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Gita al faro: Ediz. integrale
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E-book289 pagine4 ore

Gita al faro: Ediz. integrale

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Info su questo ebook

EDIZIONE REVISIONATA 13/04/2020.

“Gita al Faro”, il cui titolo originale è “To the Lighthouse”, fu pubblicato nel 1927 e rappresenta uno dei punti più alti della letteratura del Novecento. Virginia Woolf (1882–1941) ci lascia un romanzo profondo e indimenticabile che parte da un episodio in apparenza insignificante ma che in realtà descrive l’anima di un’intera famiglia e di un gruppo di amici, i loro pensieri e le loro emozioni. Durante una vacanza estiva che la famiglia Ramsay sta trascorrendo sull'Isola di Skye si discute di una gita che potrebbero fare il giorno successivo. Per James, il figlio minore, il faro rappresenta una meta misteriosa e sconosciuta, un sogno. Solo dopo dieci anni, però, si ritroveranno per realizzare quel desiderio. L’anima di ognuno è un universo intero, e in esso affiorano conflitti e alleanze, sentimenti ed emozioni impossibili da comunicare. Ciò che colpisce sopra ogni cosa, però, è l’assenza, quella di una madre e di una moglie; un vuoto che stordisce, assorda. Il ricordo dell’infanzia e delle persone che non ci sono più diventa un vero e proprio faro che indirizza i loro pensieri. “To the Lighthouse” è un romanzo sperimentale che si regge sulla memoria ed esplora l’animo umano.
LinguaItaliano
EditoreCrescere
Data di uscita7 giu 2019
ISBN9788883378362
Gita al faro: Ediz. integrale
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Autore

Virginia Woolf

Virginia Woolf was an English novelist, essayist, short story writer, publisher, critic and member of the Bloomsbury group, as well as being regarded as both a hugely significant modernist and feminist figure. Her most famous works include Mrs Dalloway, To the Lighthouse and A Room of One’s Own.

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    Anteprima del libro

    Gita al faro - Virginia Woolf

    Note

    PARTE PRIMA

    La finestra

    1

    «Sì, certo, se domani fa bel tempo» disse la signora Ramsay. «Però ti dovrai alzare con l’allodola» aggiunse.

    A suo figlio queste parole suscitarono una grandissima gioia, come se fosse deciso che la spedizione ci sarebbe stata sicuramente, e la meraviglia che gli pareva aver agognato per anni e anni fosse, dopo il buio di una notte e la traversata di un giorno, a portata di mano. Egli apparteneva, già all’età di sei anni, a quella grande categoria di persone che non riescono a tenere le emozioni separate le une dalle altre, ma permettono che le aspettative future, con le loro gioie e dolori, offuschino ciò che è a portata di mano; perché fin dalla prima infanzia per queste persone qualunque variazione della ruota delle sensazioni ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo dal quale la tristezza o l’euforia dipendono. Perciò James Ramsay, seduto sul pavimento a ritagliare le figure del catalogo illustrato dei Magazzini Army and Navy [¹] , quando sua madre parlò, riversò contentezza paradisiaca sulla figura di un frigorifero. Era contornata di gioia. La carriola, la falciatrice, il fruscio dei pioppi, le foglie che schiariscono prima della pioggia, le cornacchie gracchianti, le ginestre battenti, i vestiti fruscianti: tutto era così nitido e colorato nella sua mente che egli aveva già il suo codice privato, la sua lingua segreta, sebbene egli apparisse agli occhi della madre come il ritratto del rigore assoluto e incorruttibile, con la fronte alta e gli occhi blu fieri, perfettamente candidi e puri, leggermente accigliati al cospetto dell’umana fragilità, tanto che, osservandolo mentre indirizzava le forbici con precisione intorno al frigorifero, sua madre lo immaginò sul seggio di un giudice vestito di porpora ed ermellino oppure alla guida di una qualche impresa complessa e decisiva durante una crisi della vita pubblica.

    «Ma» disse suo padre, fermandosi davanti alla finestra del salotto «non sarà bello.»

    Se avesse avuto a portata di mano un’accetta, un attizzatoio, o qualsiasi arma in grado di squarciare il petto a suo padre e di ucciderlo, lì subito, James l’avrebbe afferrata. Tanto estrema era l’emozione che il signor Ramsay suscitava nel petto dei figli con la sua semplice presenza; quando rimaneva, come in quel momento — sottile come un coltello, affilato da sembrare una lama — a ridacchiare sarcastico, e lo faceva non solo per il piacere di disilludere il figlio e deridere la moglie, che era diecimila volte meglio di lui sotto ogni aspetto (pensava James), ma anche con un certo compiacimento segreto per la sua precisione di giudizio. Ciò che diceva lui era vero. Era sempre vero. Lui non era capace di mentire; non alterava mai un fatto; non moderava mai una parola sgradevole per compiacere o assecondare un essere mortale, meno di tutti i propri figli, i quali, frutto dei suoi lombi, dovevano rendersi conto fin dall’infanzia che la vita è difficile; i fatti inalterabili; e che il viaggio verso quella terra mitica dove le nostre speranze più vive si estinguono, dove le nostre fragili scorze si disfano nell’oscurità (qui il signor Ramsay raddrizzava la schiena e socchiudeva i piccoli occhi blu verso l’orizzonte), è un passaggio che necessita prima di tutto di coraggio, verità e capacità di sopportazione.

    «Ma potrebbe anche essere bello, credo proprio che sarà bello» disse la signora Ramsay, torcendo leggermente il calzettone rossastro marrone che stava lavorando ai ferri, impaziente. Se l’avesse finito quella sera, se alla fine fossero andati al Faro, lo avrebbe dato al guardiano per il suo bambino, minacciato dalla tubercolosi all’anca; insieme a una pila di vecchie riviste e un po’ di tabacco, insomma tutto quel che avesse trovato in casa di superfluo, che fosse d’ingombro nelle stanze, da regalare a quella povera gente che doveva essere stanca di rimanere lì tutto il giorno senza aver altro da fare che lucidare la lampada, pareggiare il lucignolo e passeggiare in quel piccolo giardino, qualcosa per far passare il tempo. A voi forse piacerebbe star rinchiusi un mese intero per volta, e anche di più in caso di tempesta, su uno scoglio grande quanto un campo da tennis? chiedeva la signora Ramsay. Senza lettere né giornali e senza veder nessuno; se si ha famiglia, senza vedere la moglie, senza sapere come stanno i bambini, se sono malati, se sono caduti e si sono rotti un braccio o una gamba; vedere le stesse onde che si infrangono settimana dopo settimana e poi l’arrivo di una tremenda tempesta, le finestre coperte di spruzzi, gli uccelli scaraventati contro la lampada e tutto lo scoglio che vacilla, senza poter mettere il naso fuori per timore di essere scaraventati in mare? A voi piacerebbe? chiedeva, rivolgendosi in particolare alle figlie. Per questa ragione, ricominciava in tono diverso, bisogna portar loro quante più cose possiamo.

    «Soffia a ponente» disse Tansley, l’ateista, tenendo la mano aperta in modo che il vento soffiasse tra le dita ossute; egli accompagnava il signor Ramsay nella passeggiata serale su e giù, su e giù per la terrazza. Significava che il vento soffiava dalla direzione più sfavorevole per attraccare al Faro. Sì, quell’uomo diceva davvero cose sgradevoli, ammise la signora Ramsay; era odioso da parte sua rincarare la dose e deludere ancor di più James; d’altra parte però lei non poteva permettere che gli ridessero dietro. L’ateista, lo chiamavano; il piccolo ateista. Rose lo prendeva in giro; Prue lo prendeva in giro; Andrew, Jasper e Roger lo prendevano in giro; e anche il vecchio Badger senza più un dente in bocca lo aveva morso perché (secondo quanto diceva Nancy) era il centesimo giovanotto ad averli seguiti fino alle Ebridi, quando sarebbe stato molto meglio starsene da soli.

    «Sciocchezze» ribatté la signora Ramsay con grande severità. A parte l’abitudine di esagerare sempre, che avevano preso da lei, e l’insinuazione (corrispondente a verità) che lei invitava troppa gente, tanto da doverla poi sistemare in paese, non tollerava scortesie nei confronti dei suoi ospiti, in particolare verso i giovani, che erano poveri in canna «ma anche eccezionalmente capaci», come diceva suo marito, di cui erano grandi ammiratori, e andavano lì per rigenerarsi. La verità era che prendeva tutti gli uomini sotto la sua protezione, per ragioni che non sapeva bene spiegare, per il loro spirito cavalleresco e il loro valore, per il fatto che essi negoziavano trattati, governavano l’India, controllavano la finanza; infine, per un atteggiamento nei suoi confronti che nessuna donna poteva non sentire o non trovare piacevole, qualcosa di fiducioso, infantile, reverenziale; che una donna anziana poteva accettare da un giovanotto senza perdere dignità. Guai alla fanciulla, e c’era da sperare che non fosse una delle sue figlie, che in cuor suo non sentiva l’importanza di ciò, e di tutto quel che implicava.

    Si rivolse a Nancy con severità. Non li aveva seguiti, disse. Era stato invitato.

    Dovevano trovare un’altra soluzione. Doveva esserci un modo più semplice, meno laborioso, sospirò. Quando si guardava allo specchio e si vedeva a cinquant’anni, con i capelli grigi e le guance incavate, pensava che forse avrebbe potuto gestire meglio le cose: suo marito, il denaro, i libri di lui. Ma, per quello che la riguardava, non si sarebbe mai, neanche per un attimo, pentita d'una decisione, non avrebbe mai evitato le difficoltà o trascurato i suoi doveri. Incuteva timore a guardarla, ora, e fu solo in silenzio, alzando gli occhi dal piatto, dopo che la madre ebbe parlato con tanta severità a favore di Charles Tansley, che le figlie, Prue, Nancy, Rose, ripresero a fantasticare di tradimenti, di sogni di una vita ben diversa dalla sua, magari a Parigi, una vita più libera, non a prendersi continuamente cura prima di un uomo, poi dell'altro. Perché nella loro mente c’era un muto sospetto nei confronti della deferenza e della cavalleria, della Banca d’Inghilterra e dell’Impero Indiano, di anelli al dito e pizzi, anche se in tutto questo c’era qualcosa di bello che suscitava virtù virili nei loro cuori di ragazze e faceva sì che esse ammirassero, sedute lì a tavola sotto gli occhi della madre, la strana severità e l’estrema cortesia di lei, che sembrava una regina che sollevi dal fango il piede sporco di un mendicante per lavarlo — quando lei le ammoniva in modo così severo a proposito di quel disgraziato di ateista che li aveva seguiti — o per parlare in modo più appropriato che era stato invitato a stare con loro — sull’isola di Skye.

    «Domani non sarà possibile approdare al Faro» disse Charles Tansley, battendo le mani mentre si trovava alla finestra con il marito della signora Ramsay. Di sicuro aveva già parlato abbastanza. La signora Ramsay sperava che li lasciassero tranquilli, lei e James, e riprendessero a parlare tra loro. Lo guardò. Era un esemplare di essere umano così deprimente, dicevano i ragazzi, tutto gobbe. Non sapeva giocare a cricket; si muoveva a scatti; trascinava i piedi. Era un bruto pieno di sarcasmo, diceva Andrew. Sapevano bene cosa gli piaceva di più: continuare all’infinito a camminare su e giù, su e giù, con il signor Ramsay, e dire chi aveva vinto una determinata cosa, chi un’altra, chi era un latinista di prim’ordine, chi era brillante, ma a mio parere fondamentalmente corrotto, chi era al di là di ogni dubbio "la persona più capace di Balliol [²] ", chi aveva momentaneamente sepolto il proprio intelletto a Bristol o a Bedford, ma di certo avrebbe fatto parlare di sé non appena avessero visto la luce i suoi Prolegomeni [³] a qualche branca della matematica o della filosofia, dei quali Tansley aveva con sé le bozze delle prime pagine nel caso il signor Ramsay avesse voluto vederle. Questo è ciò di cui parlavano.

    A volte nemmeno la signora Ramsay riusciva a trattenersi dal sorridere. Qualche giorno prima lei aveva detto qualcosa a proposito di onde alte come montagne. Già, aveva replicato Charles Tansley, era un po’ mosso. «Non si è bagnato fino alle ossa?» aveva chiesto lei. «Sono un po’ bagnato, non fradicio» aveva risposto Tansley, pizzicandosi la manica, tastando i calzini.

    Ma non era questo che li infastidiva, dicevano i ragazzi. Non era il volto; non erano le maniere. Era proprio lui: il suo modo di vedere il mondo. Quando parlavano di qualcosa di interessante come la gente, la musica, la storia, qualsiasi cosa, persino se dicevano che era una bella serata e quindi perché non andare a sedersi fuori, ciò che non sopportavano di Charles Tansley era che fino a quando lui non aveva rivoltato tutta la questione in modo che riflettesse la sua persona e adombrasse la loro, finché non li aveva in qualche modo fatti innervosire tutti con quel suo modo acido di togliere interesse ad ogni cosa, non era soddisfatto. Ed era persino capace di andare in un museo, dicevano, a chiedere al primo che incontrava, le piace la mia cravatta? E solo Dio può sapere, diceva Rose, quanto non piacessero a nessuno.

    Scomparendo da tavola furtivi come cervi non appena terminava il pranzo, gli otto figli dei Ramsay si rifugiavano nelle loro camere, i loro luoghi sicuri all’interno di una casa dove non c’era altro posto per discutere in privato di qualcosa, di ogni cosa: la cravatta di Tansley; l’approvazione del Reform Bill; gli uccelli marini e le farfalle; la gente; mentre il sole si riversava in quelle soffitte — separate l’una dall’altra semplicemente da una tavola, sì che si sentiva chiaramente ogni passo o anche il pianto della ragazza svizzera per il padre che stava morendo di cancro in una valle dei Grigioni — e illuminava le mazze, maglie, cappelli di paglia, calamai, boccette di colori, scarafaggi e teschi di piccoli uccelli, e traeva dalle lunghe strisce arricciate di alghe inchiodate alle pareti un odore di sale e di erba che impregnava anche gli asciugamani, ruvidi di sabbia dei bagni.

    Conflitti, divisioni, divergenze d’opinione, pregiudizi associati alla fibra stessa dell’essere, oh la signora Ramsay disapprovava il fatto che dovessero cominciare così presto. Erano talmente tanto critici, i suoi figli. Dicevano un sacco di sciocchezze. Uscì dalla sala da pranzo tenendo per mano James, che non voleva andare con gli altri. Le sembravano tutte sciocchezze: inventarsi differenze quando la gente, lo sapeva il cielo, era già abbastanza diversa senza di esse. Le vere differenze, pensava stando in piedi accanto alla finestra del salotto, sono abbastanza, più che abbastanza. Aveva in mente, in quel momento, i ricchi e i poveri, i grandi e i semplici; ai nobili per nascita ella concedeva, un po’ a malincuore, un certo rispetto, perché non aveva forse anche lei nelle vene il sangue di quella casata italiana molto nobile, anche se un po’ mitizzata, le cui discendenti, sparpagliate nei salotti inglesi del diciannovesimo secolo, parlavano con tanta grazia infantile e riscuotevano consensi, e tutto il suo spirito e il portamento e il carattere le venivano da loro, e non dagli inglesi indolenti o dai freddi scozzesi; però ella rimuginava in modo più approfondito l’altro problema, quello dei ricchi e dei poveri, e le cose che vedeva con i suoi occhi, ogni settimana, ogni giorno, lì oppure a Londra, quando andava a far visita a quella certa vedova o a quella madre di famiglia in difficoltà, con una borsa sotto il braccio e un quaderno e una matita con la quale annotava, su colonne accuratamente preparate a quello scopo, guadagni e spese, lavoro e disoccupazione; così facendo sperava che avrebbe smesso di essere semplicemente una donna la cui carità era qualcosa a metà tra il contentino all’indignazione e il soddisfacimento della curiosità, per diventare — cosa che nella sua mente semplice tanto ammirava — un’analista che studiava i problemi della società.

    Erano questioni senza soluzione, le pareva, mentre stava lì, con James per mano. L’aveva seguita in sala il giovanotto di cui ridevano; si trovava in piedi accanto al tavolo, che giocherellava con qualcosa, goffo, con la sensazione di essere un pesce fuor d’acqua, come lei ben sapeva anche senza alzare gli occhi. Se n’erano andati tutti: i ragazzi, Minta Doyle e Paul Rayley, Augustus Carmichael, suo marito: se n’erano andati tutti. Così si girò con un sospiro e disse: «Le farebbe piacere venire con me, signor Tansley?».

    Doveva sbrigare una commissione noiosa in paese; aveva un paio di lettere da scrivere; forse ci avrebbe messo una decina di minuti; doveva mettersi il cappello. E, con il cesto e l’ombrellino parasole, eccola di nuovo, dieci minuti dopo, con l’aria di essere pronta, attrezzata come per un viaggio, che comunque avrebbe dovuto sospendere un momento passando accanto al campo da tennis: doveva chiedere al signor Carmichael — che si godeva il tepore del sole con gli occhi gialli da gatto e socchiusi, tanto che, esattamente come quelli di un gatto, essi sembravano riflettere i rami che si muovevano o le nuvole che passavano, senza però dare nessun indizio di qualsiasi pensiero o emozione interiore — se aveva bisogno di qualcosa.

    Perché loro stavano partendo per la grande spedizione, disse ridendo. Andavano in paese. «Francobolli, carta da lettere, tabacco?» suggerì, fermandosi al suo fianco. Ma no, lui non aveva bisogno di niente. Le dita si intrecciarono sulla pancia prominente, gli occhi ammiccarono, come se avesse voluto rispondere gentilmente a tanta cortesia (lei era seducente, anche se un po’ nervosa) ma senza riuscirci, sprofondato com’era in una sonnolenza grigio-verde che li abbracciava tutti, senza bisogno di parole, in una vasta letargia di benevolenza; tutta la casa; tutto il mondo; tutta la gente del mondo, perché a pranzo lui aveva versato nel bicchiere alcune gocce di qualcosa, che secondo i ragazzi spiegavano quella striscia brillante color giallo-canarino sui baffi e sulla barba, altrimenti bianchi come latte. Non aveva bisogno di niente, mormorò.

    Sarebbe diventato un grande filosofo, disse la signora Ramsay mentre scendevano lungo la strada che portava al villaggio di pescatori, se non avesse fatto un matrimonio sfortunato. Con il parasole nero ben dritto, e procedendo con un’indescrivibile aria di attesa, come se dietro l’angolo ci fosse stato qualcuno ad aspettarla, gli raccontò tutta la storia: una relazione con una ragazza a Oxford, un matrimonio precoce, la povertà, la partenza per l’India, la traduzione di qualche poesia molto bella, credo, l’intenzione di insegnare ai ragazzi il persiano o l’indostano, ma a che cosa serviva?; e poi starsene lì disteso, come lo avevano visto, sul prato.

    Lo lusingava; era stato snobbato, e il fatto che la signora Ramsay gli raccontasse quelle cose gli faceva bene. Charles Tansley si sentì rinascere. L’allusione, poi, alla grandezza dell’intelletto maschile, sia pur in declino, e alla sottomissione delle mogli — non che biasimasse la ragazza, e il matrimonio era stato felice, lei credeva — alle fatiche dei mariti, lei lo fece sentire ancor più contento e soddisfatto di quanto fosse mai stato prima, e gli sarebbe piaciuto, se per esempio avessero preso una vettura, pagare lui la corsa. E in quanto alla borsetta, poteva portargliela? No, no, disse lei, quella se la portava sempre da sola. Come ora. Sì, questo lo avvertiva, in lei. Capiva molte cose, in particolare una che lo eccitava e lo disturbava per ragioni che non sapeva spiegare. Gli sarebbe piaciuto che lei lo vedesse in toga e tocco, durante una qualunque cerimonia. Un insegnamento, una cattedra — si sentiva capace di tutto e si vedeva — ma che cosa stava guardando, lei? Un uomo che attaccava un manifesto. Il grande foglio di carta svolazzante si appiattiva, e a ogni colpo di pennello rivelava altre gambe, cerchi, cavalli, rossi e blu brillanti, splendidamente uniformi, finché metà della parete fu coperta dalla locandina di un circo; cento cavallerizzi, venti foche ammaestrate, leoni, tigri… Allungando il collo, perché era miope, la signora lesse che… «arriverà in questo paese». Era un lavoro terribilmente pericoloso per un uomo con un braccio solo, esclamò, starsene in cima a una scala come quella: il braccio sinistro gli era stato reciso da una trebbiatrice due anni prima.

    «Andiamoci tutti!» gridò, riprendendo a camminare, come se quei cavallerizzi e cavalli l’avessero riempita di euforia infantile e le avessero fatto dimenticare la sua pietà.

    «Andiamoci» disse lui, ripetendo le sue parole in tono meccanico, in un modo tanto impacciato che fece aggrottare la fronte alla signora Ramsay. «Andiamo al circo.» No. Non riusciva a dirlo bene. Non riusciva a sentirlo bene. Ma perché? chiese lei. Che cosa c’era che non andava? In quel momento provò affetto per lui. Non lo avevano mai portato al circo, chiese, quando era bambino? Mai, rispose lui, come se gli avesse chiesto proprio la cosa cui voleva rispondere; come se in tutti quei giorni non avesse fatto altro che desiderare di dirle che non era mai andato al circo. Era una famiglia numerosa, la sua, nove tra fratelli e sorelle, e il padre non viveva di rendita: «Mio padre è un farmacista, signora Ramsay. Lavora in una farmacia». Lui si era guadagnato da vivere fin dall’età di tredici anni. Spesso durante l’inverno doveva andar fuori senza cappotto. Al college non poteva mai ricambiare gli inviti (furono le sue parole secche e formali). Doveva far durare le cose il doppio degli altri; fumava il tabacco meno caro: trinciato, quello che fumavano i vecchi sul molo. Lavorava sodo, sette ore al giorno; in quel momento si occupava dell’influenza di qualcosa su qualcuno. Intanto continuavano a camminare e la signora Ramsay non capiva bene il senso dei suoi discorsi, sentiva solo le parole, qua e là… dissertazione… insegnamento… lettorato… assistentato. Lei non riusciva nemmeno a seguire il brutto gergo accademico, snocciolato con tanta scioltezza, ma si disse che ora capiva perché l’andare al circo l’avesse tanto spiazzato, poveretto, e perché se ne fosse venuto fuori subito con quella storia del padre e madre e fratelli e sorelle, e ci avrebbe pensato lei a fare in modo che non gli ridessero più dietro; lo avrebbe detto a Prue. Gli avrebbe fatto molto piacere, pensava, raccontare di essere stato a Ibsen con i Ramsay. Ma si dava un sacco d’arie; oh sì, era incredibilmente noioso. Al punto che, anche se ormai erano arrivati in paese e percorrevano la via principale, con le carrozze che stridevano sull’acciottolato, lui continuava a parlare di sistemazioni, e di insegnamento e di gente che lavorava, e l’aiuto alla propria classe, e lezioni, finché la signora Ramsay ritenne che avesse riacquisito in pieno tutta la sua sicurezza, si fosse ripreso dal circo, e fosse sul punto (e qui di nuovo provò affetto per lui) di dirle… Ma ecco, le case erano ormai scomparse su entrambi i lati ed erano giunti alla banchina, e tutta la baia si apriva davanti a loro e la signora Ramsay non poté fare a meno di esclamare: «Oh, com’è bello!». Perché di fronte a lei c’era la grande distesa di acqua blu; il Faro grigio, distante, austero, al centro; e sulla destra, a perdita d’occhio, sfumando e cedendo in morbide pieghe lievi, le dune verdi di sabbia con l’erba selvatica che vi cresceva sopra, che sembravano sempre correr via verso qualche terra

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