malandata scala esterna.

    Così richiuse la cerniera lampo del giaccone, infilò guanti e passamontagna e tornò nel bianco ghiacciato dell’esterno.

    La soffitta era vuota se non per una sagoma umana stesa a terra in una posa scomposta, vestita di abiti borghesi e crivellata di colpi. Nella mano destra stringeva ancora un fucile da caccia.

    Torno giù e si diresse verso la rimessa. Non potevano essere che là.

    Spalancò la porta e nella penombra li trovò accasciati l’uno sull’altro, in mutande e camiciola. Dietro la nuca era visibile il foro di un proiettile sparato a distanza ravvicinata con un piccolo calibro. Stava per richiudere quando, percepì qualcosa muoversi sotto i due cadaveri. Ne scostò uno. Dietro c’era un tizio in borghese, imbavagliato e legato mani e piedi come un capretto.

    2

    Ganz, con la sigaretta che gli penzolava a un angolo della bocca, rigirò tra le mani il tesserino di riconoscimento. Antonino Ventre, nato a Vizzini in provincia di Agrigento il 3 ottobre 1935. Antonino Ventre… ma che razza di nome hai?

    Mi renda il documento e mi porti il rispetto dovuto. Un capitano dell’Arma sono, un capitano del SIFAR!

    Quello sorrise e gli gettò in faccia il tesserino. Nel cercare di afferrarlo Ventre fece cadere la tazza di caffè e la coperta di lana posata sulle spalle gli scivolò a terra.

    Ganz scosse la testa sconsolato, sputò la sigaretta a terra schiacciandola con lo scarpone, afferrò dal suo zaino una delle barrette di Lindt prese al francese e la scartò con la bocca. L’altra mano, la destra, era occupata dalla Beretta 950, puntata al volto del giovane capitano.

    Erano seduti uno di fronte all’altro davanti alla stufa della baita.

    Mentre Ventre raccoglieva la tazza e la coperta, Ganz lanciò un’occhiata all’orologio. Erano le 18.00 passate. Dormire nella baita non era sicuro. Al tramonto mancavano ancora due ore ma per il maltempo tra non molto la visibilità sarebbe calata sensibilmente. Dovevano partire immediatamente. La FIAT Campagnola era una specie di carrarmato e la neve non sarebbe stata un problema.

    Inizia a prepararti, tra dieci minuti partiamo disse brusco Ganz.

    Ventre, ancora chino, alzò lo sguardo sopra gli occhiali scesi sulla punta del naso. Fuori dalle spesse lenti, gli occhi chiari, di un celeste spento, erano piccoli come due bottoni e fissavano il loro interlocutore calmi e freddi. Aldo Ganz, le devo parlare con urgenza di una questione della massima importanza, vengo appositamente da Roma.

    A Ganz si gelò il sangue nelle vene e il viso sbiancò. Non riuscì a mascherare lo smarrimento. Come era possibile che quello sbarbatello di un ufficiale inferiore sapesse il suo vero nome? Solo pochissime persone del SIFAR a Roma conoscevano la sua identità. Per tutti gli altri era conosciuto come «Agente I-22». Ripresosi dallo shock, abbozzò un sorriso stirato. La priorità è levarci da questo buco prima possibile. Qua non siamo al sicuro. Parleremo strada facendo. Così dicendo ripose la Beretta nella tasca dei pantaloni.

    L’altro non replicò, felice di aver segnato un punto a suo favore. Era consapevole di averlo colto di sorpresa, incrinandone le certezze. Ora il famigerato Agente I-22 l’avrebbe trattato con maggiore considerazione, mettendo da parte quell’insopportabile strafottente arroganza.

    Aveva smesso di nevicare, ma il cielo rimaneva scuro e basso. La Campagnola era semisommersa dalla neve e prima di poterci salire dovettero recuperare due pale dalla rimessa e spalare attorno alla jeep.

    Si vede che sei uno importante! esclamò Ganz indicando la vettura con la pala. L’ultimo modello AR59 nuovo fiammante, sembra appena uscito di fabbrica. Se ne vedono poche in giro in mano ai Carabinieri!

    Ventre aprì lo sportello di sinistra senza rispondere.

    Ganz fece un balzo in avanti frapponendosi tra il carabiniere e il sedile. Guido io! Mi fido zero a farmi portare su una strada di montagna con la neve alta e la luce scarsa da un siciliano trapiantato a Roma.

    L’altro allargò le braccia e lasciò campo libero a Ganz.

    Le chiavi erano nel cruscotto. Ganz tirò l’aria, premette il pulsante di accensione e mise in moto. La Campagnola rispose prontamente con un rombo dello scappamento. Inserì la prima e la vettura attaccò la strada incuneandosi come un rompighiaccio tra la neve fresca.

    Alla prima caserma dei Carabinieri occorrerà fermarsi. Devo contattare subito il Sottocentro CS di Bolzano per far mandare una squadra a ripulire la baita e recuperare i cadaveri dei due appuntati e dei tre terroristi. Potremo ricavare delle informazioni utili…

    Non ricaverete niente più di quanto già sappiamo tagliò corto Ganz. Quei tre sono bassa manovalanza, carne da macello, disadattati di queste tristi valli o studenti austriaci invasati. Andremo diretti a Merano. Là avvertirai chi di dovere.

    Ho l’ordine di scortarla subito a Roma. Là consegnerà il materiale, sarà pagato e le verrà proposta una nuova missione. C’è l’Helio Courier dell’Aeronautica militare che ci aspetta all’aeroporto di Bolzano. Tempo permettendo, in poche ore saremo a Ciampino.

    Ho sempre avuto lo stesso referente al SIFAR.

    L’ing. Renzo Ribelli.

    Appunto. Sono un tipo abitudinario, riservato e prudente. Non mi piacciano le sorprese. Perché hanno mandato te?

    Ordini dall’alto. Questa volta, in via eccezionale, sarò io il suo contatto. Quindi se ne faccia una ragione.

    Di cosa si tratta? Per mobilitare addirittura l’Helio Courier dev’essere roba che scotta.

    È una questione delicata e molto urgente. Non sono autorizzato a dirle altro. A Roma chi di dovere le fornirà il quadro completo.

    Ganz sospirò, ridendo tra sé. Ormai era abituato ai misteriosi e bizantini rituali del SIFAR. Quindi, contraendo il volto in una smorfia ma con gli occhi sempre incollati sulla carreggiata innevata, spostò il corpo sul lato sinistro del sedile, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni la pistola e la infilò in una tasca dentro il giaccone.

    Che ci fa un tipo come lei con quella scacciacani?

    La Beretta calibro 6.35 è l’arma ideale per chi sa sparare. Maneggevole, invisibile e letale. Basta piazzare la pallottola in mezzo agli occhi. La Colt 45 o altri bazooka simili servono a quelli che non beccano il bersaglio, quelli scarsamente dotati… un po’ come i cani. Più uno è sfigato e insicuro, più si fa il cane grosso e feroce.

    Ventre squadrò dubbioso il suo compagno di viaggio, il tanto decantato Agente I-22. Si era aspettato un personaggio di tutt’altro genere, un soldato, un

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