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L'analogia dell'ombra

L'analogia dell'ombra

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L'analogia dell'ombra

Lunghezza:
158 pagine
2 ore
Pubblicato:
Jul 3, 2019
ISBN:
9788893691932
Formato:
Libro

Descrizione

Alla fine del XXI secolo il mondo è cambiato solo in apparenza: la tecnologia prosegue la sua marcia trionfale, fatta di edifici alti quanto colline e dispositivi sempre più sbalorditivi, ma l’uomo è sempre lo stesso, geniale nel bene e nel male. A mirabili invenzioni contrappone efferati disegni criminali, a slanci d’altruismo feroci delitti. Un uomo fugge dall’alienazione della sua megalopoli tecnologica e si ritrova coinvolto in una vicenda inverosimile, incalzato dalle brillanti invenzioni di uno scienziato capace di creare ciò che gli altri non avrebbero saputo nemmeno immaginare. Tuttavia, per una svista di progettazione, lo scienziato ha perso il controllo della sua più strabiliante creatura e, falliti tutti i tentativi di rimediare al suo errore, ricorre a uno stratagemma per indurre una potente organizzazione a intervenire. Non sarà un intervento indolore.
Pubblicato:
Jul 3, 2019
ISBN:
9788893691932
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

L'analogia dell'ombra - Alfonso Traverso

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Collana Presagi

L'ANALOGIA DELL'OMBRA

di Alfonso Traverso

Proprietà letteraria riservata

©2019 Edizioni DrawUp

www.edizionidrawup.it

redazione@edizionidrawup.it

Progetto editoriale: Edizioni DrawUp

Direttore editoriale: Alessandro Vizzino

Grafica di copertina: Adriana Giulia Vertucci

I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.

Nessuna parte di questo eBook può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta.

I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà.

ISBN 978-88-9369-193-2

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Primo

Non ricordava com’era finito in quella stanza. Della sera precedente gli restavano solo pochi fotogrammi sfocati, figure sbiadite disperse nel fumo che gli annebbiava la mente. Si sentiva confuso, svuotato, aveva voglia di tornare a chiudere gli occhi e sprofondare nella poltrona: calda, comoda, profumata, assecondava ogni movimento senza un cigolio. Iniziò a cullarsi in un dondolio soporifero e fu subito costretto a fermarsi per non vomitare.

Trovata la forza di guardarsi intorno, vide una grande stanza rettangolare, pareti azzurro sfumato, un divano bianco da un lato e al centro una scrivania presidenziale in vetro brunito. Non c’era un quadro, un libro, un soprammobile, mancavano le sedie e tutto, pavimenti, pareti, mobili, era talmente lucido e levigato da sembrare irreale.

Lentamente fece ruotare la poltrona sul suo asse, sperando che una panoramica del locale potesse rendergli un bagliore di lucidità, ma quando si volse alla parete posteriore sentì uno spasmo allo stomaco che ridestò i conati di vomito: oltre i vetri perimetrali pullulava il mondo. Sotto, ai piedi di un abisso vertiginoso, la miniatura della città: gli edifici, appiattiti dalla prospettiva, sembravano tetti adagiati sulle fondamenta, le strade erano nastri grigi invasi da sciami di grossi insetti variopinti in movimento lento, le persone si spostavano a caso, in un andirivieni simile al brulicare di uno sterminato formicaio. Il silenzio dava alla scena un aspetto surreale, oppressivo. Al limitare della città, squarci di verde tagliavano la lunga striscia di sabbia del litorale, tinta di un giallo anemico dal sole smorto del mattino. E poi il mare. Anche il mare, da lassù, era stucchevole: sembrava un panno grigio uniforme disteso dalla spiaggia all’orizzonte, dove si dissolveva in una nebbia di panna ammuffita e confluiva nel velo ferale del cielo.

Lo scenario evocava il ricordo cupo del naufragio, l’angoscia di non aver saputo evitarlo, le accuse amare che aveva ingoiato. Nessuno sapeva fino a che punto avrebbe voluto salvare Sofia, nessuno poteva sapere che il mare aveva ucciso anche lui. Sentiva la sua presenza, le parlava e poi tornava alla realtà: l’aveva persa in modo atroce, definitivo. Avrebbe voluto chiamarla, urlare il suo nome con tutto il fiato che aveva, ma emise soltanto un suono flebile, un lamento: «Sofia.»

«Buongiorno.»

Dapprima colse una vibrazione indistinta e solo dopo qualche secondo capì di aver udito una parola. Era un suono reale o una burla della sua mente offuscata? Sembrava partorito da una voce femminile chiara e suadente, diversa da quella di Sofia.

«Chi ha parlato?»

Chiese tra l’allarmato e il meravigliato, squadrando con uno sguardo obliquo la stanza vuota. Non ebbe il tempo di riflettere; la voce proseguì: «Hai dormito bene?»

Non capiva da dove potesse venire quella strana voce. Pensò che avrebbe dovuto rispondere ma, piuttosto di una risposta, gli ballarono in testa molte domande. Le trattenne a fatica non tanto per discrezione quanto perché gli balenò l’idea che, nel suo stato, poteva aver patito un’allucinazione; rispose comunque: «Non ricordo se e come ho dormito, cosa ho fatto ieri, come diavolo sono finito su questa poltrona. Da come mi sento, suppongo di aver preso una sbornia.»

Aveva bisbigliato a fatica, con voce timida e assonnata, rivolto più a se stesso che al suo interlocutore.

Poi, però, ebbe un impeto d’ira e, colpendo con i palmi il piano della scrivania, scattò:

«Dove sono? Che ci faccio qui? Come ci sono arrivato?»

Vide le vibrazioni della sua voce materializzarsi e allontanarsi da lui a rallentatore, in onde concentriche che andavano a infrangersi sulle pareti.

«Non serve alzare la voce, ma puoi farlo, se ti fa piacere: non dai fastidio a nessuno; quando avrai capito, saprai che è inutile urlare e non serve nemmeno parlare.»

Non era un abbaglio; qualcuno, nascosto in qualche anfratto, si era rivolto a lui.

«Intanto prova a rispondermi», grugnì con poco garbo.

«Posso dirti che sei in una stanza al settantaseiesimo piano della Torre d’Avorio.»

Era quindi finito ai piani alti di quell’edificio che sfregiava il panorama cittadino. La Torre era un grattacielo in vetro e acciaio, detto d’avorio per l’aspetto lattiginoso e i riflessi ovattati che spandeva di notte, quando era illuminato da migliaia di fari. Alto più del triplo di ogni altro fabbricato urbano, sembrava un’enorme ciminiera in procinto di sputar fuori gas pestilenziali per soffocare la città. Quando, nei tranquilli tramonti estivi, tornava in porto, bolinando adagio con le vele sfiorate dalla brezza di terra, teneva lo sguardo basso, sul mare, per sfuggire al disgusto della vista di quel mostro che cresceva, sempre più schiacciante, man mano che si avvicinava. Non per estetica. Quella scatola enorme, che ammassava una sull’altra migliaia di persone, era l’emblema di un mondo che aveva ripudiato per sempre. A volte Sofia lo scherniva accusandolo di essere un alieno, di vivere in una dimensione chimerica. Lui, sorridendo, rispondeva: «È quello che sono, mi vorresti diverso?»

E Sofia, con una delle sue gioconde risate: «Non ci penso nemmeno. Se cambiassi, saresti un altro. E io amo te.»

Doveva smettere di vaneggiare. Gli capitava, nei momenti difficili, di rifugiarsi in luoghi onirici, spazi immaginari dove ancora poteva godere della presenza della sua compagna; ma quello era il momento sbagliato, doveva costringersi a restare nel mondo reale.

«Chi sei?» Disse all’improvviso, quasi senza volerlo.

«Sono Sofia; hai sussurrato il mio nome, poco fa»

La nausea proruppe in un nuovo conato di vomito e il maglio riprese a martoriargli le tempie. Avrebbe voluto urlare:

«Non sei Sofia, non puoi essere Sofia. Sofia è morta e questa non è la sua voce.»

Si trattenne perché comprese che sarebbe stata una reazione folle. L’unica cosa ragionevole da fare era cercare di capire qualcosa di quella tizia, omonima della sua Sofia, che parlava e giocava a nascondino. Si mise a scrutare con cura ogni centimetro della stanza, le pareti, il soffitto, il pavimento, i mobili, cercando i segni di una sorgente sonora, ma sapeva che era una ricerca insensata: la voce era viva, nitida, non tradiva la minima distorsione ed era impensabile che fosse filtrata da un congegno elettronico.

«Con una voce così, altro non può essere se non una donna in carne e ossa, giovane, avvenente, spumeggiante» bisbigliava tra sé, cercando di intuire dai suoni i tratti del volto, come in un identikit.

Ciò che lo sconcertava era il non capire da dove provenissero le onde sonore. Era una vibrazione avvolgente, polifonica, uniforme, come se erompesse da ogni punto della stanza. Rivide le sfere concentriche che ora non si allontanavano, ma confluivano verso di lui. Era come ascoltare la propria voce, era come se i suoni uscissero dalla sua bocca. Doveva saperne di più, doveva farla parlare.

«Ho la testa confusa; ti chiami Sofia?»

«Sì, è il mio nome.»

Non fece cenno all’incredibile omonimia con la sua defunta compagna, non aveva intenzione di finire sul personale.

«Io sono Lugh. Questa stanza è tua?»

«Sì, come il settantaseiesimo piano e tutto il grattacielo. Di mio padre, per la precisione. Fai colazione?»

«Con piacere.»

Notò un sottile fastidio nel cambio repentino di rotta, segno che Sofia non gradiva parlare di sé, ma preferì glissare: aveva lo stomaco dissestato e le gambe fiacche, con il conforto di una buona colazione si sarebbe rinvigorito. All’istante sentì un leggero tintinnio e vide sulla scrivania, materializzato non si sa come, un vassoio stipato di vivande variopinte. Non si chiese da dove fosse piovuto; si avvicinò, addentò un cornetto e sorseggiò un liquido strano, di un rosso acceso. Il profumo ricordava un giardino fiorito; dal sapore sembrava un tè aromatizzato con essenze esotiche.

«Il posto non è granché, ma il cibo è ottimo», disse addentando il secondo cornetto. Poi tornò in silenzio a osservare il panorama. A stomaco pieno la sua cronica paura del vuoto era più sopportabile.

Sperava che fosse lei a riprendere la conversazione, voleva evitare altre gaffe. Si mise a camminare nervosamente su e giù per la stanza. Attendeva. Trascorse del tempo (molto, al suo orologio biologico) senza altro segno di vita che il tramestio dei tacchi sul pavimento; quando il rumore iniziò a irritarlo, si sistemò sul divano, ma il silenzio aumentò la sua smania. Infine non riuscì a trattenersi.

«Ci sei ancora?»

«Ci sono.»

«Dove sei?»

«Sono qui, con te.»

«Non ti vedo. Saresti per caso invisibile?»

«In un certo senso... sono invisibile.»

Balzò in piedi, rosso di stizza.

«Non mi va di giocare. Se vuoi continuare a parlare con me, mostrati e dimmi cosa sta succedendo; altrimenti indicami l’uscita.»

Solo allora si accorse che non c’era segno di una porta, una finestra; pareti e vetri perimetrali erano perfettamente lisci e uniformi. Non c’era una lampada, un interruttore, una manopola e l’unico collegamento con l’esterno erano alcune strane griglie sul soffitto. Si lasciò cadere sulla poltrona, stremato da quel nuovo paradosso.

«Ti devo una spiegazione.»

Sofia aveva rotto un silenzio che lui aveva deciso di mantenere a oltranza.

«Sono qui con te, ma non puoi vedermi.»

«Non ricominciare...»

«Lasciami continuare», lo interruppe, «ti racconterò tutta la storia.»

Fece una lunga pausa, come per pesare le parole; poi proseguì: «Mio padre, dopo anni di ricerca nella fisica delle particelle, ha fatto una scoperta eccezionale: un vetro, un comune pezzo di vetro, poteva essere trasformato nel cuore di un computer quantistico, con un trattamento relativamente semplice. Sai cos’è un computer quantistico?»

«Grossomodo... un elaboratore basato su processori che usano atomi invece di microchip.»

«Pressappoco. Con aumento inimmaginabile della potenza di calcolo. Un essere umano può solo intuire le applicazioni e le implicazioni di una simile scoperta; per fare un esempio, disponendo di un piccolo computer quantistico si potrebbero violare le protezioni degli archivi informatici militari e civili in ogni angolo del pianeta e si potrebbero prevedere con precisione avvenimenti futuri. Applicazioni marginali se paragonate alle potenzialità della macchina, eppure sufficienti per far crollare le strutture economiche e sociali delle nazioni.»

Perché gli stava raccontando quelle baggianate? Non poté trattenere una battuta irrisoria: «Quindi un computer quantistico sarebbe una specie di moderno oracolo, capace di presagire e di far pendere dai suoi vaticini le sorti dei popoli?»

«No, è solo una macchina intelligente, in grado di calcolare l’evoluzione di un evento complesso. Non c’è nessun arcano: l’uomo prevede continuamente gli sviluppi di fatti più o meno semplici come il percorso di una freccia scagliata sul bersaglio o la traiettoria di una sonda lanciata su Marte. Moltiplica indefinitamente la potenza di calcolo e quelli che a voi sembrano avvenimenti casuali possono essere previsti con grande approssimazione. Il caso non esiste, è una delle patetiche invenzioni partorite dai tuoi simili per dare un nome a quello che non

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