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Ipazia di Alessandria
Ipazia di Alessandria
Ipazia di Alessandria
E-book441 pagine5 ore

Ipazia di Alessandria

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Info su questo ebook

Pubblicato per la prima volta nel 1993, il libro propone la ricostruzione storica della vita e del pensiero di Ipazia di Alessandria sullo sfondo dei conflitti politici e religiosi che caratterizzarono la sua epoca (IV-V sec. d.C.). Filosofa e politica di prestigio, Ipazia fu una dei più importanti protagonisti di un movimento di rinascita politica e culturale che si ispirava ai valori della tradizione classica e si contrapponeva alla politica della chiesa gerarchica degli episcopi. Da alcuni suoi contemporanei fu riconosciuta come la terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. Fu l’ultima grande astronoma dell’antica scuola matematica di Alessandria. Morì assassinata sulle strade della sua città natale nel marzo del 415.
LinguaItaliano
Data di uscita5 lug 2019
ISBN9788864732831
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    Anteprima del libro

    Ipazia di Alessandria - Gemma Beretta

    PROTAGONISTI

    Gemma Beretta

    Ipazia d’Alessandria

    Editori Riuniti

    university press

    ✮ ✮ ✮

    Prima edizione in versione ebook luglio 2019

    La precedente edizione è stata pubblicata nel 1993

    da Editori Riuniti Roma

    ISBN 97888-6473-283-1

    © 2013 Editori Riuniti university press Roma

    di Gruppo Editoriale Italiano S.r.l. Roma

    www.editoririunitiuniversitypress.it

    Tutti i diritti sono riservati

    È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno o didattico, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, non autorizzata.

    Premessa alla nuova edizione

    La prima edizione di questo libro, pubblicata nel 1993 anche grazie al contributo del premio di studio «Prof. Clementina Gatti» dell’Università degli Studi di Milano, ebbe un’ampia diffusione e si esaurì rapidamente. Vent’anni dopo, il libro torna nelle librerie con la stessa casa editrice – Editori Riuniti – che, grazie all’indicazione lungimirante di Luisa Muraro, ne volle allora la pubblicazione. In questo intervallo di tempo, la filologia ha fatto molti passi avanti: alcune delle opere più importanti, che all’inizio degli anni Novanta avevo consultato in edizioni ottocentesche e in lingua originale, sono oggi accessibili in edizioni e traduzioni moderne. Nella bibliografia di questa seconda edizione queste nuove opere sono state segnalate e ciò costituisce una delle pochissime variazioni rispetto alla versione originale del testo.

    La storia di questa seconda edizione è semplice: tra il 2010 e il 2011, in concomitanza con l’interesse risvegliatosi per la filosofa alessandrina dopo la distribuzione in Italia del film Agorà di Amenabar, ho compiuto un lungo giro d’Italia presentando il mio lavoro su Ipazia, parlando perciò di un libro che dal 2003 era completamente fuori mercato. In una di queste occasioni ho incontrato Lea Durante, alla quale devo la segnalazione di Ipazia d’Alessandria a Guido Liguori e, per suo tramite, ai signori Bruno e Anna Ricca, che ne hanno infine deciso la ripubblicazione.

    Ringrazio di cuore ognuno di loro per avermi dato la possibilità di rimettere in circolazione il testo e, al contempo, tutte le donne di Bari, di Brindisi, di Torino, di Lecce, di Macerata, di Milano, di Roma, di Livorno, di Verona, che ne hanno auspicato la riedizione. Ringrazio anche le mie amiche Laura Balestrini, Cristina Bellini, Mariagrazia Rocchetti, Annamaria Turra, per essermi state emotivamente vicine quando ho preso la decisione di tornare a parlare pubblicamente, e quindi di nuovo a scrivere, di Ipazia.

    Alla mia maestra di studi filologici Fernanda Caizzi Decleva, che ha pazientemente ripreso in mano il testo da rieditare, lo ha riletto con attenzione e confezionato nella forma che oggi torna in stampa, va un grazie che deve essere letto così: senza di lei oggi questo risultato non ci sarebbe. Ringrazio infine Isabella Gualandri, che è stata di aiuto ad entrambe con puntuali precisazioni.

    Gemma Beretta

    Cinisello Balsamo, 3 luglio 2013

    Premessa

    Nel novembre del 1985, nel corso della preparazione del primo esame universitario, incontrai tra le pagine di un voluminoso manuale di filosofia antica la storia di una filosofa di nome Ipazia, vissuta ad Alessandria d’Egitto nei primi secoli dell’era cristiana.

    «La scuola alessandrina – si leggeva nel manuale – ebbe una riviviscenza tra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C., soprattutto per impulso di una eccezionale figura di donna: la celebre Ipazia. Figlia di uno scienziato, Ipazia imparò dapprima a fondo le scienze matematiche e astronomiche. Si diede, quindi, alla filosofia e, nel suo insegnamento, si rifece soprattutto a Platone e ad Aristotele. Il suo vasto sapere e il suo influsso notevole le provocarono l’avversione dei cristiani, dei quali cadde vittima nel 415 d.C.» (Reale, Storia della filosofia antica, vol. IV, p. 691).

    La storia così narrata evocò in me qualcosa di noto e risvegliò il mio desiderio di saperne di più.

    Pensavo che i dati storici sopravvissuti al tempo e alla cancellazione non sarebbero bastati a permettere il riemergere del volto di Ipazia. Pensavo che avrei dovuto colmare i vuoti con la fantasia, inventando un romanzo che avrebbe preso soltanto spunto dalla realtà storica. Le cose sono andate diversamente.

    Nel 1988 cominciai a lavorare con la prof. Fernanda Caizzi Decleva attorno alle fonti che hanno tramandato fino ai nostri giorni la storia della vita di Ipazia e frammenti del suo pensiero. Il risultato è questo libro, revisione della mia tesi di laurea.

    Una tesi di laurea è, per sua natura, il frutto di una collaborazione tra chi impara e chi insegna: di questo successivo lavoro mia è la piena responsabilità soprattutto per quanto vi compare di criticabile e bisognoso di perfezionamento. Tuttavia il merito di quanto sono riuscita a capire ed esprimere va ancora alla mia insegnante: senza il suo accorto giudizio, la sua disponibilità e intelligenza nel seguire la ricerca dal primo giorno ad oggi, non mi sarebbe stato possibile dare un tempo e uno spazio alla mia passione per l’antica maestra di Alessandria.

    Ringrazio anche la prof. Isabella Gualandri e il prof. Fabrizio Conca che, in qualità di correlatori, hanno letto con attenzione la mia tesi di laurea e mi hanno dato utili consigli per proseguire il lavoro di ricerca.

    Ad Angela Alioli, matematica della comunità scientifica «Ipazia», la quale dopo aver letto la mia tesi si era «risentita perché non rendeva abbastanza omaggio alla disciplina che ha istruito Ipazia all’arte della mediazione, all’esercizio di un’autorità non dissimulata», devo una delle intuizioni più importanti su quella che fu la traiettoria teorica di Ipazia. Per tre mesi – e quasi senza darle tregua – ho lavorato con Angela sulla questione dell’autorità scientifica di Ipazia: è poco rispetto al lavoro che rimane da fare ma credo che quanto siamo riuscite a capire abbia aperto una strada di ricerca che spero anche altre e altri vorranno percorrere.

    Sono grata a Laura Balestrini non solo per avermi in ogni senso aiutata e sostenuta nel corso del presente lavoro ma anche e soprattutto perché nel 1987, quando ero ancora al principio della ricerca, mi ha indicato ed introdotto ad una società femminile nella quale con la sua guida ho imparato a riconoscere il senso e l’attualità della grandezza di Ipazia.

    Oltre a lei, sono grata ad altre donne della Libreria delle donne di Milano – in particolare a Lia Cigarini, Luisa Muraro, Piera Bosotti – la cui parola ha nutrito il mio pensiero in questi ultimi anni e la cui intelligenza politica ha spesso offerto mediazioni adeguate al mio desiderio di capire il presente mio e il presente di Ipazia.

    Grazie anche alle mie amiche e compagne di Università – Cristina Bellini, Miriam Rotondò e Elvira Roncalli – per aver avuto la pazienza di ascoltarmi quando avevo bisogno di raccontare quanto andavo via via scoprendo su Ipazia e per aver messo a mia disposizione il loro sapere quando è stato per me necessario.

    Tra le molte altre e altri che hanno condiviso la mia passione per Ipazia e che ringrazio, ricordo mio fratello Saul con il quale ho parlato di lei nelle ore più impensate del giorno e della notte.

    Ricordo l’entusiasmo di Cristiana Fischer, che di Ipazia parla anche in un suo racconto, e l’attenzione discreta di Clara Jourdan.

    Grazie a Sara, mia sorella, che anche quando la piccola Arianna esigeva ormai tutte le sue attenzioni, ha continuato ad aiutarmi traducendo in italiano tutte le citazioni da autori inglesi, francesi e tedeschi che compaiono nel testo e nelle note.

    È a mia madre Francesca e a mio padre Vittorio che va, infine, tutta la mia riconoscenza; una riconoscenza tanto grande che non può che rimanere senza nome. A loro dedico Ipazia d’Alessandria.

    Gemma Beretta

    31 marzo 1993

    Parte prima

    Ipazia o della filosofia

    I

    Alessandria d’Egitto

    1. Una città inquieta

    Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. Alessandria d’Egitto, uno dei centri commerciali e culturali tra i più importanti dell’impero romano d’Oriente, era una città inquieta: abitata da gruppi etnici di diverse provenienze e religioni, era spesso soggetta a scoppi di violenza e a lotte intestine tra le diverse fazioni.

    Città portuale, fin dalla sua fondazione (331 a.C.) pensata per divenire fulcro dei commerci marittimi dell’area orientale del Mediterraneo, Alessandria era abitata, oltre che dalla popolazione di origine greca – il gruppo decisamente più importante –, da egizi, giudei ed etnie di minor rilievo quali arabi, siriani e persiani.

    La popolazione greca era suddivisa in demi, sorta di divisioni territoriali già in uso dal tempo dei primi coloni. I demi costituivano «la denominazione ufficiale del cittadino maschio alessandrino»¹.

    Era, infatti, l’iscrizione a un demo, oltre al fatto di essere di sesso maschile, a determinare l’appartenenza all’insieme dei cittadini in possesso dei pieni diritti civili e politici. In epoca tardoantica il prefetto augustale, preposto dall’imperatore al governo della diocesi d’Egitto, riuniva periodicamente i cittadini e li consultava sulle questioni più importanti della vita politica. Da queste assemblee venivano sancite le cosiddette «decisioni popolari» o politeiai.

    Dal punto di vista simbolico questo gruppo di cittadini costituiva, dunque, il centro della città, il suo cuore politico-istituzionale. Ad esso, nell’epoca che stiamo considerando, erano stati ammessi molti giudei, anche se la loro comunità nel complesso continuava a costituire un gruppo autonomo e separato. Ne erano esclusi, invece, oltre agli schiavi, anche gli uomini dei ceti più bassi della popolazione di origine greca con i quali, nel corso dei secoli, si era andata assimilando gran parte della popolazione dei nativi egizi. Questi ultimi costituivano un gruppo etnico che, anche se protetto dal punto di vista giuridico, non aveva però alcuno status costituzionale: al punto che gli egizi non possedevano nemmeno un nome attraverso cui divenire riconoscibili per il diritto. «Egizio» era infatti un nome collettivo e raramente compariva davanti ad una designazione individuale. Senza nome né parola, questa parte della popolazione aveva preso ad esprimersi attraverso sommosse spesso violentissime, un fenomeno che si accentuò a partire dalla fine del III secolo a.C.: da quell’epoca le fonti cominciano a denunciare la bestialità della folla alessandrina come un tratto divenuto dominante nella vita della città.

    La stessa denuncia ricorre insistentemente anche nelle fonti che parlano della Alessandria del IV e V secolo d.C.

    Secondo Fraser, uno dei più attenti studiosi della città egiziana, «l’apparire di una popolazione di lingua greca priva di privilegi, numericamente superiore alla popolazione dei cittadini»² fu una delle caratteristiche più perspicue di questo periodo e fu all’origine dei molti disordini che sconvolsero la città. Questa parte della popolazione «nel corso del tempo usurpò l’effettiva autorità dei demi e la trasferì nel dominio della massa»³.

    Quando delinea un conflitto tra il corpo dei cittadini e un movimento centrifugo che, escluso formalmente dal potere decisionale, cerca altre vie per far valere la propria voce, Fraser coglie nel vero. Più discutibile appare, invece, la sua ricostruzione quando egli afferma che questo movimento si tradusse nel dominio di una folla anonima in preda a cieco furore che, nel 415, in un crescendo di violenze, avrebbe condotto all’assassinio di Ipazia, la celebre filosofa che per più di vent’anni aveva insegnato pubblicamente nella città di Alessandria.

    Altre sono le dinamiche che emergono dalle fonti del tempo. Fra queste, particolarmente importante è la testimonianza di Socrate Scolastico, uno storico del V secolo, che ai disordini che sconvolsero Alessandria nel 415 dedica tre lunghi e dettagliati capitoli della sua Storia ecclesiastica.

    I disordini del 415

    Nel primo dei capitoli nei quali descrive i disordini scoppiati ad Alessandria nel 415, Socrate racconta di come «i giudei, che avevano abitato la città dai tempi di Alessandro il Macedone, allora furono fatti sloggiare tutti, privati di ogni cosa, e si dispersero in ogni direzione»⁴. Secondo lo storico, causa di questo grave evento fu proprio l’amore per le discordie connaturato nella popolazione di Alessandria. Di questo tratto caratteristico della folla della città egli riesce a dare un resoconto efficace e preciso ed è perciò importante seguire attentamente la sua narrazione.

    Il racconto muove dal principio del 415.

    In questo periodo accadde che l’etnia dei giudei venisse espulsa da Alessandria per questo motivo: la popolazione di Alessandria più di qualsiasi altra si compiace delle discordie e qualora le capiti un pretesto cui attaccarsi finisce con l’incorrere in mali intollerabili. Non desiste dall’attacco senza spargimento di sangue. Accadde allora che la moltitudine fosse lacerata da un contrasto non per qualche motivo legato all’ordine della necessità ma per un male diffuso in tutte le città: la passione per i pantomimi.

    Un sabato, dunque, giudei disobbedienti alla loro legge che per quel giorno prescrive il riposo e la lettura della parola si trovarono ad uno spettacolo teatrale insieme ai cristiani. «Quel giorno – scrive lo storico della Chiesa – dette inizio al conflitto tra le diverse parti della popolazione»: i giudei, già da tempo ostili ai cristiani, si misero ad osteggiarli ancora di più con il pretesto delle pantomime.

    Nel volgere di poco tempo Alessandria divenne scenario di un nuovo scontro. L’occasione questa volta fu l’assemblea popolare convocata dal prefetto augustale Oreste. Nel teatro si accalcavano i cittadini di Alessandria tra i quali un gran numero di giudei; da questo gruppo improvvisamente partì la denuncia: nel teatro si sono introdotti di nascosto anche «i sostenitori dell’episcopo Cirillo» con il solo fine di seminare discordia nel popolo e di conoscere le disposizioni del prefetto. La protesta venne subito accolta da Oreste:

    Egli già da tempo odiava la prepotenza degli episcopi poiché essi erodevano grandemente il potere di coloro che lo esercitavano per conto dell’imperatore. Massimamente, poi, (lo odiava) ora che Cirillo voleva tenere sotto controllo le sue disposizioni.

    Per ordine di Oreste venne catturato e messo sotto tortura Ierace, un maestro elementare noto ad Alessandria come «il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui l’episcopo insegnava».

    Questa fu solo la fine del primo atto.

    Messo a parte degli eventi, Cirillo convocò i capi della comunità ebraica e li minacciò «delle pene consuete» qualora non avessero smesso di contrastare i cristiani. Ma la minaccia non fece che aumentare l’eccitazione dei giudei: la prepotenza degli episcopi cristiani non era nuova per loro: già in più occasioni in passato, e non solo ad Alessandria, si erano visti sottrarre i loro luoghi di culto e i loro averi con una violenza che il più delle volte era rimasta impunita. In preda all’odio, tramarono un’insidia ai danni dei cristiani e, in un agguato notturno, ne uccisero un gran numero.

    Socrate Scolastico non manca di sottolineare la viltà e l’orrore di questa macchinazione:

    [...] datosi come segno di riconoscimento un anello fatto con la corteccia di un ramo di palma [...] una notte (i giudei) predisposero che alcuni andassero come araldi per tutte le direzioni della città gridando che la chiesa che prendeva il nome da Alessandro era in fiamme. Udendo questo i cristiani si misero a correre chi da una parte chi dall’altra per cercare di salvare la chiesa. Allora i giudei dettero subito l’assalto e cominciarono la strage: evitavano di ferirsi l’un l’altro mostrando gli anelli, ma uccidevano tutti i cristiani nei quali si imbattevano.

    Questa volta Cirillo passò all’azione: le sinagoghe dei giudei vennero rase al suolo; i loro averi consegnati alla folla ed essi allontanati dalla città.

    «Oreste, prefetto di Alessandria – prosegue Socrate Scolastico – si indignò molto per l’accaduto e provò un grande dolore perché una città tanto importante era stata così completamente svuotata di esseri umani». Egli tuttavia non intervenne, perché non aveva alcun potere sulla comunità ecclesiastica: una costituzione del 4 febbraio 384 aveva dichiarato per la prima volta il principio che il clero poteva essere soggetto al solo foro ecclesiastico; in questa costituzione, tra l’altro, proprio l’allora prefetto d’Egitto veniva biasimato per aver messo alla tortura alcuni ecclesiastici, mentre essi «hanno i loro giudici propri e nulla di comune con le leggi pubbliche⁵.

    Oreste invocò quindi l’intervento della corte di Costantinopoli e inviò una relazione sugli eventi all’imperatore.

    Così fece anche Cirillo.

    Il popolo della Chiesa, intanto, premeva sul vescovo perché questi si riconciliasse con il prefetto. Ma all’ambasciata e alle profferte di pace Oreste rispose con un netto rifiuto.

    Alla luce di quanto Socrate ha sin qui narrato è già possibile dare una valutazione sulla natura della popolazione della città.

    Innanzi tutto è bene notare come l’animosità e l’amore per la discordia siano una caratteristica che riguarda tutta la popolazione nel suo complesso e non – come invece ritiene Fraser – solo una delle sue parti e cioè quella costituita dalla popolazione greco-egizia esclusa dal godimento dei pieni diritti civili e politici.

    Dal racconto dello storico della Chiesa, del resto, risulta chiaro che, nelle vicende sin qui narrate, questo tratto violento si manifestò particolarmente nei giudei: essi risultarono essere i più efferati e sanguinari; basti ricordare il vile agguato notturno messo in atto contro la popolazione cristiana per vendicarsi delle minacce del vescovo cristiano.

    È però altrettanto chiaro che i giudei, per quanto violenti, non costituivano una minaccia per il potere del prefetto augustale e dell’insieme dei cittadini: non solo molti giudei facevano ormai parte di questo stesso gruppo, ma tutta la comunità giudaica era alleata al prefetto e si riferiva a lui per averne protezione contro la prepotenza di Cirillo. Che fu più forte di entrambi e, senza difficoltà, riuscì ad ottenere l’allontanamento dell’intera comunità ebraica da Alessandria.

    Un altro elemento di interesse che emerge da questa prima testimonianza di Socrate Scolastico riguarda la conformazione e le divisioni interne del popolo della Chiesa.

    Nella prima parte del capitolo, ove fa riferimento ai disordini sorti in occasione degli spettacoli teatrali, Socrate presenta lo scontro tra giudei e cristiani in termini generali, e cioè come un conflitto tra la parte cristiana e quella giudaica nel loro complesso: egli parla, infatti di una lotta «tra le diverse parti della popolazione».

    Nella seconda parte, dove narra dell’assemblea popolare, lo storico della Chiesa si fa più preciso: i cristiani denunciati come intrusi e sobillatori sono «i sostenitori dell’episcopo Cirillo». Essi sono, cioè, una parte della popolazione cristiana, riconosciuta come la più solerte nell’ascolto e nell’obbedienza al vescovo.

    I suoi componenti non facevano parte dei demi e perciò, riconosciuti come intrusi nell’assemblea popolare, vennero fatti allontanare.

    È noto che al principio del V secolo in Oriente i cristiani costituivano ormai la maggioranza della popolazione e tra essi molti erano di estrazione aristocratica e membri della burocrazia.

    Questa parte della popolazione cristiana di Alessandria appare stretta da una profonda contraddizione: essa è scissa tra il dovere di obbedienza al vescovo e il senso di appartenenza all’istituto cittadino. È questa stessa contraddizione a porla nella necessità di fare pressione sul vescovo perché intavoli trattative di pace con il prefetto. Al presentarsi di nuovi disordini che avranno per protagonisti «i sostenitori dell’episcopo Cirillo», questa parte del popolo dei fedeli si mostrerà critica nei confronti del vescovo e non mancherà di disapprovarlo pubblicamente.

    È quanto accadde poco tempo dopo.

    «Poiché Oreste non accoglieva le iniziative per ristabilire l’amicizia – continua Socrate –, Cirillo gli mise davanti il libro dei Vangeli, pensando di poter indurre Oreste al rispetto con questo espediente». Ma poiché nemmeno davanti a questo gesto di Cirillo Oreste si lasciò calmare, ad Alessandria gli eventi precipitarono.

    Turbe di monaci, i cosiddetti parabalani, sopraggiunti dai monti della Nitria, si riversarono nella città⁶.

    Come un’anima nera essi si aggiravano per le strade gettando in uno stato di panico la popolazione non nuova alla loro violenza. Formalmente addetti al più umile lavoro infermieristico, questi parabalani – che a tale funzione dovevano il loro nome⁷ – di fatto costituivano un vero e proprio «corpo di polizia» che gli episcopi di Alessandria usavano per mantenere nella città il loro ordine. Il primo a servirsi dei parabalani a questo scopo era stato il predecessore di Cirillo, Teofilo, in occasione della sua contesa con gli origenisti. Ora essi, «accesi nuovamente di zelo», si misero a combattere anche a favore di Cirillo.

    Usciti dunque in numero di circa cinquecento dai monasteri e raggiunta la città – racconta Socrate Scolastico – si appostarono per sorprendere il prefetto mentre passava sul carro. Accostatisi a lui lo chiamavano sacrificatore ed elleno e gli gridavano contro molti altri insulti. Egli, allora, sospettando un’insidia da parte di Cirillo, proclamò di essere cristiano e di essere stato battezzato a Costantinopoli dal vescovo Attico. Ma i monaci non badavano a ciò che veniva detto e uno di loro, di nome Ammonio, colpì Oreste sulla testa con una pietra. Mentre Oreste si ricopriva di sangue a causa della ferita, tutti i curiali, ad eccezione di pochi, si ritrassero nascondendosi qui e là nella folla per paura di morire per lapidazione. Nel frattempo erano accorsi i cittadini di Alessandria determinati a difendere il prefetto dai monaci. E mentre volsero in fuga tutti gli altri, catturarono Ammonio e lo condussero davanti al prefetto. Questi, rispondendo alla sua provocazione pubblicamente con un processo secondo le leggi, spinse a tal punto la tortura da farlo morire. Non molto tempo dopo rese noti questi fatti ai governanti. Ma Cirillo fece pervenire all’imperatore la versione opposta.

    Socrate non precisa quale fosse questa «versione opposta» – egli, infatti, sembra attenersi alla versione del prefetto augustale –, tuttavia è facile intuirlo da ciò che, nel frattempo, Cirillo compiva ad Alessandria: egli fece collocare il corpo di Ammonio in una chiesa, mutò il suo nome in Thaumasios («ammirevole») e lo encomiò quale martire della religione cristiana. Socrate così commenta:

    Ma chi aveva senno, anche se cristiano, non approvò l’intrigo di Cirillo. Sapeva, infatti, che Ammonio era stato punito per la sua temerarietà e non era morto sotto le torture mentre lo si costringeva a negare Cristo.

    L’esplicita disapprovazione di questa parte del popolo dei fedeli riuscì a contenere la prepotenza di Cirillo: «Egli – prosegue lo storico – si adoperò per far dimenticare al più presto l’accaduto con il silenzio».

    Doveva però trattarsi soltanto di una tregua momentanea:

    «Non si fermò qui la funesta contesa tra Cirillo e Oreste. Infatti, ciò che la fece terminare fu (solo) un altro avvenimento simile ai precedenti».

    A questo punto Socrate scolastico comincia a raccontare di Ipazia, della sua vita e del suo assassinio sulle strade di Alessandria. Secondo lo storico della Chiesa, colpevole della morte violenta di Ipazia non fu la popolazione di Alessandria⁸. Fautori del suo assassinio furono, invece, quegli stessi «uomini dall’animo surriscaldato» ai quali egli attribuisce la responsabilità del tentativo di lapidazione di Oreste. Questi, del resto, quando era stato ormai abbandonato persino dai curiali, fu soccorso proprio dalla popolazione di Alessandria.

    Vi erano dunque ad Alessandria uomini capaci di una forza brutale che ostentavano indifferenza e disprezzo per il potere del prefetto augustale e dell’insieme dei cittadini, sottostando fedelmente agli ordini del vescovo Cirillo. Per costoro il vescovo rappresentava il nuovo ed unico centro politico e spirituale della città.

    Un conflitto politico

    Dalla testimonianza di Socrate Scolastico risulta chiaro che il conflitto che squarciò la città di Alessandria nel secondo decennio del V secolo fu causato dall’antagonismo e dallo scontro senza mediazioni tra il potere civile cittadino e il potere ecclesiastico locale.

    Fu un conflitto grave la cui responsabilità, secondo lo storico della Chiesa, ricadeva in larga misura su Cirillo e sulla sua tendenza ad «erodere grandemente il potere di coloro che lo esercitavano per conto dell’imperatore»⁹. Lo storico insiste su questo punto. In un capitolo precedente a quelli che abbiamo letto sinora, egli ha già affermato che, fin dal giorno in cui prese possesso della carica vescovile, «Cirillo si accinse ad un episcopato ancora più simile ad un principato rispetto a quello di Teofilo»¹⁰. Che cosa questo atteggiamento dell’episcopo comportasse, Socrate lo precisa subito di seguito: «a partire da lui la carica episcopale di Alessandria prese a dominare il potere della cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine sacerdotale»¹¹. Gli eccessi dell’episcopo cristiano spiegano l’inquietudine del prefetto augustale il quale si vide costretto ad intervenire in difesa del potere imperiale, cioè del proprio potere. Egli chiese ripetutamente aiuto alla corte di Costantinopoli, ma questa continuò a rimanere assente, sembrò abbandonare a se stesso il suo rappresentante. Nel racconto di Socrate Scolastico, nel linguaggio che usa, nell’insistenza sul fatto che Oreste aveva tenuto informata la corte sulla condotta di Cirillo è implicita un’aspra critica nei confronti dei governanti del tempo¹² e cioè nei confronti di Pulcheria, l’Augusta sorella di Teodosio II che aveva retto le sorti dell’impero d’Oriente tra il 414 e il 421 e che dopo qualche tempo (attorno al 443) sarebbe tornata a conquistare il potere imperiale.

    Il conflitto che in questi anni lacerò la città fu, dunque, un conflitto squisitamente politico e che – lo abbiamo visto nel paragrafo precedente – travalicò le divisioni religiose ed etniche.

    Cirillo e i suoi sostenitori tentarono di occultarne la vera natura e di porre la questione nei termini di una lotta religiosa riproponendo lo spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo.

    Essi, però, non trovarono credito alcuno presso la popolazione di Alessandria: quando i monaci della Nitria presero a lapidare Oreste accusandolo di essere «sacrificatore ed elleno», i demi di Alessandria accorsero in suo aiuto e gli consegnarono Ammonio, il monaco che aveva istigato la violenza. Quando Cirillo intraprese il processo di beatificazione di questo stesso Ammonio quale martire della religione cristiana, «coloro che avevano senno anche se cristiani» lo disapprovarono pubblicamente e lo costrinsero a mettere tutta la faccenda sotto silenzio.

    La popolazione di Alessandria, infatti, sapeva che il conflitto tra paganesimo e cristianesimo era uno spettro senza consistenza. Da tempo esso non riguardava più la loro città: apparteneva ad un passato ormai piuttosto lontano e cioè all’epoca in cui la cittadinanza era stata lacerata da un altro terribile conflitto e aveva assistito all’esodo di molti intellettuali elleni.

    2. La lotta tra elleni e cristiani

    L’ultimo grande conflitto tra elleni e cristiani, intesi come gruppi contrapposti non tanto sulla base di riferimenti culturali quanto piuttosto sulla base di pratiche religiose e cultuali differenti, ebbe luogo attorno alla fine del IV secolo e cioè in concomitanza con la rinnovata alleanza dell’imperatore Teodosio I con la Chiesa cattolica degli episcopi.

    In Oriente, Alessandria d’Egitto fu lo scenario dello scontro più violento: molti templi degli elleni vennero distrutti o trasformati in luoghi di culto cristiani mentre la popolazione ellenica si sollevò in una lunga e sanguinosa rivolta che costrinse alla fuga molti intellettuali elleni che erano stati attivamente coinvolti nello scontro. Tutti gli storici della Chiesa del tempo – Socrate Scolastico, Sozomeno, Teodoreto e Rufino¹³ – si soffermano con dovizia di particolari su questi eventi che ebbero luogo tra il 390 e il 391. Agli occhi dei contemporanei, infatti, la repressione del culto ellenico ad Alessandria, che fin dall’antichità ne era stata una delle culle più splendide e importanti, rappresentò la vittoria definitiva della nuova religione cristiana sull’antica «superstizione» greco-egizia.

    «Il fiore di tutte le città»

    Alessandria è il fiore di tutte le città ed è illustre per molti e splendidi monumenti, dovuti al genio del suo grandissimo fondatore e dell’architetto Dinocrate. [...] in questa città spirano aure salubri ed il clima è calmo e mite e, come ha dimostrato l’esperienza di varie età, non passa quasi giorno in cui i suoi abitanti non vedano il sole sereno. Poiché nel passato la costa nelle vicinanze, a causa dei suoi ingannevoli ed insidiosi approdi, esponeva i naviganti a moltissimi pericoli, Cleopatra pensò di innalzare nel porto un’altissima torre che dal luogo ove sorge si chiama Faro, e la fornì dei mezzi necessari per far luce di notte ai naviganti. [...] Questa stessa regina fece costruire, per un motivo noto e necessario, l’Eptastadio¹⁴, notevole sia per la velocità incredibile con cui fu costruito sia per la mirabile grandezza. [...] Si aggiungano a queste opere templi che si spingono al cielo con alti fastigi, fra i quali spicca il Serapeo che, sebbene sia rimpicciolito dalle mie povere parole, tuttavia è così adorno di atri con amplissimi colonnati, di statue che sembrano vive, e d’opere d’arte di ogni genere, che nulla vi è sulla terra di più fastoso all’infuori del Campidoglio, di cui va in eterno superba la venerabile Roma. In esso ebbero sede biblioteche di valore inestimabile e la concorde testimonianza delle fonti antiche afferma che settecentomila volumi, raccolti grazie alle incessanti cure dei re Tolemei, perirono incendiati, mentre la città, durante la guerra alessandrina all’epoca di Cesare dittatore, veniva saccheggiata. [...] La città è assai amena ed è dotata di piacevoli luoghi di ritrovo; è esposta a brezze e gode di un clima salubre, cosicché uno potrebbe credere di trovarsi fuori del nostro mondo allorché, mentre dimora in quelle zone, sente spesso i venti mormorare con tiepidi soffi¹⁵.

    Immersa in un alone mitico, favorita da un clima eccezionalmente favorevole e ricca di un passato di splendore tuttora testimoniato dai grandi monumenti: così la grande metropoli egiziana appare al viaggiatore e storico pagano Ammiano Marcellino che la visitò tra il 363 e il 366 d.C.

    Assecondando una convinzione cara a molti autori tardoantichi¹⁶, Ammiano Marcellino ritiene che questa sia la terra nella quale gli esseri umani ricevettero i primi semi della sapienza divina che da qui, con la mediazione dei filosofi greci, si diffuse poi in tutto il resto del mondo:

    se [...] qualcuno vorrà indagare con mente acuta le molteplici opere sulla conoscenza della divinità, troverà che per tutto il mondo furono diffuse dall’Egitto dottrine di questo genere. Qui per la prima volta, precedendo assai nel tempo gli altri, scoprirono quelli che chiamano i primi elementi della religione e qui cautamente custodiscono, nascosti in scritti arcani, i fondamenti iniziali dei riti sacri¹⁷.

    Da qui, racconta ancora Ammiano, attinse il suo sapere Pitagora, qui Anassagora apprese i fondamenti della sua scienza fisica; e, ancora, solone apprese proprio dai sacerdoti egizi i principi che lo guidarono nella sua opera di legislatore. Infine,

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