Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

L'intrigo: Guanti puri e senza macchia

L'intrigo: Guanti puri e senza macchia

Leggi anteprima

L'intrigo: Guanti puri e senza macchia

Lunghezza:
221 pagine
3 ore
Pubblicato:
20 lug 2019
ISBN:
9788834158739
Formato:
Libro

Descrizione

Un giallo avvincente ambientato in Calabria in cui due donne coraggiose contrastano lo strapotere della ndrangheta e dei suoi accoliti. Le obbedienze italiane finiscono nel mirino della commissione Antimafia per presunte collusioni con le organizzazioni criminali. In realtà, le indagini di una pm in prima linea e di una determinata poliziotta, già scampata a un agguato, scoprono una verità diversa svelando un complesso intrigo. E fanno emergere ciò che si cela dietro un mortale groviglio di falsi dossier, giornalisti prezzolati, interessi economici, criminalità organizzata, politici corrotti e clerici poco propensi alla carità cristiana. Un intreccio politico-mafioso-clericale che fa affari sfruttando i migranti e usando la massoneria come capro espiatorio.
Compagne di vita, con la complicità di Saru, le due donne fanno scattare le manette ai polsi di onorevoli, imprenditori, uomini di chiesa e boss mafiosi che vedono in alcuni massoni di buona volontà un ostacolo ai loro progetti di arricchimento personale. E quando l’azione di inquirenti e investigatori si rivela insufficiente, ci pensa il caso. È proprio il destino a impedire che il sonno della ragione generi un nuovo mostro. Ad evitare che una labile mente, obnubilata da campagne di odio, metta a segno il proprio disperato disegno di morte.
C’è molta cronaca in questa nuova avventura gialla del cronista salentino Rosario Santacroce. Saru è alle prese con una pericolosa indagine che parte dalla Calabria e coinvolge l’intera penisola. E sullo sfondo c’è il mondo dell’esoterismo. 
Pubblicato:
20 lug 2019
ISBN:
9788834158739
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Cesario Picca (1972), salentino di origine, vive a Bologna. Per 25 anni ha lavorato come giornalista di cronaca nera e giudiziaria, ora si occupa dei suoi gialli e del protagonista Rosario Saru Santacroce ed è relatore e moderatore in numerosi dibattiti e convegni. Ha pubblicato (2005) il saggio giuridico Senza bavaglio – L’evoluzione del concetto di libertà di stampa.Il suo amore per i gialli è sbocciato con Tremiti di paura dove il cronista salentino Rosario (Saru) Santacroce segue le indagini per scoprire l'autore di un cruento femminicidio. Questo è il primo giallo di una lunga serie. Vi fanno parte, infatti, Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione, Il dio danzante - delitto nel Salento, Vite spezzate ambientato a Londra e dedicato alle vittime di abusi, L'intrigo - guanti puri e senza macchia e Il filo rosso - delitto sui colli.C’è molto di Cesario Picca in Saru Santacroce. Stessa età, stesse origini, stesso modo di vivere vita e lavoro. Laureato in Economia all’Università di Lecce, Cesario Picca si è trasferito a Bologna per lavoro. Si è occupato per molti anni di cronaca nera e giudiziaria lavorando per il quotidiano L’Informazione-Il Domani e collaborando con l’agenzia Adn Kronos.Nel 2002 è stato insignito del premio 'Cronista dell’anno Piero Passetti' grazie a un’inchiesta giornalistica.Cesario Picca was born and bred in Salento, in South Italy. For 25 years he worked as a crime and judicial reporter so it was very simple start writing thrillers. In his books, like Broken Lives and Murder in the Tremiti Isles, there are many real stories crossed with fantasy.He has already published (2005) the juridical essay Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa (Ungagged - the developing concept of freedom of the press).His love for thrillers blossomed with Murder in the Tremiti Isles (She, the other and death...) in which the main character, the reporter from Salento, Rosario Saru Santacroce, is involved in a femicide. But you can find Saru Santacroce in thrillers Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione (Because transgress also means dying...), Il dio danzante - delitto nel Salento (It is hard to deal with our own certainties...), Broken Lives (The monsters from the past destroy the future...), a psychological thriller set in London, dedicated to victims of abuse and inspired by Criminal Minds, Il filo rosso - delitto sui colli and the esoteric L'intrigo - guanti puri e senza macchia.The main character of his thrillers is a rough and rational man, talkative, charismatic, ready to savor every moment of life as if it was the last. Nicknamed Saru (the nickname that is given in Salento to those named like him), the reporter Rosario Santacroce covers the city's crime beat. As often happens, occasionally work also follows him on holidays because a real reporter is destined (almost) never to unplug. And that is probably why he gets entangled in murders.Maybe, between Saru Santacroce and Cesario Picca there are many points in common; they love life and they think life is a gift. They love footing and untill now they have run 30 marathons. A good way, in their opinion, to relax and feel good.In 2002 Cesario Picca was awarded the Piero Passetti prize for 'Reporter of the year'. He is a speaker or moderator at numerous conferences and participates in many radio and television broadcasts.


Anteprima del libro

L'intrigo - Cesario Picca

Capitolo 1 – Un incidente mortale

Quando la pattuglia della polizia municipale giunse sul posto, la Bmw cabrio nuova fiammante, color canna di cannone, era capovolta nel campo semi verdeggiante che affiancava la statale 106 che da Soverato conduceva a Catanzaro. Era finita fuori strada qualche chilometro prima di raggiungere Roccelletta, non molto distante dal parco archeologico di Scolacium, a ridosso di una curva neppure tanto pericolosa. Per il conducente Franco Matano non c’era stato nulla da fare.

Secondo il medico dell’ambulanza del 118 arrivata sul posto su richiesta di un passante, l’uomo era morto praticamente sul colpo senza neppure rendersi conto di quanto stava accadendo. Franco Matano, chiamato ‘il dottore’ dai suoi concittadini, percorreva quella strada ogni mattina. Da alcuni mesi si stava occupando personalmente della filiale della Cassa di risparmio situata in piazza Matteotti, a due passi dal centro storico di Catanzaro, non molto distante dal Palazzo di giustizia. Verso le 7,40 parcheggiava il suo fiammante bolide in un garage vicino alla banca, prendeva un caffè con gli amici nel bar dirimpetto e dava inizio all’ennesima giornata di lavoro.

Pareva un uomo d’altri tempi, don Franco Matano. Figlio dell’aristocrazia latifondista calabrese, c’era poco di Soverato che non appartenesse alla sua famiglia. La Cassa di risparmio era stata fondata da suo nonno Agostino subito dopo l’Unità d’Italia in quel centro di novemila anime situato a circa trenta chilometri dal capoluogo di provincia. Si affacciava nella parte sud del golfo di Squillace chiamato da Virgilio navifragum Scylaceum per via dei numerosi naufragi e pertanto era tra le zone più temute dai marinai. Terzo di cinque figli, viso angelico ed espressione magnetica, don Franco faceva dell’eleganza fine e ricercata un segno distintivo.

Non era sposato perché, come usava ripetere spesso, amava godersi quella vita che non era stata in grado di mettere sulla sua strada una donna capace di fargli girare la testa neppure dopo aver gustato dell’ottimo champagne. Anche se c’era da credere che fosse stato lui stesso a non concedere alcuna chance alle pretendenti tenendo parecchio alla sua libertà. Aveva un forte senso per gli affari, ma odiava sprecare il proprio tempo per ciò che considerava effimero e che tendeva ad allontanarlo da quei momenti che riteneva fulgido esempio di una vita vissuta. Proprio per questa ragione usava circondarsi di persone perbene e capaci, in modo da poter dedicare il giusto tempo agli affari. Solitamente non sbagliava nella scelta e aveva il necessario carisma per convincere i propri collaboratori a dare il meglio per la causa. Ma qualche volta anche i migliori possono commettere degli errori e il direttore della filiale di Catanzaro si era rivelato un fardello molto pesante e potenzialmente deflagrante per l’intera banca e per il buon nome della famiglia.

L’uomo era stato arrestato tre mesi prima per associazione per delinquere di stampo mafioso. Era accusato di essere il referente della potente ’ndrina locale per il riciclaggio delle ingenti risorse finanziarie che il clan stava incassando negli ultimi anni con il business dell’accoglienza delle migliaia di migranti che sbarcavano sulle coste italiane. Grazie alle sue influenti amicizie e alla sua capacità di mediazione, il dottore era riuscito a salvare la propria creatura evitando che finisse nel tritacarne mediatico-politico-giudiziario.

La sua paranza aveva superato indenne la peggiore delle tempeste e dopo il necessario ricovero in porto si accingeva nuovamente a solcare il mare aperto con l’obiettivo di oltrepassare le famose colonne d’Ercole. Non sapendo di chi fidarsi, decise di occuparsi in prima persona della filiale e pertanto da tre mesi faceva su e giù ogni mattina da Soverato per evitare che potessero emergere ulteriori sorprese potenzialmente in grado di mettere in ginocchio la baracca. Perché, come recitava un vecchio adagio, u cane secuta sempre u strazzatu¹.

In quei cento giorni, a dire il vero, di sorprese ne aveva scoperte davvero parecchie. Inoltre, aveva conosciuto tanti personaggi, alcuni dei quali molto influenti nella vita amministrativa della città anche se con la politica ufficialmente non avevano niente a che fare. Avevano, però, tanti voti e con il business dell’accoglienza avevano allargato il loro bacino elettorale potendo elargire stipendi a man bassa. Per gestire quell’ingente ricchezza proveniente dall’altra parte del Mediterraneo c’era bisogno di molta manovalanza a basso costo. Poco più di mille euro al mese per ogni migrante sbarcato a fronte delle poche spese sostenute per gestirlo: ogni trenta giorni centinaia di migliaia di euro finivano nelle tasche di chi al centro dei propri interessi non aveva certamente l’aiuto umanitario, l’integrazione e l’ospitalità. Quelle facce scure e sofferenti che sbarcavano nei porti della Sicilia e della Calabria non erano persone, bensì soldi che camminavano e che andavano incassati.

Don Matano era stato avvicinato parecchie volte dagli amici degli amici affinché si convincesse dell’opportunità di proseguire con il lavoro che fino a quel momento aveva egregiamente svolto il suo sottoposto poi finito in galera. Doveva capire che certi accordi non possono essere cambiati quando ci sono in ballo risorse così importanti. Che gli affari sono affari e non bisogna guardare da dove vengono i soldi bensì al loro colore e soprattutto al loro inebriante odore. Don Matano era un uomo di mondo, ma era stato educato al rispetto di certi valori che non era sua intenzione infrangere. E comunque tra i suoi propositi non c’era quello di mettere a repentaglio la banca e le centinaia di famiglie a cui dava da mangiare e nei confronti delle quali sentiva di avere più di un obbligo morale.

Le autorità di vigilanza erano state chiare nel precisare che in una fase di crisi profonda come quella non avevano in animo di chiudere un istituto di credito. E men che meno se aveva le risorse per andare avanti senza richiedere l’investimento di ingenti risorse pubbliche, come invece era avvenuto per salvare le banche di altre parti d’Italia; così come non potevano mettere a repentaglio tanti posti di lavoro in una zona già duramente provata. Ma il patto era che venissero tagliati tutti i legami con la criminalità organizzata. Don Matano aveva accettato la sfida nonostante avesse scoperto molto presto quanta fatica c’era da fare per portare avanti quel piano di riordino con le pressioni quotidiane. Per non parlare dello stress inutile che quell’impegno gli stava causando, soprattutto quando era costretto a investire la maggior parte del suo tempo per incontrare inviati che buttavano sul tavolo proposte che non si potevano rifiutare. Con quel suo rigore morale e con la sua intransigenza il dottore si era fatto parecchi nemici, in quei tre mesi.

Dei rilievi si incaricarono il comandante della municipale di Borgia, di cui Roccelletta era frazione, e il suo vice, di fatto gli unici due in servizio quel giorno tra assenze per malattia e ferie. Il sole era già alto e caldo quando giunsero sul posto, il che non fu di gradimento per il capo che non amava lavorare a quelle temperature non sopportando la calura. Di certo il suo peso non gli era d’aiuto e la buona volontà non era una delle sue doti più apprezzate. Quella mattina, poi, non era cominciata sotto i migliori auspici per via di un litigio con la moglie. L’ennesima discussione per stabilire chi tra i due avesse i galloni del comando in famiglia. In realtà quella battaglia l’aveva già persa da tempo, ma ciclicamente doveva fare i conti con una sorta di rigurgito maschilista che lo spingeva a ricominciare le schermaglie nel goffo tentativo di riprendersi ciò che ormai non gli apparteneva più. Una sorta di guerra di posizione che non avrebbe sortito alcun effetto se non la triste consapevolezza di dover trovare altrove una compensazione.

E sul lavoro u cumannanti, come lo chiamavano tutti, pareva trovare una sorta di vigoria che sotto il tetto coniugale non era in grado di sfoggiare. Peccato che non gli servisse per svolgere al meglio il proprio compito, bensì per comportarsi alla stregua di un escremento animale che immancabilmente ti capita di schiacciare mentre con le scarpe delle migliori occasioni sei diretto in ritardo all’appuntamento più importante della tua vita. Gli bastarono pochi sforzi per cominciare a sudare come non avrebbe fatto neppure un somarello obbligato a trasportare una tonnellata di zolfo nel bel mezzo di una solfatara. Dovette fermarsi dopo aver trascritto le prime tre misure nel brogliaccio nascosto in un portadocumenti in finta pelle di colore nero con sopra lo stemma semi sbiadito dell’unica azienda che nei paraggi disponesse di un carroattrezzi.

Il camion era già fermo ai bordi della strada e stava aspettando che venisse dato l’ordine di caricare ciò che restava della Bmw per portarla in deposito dove sarebbe rimasta sotto sequestro in attesa delle determinazioni dell’autorità giudiziaria. Alla guida c’era il titolare che poi era anche l’unico dipendente.

«Comannà, aggiu purtatu na bella crema di caffè» disse Peppino Donato dirigendosi verso il capo della municipale. L’uomo in divisa si era allontanato dal luogo dell’incidente per ripararsi all’ombra di un albero e in quel momento era intento ad asciugarsi il sudore con un fazzoletto di cotone bianco con le righine colorate ai bordi. Quel fresco corroborante fu molto gradito dal comandante che aveva proprio bisogno di qualcosa di gustoso per riprendersi da quelle fatiche che solo a pensarci lo facevano soffrire terribilmente.

«Se non ci fossi tu, caro Peppino, qui le forze dell’ordine avrebbero vita dura nello svolgimento del proprio dovere» esclamò il vigile che a quelle accortezze ci teneva parecchio e le pretendeva pure dal momento che chiamava sempre Peppino quando c’era bisogno di un carroattrezzi. E l’uomo non mancava mai nel fargliele avere, così come non si scordava mai del comandante né a Natale né a Pasqua quando gli faceva recapitare un bel cesto con i prodotti tradizionali. Stettero a chiacchierare per alcuni minuti mentre il sottoposto faceva i rilievi da solo perché se avesse atteso la disponibilità del collega, avrebbe impiegato l’intera giornata e probabilmente non sarebbe stata sufficiente.

«A che punto siamo, Carlino?» urlò il comandante al suo sottoposto, con l’evidente intento di invogliarlo a non fossilizzarsi troppo con i rilievi perché tanto il suo infallibile fiuto gli aveva detto che si trattava di un incidente e come tale lo avrebbe descritto nel rapporto che avrebbe firmato prima di inviarlo in Procura.

«Ancora un poco e avrò finito» gli rispose il collega che oltre al sole e al lavoro non aveva voglia di fare i conti pure con quel rompipalle scansafatiche del superiore.

«Facciamo in fretta che tanto è tutto chiaro e non lo riportiamo certamente in vita» insistette ancora il capo che sorseggiava con gusto la sua parte di crema di caffè gentilmente offertagli, intervallandola con una strisciata sulla fronte per asciugare il sudore dell’idea di fatica con la quale si era misurato quella mattina.

Nel frattempo i necrofori si stavano apprestando a portare via il corpo senza vita di don Matano per depositarlo all’obitorio di Catanzaro in attesa che la magistratura decidesse cosa farne. Con le loro manovre davano qualche intralcio all’agente di polizia incaricato dei rilievi. Nessuno, però, osava ribellarsi a quel destino infame che li voleva complici involontari sotto quel sole cocente mentre da lontano giungevano, insieme all’odore di salmastro, gli schiamazzi rinfrescati dalla limpida acqua dello Ionio. E anzi uno dei portantini diede una mano all’agente a completare prima il proprio lavoro per fare presto ritorno in ufficio e trascorrere il resto della giornata al fresco del condizionatore.

Note

1 - La mala sorte colpisce sempre lo sfortunato

Capitolo 2 – I lavori nel tempio

Il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia quella sera osservava la sala del tempio di via Castiglione, da poco rimessa a nuovo, situata a pochi passi dalle due Torri di Bologna. Dal suo scranno all’Oriente, seduto alla destra del Maestro Venerabile che reggeva il maglietto, continuava a guardare ciò che c'era davanti ai propri occhi. Il pavimento a scacchi bianchi e neri, simbolo della lotta fra bene e male; la volta stellata, le colonne bianche con i segni zodiacali, le statue di Venere e di Ercole a contrassegnare lo scranno del primo e del secondo sorvegliante; alla sua destra le piccole ampolle con le ceneri dei fratelli massoni Nazario Sauro e Ugo Lenzi; i tanti i fratelli che con i loro diversi paramenti, erano seduti longitudinalmente in doppia fila, distribuiti tra le colonne di Meridione e Settentrione, e gremivano l’antichissimo tempio rosso mattone con il soffitto celeste ricavato nell’elegante seminterrato di palazzo Pepoli.

Davvero imprevedibile la vita e lo dimostrava anche attraverso la storia di quella dimora. Nel 1360 era stata confiscata dal Papato per farne la sede del Collegio Gregoriano e ora ospitava i liberi muratori così tanto odiati e invisi al clero e ai suoi accoliti. Massoni come il suo proprietario Taddeo Pepoli, probabilmente un predestinato dato che nello stemma di famiglia era rappresentata proprio una scacchiera.

In quel momento aveva finito il proprio intervento il fratello segretario della loggia ospite che aveva detto la sua sull’argomento dibattuto quella sera. L’incarico di scolpire la tavola intitolata L’uomo del ’900 e l’esoterismo era stato dato al fratello primo sorvegliante seduto al proprio posto nei pressi delle colonne J e B che segnano l’ingresso nel tempio. A breve il Gran Maestro avrebbe preso la parola parlando ai fratelli che erano intervenuti numerosi per incontrarlo dopo la sua elezione. Non era stato facile ottenere un così ampio consenso e prevalere sugli altri candidati, personaggi di tutto rispetto che si presentavano come homines novi, mentre lui era considerato il pupillo del predecessore.

Tuttavia, una volta eletto, si era dimostrato sufficientemente scaltro nel vincere la diffidenza di chi non l’aveva votato, ponendosi alla guida del Grande Oriente d’Italia, la più antica e numerosa comunione massonica italiana. Probabilmente, se avesse saputo a cosa sarebbe andato incontro, ci avrebbe pensato prima di candidarsi alla Gran Maestranza. Infatti, subito dopo la sua elezione erano iniziati i problemi: fermenti politici illiberali che alimentavano assurdi sospetti nei confronti dell’Istituzione; la richiesta degli elenchi da parte della commissione Antimafia, l’avviso di garanzia, le inchieste a carico di alcune figure importanti dell’obbedienza e ora lo scandalo all’università.

Non c’era giorno che sui giornali non venissero accreditate da parte di questo o quello, pseudo intellettuale o politico che fosse, ipotesi di complotti massonici internazionali. Qualcuno aveva fatto riemergere dall’oblio nientemeno che i Protocolli dei Savi di Sion, fingendo di non sapere che sin dal 1923 era emersa la falsità di quel documento. Un dettaglio di cui, evidentemente, non tenere conto perché c’era da scommettere che sarebbero stati in pochi a verificarne la fondatezza. E la voce di quella sparuta minoranza di curiosi sarebbe stata soffocata dai lamenti belanti della massa. In tutto questo, a dire il vero, non erano d'aiuto i comportamenti non proprio fraterni e non in linea con i valori della fratellanza di alcuni appartenenti al Goi. E nulla parevano intenzionati a fare i vertici per tenere al riparo l'istituzione dalle ombre che da quegli atteggiamenti derivavano dando, anzi, l'impressione di essere se non accondiscendenti, quanto meno inermi. 

Quando finirono di parlare le autorità sedute all’Oriente, il Gran Maestro si alzò in piedi per la sua orazione che avrebbe concluso gli architettonici lavori: «Fratelli, il particolare momento storico che viviamo ci impone di proseguire con la prova di coraggio che ci vede ormai da molto tempo alle prese con un impegnativo cambiamento ideologico e culturale. Più ci attaccano e più dobbiamo aprirci all’opinione pubblica per consentirle di superare la diffidenza nei nostri confronti. Dobbiamo continuare a costruire ponti, non muri. Dobbiamo dimostrare quello che siamo realmente, uomini tra gli uomini. Il dialogo è l’unico strumento per superare il preconcetto. Abbiamo l’onere storico e il dovere morale di salvaguardare le libertà civili che una certa classe politica cerca spregiudicatamente di conculcare a danno innanzitutto della Nazione».

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di L'intrigo

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori