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Il mare delle spade: La leggenda di Drizzt 13
Il mare delle spade: La leggenda di Drizzt 13
Il mare delle spade: La leggenda di Drizzt 13
E-book542 pagine7 ore

Il mare delle spade: La leggenda di Drizzt 13

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Info su questo ebook

Allorché l’emblema del martello da guerra Aegis-fang viene trovato impresso sulla schiena di un fuorilegge dissoluto, Drizzt comincia a temere per la sicurezza di Wulfgar. L’elfo scuro e i suoi compagni decidono di scovare il barbaro una volta per tutte. Mentre i suoi compagni lo cercano, Wulfgar, con il capitano Deudermont, salpa in cerca di Aegis-fang, finito nelle mani della vile piratessa Sheila Kree...
LinguaItaliano
EditoreArmenia
Data di uscita3 lug 2019
ISBN9788834435885
Il mare delle spade: La leggenda di Drizzt 13
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    Anteprima del libro

    Il mare delle spade - R.A. Salvatore

    fonte.

    Introduzione

    Ricordate dov’eravate quando avete scoperto chi e cos’era Bilbo Baggins? Per quanto mi piacerebbe negarlo, io sono un appassionato di fantasy. Sono stato un lettore accanito per tutta la mia vita, grazie ai miei genitori che ne avevano fatto una priorità, e di questo sono sempre stato loro grato. Alcuni dei ricordi più potenti della mia infanzia sono quelli in cui me ne sto sepolto tra libri formidabili scritti da autori formidabili. Da Tolkien a Stephen King, sono sempre stato catturato da scrittori la cui mente viaggiava verso luoghi che il resto di noi non riesce a immaginare.

    A differenza di molti di voi, sono giunto tardi a far parte della cerchia di appassionati di R.A. Salvatore. Dopo aver letto per almeno una decina di volte la Trilogia del Signore degli Anelli, non riuscivo a indurmi a leggere altri libri o serie fantasy. Non mi sembrava giusto andare in un mondo che non era in qualche modo legato ai regni della Terra di Mezzo. Poi ho scoperto Terry Brooks. E ho imparato rapidamente che Tolkien non aveva l’esclusiva quando si trattava di storie e mondi fantasy in grado di coinvolgere pienamente il lettore.

    Ho trascorso alcuni anni a leggere e a rileggere la Saga di Shannara. Poi un giorno, mentre mi trovavo in una libreria, ho visto un libro dalla copertina interessante con un elfo scuro dallo strano aspetto e un enorme felino. Adesso, sono anni che faccio giochi di ruolo su Internet, e quasi sempre mi sono imbattuto in qualcuno – o in molti qualcuno – che interpretano un personaggio di nome Drizzt, o con un nome simile (ma come ho detto, allora non sapevo bene di cosa si trattasse). Quel giorno, comunque, ho fatto il grande passo, e a oggi, quella rimane una delle decisioni migliori che abbia mai preso.

    R.A. Salvatore è un’altra delle pochissime persone di questo mondo dotate dal Signore di un talento che tutti noi vorremmo avere. Qualunque scrittore che sia in grado di catturarmi, come lettore, e trasportarmi in un mondo che mi interessa, con personaggi che mi affascinano, gode di tutta la mia attenzione. R.A. lo ha fatto fin dalla prima pagina della Trilogia degli Elfi Scuri. Più leggevo, più mi sentivo interessato. Immagino di essere quello che lui chiamerebbe un perfetto ammiratore. I suoi personaggi mi interessano, la loro vita mi interessa, come dev’essere sua intenzione che sia quando si accinge a creare queste mitiche storie.

    Dovrei anche aggiungere che adesso potete considerarmi decisamente di parte. Non molto dopo aver scoperto R.A. (lo chiamo così con suo grande disgusto), ho fondato una società chiamata «38 Studios». È sempre stato il mio sogno compilare un elenco di talenti in grado di definire e creare la nostra prima proprietà intellettuale. Per quell’elenco non potevo trovare di meglio di R.A. Salvatore a cui assegnare il ruolo di Guida Creativa. Sono convinto che, tra tutti coloro che scrivono racconti fantasy sul nostro pianeta, per il momento, R.A. sia quello più vicino al Tolkien dei giorni nostri.

    Sapevo di voler almeno tentare di convincerlo di questo. Ciò che non sapevo era che, non solo lui era da lungo tempo un membro irriducibile della Red Sox Nation (costituita dai tifosi dei Boston Red Sox), ma che viveva anche a meno di un’ora da me nel Massachusetts. La nostra prima telefonata, durata tre quarti d’ora, è stata soprattutto costituita da uno scambio di «Non riesco a credere di parlare con lei!» da parte di entrambi.

    Magari potreste pensare che questa introduzione non sia del tutto imparziale, e mentirei se lo negassi. Tuttavia, sono incredibilmente onorato che mi sia stato chiesto di scriverla. Vivo in un mondo dove persone che non ho mai incontrato lodano ciò che faccio quando lo faccio bene, e quelle lodi attirano l’attenzione nazionale attraverso milioni di televisioni e di radio. Ed è per questo che trovo incredibilmente gratificante il fatto di trovarmi nella posizione di lodare personalmente la vita e il lavoro di un’altra persona.

    Dico lodare la sua vita, perché posso farlo. Credo che R.A. sappia quanto io lo stimi come scrittore, ma soprattutto come persona. Siamo diventati molto amici nel giro di breve tempo. Diventare amici di qualcuno a cui si affiderebbe la propria vita non accade molto spesso ai giorni nostri.

    R.A. Salvatore è un uomo buono. Dire che qualcuno era ˂un uomo buono˃ costituiva il complimento migliore che mio padre potesse fare. Perciò, quando lo diceva, sapevo che la persona in questione doveva essere davvero speciale. R.A. è proprio questo. Il suo dono, che lui ha generosamente condiviso con il mondo nel corso di questi ultimi vent’anni, è un dono meraviglioso. La sua capacità di far sì che i lettori si sentano parte di ciò che lui scrive, arrivando ad amare e ad odiare i personaggi dei suoi libri, è davvero unica e incredibilmente profonda.

    Adesso mi sento come un bambino quando si tratta di leggere una delle sue storie. So quando sta lavorando a un nuovo libro, e il pensiero di potergli dare un’occhiata prima di chiunque altro per me è come ricevere un regalo di Natale più spesso di quanto non meriti. Il lavoro che sta facendo presso i 38 Studios mi dà una visione ancora più perspicace dello scrittore e, cosa per me ancora più importante, dell’uomo. Sua moglie Diane e i loro tre figli costituiscono ovviamente il punto focale della sua esistenza, e la passione che lui nutre per ciò che scrive e per la sua vita mi risulta evidente ogni volta che parliamo.

    Ora avete tra le mani un altro dono di R.A. e spero con tutto il cuore che apprezzerete la meravigliosa creazione che ha concesso a noi tutti di condividere.

    R.A., il mondo è un posto migliore con te. Voglio ringraziarti profondamente per consentirci di guardare nei vasti mondi che crei e di conoscere le incredibili persone che ci vivono.

    Curt Schilling,

    luglio 2007

    Prologo

    Le scimitarre descrivevano nell’aria cerchi fluidi e decisi, creando archi ingannevoli. Quando parve scorgere un’opportunità di attaccare, colui che le brandiva scattò in avanti e calò un fendente verso una spalla, all’apparenza esposta, ma l’elfo fu più veloce e spinse prontamente indietro un piede, la testa calva, lucida di sudore sotto la luce del sole: sollevata la lunga spada in una parata perfetta, scattò al tempo stesso in un affondo con la daga, a cui fece seguire anche un affondo di spada.

    Il suo avversario reagì in perfetta armonia con le mosse fluide dell’elfo, roteando le due scimitarre in una serie di archi difensivi che deviarono ogni volta gli affondi della spada con un clangore d’acciaio, quando l’elfo tentò un secondo attacco diretto al torace, e un terzo all’addome.

    Prontamente, le scimitarre saettarono verso l’alto e poi verso il basso, nella classica parata a lame incrociate, per poi risollevarsi di scatto quando l’agile e instancabile elfo cercò di superare il blocco con un calcio alla mano.

    Quel calcio risultò però essere soltanto una finta, dato che non appena le scimitarre si sollevarono, l’elfo si accoccolò su se stesso e scagliò una daga, con un gesto troppo repentino perché il suo avversario potesse abbassare le lame in tempo per intercettarla o anche solo spostare i piedi per cercare di schivarla.

    Lanciata con mira perfetta, la daga lo raggiunse in pieno al ventre.

    «È Deudermont, non ci sono dubbi!» gridò il marinaio, in tono sempre più frenetico. «Ci ha raggiunti di nuovo!»

    «Bah! Non ha modo di sapere chi siamo», gli ricordò uno dei suoi compagni.

    «Aggira gli scogli e portaci oltre i pontili», ordinò Sheila Kree, rivolta al timoniere.

    Alta e di corporatura massiccia, con braccia dai muscoli resi duri come pietra da anni di duro lavoro, e occhi verdi da cui traspariva il risentimento accumulato nel corso di quegli anni, la donna dai capelli rossi indugiò quindi a fissare con sguardo rovente la nave che li stava inseguendo, una goletta a tre alberi che li aveva appena costretti a rinunciare ad attaccare una preda che avrebbe sicuramente fruttato un buon bottino, una nave mercantile quasi priva di armamenti.

    «Genera una nebbia che impedisca loro di vederci», ordinò poi la comandante dei pirati, rivolta a Bellany, la maga di bordo della Chiglia Insanguinata.

    «Una nebbia», borbottò la maga, scuotendo la testa con un gesto che le fece sussultare sulle spalle i lunghi capelli corvini.

    La piratessa, che era solita esprimersi più spesso con la spada che non a parole, non parve comprendere la sua reazione, quindi alla fine Bellany si limitò a scrollare le spalle e procedette a lanciare il suo più potente incantesimo, una sfera di fuoco. Quando fu pronta, la maga non la diresse però contro la lontana nave lanciata al loro inseguimento – che del resto era ancora decisamente fuori della loro portata e che se, in effetti, si trattava davvero della Folletto del Mare, non avrebbe avuto problemi a difendersi da un attacco del genere – bensì verso l’acqua, alle spalle della Chiglia Insanguinata.

    La superficie del mare sfrigolò e sibilò in segno di protesta quando le fiamme la lambirono, generando una fitta cortina di vapore alle spalle della nave in rapido allontanamento, e Sheila Kree sorrise, annuendo in segno di approvazione.

    Il suo timoniere, una donna massiccia dal volto segnato da profonde fossette e con i denti giallastri, conosceva le acque che si stendevano intorno alla punta occidentale della Spina Dorsale del Mondo meglio di chiunque altro, al punto che avrebbe potuto navigare su di esse nella notte più buia, servendosi del rumore delle onde che s’infrangevano sugli scogli come sua unica guida, ma Deudermont non avrebbe certo osato proseguire l’inseguimento sul tratto di mare molto pericoloso che si stendeva davanti a loro. Presto, la Chiglia Insanguinata avrebbe aggirato il terzo promontorio, oltrepassata una curva rocciosa, e a quel punto si sarebbe trovata davanti il mare aperto se avesse voluto, oppure avrebbe potuto avvicinarsi ancora di più alla terraferma, verso una serie di scogliere e di rocce, un luogo che Sheila e il suo equipaggio erano giunti a considerare la loro casa.

    «Non ha modo di sapere che si tratta di noi», ripeté il marinaio.

    Sheila Kree annuì e si augurò che avesse ragione, cosa di cui era piuttosto convinta perché la Folletto del Mare, essendo una goletta a tre alberi, aveva una velatura inconfondibile, mentre la Chiglia Insanguinata poteva essere scambiata da lontano per una qualsiasi innocua caravella. Come ogni altro pirata della Costa delle Spade che fosse dotato di un minimo di buon senso, tuttavia, Sheila Kree non aveva nessun desiderio di affrontare la leggendaria Folletto del Mare del Capitano Deudermont, e tanto meno il suo esperto e pericoloso equipaggio.

    Inoltre, aveva sentito circolare una voce secondo cui Deudermont sarebbe stato alla sua ricerca, anche se non aveva idea del perché quel famoso cacciatore di pirati se la stesse prendendo proprio con lei, e al riguardo poteva avanzare soltanto delle ipotesi. D’impulso, la donna si portò una mano alla spalla per tastare il marchio che vi aveva impresso, il simbolo del suo nuovo potere e della sua ambizione. Come tutte le altre donne della nuova banda che era al suo servizio sul mare e sulla terraferma, Sheila portava infatti impresso sulla spalla un marchio raffigurante il possente martello da guerra che aveva acquistato a Luskan da quello stupido ometto, il marchio di Aegis-fang.

    Possibile che fosse quella la fonte dell’improvviso interesse dimostrato da Deudermont nei suoi confronti? Avendo appreso qualcosa della storia del martello da guerra, infatti, Sheila era venuta a sapere che il suo precedente proprietario, un brutale ubriacone di nome Wulfgar, era notoriamente un amico del Capitano Deudermont, il che poteva costituire un collegamento fra l’arma e l’improvvisa caccia di cui lei era oggetto da parte del capitano. D’altro canto, Sheila non poteva neppure essere del tutto certa delle sue deduzioni, perché era risaputo che di recente, a Luskan, Wulfgar aveva tentato di assassinare proprio Deudermont.

    Qualche momento più tardi, Sheila Kree accantonò quei pensieri con una scrollata di spalle, quando la Chiglia Insanguinata oltrepassò una pericolosa distesa di rocce e scogli semisommersi per addentrarsi nella segreta, riparata Baia Dorata. Nonostante la mano esperta del timoniere, nel corso di quell’attraversamento, la nave pirata andò a urtare contro più di uno scoglio sommerso, con il risultato che quando infine entrò nella baia, era vistosamente inclinata da un lato; la cosa non aveva peraltro troppa importanza, perché in quella baia riparata, circondata da torreggianti pareti di roccia, Sheila e il suo equipaggio disponevano dei mezzi necessari per effettuare le riparazioni.

    Una volta nella baia, i pirati condussero la Chiglia Insanguinata in una vasta grotta, che costituiva il fondo di un sistema di gallerie e di caverne che risaliva l’interno della punta più orientale della Spina Dorsale del Mondo, gallerie naturali rese ora fumose dalle torce appese lungo le pareti, e caverne di roccia trasformate in comodi alloggi dal bottino accumulato da quella che stava rapidamente diventando la banda di pirati più attiva e fortunata di tutta la parte settentrionale della Costa delle Spade.

    La piccola maga dai capelli neri si lasciò sfuggire un sospiro, probabilmente consapevole che sarebbe stata necessaria la sua magia per eseguire la maggior parte dei lavori di riparazione.

    «Dannazione a quel Deudermont!» commentò.

    «Dannazione alla nostra vigliaccheria, vorrai dire», replicò un puzzolente marinaio, nel passarle accanto.

    Prontamente, Sheila Kree gli si parò dinanzi con un sogghigno sul volto e gli sferrò un destro alla mascella che lo mandò a cadere lungo disteso sul ponte.

    «Non credo che ci abbia neppure visti», protestò l’uomo, guardando la piratessa dai capelli rossi con un’espressione di puro terrore nello sguardo.

    Se una delle donne che facevano parte dell’equipaggio di Sheila destava le sue ire, infatti, era probabile che se la cavasse con delle percosse, ma se era un uomo a far perdere la pazienza alla violenta piratessa, era facile che il malcapitato in questione avesse modo di scoprire in prima persona perché mai la Chiglia Insanguinata si chiamasse in quel modo, dato che legare quegli sfortunati sotto la chiglia era uno dei suoi passatempi preferiti.

    Sheila Kree permise però al marinaio di strisciarsene via illeso, perché in quel momento i suoi pensieri erano concentrati soprattutto sulla recente apparizione di Deudermont. In effetti, doveva ammettere la possibilità che in realtà la Folletto del Mare non li avesse neppure avvistati e che, se pure avessero visto in lontananza la Chiglia Insanguinata, Deudermont e i suoi uomini non avessero avuto modo di determinare l’identità della nave, anche se era decisa a mantenere ogni cautela quando c’era di mezzo il Capitano Deudermont.

    Se proprio Deudermont e il suo equipaggio avevano intenzione di trovarla, che venissero a cercarla lì, nella Baia Dorata, la fortezza di roccia che lei e il suo equipaggio condividevano con un formidabile clan di ogre.

    La daga lo colpì in pieno...

    … e rimbalzò senza procurare alcun danno sul pavimento.

    «Drizzt Do’Urden non si sarebbe mai lasciato ingannare da una finta del genere!» borbottò l’elfo calvo, Le’lorinel, con voce acuta e melodica, gli occhi azzurri punteggiati d’oro che splendevano con una pericolosa intensità dietro la maschera nera che portava costantemente indosso. «E se pure si fosse lasciato ingannare», proseguì, riponendo la spada nel fodero con un gesto secco del polso, «sarebbe stato poi abbastanza veloce di piedi da evitare la daga o di mano da arrivare a pararla con una scimitarra».

    «Io non sono Drizzt Do’Urden», ribatté il mezzelfo Tunevec, spostandosi su un lato del tetto e appoggiandosi pesantemente a uno dei merli, cercando di riprendere fiato.

    «Mahskevic ti ha sottoposto a un incantesimo di accelerazione magica dei movimenti per compensare la differenza», fu pronto a ribattere l’elfo, recuperando la daga e sistemandosi la tunica marrone priva di maniche.

    «Non sai neppure come combatta Drizzt Do’Urden», sbuffò Tunevec. «Dico sul serio! Lo hai mai visto duellare? Hai mai osservato quei movimenti, che io ritengo impossibili, e che tu sei così pronto ad attribuirgli?».

    Se pure rimase impressionato da quel ragionamento, Le’lorinel non lo diede a vedere.

    «Le storie relative al suo modo di combattere e alle sue imprese sono comunemente note, nelle terre del settentrione», ribatté.

    «Note e, probabilmente, esagerate», dichiarò Tunevec.

    La testa calva di Le’lorinel cominciò però a muoversi in un gesto di diniego prima ancora che il mezzelfo avesse finito di parlare, perché lui aveva descritto molte volte, nei particolari, lo stile e il talento di Drizzt Do’Urden al suo compagno di esercitazioni.

    «Ti sto pagando bene per la tua partecipazione a queste sedute di addestramento», affermò. «Sarebbe quindi opportuno che tu partissi dal presupposto che tutte le cose che ti ho detto sul conto di Drizzt Do’Urden sono vere e che cercassi di emulare il suo stile di combattimento come meglio te lo permettono le tue misere capacità».

    Tunevec, che era nudo fino alla cintola, si asciugò il corpo snello e muscoloso con un asciugamano, poi lo porse a Le’lorinel, che però si limitò a fissarlo con disprezzo, il che costituiva la norma ogni volta che lui si lasciava sconfiggere in quel modo, e si diresse verso la botola che consentiva di scendere dal tetto, senza degnarlo di un’altra occhiata.

    «È probabile che il tuo incantesimo della pelle di pietra si sia ormai consumato», commentò, con palese disgusto.

    Rimasto solo sul tetto, Tunevec scoppiò in un’impotente risatina e scosse il capo, muovendosi per recuperare la camicia. Prima di raggiungerla, però, s’immobilizzò nel vedere uno scintillio nell’aria che annunciò il materializzarsi sul tetto del vecchio mago Mahskevic.

    «Oggi lo hai soddisfatto?» domandò il vecchio dalla barba grigia, con voce che sembrava venirgli strappata a forza dalla gola, sfoggiando un sorriso alquanto sarcastico da cui si capiva che conosceva già la risposta.

    «Le’lorinel è ossessionato da quell’elfo», rispose Tunevec, «più di quanto avrei mai creduto possibile».

    Mahskevic si limitò a scrollare le spalle, come se la cosa non avesse avuto importanza.

    «Ha lavorato per me per oltre cinque anni, per guadagnarsi il diritto a usare i miei incantesimi e per pagarti così bene», gli ricordò poi. «Abbiamo cercato per molti mesi di riuscire a trovare un soggetto che, come te, promettesse di riuscire a emulare i movimenti di questo strano elfo scuro, Drizzt Do’Urden».

    «Perché sprecare tanto tempo, allora?» ribatté il mezzelfo, con voce piena di frustrazione. «Perché non hai accompagnato Le’lorinel alla ricerca di questo dannato drow e non l’avete fatta finita con lui una volta per tutte? Mi sembra che sarebbe stato più semplice del sottoporsi a questi incessanti addestramenti».

    Mahskevic ridacchiò, quasi a voler dire a Tunevec che lui stava palesemente sottovalutando quel drow tanto insolito, le cui imprese, stando alle informazioni che lui e Le’lorinel avevano raccolto sul suo conto, erano davvero notevoli.

    «È risaputo che Drizzt è amico di un nano di nome Bruenor Battlehammer», spiegò poi il mago. «Hai già sentito questo nome?».

    Tunevec si bloccò nell’atto d’infilarsi la camicia grigia e fissò il vecchio, scuotendo il capo.

    «È il Re di Mithral Hall», lo informò Mahskevic «o almeno lo era, e io non ho nessun desiderio di scatenare contro di me le ire di un clan di nani selvaggi... i nani sono la sventura di tutti i maghi. Procurarmi l’inimicizia di Bruenor Battlehammer non mi è parso il modo migliore per accumulare ricchezze o per continuare a stare in salute. Inoltre, io non ho nulla contro questo Drizzt Do’Urden», aggiunse, poi. «Perché dovrei cercare di distruggerlo?».

    «Perché Le’lorinel è tuo amico».

    «Le’lorinel», ripeté Mahskevic, con una risatina. «Mi è simpatico, lo ammetto, e per cercare di assolvere alle responsabilità che si accompagnano alla nostra amicizia cerco spesso di convincerlo del fatto che la linea d’azione che sta seguendo è soltanto una follia autodistruttiva, e nulla più».

    «Ma sono certo che lui non ti presta ascolto», commentò Tunevec.

    «Infatti», annuì Mahskevic. «Le’lorinel Tel’e’brenequiette è una persona davvero cocciuta».

    «Sempre che questo sia davvero il suo nome», sbuffò Tunevec, che era d’umore decisamente pessimo, soprattutto per quanto riguardava il suo compagno di esercitazioni. «Io a te come tu a me», disse poi, traducendo alla lettera il nome di Le’lorinel, che era in realtà soltanto una variazione di un detto elfico abbastanza diffuso.

    «È la filosofia del rispetto dell’amicizia, giusto?» domandò il vecchio mago.

    «E della vendetta», replicò Tunevec, cupo.

    Al piano intermedio della torre, solo in una piccola stanza privata, Le’lorinel si tolse la maschera e si lasciò cadere seduto sul letto, ribollente di frustrazione e di odio nei confronti di Drizzt Do’Urden.

    «Quanti anni ci vorranno?» si chiese, poi scoppiò in una breve risata, giocherellando con l’anello d’onice che portava al dito, e aggiunse: «Secoli? Ebbene, non ha importanza!».

    Sfilatosi l’anello, lo tenne sollevato di fronte ai propri occhi scintillanti: gli ci erano voluti due anni di lavoro al servizio di Mahskevic per guadagnarsi quell’anello, contenente i quattro incantesimi che, a parere di Le’lorinel, sarebbero stati necessari per uccidere Drizzt Do’Urden.

    Naturalmente, Le’lorinel era consapevole che l’impiego di quegli incantesimi nel modo da lui progettato avrebbe con ogni probabilità causato la morte di entrambi gli avversari, ma la cosa non aveva importanza per lui.

    Pur di ottenere la morte di Drizzt Do’Urden, infatti, Le’lorinel sarebbe stato ben lieto di attraversare subito dopo di lui la soglia del mondo ultraterreno.

    Parte 1

    Indizi di oscurità

    È bello essere a casa, sentire il vento della Valle del Vento Gelido, avvertire il suo soffio gelido e rinvigorente, che pare ricordarmi che sono vivo.

    Questo – il fatto che io, che noi, siamo vivi – sembra una cosa del tutto evidente, e tuttavia, troppo spesso, temo, dimentichiamo semplicemente l’importanza di tutto questo. È così facile scordarsi di essere veramente vivi o, almeno, non riuscire ad apprezzare di esserlo, non ricordare che ogni alba è un dono da contemplare e ogni tramonto uno spettacolo di cui godere.

    E che tutte le ore intermedie, come pure tutte quelle che seguono il crepuscolo, sono nostre per farne ciò che vogliamo.

    È facile ignorare la possibilità che ogni persona che ci attraversa la strada possa diventare un evento e un ricordo, buono o cattivo, per riempire le ore della nostra vita di esperienze, invece che di noia, per infrangere la monotonia del tempo che passa. Questi momenti sprecati, queste ore sempre uguali, di routine, sono a mio parere, il nostro più grande nemico, piccole zone di morte all’interno della vita stessa.

    Sì, è bello essere a casa, nella terra selvaggia della Valle del Vento Gelido, dove vagano mostri in abbondanza e dove ci sono a ogni svolta furfanti che minacciano la sicurezza delle strade, e io mi sento più vitale e appagato di quanto lo sia stato da molti anni. Per troppo tempo, ho lottato con l’eredità del mio oscuro passato, per troppo tempo sono stato alle prese con la realtà della mia longevità, con il fatto che sarei probabilmente morto molto tempo dopo Bruenor, Wulfgar e Regis.

    E Catti-brie.

    Che stolto sono, a rimpiangere la fine dei suoi giorni senza godere invece delle giornate che lei, che tutti noi, abbiamo ora a disposizione! Che stolto sono a permettere che il presente scivoli nel passato, lamentandomi nel frattempo di un potenziale – solo potenziale – futuro!

    Noi tutti stiamo morendo, a ogni momento di ogni singolo giorno che passa, questa è la verità ineluttabile dell’esistenza, la verità che ci può paralizzare con la paura o che ci può infondere nuove energie, pervadendoci di impazienza, del desiderio di esplorare e di sperimentare, della speranza – no, della ferrea volontà! – di trovare e costruire un ricordo con ogni nostra azione. Essere vivi, sotto il sole o sotto le stelle, con il cielo sereno o nella tempesta, danzare a ogni passo, che esso ci porti attraverso colorati giardini fioriti o in mezzo alla neve più fitta.

    I giovani conoscono questa verità che tante persone ormai vecchie, o anche solo di mezza età, hanno dimenticato, e questa è la fonte dell’ira, della gelosia che tanti dimostrano nei loro confronti. Quante volte ho sentito pronunciare in tono lamentoso le parole: «Se soltanto potessi tornare indietro a quell’età, sapendo quello che so adesso!». Queste parole mi divertono enormemente, perché in realtà, la vera lamentela dovrebbe essere espressa in questi termini: «Se soltanto potessi ritrovare l’energia e la gioia che possedevo allora!».

    Sono giunto infine a comprendere che è questo il significato della vita, e grazie a questa illuminazione ho finalmente ritrovato quell’energia e quella gioia: una vita di appena vent’anni, in cui però questa verità sia compresa appieno, potrebbe risultare infatti più piena e ricca di una vita lunga secoli, ma vissuta a testa china, con le spalle incurvate.

    Rammento la mia prima battaglia al fianco di Wulfgar, quando insieme a lui ho affrontato rischi terribili e possenti giganti, con un sorriso sulle labbra e una grande voglia di assaporare la vita fino in fondo. Com’è strano che, a mano a mano che ho avuto sempre più cose da poter perdere, io abbia permesso a quella voglia di godere la vita di diminuire!

    Mi ci è voluto tutto questo tempo, insieme ad alcune amare perdite, per rendermi conto della follia di quel modo di ragionare. Mi ci è voluto tutto questo tempo, una volta tornato nella Valle del Vento Gelido, dopo aver involontariamente consegnato la Reliquia di Cristallo a Jarlaxle e aver infine posto fine (spero per sempre) i miei rapporti con Artemis Entreri, per ridestarmi a quella che è la mia vita, per apprezzare la bellezza che mi circonda e cominciare a ricercare l’eccitazione propria dell’esistenza, invece di evitarla con timore.

    Le paure e le preoccupazioni permangono, naturalmente. Wulfgar ci ha lasciati – e ignoro dove si trovi – e temo per la sua mente, il suo cuore e il suo corpo, ma sono giunto ad accettare il fatto che aveva il diritto di scegliere la sua strada e che, proprio nell’interesse della sua stessa mente, del suo cuore e del suo corpo, doveva allontanarsi da noi. Prego che un giorno le nostre strade si incrocino di nuovo e che lui ritrovi la via di casa, così come prego che prima o poi qualche sua notizia giunga a placare i nostri timori, o a darci il modo di intervenire per riportarlo fra noi.

    Ma adesso posso pazientare e convincermi che tutto andrà per il meglio, perché se rimuginassi sui timori che nutro per la sua sicurezza, annullerei lo scopo stesso della mia vita. Ma non lo farò. C’è troppa bellezza. Ci sono troppi mostri e troppi ribaldi. C’è troppo divertimento.

    Drizzt Do’Urden

    1

    Schiena contro schiena

    I

    suoi lunghi capelli bianchi scendevano sulla spalla di Catti-brie, solleticandole il braccio nudo, e la folta capigliatura castano ramata di lei ricadeva lungo il braccio e il petto di Drizzt, mentre i due sedevano schiena contro schiena sulle rive del Maer Dualdon, il più grande lago della Valle del Vento Gelido, intenti a contemplare il caliginoso cielo estivo. Pigre nubi bianche fluttuavano lente nel cielo, i loro contorni lanuginosi, modellati a volte in linee nette e precise dal passaggio di uno dei molti avvoltoi schinlook che si librava nel vento sotto di esse. Ciò che stava però catturando l’attenzione della coppia non erano i numerosi uccelli in volo quel giorno, bensì le nubi stesse.

    «Una trota presa all’amo», disse Catti-brie, al passaggio di una formazione nuvolosa dall’aspetto insolito, una massa bianca incurvata davanti a cui si stendeva una lunga, sottile linea candida.

    «Come fai a vedere una cosa del genere?» protestò l’elfo scuro, con una risata.

    «E come fai tu a non vederla?» ribatté lei, girandosi a guardare il compagno dalla pelle scura e dagli occhi violetti. «È altrettanto evidente della linea candida delle tue sopracciglia».

    Drizzt scoppiò in una nuova risata, non tanto per quello che lei aveva detto quanto per il modo in cui lo aveva detto. Da quando erano tornati, Catti-brie aveva ripreso a vivere presso il clan di Bruenor, nelle montagne dei nani, appena fuori dalle Ten-Towns, ed era evidente che stava tornando ad assimilare il modo di parlare rozzo e fortemente accentato proprio dei nani.

    Drizzt volse poi leggermente il capo a sua volta, in modo da venirsi a trovare con l’occhio destro ad appena pochi centimetri da quello di Catti-brie, e nel suo sguardo scorse un’inconfondibile scintilla di appagamento e di felicità, sentimenti che stavano tornando ad affiorare in lei soltanto adesso, dopo tutti i mesi trascorsi da quando Wulfgar li aveva lasciati, e che parevano molto più intensi di quanto lo fossero mai stati in passato.

    Ridendo ancora, Drizzt riportò la propria attenzione verso il cielo.

    «Il tuo pesce è riuscito a sottrarsi all’amo», annunciò, notando che il vento aveva dissolto la sottile linea bianca, allontanandola dalla formazione più grande.

    «È un pesce», insistette Catti-brie, con fare petulante, o almeno dando l’impressione di esserlo.

    Sorridendo, Drizzt lasciò cadere l’argomento.

    «Razza di piccolo, dannato idiota!» borbottò e grugnì Bruenor Battlehammer, quasi con la bava alla bocca, a mano a mano che la sua frustrazione andava crescendo.

    Nel parlare, il nano pestò con violenza lo stivale a terra, poi si calcò in testa con una manata l’elmo adorno di un corno solo, da sotto il quale i folti capelli rossicci presero a sparare in tutte le direzioni.

    «Io credevo di avere un amico all’interno del consiglio, ed ecco che tu te ne vai, lasciando Kemp di Targos libero di fissare il prezzo senza incontrare la minima obiezione!».

    L’halfling Regis, più magro di quanto lo fosse stato da anni, e con un braccio che gli doleva ancora per la ferita che aveva ricevuto nel corso dell’ultima avventura assieme ai suoi amici, si limitò a scrollare le spalle.

    «Kemp di Targos fissa il prezzo del minerale soltanto per conto dei pescatori», ribatté.

    «E i pescatori ne comprano una quantità considerevole!» ruggì Bruenor. «Perché pensi che ti abbia fatto rientrare nel consiglio, se non perché la tua presenza servisse a rendermi la vita più facile?».

    Regis accolse la sfuriata con un accenno di sorriso, e per un momento pensò di ricordare a Bruenor che non era stato lui a farlo rientrare nel consiglio, ma la gente di Boscosolitario, che lo aveva implorato di entrare a farne parte, in quanto aveva bisogno di un nuovo rappresentante, dopo che quello precedente era finito nel ventre di uno yeti, ma alla fine fu abbastanza saggio da tacere al riguardo.

    «Pescatori», ripeté intanto il nano, sputando a terra davanti agli scalzi piedi pelosi di Regis.

    Di nuovo, l’halfling si limitò a sorridere e a spostarsi di lato, consapevole che Bruenor era più fumo che arrosto, e ben sapendo che il nano avrebbe lasciato presto cadere l’argomento, non appena la prossima crisi si fosse prospettata all’orizzonte. Del resto, Bruenor Battlehammer aveva sempre avuto un carattere focoso ed eccitabile.

    Il nano stava ancora borbottando quando, dopo una svolta sul sentiero, i due avvistarono Drizzt e Catti-brie, ancora seduti schiena contro schiena sulla riva coperta di muschio, intenti a contemplare le nubi e a godersi la loro reciproca compagnia. Nel vederli, Regis trattenne il fiato, pensando che Bruenor avrebbe avuto un’esplosione di rabbia nel vedere la sua adorata figlia adottiva in un atteggiamento tanto intimo con Drizzt – o con chiunque altro, del resto – ma Bruenor si limitò a scuotere la testa irsuta e ad allontanarsi a grandi passi nella direzione opposta.

    «Dannato idiota di un elfo», lo sentì borbottare Regis, quando lo raggiunse. «Perché non si decide a baciarla e a farla finita?».

    «Come sai che non lo ha fatto?» commentò Regis, con un sorriso che gli arrivava quasi agli orecchi, per il puro gusto di vedere il volto del nano tingersi di un rossore intenso quasi quanto quello dei suoi capelli.

    Subito dopo, naturalmente, fu pronto a scattare di lato, fuori portata dalla presa letale di Bruenor.

    Il nano, però, si limitò ad abbassare la testa e a continuare a camminare, borbottando imprecazioni. E, nel seguirlo, Regis stentò a credere che i suoi stivali potessero fare così tanto rumore sul sentiero di terra battuta coperta di muschio.

    Il clamore che regnava nella Sala del Consiglio di Brynn Shander non sorprese minimamente Regis, che si sforzò in ogni modo di prestare attenzione a ciò che stava succedendo mentre l’Anziano Cassius, il capo di rango più elevato di tutte le Ten-Towns, conduceva la discussione attraverso questioni per lo più di natura procedurale. Prima di allora, le Ten-Towns avevano sempre avuto governi indipendenti l’uno dall’altro, o erano state gestite tramite un consiglio a cui apparteneva un rappresentante di ciascuna città, ma i servigi che Cassius aveva reso alla regione erano stati di tale entità che adesso lui non era più soltanto il rappresentante di una singola comunità, quella di Brynn Shander, la più grande fra le città nonché sua residenza. Naturalmente, la cosa non andava a genio a Kemp di Targos, capo della seconda delle Ten-Towns, perché lui e Cassius avevano spesso avuto dei contrasti e l’improvviso elevarsi di grado di quest’ultimo, unito alla nomina di un nuovo consigliere che rappresentasse Brynn Shander, lo aveva indotto a sentirsi in una posizione d’inferiorità.

    L’ascesa di Cassius era però proseguita, ininterrotta, e nell’arco degli ultimi mesi perfino il cocciuto Kemp era dovuto arrivare ad ammettere, suo malgrado, che lui stava agendo in maniera generalmente onesta e imparziale.

    Per quanto riguardava il modo di vedere le cose del consigliere di Boscosolitario, tuttavia, il livello di pace e di armonia raggiunto all’interno della Sala del Consiglio di Brynn Shander serviva soltanto ad aumentare la noia, in quanto l’halfling adorava le discussioni accese e le polemiche, soprattutto quando non lo coinvolgevano direttamente e lui poteva invece intervenire nei momenti più impensati, infervorando il dibattito.

    Ahimè, purtroppo quello pareva appartenere a un tempo passato!

    Regis si sforzò di rimanere sveglio quando la discussione affrontò il problema di assegnare porzioni delle acque del Maer Dualdon a specifici pescherecci, in modo da evitare che le lenze si intrecciassero e che fra gli equipaggi scoppiassero liti.

    Quell’argomento era oggetto di discussione nelle Ten-Towns ormai da decenni, e Regis sapeva benissimo che nessun regolamento sarebbe mai stato sufficiente a tenere le imbarcazioni lontane le une dalle altre, al largo sulle fredde acque del grande lago. Le barche affluivano là dove le trote abboccavano, indipendentemente dalle regole, perché le loro ossa erano perfette per creare oggetti intagliati, e per di più la carne era un cibo eccellente, motivo per cui esse costituivano la base dell’economia delle Ten-Towns, un miraggio che attirava in quei luoghi una quantità di furfanti decisi a fare fortuna.

    Di conseguenza, le regole stabilite in quella sala, tanto lontana dalle rive dei tre grandi laghi della Valle del Vento Gelido, erano soltanto pretesti che i consiglieri avrebbero potuto in seguito utilizzare per delle sfuriate a danno dei loro colleghi, quando le regole stesse fossero poi state del tutto ignorate dai pescatori.

    Quando il consigliere halfling di Boscosolitario si svegliò dalla sua involontaria pennichella, la discussione si era intanto spostata (per sua fortuna) su un problema più concreto, che per di più lo riguardava direttamente. Come infatti Regis realizzò un momento più tardi, il fattore catalizzante che lo aveva indotto ad aprire gli occhi era stato il fatto che Cassius lo aveva chiamato per nome.

    «Perdonami se disturbo il tuo riposo», mormorò l’Anziano delle Ten-Towns, in tono abbastanza sommesso perché potesse essere sentito soltanto da lui.

    «Io... ecco, ho lavorato molti giorni e molte notti per prepararmi a questa riunione», balbettò l’halfling, imbarazzato. «E la strada fino a Brynn Shander è piuttosto lunga, a piedi».

    Sorridendo, Cassius sollevò una mano per indurlo a tacere prima che lui finisse per mettersi in una situazione ancora più imbarazzante; del resto, Regis non aveva nessun bisogno di scusarsi di fronte ai presenti, che erano tutti consapevoli dei suoi difetti e dei suoi pregi... pregi che dipendevano in non poca misura dai potenti amici su cui lui poteva contare.

    «Allora puoi occuparti di questo problema per conto nostro?» domandò in tono brusco Kemp di Targos che, fra i consiglieri, era quello che nutriva minor simpatia nei confronti dell’halfling.

    «Problema?» ripeté Regis, perplesso.

    Kemp abbassò la testa e imprecò fra sé.

    «Il problema dei banditi di strada», spiegò Cassius. «Dal momento che questa nuova banda, avvistata solo di recente, si trova dall’altra parte del Shaengarne, a sud di Bremen, siamo consapevoli che dar loro la caccia comporterebbe per i tuoi amici un viaggio piuttosto lungo, ma vi saremmo davvero grati se, ancora una volta, tu e i tuoi amici poteste provvedere a rendere sicure le strade della nostra regione».

    Appoggiatosi allo schienale della sedia, Regis incrociò le mani sul ventre, ancora abbondante, seppure meno voluminoso che in passato, e assunse un’espressione alquanto altezzosa. Dunque si trattava di quello, di una nuova opportunità offerta a lui e ai suoi amici di fare la figura degli eroi agli occhi degli abitanti delle Ten-Towns. Quello era un campo in cui Regis si trovava maggiormente nel proprio elemento, anche se doveva ammettere che, in genere, lui svolgeva un ruolo decisamente secondario nelle eroiche imprese dei suoi più possenti amici. D’altro canto, durante le sessioni del consiglio, quelli erano i momenti in cui poteva risplendere, sia pure di gloria riflessa, ergersi sulla persona e sentirsi alto quanto il massiccio Kemp. Concedendosi un momento di riflessione, valutò il compito che Cassius intendeva assegnargli: Bremen era la più occidentale delle Ten-Towns, sulla riva opposta del fiume Shaengarne, le cui acque peraltro dovevano avere un livello piuttosto basso, adesso che l’estate era prossima a finire.

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