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"L'Altra Repubblica" volume primo

"L'Altra Repubblica" volume primo

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"L'Altra Repubblica" volume primo

Lunghezza:
487 pagine
12 ore
Editore:
Pubblicato:
5 ago 2019
ISBN:
9788831631433
Formato:
Libro

Descrizione

Criminalità organizzata, corruzione ai vertici del governo, servizi segreti operanti per conto dell'antistato, apparati ecclesiastici deviati, massonerie infiltrate nel tessuto politico del Paese: nei decenni successivi al dopoguerra tutte queste degenerazioni, precedentemente già esistenti, si sono però poco a poco avvicinate fra loro nel nome di comuni interessi e a tal punto da non potersi più distinguere con nettezza, andando a occupare ciascuna le sfere di influenza dell'altra, peraltro potenziandosi vicendevolmente, fino a fondersi in un'unica realtà.

È con lo scopo di contrastare e porre un freno a tale fenomeno che a metà degli anni Novanta, su iniziativa di Gabriella Pasquali Carlizzi (1947-2010) e di alcuni suoi amici ed estimatori, nacque "L'Altra Repubblica", periodico d'attualità a cadenza settimanale che si proponeva, riuscendo nell'intento, di smascherare tali vere e proprie forme di criminalità, presenti a tutti i livelli della società italiana, attraverso inchieste, reportage, pubblicazioni di documenti inediti riguardanti i più scottanti casi esplosi nel nostro Paese.

La presente opera, suddivisa in tre volumi e curata da Andrea Carlizzi, vuole essere una raccolta esaustiva degli articoli di maggior interesse e profondità giornalistico-investigativa apparsi nei venticinque numeri del periodico. Immergendosi nella lettura di questi articoli si rimarrà impressionati dall'attualità dei contenuti in quanto, pur essendo passati oltre venti anni dal primo numero, tuttavia le dinamiche del male da cui è avvolta l'Italia sono rimaste sostanzialmente le stesse e con molti degli stessi attori a far da protagonisti.

L'impegno profuso a suo tempo da Gabriella nel promuovere l'iniziativa editoriale de "L'Altra Repubblica" è stato ora fatto proprio dai suoi familiari che hanno ripreso e dato forza alla sua eredità morale e spirituale oltre che con questa raccolta anche con l'avvio di studio, elaborazione e pubblicazione passo dopo passo dell'enorme materiale da lei prodotto in campo investigativo (fra le principali inchieste quelle su Mostro di Firenze, Narducci, Meredith Kercher, Moro) e ancor più in ambito spirituale (Padre Gabriele Maria Berardi).
Editore:
Pubblicato:
5 ago 2019
ISBN:
9788831631433
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

"L'Altra Repubblica" volume primo - Andrea Carlizzi

madre

Introduzione

L’esperienza che con l’aiuto di tanti amici ho potuto avviare nel 1994 con la pubblicazione di un settimanale a colori, L’Altra Repubblica, ha rappresentato un atto di fede in quanto da anni era al centro del mio impegno sociale e politico. E anche di coraggio, poiché, sin dal primo numero, ho subito affrontato tematiche di ampio respiro, di alto rischio e di forte impatto sui lettori. Non è mai stato scandalistico o pettegolo o complottista, ma è stato essenzialmente, nei suoi articoli che ne costituivano il nucleo di ogni numero, un giornale di inchiesta e di denuncia volto in particolare  a smascherare il male, la corruzione, la violenza, il falso e quanto di odioso si annida nella vita sociale, politica e religiosa del nostro Paese, dell’Italia.

Compagni di strada e di penna tanti amici, come me sostenuti da fede e coraggio, ma spesso anche motivati da forti delusioni già provate nella loro esperienza professionale e di cittadini, e che nello strumento de L’Altra Repubblica hanno trovato il riconoscimento delle proprie battaglie, lo spazio per le proprie idee, la grinta di provare ad abbattere quel potere che sotto le più diverse sue forme si annida in tutte le pieghe della nostra società. Max Parisi, Falco Accame, Walter Bazzanella, Enzo Sciambra, e con Carlotta Battistelli quale direttrice responsabile poiché io non potevo esserlo, tutte persone normali ma in forte tensione che quindi, come corde di altrettanti archi, scoccavano ogni settimana frecce che volevano essere avvelenate nei confronti dei tanti guasti operati dal dopoguerra a oggi dai signori del potere che viene trasmesso senza soluzioni di continuità dal gruppo che lo detiene a quello che, per volontà occulte, lo deterrà in seguito. Ma poi come non ricordare coloro che hanno reso possibile questa avventura ponendo a disposizione loro mezzi finanziari, come Marco e Donatella Bellei, Elisabetta di Folco e Graziella Bertini, credendo fortemente negli stessi ideali miei e di mio marito Carmelo che partecipavamo all’iniziativa con tutti i nostri beni, mentre lui, con la sua infaticabilità e versatilità in tutti i campi che si rendevano necessari, permetteva ogni settimana l’uscita del nostro bel giornale dalle possenti rotative che poi curiosamente erano le stesse che stampavano il ben più noto quotidiano dal nome simile, La Repubblica. Nome non uguale, poiché l’aggettivo aggiunto, L’Altra, era tutto un impegno, un programma, una quasi dichiarazione di guerra a quel sistema di cui dicevo prima. La guerra comunque c’è stata e si è conclusa con la cessazione delle pubblicazioni dopo 22 numeri per 22 settimane e i cui ultimi numeri trattavano – pensate un po’ – del Mostro di Firenze, senza considerare gli altri tre pubblicati nel corso degli anni seguenti. Tali miei articoli che piaccia o no, che sia riconosciuto o no, grazie al mio impegno, e quindi grazie a L’Altra Repubblica, determinarono la svolta nelle indagini fiorentine subito dopo che fui ascoltata a verbale dal procuratore di allora a Firenze e cioè da Piero Luigi Vigna, che a seguito delle mie dichiarazioni su Alberto Bevilacqua chiese ripetutamente il mio arresto per calunnia verso lo scrittore, richiesta poi ripetutamente rigettata. Ma non furono rigettate invece le richieste di arresto per circonvenzione di incapaci, che poi erano i quattro amici citati prima, presentate nei nostri confronti dal pm romano D’Ovidio, che per 44 giorni tenne agli arresti domiciliari me e mio marito Carmelo.

Molte altre bombe erano contenute nel mio giornale e molte potremmo definirle a scoppio ritardato poiché ancora oggi sono inesplose, ma esplodibili al solo toccarle. Come il caso Moro, quello di Ilaria Alpi, di Forza Italia e Berlusconi, di Andreotti, della mafia, della massoneria e del Vaticano, solo per citarne alcune a mo’ di esempio. Se le pubblicazioni fossero continuate, viste le numerose ulteriori mie denunce e inchieste nei campi più minati della realtà italiana, L’Altra Repubblica avrebbe fatto letteralmente saltare quanto meno dalle sedie molti personaggi che ancora oggi vi sono sfacciatamente inchiodati, ma anche molti altri che ambiscono a inchiodarvisi. L’Altra Repubblica è stato, e lo è tuttora, un esempio di quello che deve essere il giornalismo di inchiesta che non cede ad alcun tipo di compromesso. Tanto che a me fu rifiutato dall’Ordine dei Giornalisti l’iscrizione all’albo perché vi erano a mio carico in corso alcuni procedimenti penali per calunnia; ma quale buon giornale o giornalista non subisce processi per calunnia! Mentre l’appartenenza all’Ordine non fu revocata, tanto per fare un esempio qualificante, a Giulio Andreotti, come me indagato, ma non per calunnia, bensì per mafia, omicidi e stragi, ossia per crimini ben più gravi.

Mi resta sempre vivo il ricordo dell’atmosfera che pervadeva la nostra redazione allorché si avviava ogni settimana il vortice inesorabile che doveva portare alla chiusura del giornale, alla correzione delle bozze, e poi naturalmente, ma sempre all’ultimo minuto, alla sua stampa. Così come l’odore della prima copia fresca fresca. Non diversamente da qualsiasi altro giornale e di qualsiasi genere. Ma L’Altra Repubblica era imprevedibile anche per me stessa, come quel giorno che venne da me in redazione Anna Maria Ragni per dirmi che secondo lei il Mostro di Firenze era Alberto Bevilacqua, o quell’altra volta che una certa signora Elisabetta Negroni, una vispa vecchietta, venne a raccontarmi dove aveva sentito Aldo Moro che, imprigionato, da dietro una parete con cui confinava la sua casa aveva sentito che le implorava aiuto. Eppure che strano, su Bevilacqua i miei articoli fecero scalpore e mi guadagnarono gli arresti, mentre quelli su Moro non interessarono nessuno! Mistero dei misteri. Può darsi però che ora a ventitré anni da quegli articoli qualcuno si affacci a chiedere. Ebbene le risposte sono ancora lì, scritte, stampate, pubblicate e firmate.

 Gabriella Pasquali Carlizzi

Capitolo I

Giulio Andreotti

L’omicidio Pecorelli

Verità quale omaggio alla memoria

Gli assegni dell’ex presidente Giulio Andreotti e l’accusa di mandante di un assassinio

di Enzo Pugliese

(n. 3 del 12 novembre 1994, sezione Cronaca, pag. 14)

Entro la fine di luglio alcune inchieste giudiziarie che hanno, ciascuna nel proprio ambito, coinvolto pesantemente le istituzioni repubblicane, politici, militari, magistrati di rango, avrebbero dovuto avviarsi a parziale conclusione. Avrebbero dovuto! Un necessario condizionale. Perché riguardano la caduta nel mare di Ustica, il 27 giugno 1980, dell’aereo civile Itavia; la morte di un alto funzionario dello Stato coinvolto in traffici vari, Sergio Castellari, del quale al momento della scoperta del cadavere gli inquirenti sostennero trattarsi di un suicidio e che invece, come sembra accertato, fu omicidio, confermando così le molte perplessità sul suicidio avanzate fin dal momento della scoperta del cadavere; un’altra inchiesta riguarda invece l’ex presidente del Consiglio, il senatore a vita Giulio Andreotti, il quale in questi giorni ha chiesto il trasferimento degli atti da Palermo a Roma, sede ritenuta l’unica competente a giudicarlo dei molteplici reati di cui è accusato, tra cui quello di collusione con i vertici della mafia, in particolare con il capo dei capi Totò Riina.

Dovrebbe, sempre dovrebbe, concludersi anche un’altra inchiesta che riguarda Giulio Andreotti, con il suo ulteriore rinvio a giudizio oppure con l’archiviazione delle accuse. Riguarda l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e più precisamente la storia di una copertina del settimanale Op, il giornale diretto da Pecorelli, datata 6 febbraio 1979, che ritraeva Andreotti e la didascalia Gli assegni del Presidente. Un mese dopo, il 20 marzo, il direttore di Op fu assassinato da sicari ancora sconosciuti. Per questo omicidio, la Procura della Repubblica di Palermo ha rinviato a giudizio Giulio Andreotti con l’accusa di essere stato il mandante dell’assassinio di Mino Pecorelli. Si è scritto molto, moltissimo, su questa copertina di Op. Ma per disinformazione o imposta ignoranza l’episodio della copertina è sempre stato inquadrato nell’ambito di un ricatto montato dal direttore di Op nei confronti di Giulio Andreotti. Qualche giorno dopo la notizia che Op sarebbe uscito con un articolo destinato a colpire duramente l’immagine del presidente del Consiglio in carica Giulio Andreotti (anche se in quel momento dimissionario), fu in tutta fretta organizzata una cena alla quale venne invitato Pecorelli. È durante la cena che viene chiesto a Mino Pecorelli se ha bisogno di qualcosa, ricevendo in risposta il gradimento per un contributo finanziario a sostegno del settimanale da lui diretto. Su interessamento di Franco Evangelisti, all’epoca principale collaboratore di Andreotti, dopo qualche giorno dalla cena, a Pecorelli giunsero trenta milioni di lire. Queste circostanze costituiscono la base delle ricostruzioni giudiziarie e – delle tante – giornalistiche che hanno finora accomunato Mino Pecorelli a un ricattatore.

Ma la verità è diversa.

È il 14 ottobre 1977. L’agenzia di stampa Op – il settimanale sarebbe nato in seguito – alla quale sono abbonati tutti i principali uffici giudiziari, militari e politici della Repubblica e del mondo industriale e finanziario, pubblica un articolo: Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati? e un elenco di assegni che risultano emessi da banche di Milano. Soltanto un primo elenco perché l’ammontare complessivo è di due miliardi di lire si legge su Op che invita i magistrati di Roma e Milano ad aprire un’inchiesta. La notizia viene ignorata o fatta ignorare dalla stampa. Uguale comportamento è tenuto dalla magistratura. Bisognerà attendere il 26 novembre del 1980 perché il pubblico ministero Domenico Sica, il quale indaga sull’omicidio Pecorelli, decida di far sequestrare gli assegni indicati nel 1977 da Op. Sica li ritiene frutto di estorsione. Gli assegni vengono sequestrati a Milano dalla Guardia di Finanza, ma gli originali non furono mai inviati a Sica, il quale riceverà delle fotocopie. Soltanto fotocopie. L’inchiesta sulla morte di Pecorelli – sono gli anni Ottanta, quelli del sodalizio tra Andreotti, Forlani e Craxi, tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista – languì, si chiuse, per riaprirsi nel 1993 quando ebbe luogo il programmato avvicendamento politico italiano con la fine (?) della gestione di un potere durato mezzo secolo. Oggi infatti la copertina di Op del 6 febbraio 1979 è nuovamente tornata alla ribalta giudiziaria, in una inchiesta che vede per la prima volta interrogato Giulio Andreotti. Si riaccendono le polemiche sul perché nacque una copertina destinata a non andare in edicola. Quella copertina fu stampata per ragioni politiche, ecco la verità. Tra la fine del 1978 e gli inizi del 1979 si svolse uno dei più importanti congressi della Democrazia Cristiana. Si verificarono imprevisti e sensazionali colpi di scena. Notabili del partito ripudiarono concezioni sostenute per decenni. Si sciolsero vecchie alleanze. Sorsero nuovi gruppi di potere. Sono gli albori di quel grande gioco politico tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista che partorirà il Caf, l’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani, destinato a regnare sull’Italia per tutti gli anni Ottanta con i guasti che le attuali inchieste su Tangentopoli, sui politici e loro portaborse di quegli anni hanno solo parzialmente portato alla luce. Pecorelli si rese subito conto che stava iniziando un gioco politico di enorme rilevanza, dai contorni ambigui, pericolosi per la democrazia, dalle finalità oscure: è il grande gioco politico disegnato dalla Dc e dal Psi. Un gioco diretto a impossessarsi dello Stato. Pecorelli decide di contrastarlo pubblicando su Op articoli contro un suo stesso vecchio amico, Licio Gelli, alla cui loggia massonica P2 Pecorelli risulterà iscritto. E rispolvera quella… notizia sugli assegni dati ad Andreotti, già apparsa nell’ottobre del 1977, ma ancora ignorata. Vengono così stampate duecento copertine con l’effigie di Andreotti e l’indicazione degli assegni. Nelle intenzioni del direttore di Op devono servire a contrastare i progetti del Caf. In quei giorni Giulio Andreotti è alle prese con la formazione di un suo nuovo governo, il quinto. Il 31 gennaio del 1979 aveva presentato le dimissioni del suo quarto governo. Se il settimanale Op fosse andato in edicola con quella copertina bomba su Andreotti il grande gioco politico appena imbastito avrebbe rischiato di fallire. Viene allora imbastita una cena. Giungono a Pecorelli trenta milioni. È anche possibile che altre promesse di contributi a Op siano state fatte. Il Caf deve nascere. Non sono tollerabili ostacoli. Per il momento ogni desiderio di Pecorelli deve essere esaudito. Il direttore di Op cade nella trappola, rassicurato probabilmente dalle buone intenzioni che il Caf intende perseguire nell’interesse della nazione. La copertina di Op con l’effigie di Andreotti, gli assegni, viene distrutta. Il 20 marzo 1979 Giulio Andreotti vara il suo quinto governo. La stessa sera del 20 marzo Mino Pecorelli viene assassinato. Ha inizio il grande gioco politico che non perdona al direttore di Op lo sgarro di quella copertina. Ma è stata veramente la mafia, come ritengono i magistrati di Palermo, a eseguire la sentenza di morte decretata nei confronti di Nino Pecorelli? Oppure… oppure… è stato compito di qualche potere falsamente indicato come deviato? Un potere dello Stato? Come per Moro? Come per certe stragi? La risposta alla magistratura.

Così scriveva l’agenzia Op il 14 ottobre 1977:

Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati?

Questo è un primo elenco degli assegni bancari rappresentanti un pagamento effettuato personalmente, brevi manu, dal Presidente del Consiglio (attuale) on. Giulio Andreotti, per un ammontare complessivo che supera i due miliardi di lire. Dall’esame dei titoli bancari risulta che tra le firme di girata manca quella dello Statista ciociaro: che evidentemente ha cose da nascondere alla Giustizia non soltanto a Catanzaro. Il comportamento criminogeno dell’inquilino di Palazzo Chigi va al più presto chiarito. Chiediamo formalmente alla Procura di Roma e di Milano di aprire un’inchiesta volta ad accertare:

1) la reale esistenza dei nominativi figuranti quali intestatari degli assegni sopra elencati;

2) nel caso tale esistenza possa essere provata, il rapporto dei predetti con Giulio Andreotti, Corso Vittorio Emanuele 329, Roma;

3) la posizione giudiziaria del predetto Andreotti in ordine alla traditio dei titoli in oggetto;

4) la provenienza del danaro: cioè chi, a che titolo e a quale fine ha voluto far pervenire all’on. Andreotti assegni intestati a nominativi di copertura;

5) il motivo per cui l’on. Andreotti non ha ritenuto opportuno girare gli assegni in questione;

6) l’ammontare complessivo delle somme versate al Presidente del Consiglio da questo suo benefattore ignoto, per motivi da accertare.

I pentiti di mafia accusano, tre procure indagano

Giulio Andreotti: Lo zio

Raggiungere la verità giudiziaria sul caso Andreotti sarà un risultato importantissimo per la giustizia, per la morale e per la politica. L’Italia che vogliamo non deve scordare il proprio passato

di Enzo Castrenze Sciambra

(n. 4 del 28 gennaio 1995, sezione Cronaca italiana, pag. 15)

Sicuramente sono tre le date che hanno segnato la vita del senatore a vita Giulio Andreotti.

10 dicembre 1992: Leonardo Messina dice che Andreotti è stato punciuto. Dei suoi rapporti con la mafia parlano poi Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Francesco Marino Mannoia, Baldassarre Di Maggio. Leonardo Messina, nato a San Cataldo (Caltanissetta), congiunti mafiosi e anch’egli uomo d’onore col grado di sotto-capofamiglia, collaboratore del Sisde, implicato in omicidio, incomincia a collaborare con la giustizia il 30 giugno del 1992 in seguito all’assassinio di un suo amico e, temendo per la propria incolumità, inizia a parlare. Il primo a ricevere le sue confessioni è un commissario di pubblica sicurezza che Messina avrebbe dovuto uccidere e sul cui capo un agente immobiliare, ex assessore comunale, aveva posto una taglia di cento milioni.

La seconda data risale al 27 marzo del 1993: la Procura di Palermo chiede l’autorizzazione a procedere per concorso in associazione mafìosa.

Infine, il 9 giugno 1993, da Roma, ne viene chiesta una per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, direttore del settimanale Op.

Entrambe sono accolte.

Il 27 marzo del 1993 si può definire, certamente, una data storica per l’Italia. Una data destinata a segnare la fine della vecchia guardia dei politici che erano stati espressione degli anni della sovranità limitata. È il giorno in cui il senatore a vita democristiano finisce sotto inchiesta e viene raggiunto da una richiesta di autorizzazione a procedere da parte dei giudici palermitani per un reato gravissimo, associazione a delinquere di stampo mafioso. È la fine di un’epoca. Un po’ annunciata quando i sicari di Cosa Nostra uccisero a Mondello, vicino a Palermo, Salvo Lima, il più andreottiano degli andreottiani siciliani, il più sospettato di connivenze mafiose di tutti i politici italiani. Un delitto di mafia, si disse. Un regolamento di conti interno a Cosa Nostra che andava ridefinendo organigrammi e alleanze politiche, spiegarono gli esperti.

Il pentito Leonardo Messina non ha parlato solo di Andreotti. La Procura di Palermo dovrebbe riaprire le indagini sugli appalti concessi dal Comune siciliano quando era sindaco Leoluca Orlando ancora democristiano. Il procuratore Caselli starebbe riesaminando un rapporto dei carabinieri del Ros del 15 maggio del 1991, già archiviato. Il pentito Messina rivela: Un altro uomo politico che ha avuto rapporti con Cosa Nostra è Orlando Leoluca. Ciò non mi risulta personalmente, ma mi è stato riferito da altri uomini d’onore nei termini che adesso preciserò a verbale. Nei mesi di aprile e maggio 1992, mentre ero detenuto nel carcere di Caltanissetta, si trovavano colà pure ristretti Diego Di Trapani, Giovanni Teresi e Ludovico Bisconti. I tre uomini d’onore, dopo avere chiesto a Messina se avesse notizie dell’acquisto di un appezzamento di terra vicino a Enna da parte del padre di Orlando, commentarono negativamente l’attuale linea politica di Orlando, contraria a Cosa Nostra dicendo: stu curnutu, prima quando era al Comune, era a posto; ora, ogni volta che qualcuno gli vuole chiedere qualcosa si rifiuta e dice: ora parlo, ora parlo. Ci mandammo uno della Rete per parlargli ma non ne ha voluto sapere. Leonardo Messina, malgrado i suoi detrattori, è un pentito attendibile.

Ma ritorniamo a Giulio Andreotti. A quel bacio tra Giulio Andreotti e Totò Riina avevano creduto, all’inizio, in pochissimi. Perfino tra le file di Cosa Nostra. Sulle rivelazioni del pentito Balduccio Di Maggio, che aveva fornito i particolari di quello scambio di effusioni tra l’ex presidente del Consiglio e il superboss, sono fioccati sin dal primo momento i commenti più increduli. Invece proprio da un mafioso di rango come Raffaele Ganci, Falluzzo per gli amici, fedelissimo di Riina, arriva un’imprevista e autorevole conferma. Ecco cosa ha raccontato ai giudici di Palermo il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, a sua volta da trent’anni legato a Ganci: Ricordo che Falluzzo e io stavamo leggendo sul giornale un articolo sull’incontro, avvenuto nell’abitazione di Ignazio Salvo, tra Riina, Salvo, Lima e Andreotti. Allora esclamai: ‘Minchia, i fissarìi chi dici stu curnutazzu ri Di Maggio!’. A questo punto Falluzzo si toglie gli occhiali, che usava per leggere, e con tono assolutamente serio mi disse: ’Sta minchia dice fissarie Di Maggio! Quello dice la verità, perché i rapporti con i Salvo e Lima, Riina li faceva tenere a Di Maggio’. Questa non è che una delle tantissime rivelazioni che i magistrati hanno raccolto sul caso Andreotti. Sotto inchiesta a Palermo per concorso in associazione mafiosa e a Perugia come ipotetico mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli, il direttore del settimanale Op ucciso nel marzo del 1979, il senatore a vita democristiano appare sempre più nei guai. Ma chi è Salvatore Cancemi?

Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova, dopo l’arresto di Pippo Calò è stato componente della commissione regionale di Cosa Nostra. I magistrati inquirenti ritengono che il suo contributo nella lotta contro la mafia potrebbe essere superiore al contributo dato da Tommaso Buscetta. Anche Cancemi, ultimo dei grandi pentiti della mafia della Sicilia occidentale, fornisce dunque la stessa versione già raccontata da Masino Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo, Pino Marchese, Balduccio Di Maggio: secondo loro il senatore sarebbe stato il referente romano di Cosa Nostra. Sui singoli processi aggiustati in Cassazione sta indagando a Roma il sostituto Pietro Saviotti, che ha già chiesto al giudice delle indagini preliminari l’arresto dell’ex primo presidente della Suprema Corte di Cassazione Corrado Carnevale, e che ha ricevuto da Palermo i verbali riservatissimi di Cancemi.

Proprio da Perugia potrebbero arrivare altri guai seri per Giulio Andreotti poiché, secondo i pentiti che lo accusano, il senatore sarebbe stato chiamato confidenzialmente in causa dai picciotti di Cosa Nostra. Un pentito della Banda della Magliana, l’organizzazione malavitosa romana legata al mafioso Pippo Calò, agli ambienti della destra eversiva e ai servizi segreti, ha svelato da poche settimane che i killer di Mino Pecorelli sarebbero stati due: Massimo Carminati, anche lui affiliato alla Banda della Magliana, e un certo Angelo il siciliano, identificato nel boss mafioso Michelangelo La Barbera. Proprio Michelangelo La Barbera è stato arrestato il 3 dicembre del 1994. Se il boss collaborasse sarebbe un’ulteriore preoccupazione per Giulio Andreotti. Dunque aveva ragione Tommaso Buscetta, il quale per primo ha raccontato che era stata Cosa Nostra a eliminare Pecorelli per fare un favore ad Andreotti. In quei mesi del 1979 il direttore di Op aveva intensificato i suoi attacchi contro il presidente del Consiglio per gli assegni dell’Italcasse e per il memoriale di Aldo Moro. Se è vero che Cosa Nostra e la Banda della Magliana, con due killer di primo piano, eliminarono Pecorelli, allora di tutto questo deve essere al corrente il pentito Totò Cancemi che nella cupola ha preso il posto del boss di Porta Nuova Pippo Calò, emigrato a Roma e per anni, prima di essere catturato, coordinatore del rapporto tra mafia, Magliana, neofascisti e servizi segreti.

Andreotti: l’ora del giudizio

Non dire bugie!

La Procura della Repubblica di Palermo, in duemila pagine, ha raccolto solide prove che dimostrano una prima verità di base dell’inchiesta: Giulio Andreotti non ha detto la verità in più occasioni. Perché?

di Enzo Castrenze Sciambra

(n. 7 del 18 febbraio 1995, sezione Cronaca, pag. 42)

Palermo – Sin dal maggio 1993 Andreotti aveva giurato: Non ho mai visto né conosciuto i cugini Ignazio e Antonino Salvo. So che magari ciò potrà sembrare strano data la notorietà dei Salvo, ma ripeto che non li ho mai visti né conosciuti. In contrasto con questa affermazione, il superteste ha detto ai giudici della Procura di Palermo: Li ho visti assieme più di una volta. E con loro c’era anche Salvo Lima. L’autista si chiama Francesco Filippazzo, è un ex dipendente del Comune di Palermo, dal ’72 diventato autista di Salvo Lima, leader della corrente andreottiana in Sicilia e ucciso il 12 marzo 1992. Filippazzo ha confermato di avere per almeno due volte accompagnato Andreotti in giro per la Sicilia a bordo dell’alfetta blu targata Palermo. Quell’auto era di proprietà dei Salvo che dall’’80 l’avevano messa a disposizione di Lima. Una foto conferma: fu scattata dalla ditta Averna, presso la quale Andreotti si recò, accompagnato dall’autista di Lima, nell’’81.

Ma come si è arrivati a individuare l’uomo chiave dell’inchiesta Andreotti?

Tutto comincia negli uffici della Dia e della Procura di Palermo dove per mesi, dal maggio del 1993, vengono passate al setaccio le visite di Andreotti nell’isola. In questo lavoro di paziente ricostruzione un bel giorno salta fuori una sosta di Andreotti a Caltanissetta. Sono stati il procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, il suo aggiunto Guido Lo Forte e i sostituti Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli a preparare il processo che ha fatto perdere il sonno a Giulio Andreotti. Il governo Dini ha mandato a Palermo Achille Serra, prenderà il posto del prefetto Luigi Rossi, nominato sottosegretario. Serra, tra l’altro, si è molto occupato delle stragi di Capaci e via D’Amelio (in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e ha coordinato parecchie indagini su Cosa Nostra, in stretto collegamento con i giudici delle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta curando soprattutto gli aspetti economici e finanziari delle attività svolte dall’organizzazione mafiosa. Nel capoluogo dell’isola, Serra trova nella rovente poltrona di questore Arnaldo La Barbera che con lui ha lavorato fianco a fianco allo Sco (Servizio Centrale Operativo) e che ha accolto la notizia con particolare soddisfazione: Conosco il prefetto Serra da molto tempo e giudico la sua nomina a Palermo quanto mai azzeccata e opportuna. È un funzionario con altissime qualità morali e tecniche con il quale sono ben lieto di tornare a collaborare. I risultati sul fronte operativo non mancheranno certamente. Anche il procuratore capo della Repubblica di Palermo, Gian Carlo Caselli, ha espresso soddisfazione e apprezzamento, a nome pure di tutti i colleghi dell’ufficio, per la nomina di Serra. In particolare, Caselli ha ricordato le straordinarie qualità morali e professionali del nuovo prefetto di Palermo, con il quale ha già lavorato in delicatissime indagini sulla criminalità organizzata e nella cattura dei superlatitanti di Cosa Nostra. Il sindaco Leoluca Orlando ha formulato gli auguri di buon lavoro e ha espresso compiacimento per l’attenzione dimostrata dal governo alla complessa situazione palermitana con la nomina di un qualificato esponente dello Stato.

Ci siamo un po’ distratti, ritorniamo a parlare del senatore a vita Giulio Andreotti.

Si chiama Giuseppe Vanni Calvello, un principe decaduto della nobiltà palermitana che, alla fine dell’interrogatorio del 25 settembre 1993, è stato arrestato per reticenza e falsa testimonianza. La nobildonna Gabriella Ruffo della Scaletta aveva dichiarato di aver sentito parlare il principe di una gita a bordo dello yacht dei Salvo a cui partecipava Andreotti. Vanni Calvello ha negato, ma i magistrati erano in possesso di un’intercettazione nella quale Vanni Calvello parlava di quella gita. Così sono scattate le manette per il principe. Gabriella Ruffo ha in seguito dichiarato di avere subito pressioni per ritrattare le sue dichiarazioni.

L’ex mafioso Balduccio Di Maggio ha addirittura raccontato che un incontro tra Andreotti e il boss dei boss, Totò Riina, sarebbe avvenuto nell’attico palermitano di Ignazio Salvo.

Giulio Andreotti potrebbe avere avuto in Sicilia un quarto incontro con i boss mafiosi, oltre a quelli già narrati dai pentiti Francesco Marino Mannoia e Balduccio Di Maggio. Lo ha rivelato ai giudici un nuovo collaboratore di giustizia, Gaetano Lima, riferendo le confidenze di un uomo d’onore, Nino Gattuccio. Ricordo di aver accompagnato Gattuccio nel villino dei cugini Nino e Ignazio Salvo ha detto Lima. Gattuccio mi disse che all’incontro avrebbe partecipato, oltre al defunto onorevole Salvo Lima, anche un politico molto importante che non mi specificò. Adesso posso pensare che il politico in questione potesse identificarsi nell’onorevole Giulio Andreotti ma, per correttezza, devo ammettere che all’epoca tale nome non mi venne in mente. Le rivelazioni di Lima però non hanno convinto i magistrati della Procura di Palermo che non le hanno allegate all’atto di accusa contro il senatore a vita.

Pronto, Vittorio, sono Nino, Nino Salvo. Mi raccomando per giovedì che arriva sua eccellenza l’onorevole. Per il buffet non deve mancare niente. Guarda che sono nelle tue mani. A parlare è Vittorio De Martino, che nel luglio del 1979 era il direttore dell’hotel Zagarella di Santa Flavia, a pochi chilometri da Bagheria. Quattordici anni dopo si ricorda di quella telefonata. Davanti ai magistrati di Palermo racconta tutto quello che ricorda. Il direttore dell’albergo Zagarella, hotel di proprietà, allora, di Nino e Ignazio Salvo, non ha esitazioni nel raccontare quali rapporti fossero intercorsi tra Nino Salvo, uomo d’onore della famiglia di Salemi, notissimo come l’esattore più potente della Sicilia e più ricco d’Italia, e Giulio Andreotti. Lo posso dire senza esitazioni: Nino Salvo conosceva Andreotti. Mi avvertì della sua visita, curò personalmente il buffet. E quel 7 giugno, quando Andreotti arrivò all’hotel Zagarella, dopo il comizio al cinema Nazionale, lo portò in giro, continuando a chiamarlo ‘Eccellenza onorevole’. Gli mostrò la sala dei congressi e quella dei banchetti. Non lo perse di vista un attimo.

Zio Giulio (così, ha raccontato il pentito Tommaso Buscetta, lo chiamavano i mafiosi) ha giurato e spergiurato che non conosceva i cugini Salvo, Nino e Ignazio, ormai morti entrambi (il primo d’infarto, nel 1986; il secondo ucciso, nel novembre 1992) ed entrambi affiliati a Cosa Nostra. Ma i magistrati sono riusciti a dimostrare il contrario: con decine di testimonianze e perfino un paio di foto.

Il quotidiano del pomeriggio di Palermo L’Ora pubblica un articolo, a firma del giornalista Antonio Calabrò, pieno di particolari sull’accoglienza che Nino Salvo dedica ad Andreotti al suo arrivo allo Zagarella. Il quotidiano L’Ora pubblica l’articolo l’8 giugno del 1979, il titolo è "Io in pensione? Nel Duemila ci sarò ancora…", e l’occhiello è il seguente: Comizio e lauta cena di Andreotti a Palermo.

Ma i politici di quel periodo hanno buona memoria.

Ricorda Attilio Ruffini, anche lui in una foto: Lima era l’uomo di Andreotti in Sicilia. Si passava solo da lui per avere favori. I Salvo erano i suoi elettori. Controllavano i due terzi dell’Assemblea Regionale Siciliana. Solo grazie ai voti dell’isola, la corrente andreottiana a Roma era passata dal due al dodici per cento.

Detta a verbale Mario Fasino, ex presidente della Regione: I cugini Salvo hanno rappresentato per molto tempo un appoggio determinante per il successo e l’espansione di Andreotti in Sicilia.

E c’è Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo ormai definitivamente condannato per associazione mafiosa, potentissimo in quegli anni: Ai cugini Salvo mi sono avvicinato dopo l’accordo del novembre 1976 tra la mia corrente e quella di Lima. A Nino e Ignazio non ho mai chiesto se conoscessero Andreotti. Era scontato che fosse così. Come in quella manifestazione del giugno del 1979, quando Nino e Giulio si salutarono come due che si conoscevano da tempo.

Perfino Gaetano Sangiorgi (oggi detenuto in Francia, per fatti di mafia), che nel settembre del 1976 ha sposato Angela Salvo, la figlia di Nino, ragiona come Ciancimino: Mio suocero parlava di Lima e delle sue amicizie con Andreotti. E lo faceva in una maniera tale che non ho mai avuto il dubbio che fosse in rapporti stretti con lui. C’è un episodio: mio padre, che era primario al civico, voleva completare il reparto di rianimazione, ma Lima non gli dava retta. Chiesi a mio suocero di intervenire presso Andreotti.

A tutto questo Andreotti ha risposto: Non conoscevo i Salvo. Ciò che voi giudici avete raccolto non prova nulla. Cercate ancora. E ricordatevi: io non gli mandavo neppure gli auguri di Natale.

Contro Andreotti e a conferma dei suoi rapporti con i Salvo, è stato messo un altro punto fermo nel confronto di dieci minuti tra l’ex presidente del Consiglio e Balduccio Di Maggio, il mafioso pentito che fece arrestare Totò Riina il 15 gennaio 1993. Baldassarre Di Maggio, mafioso della famiglia di Bernardo Brusca, di San Giuseppe Jato, uomo di fiducia di Totò Riina, diventa inaffidabile quando lascia la moglie e due figli perché innamorato di una ventenne. Temendo una sentenza di morte di Cosa Nostra, ripara in Piemonte dove l’8 gennaio 1993 viene arrestato per una vicenda connessa a furti di ciclomotori e detenzione di armi. Decide quasi subito di collaborare con la giustizia e incontra il giudice Giancarlo Caselli.

Un altro pentito, Francesco Marino Mannoia, tira in ballo Giulio Andreotti. Marino Mannoia, della famiglia di Santa Maria di Gesù capeggiata da Stefano Bontate, mafiosi padre, fratello e suocero, ritenuto il migliore chimico della Sicilia, ha raffinato quintali di eroina, pura al novantotto per cento. Ha incominciato a collaborare con la giustizia l’8 aprile 1989 e ha indicato agli inquirenti le camere di tortura del clan di Corso dei Mille, le fosse dove venivano seppellite le vittime, i bidoni di acido nel quale si scioglievano i corpi degli strangolati. Quando hanno saputo delle sue confessioni, i corleonesi gli hanno ucciso la madre, una sorella, una zia e successivamente anche uno zio. Il segretario della Dc palermitana Michele Reina era stato già ucciso, strani fermenti scuotevano il partito cattolico e il presidente della Regione Mattarella, che prima aveva fatto favori a Cosa Nostra, si era messo in testa di far pulizia nel viscido mondo degli appalti. Fu una riunione concitata, assicura Francesco Marino Mannoia, che sentì delle grida provenienti dall’interno. E quando l’incontro ebbe fine, Andreotti andò via con i cugini Salvo a bordo di un’autovettura blindata. Lasciarono la villa anche i mafiosi. Ricorda il pentito: Lungo il tragitto, Bontate raccontò che Andreotti era venuto per avere chiarimenti sull’omicidio di Mattarella e che gli aveva risposto: ‘In Sicilia comandiamo noi e, se non volete completamente cancellare la Dc, dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti dalla Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l’Italia del Sud. Potete contare solo sui voti del Nord, dove votano tutti comunista. Accettatevi questi’. Bontate aggiunse che aveva diffidato Andreotti dall’idea di adottare interventi o leggi speciali poiché altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi. Scoppia la guerra di mafia con l’eliminazione di Stefano Bontate, l’ambiente politico subisce uno scossone. Marino Mannoia commenta: Riina e i suoi cercavano la fiducia di Andreotti. Ho sentito dire che non si sono trovati bene con lui nel senso che Andreotti non è risultato disponibile come era stato tempo prima. Tanto è vero che fu deciso di dargli una dimostrazione di potenza facendo pervenire, anche all’Ucciardone, l’ordine per tutti gli uomini d’onore di far votare in tutta la Sicilia il Psi e, in particolare, Martelli e un candidato di Partinico che mi pare si chiamasse Filippo Fiorino.

Quanto viene ancora taciuto del caso Andreotti

È più comodo il pentito del cittadino onesto e coraggioso?

Ecco un esempio che non invoglia il cittadino a rendersi parte attiva nella società in cui vive se poi, pur ponendo a rischio la propria vita, viene totalmente ignorato e, pertanto, lasciato da solo nel pericolo

di Gabriella Pasquali Carlizzi

(n. 8 del 25 febbraio 1995, sezione Mafia e Stato, pag. 12)

Non intendiamo soffermarci sulle logiche procedurali che attualmente animano la notizia giornalistica, desideriamo piuttosto portare a conoscenza dei lettori quanto si continua a tacere a riguardo di chi, senza essere pentito di mafia, ha sottoscritto nel merito del caso Andreotti diversi verbali di fronte ai giudici palermitani che se ne occupano. Ancora una volta protagonista di tali denunce è Gabriella Pasquali Carlizzi, la quale rese spontaneamente pesantissime dichiarazioni agli atti del giudice Morvillo nella mattinata di quel famigerato 27 marzo del 1993, proprio quando la Procura di Palermo chiese nei confronti del senatore l’autorizzazione a procedere per concorso in associazione mafiosa. Fu detto che tale provvedimento scaturiva dalle rivelazioni del pentito Buscetta, non fu mai detto invece, e stranamente, quanto spinse Gabriella Carlizzi a esporre la sua stessa vita in argomentazioni tanto gravi da far tremare le fondamenta del Palazzo. Addirittura, giacché in questi verbali si precisava anche nel merito del delitto Dalla Chiesa, la stampa riportò a opera di altri quanto testualmente, parola per parola, era stato denunciato dalla signora Carlizzi, la quale, nonostante i numerosi comunicati stampa tesi a rivendicare la paternità delle dichiarazioni, fu totalmente ignorata.

Ci chiediamo: quali poteri trovano un accordo tanto compatto tra apparati diversi e spesso contrapposti da occultare tutto quello che nel vasto campo giudiziario ha visto Gabriella Carlizzi protagonista delle più coraggiose denunce tutte tese a smantellare i crimini ben nascosti nelle pieghe stesse dello Stato?

Eppure fin dall’ottobre del 1990 la stessa

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