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La sorella del massone

La sorella del massone

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La sorella del massone

Lunghezza:
373 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
3 giu 2019
ISBN:
9781547591565
Formato:
Libro

Descrizione

Nella Spagna del dopoguerra, la giovane Maria Moreno si ritrova coinvolta in una missione che potrebbe aver cambiato il corso della storia circa la sovranità della Rocca di Gibilterra. Amore e odio, politica, spionaggio e massoneria si intrecciano in un groviglio di avventure ed esperienze dove la realtà si confonde con la finzione.
Riuscirà LA SORELLA DEL MASSONE a raggiungere l'obiettivo a cui è stata trascinata?

Editore:
Pubblicato:
3 giu 2019
ISBN:
9781547591565
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La sorella del massone - Ana Emberley

LA SORELLA DEL MASSONE

di ANA EMBERLEY.

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www.anaemberley.com

La sorella del massone è un'opera di finzione in cui appaiono fatti, dettagli e personaggi storici che sono stati in alcuni casi modificati in base alle esigenze della trama.

Alla mia stellina, piccola ma ferma.

PARTE 1. ANNI 40

1

Nel dormiveglia, iniziai a identificare la sirena di Gibilterra che annunciava il coprifuoco. Si incrostava lentamente dentro la mia testa, quando un rumore fragoroso mi svegliò di sobbalzo, come se un aereo si fosse schiantato sulla casa. Aprii gli occhi all'improvviso. Una scioccante sensazione di panico mi lasciò paralizzata per qualche secondo mentre intravedevo mio padre cercando di alzarsi dalla sedia a dondolo e l'ombra di mio fratello José correndo verso il salotto. A volte gli aerei militari passavano a poca distanza, ma mai a quelle ore.

«Che succede? Cos'è stato?», arrivò urlando José.

«Saranno i tedeschi! I tedeschi che vengono ad attaccare Gibilterra!», diceva mio padre.

All'improvviso si sentì un sibilo nell'aria e poi ne seguì un altro. Rimanemmo in silenzio, ma non successe niente. Mi alzai dal divano letto e afferrai forte mio padre cercando di proteggerlo o proteggermi, non ne sono così sicura.

Continuava a dire, nervoso ed esaltato:

«I tedeschi, i tedeschi! È guerra! Un'altra maledetta guerra! José, vai a cercare tuo fratello, porca puttana!»

José rimase mezzo paralizzato e sconcertato dalle circostanze. Era ancora troppo vivido in lui il ricordo della Guerra Civile, dove perdemmo mio fratello Luis.

Aspettammo nascosti un altro di quei sibili, ma, dopo pochi minuti, io e mio padre ci lasciammo lentamente, non ce ne furono altri. Jose tornò al suo letto e rimase lì seduto, pietrificato per qualche altro secondo.

«Questi sono i tedeschi, come era successo con i mori durante la guerra, vedrai!», ripeteva mio padre. «Ragazzo, smettila di comportarti come una femminuccia e vai fuori a vedere se scopri qualcosa.»

Andai nella sua stanza e gli toccai una spalla; sebbene non sopportasse quei ricordi, non si lasciava nemmeno consolare facilmente.

Con modi gentili e voce delicata, gli sussurrai:

«José, perché non passi un attimo a casa di Pedro, che sai bene com'è tuo fratello? Basta che vai a controllare che stiano bene così nostro padre sta tranquillo.»

Mi guardò dritto negli occhi con un misto di accettazione e di rabbia. Si alzò dal letto, si mise un pantalone e una camicia che aveva accantonato ai piedi del letto, prese il quarto di libbra di tabacco, ne mise un po' dentro la sua tabacchiera di cuoio, che lui stesso si era fabbricato, e uscì di casa in silenzio.

Mi affacciai appoggiandomi al cardine della porta che dava alla Calle del Sol, la nostra via, nella parte ovest della città di La Línea de la Concepción, abbastanza vicino al centro e alla Playa de Poniente. Era deserta e buia. Sarebbe stato strano trovare qualcuno sveglio. Oltre le case di fronte, si vedevano solo le luci dei proiettori di Gibilterra che giravano di continuo per localizzare gli aerei nemici. Li avevo già visti in funzione in altre occasioni, incluso durante la nostra guerra. Le sirene avevano smesso di squillare. C'era un silenzio scomodo e inquietante, turbato solo dall'intenso e umido vento di levante.

José si allontanava verso la piazza della chiesa, ma dopo aver camminato per qualche metro e aver passato la farmacia, tre case più in là si aprì una porta. Entrambi sobbalzammo per il rumore inaspettato nel silenzio regnante. Da lì uscì il vicino, Juan Cartujo, con il figlio maggiore Juanito, di circa sedici anni, un ragazzo alto, mingherlino e goffo.

In quel momento, mio padre, conoscendo la mia inquietudine e la mia curiosità, disse:

«Dai, chiquilla[1], vai con tuo fratello a vedere che è successo ma appena lo scopri torni indietro, eh. E tuo fratello, che vada a cercare Pedro... ma se ci sono dei militari, non tornare da sola.»

Mio padre temeva e odiava i militari quanto i preti.

«Ehi!», gridai e uscii correndo. «Vengo con te!»

Altre porte cominciarono ad aprirsi timidamente.

«Che sarà successo?», si chiedeva il Cartujo.

«Non lo so, mio padre dice che sono i tedeschi che tirano bombe su Gibilterra perché la guerra dell'Inghilterra la finiremo per pagare tutti. Il fatto è che si è sentito come se fosse successo qui vicino.»

Iniziammo a sentire urla strazianti. Arrivati all'altezza della Calle de López de Ayala, a circa duecento metri da casa mia, scoprimmo la catastrofe. Alcuni correvano terrorizzati o vagavano senza meta incapaci di prendere in mano la situazione, gli uni insanguinati e gli altri cercando di aiutare senza sapere come. All'incrocio di quella via con Calle de Duque de Tetuán, era caduta una bomba che aveva fatto rimbombare tutta La Línea.

Mio fratello era sconvolto quanto me.

«Cazzo, Juan!», disse al Cartujo. «È una bomba, è caduta in pieno sulle case! Dio santo! Andiamo a vedere.»

Ci avvicinammo un po' di più. Non c'era ancora molta gente. L'elettricità si era interrotta e alcuni si facevano luce con delle lanterne. Le facciate di almeno due case erano state completamente distrutte e si distinguevano i resti della struttura interna nell'oscurità. Sentivamo altre grida di aiuto e vedemmo due vicini trasportare un signore che sanguinava abbondantemente all'altezza della coscia, dove prima avrebbe dovuto esserci una gamba. José fu il primo a prestare aiuto e si unì a un gruppo di persone per rimuovere le macerie e cercare le vittime. Io mi limitavo a guardare, come se si trattasse di un film e fossi seduta nel cinema Imperial. Guardavo la tragedia nella penombra. Senza luce, gli uomini lavorarono a tentoni; questo insieme al forte vento rendeva la situazione dantesca.

Arrivò la polizia e, fortunatamente, fece un po' di luce con i fanali dell'auto. Poco dopo, arrivarono due camion militari con potenti riflettori che illuminarono ancora di più il desolante scenario. Grazie a ciò, fu possibile scoprire il corpo di una donna sulla cinquantina, il cui braccio spuntava tra le rovine.

I militari scesero dai camion con tutte le loro attrezzature e si unirono al lavoro che avevano iniziato in precedenza alcuni cittadini e i poliziotti. A poco a poco apparvero altri cadaveri. A quel punto, vidi che mio fratello José aveva smesso di aiutare ed era pietrificato davanti all'immagine di un corpo completamente esploso. Sapevo che si stava ricordando di Luis; José si trovava a pochi metri dall'avvallamento in cui si nascose quando cadde la bomba sul fronte di Jaén, giusto per assistere alla sua morte che non sarebbe sparita mai più dalla sua testa.

Immerso in quello shock emotivo, apparve mio fratello Pedro e gli toccò la spalla. Andai verso di loro.

«Fratello, cosa ci fai qui? Dov'è nostro padre? Sta bene?», chiese con preoccupazione.

«Tranquillo, è a casa. Ci ha mandato per sapere se tu stessi bene. Qui è un disastro.»

Pedro gli strinse forte le spalle in una sorta di solidarietà e affetto.

«Beh, digli che sto bene, ma adesso andate subito a casa, non si sa se questo continuerà, le notizie sono confuse.»

«A cosa ti riferisci? Nostro padre dice che sono stati i tedeschi, che volevano bombardare Gibilterra», commentò José.

«Beh, forse, altri dicono che sono stati gli italiani. In ogni caso, Franco dovrà chiedere spiegazioni, secondo quello che mi ha detto un soldato, il governatore militare è già stato avvertito. Tutto indica che si stavano dirigendo a Gibilterra, ma non capisco come abbiano potuto commettere un tale errore contro un Paese neutrale, quasi alleato, a meno che non stiano cercando qualcos'altro...»

«A cosa ti riferisci? Pensi che possano essere al corrente?»

«Sssh! Zitto! Devo andare. Tu torna a casa a prenderti cura di nostro padre e di nostra sorella e a proteggerli. Io devo verificare delle cose e ci rincontreremo lì. Prima passate a casa mia e porta con te Antonia e le bambine. Non mi piace che rimangano da sole.»

Obbedimmo al nostro fratello maggiore senza fiatare. Pedro viveva abbastanza vicino a dove era caduta la bomba, nella Calle de Méndez Núñez. Diedi un'ultima occhiata a quello che stava succedendo e con quella panoramica della desolazione andammo a casa di Pedro. Le cause importavano davvero poco per adesso, e non capivo le priorità di mio fratello Pedro, sempre così analitico e calmo in una situazione del genere. Forse era perché non era mai andato in guerra.

Quando tutto ebbe inizio, era già padre di famiglia e, sebbene non intervenne direttamente sul fronte, fu un importante stratega, o qualcosa del genere, del partito repubblicano. Questo gli costò alcuni mesi di lavori forzati in un campo di concentramento a Siviglia... ciò nonostante, il suo carattere forte e responsabile non cambiò e continuò con quell'aria intellettuale da cui non si sarebbe mai staccato. Era un uomo corretto, servizievole ma critico, difensore delle proprie idee. Difficilmente perdeva la sua compostezza e stava sempre a leggere. Le persone che lo conoscevano di vista dicevano di lui che era lo scaricatore dal libro in mano e io, da bambina, lo ricordavo così nella sua gioventù.

Per mia fortuna, quei pensieri occuparono la mia mente per gran parte dal cammino verso la casa di mia cognata, il che evitò che continuassi a rimuginare eccessivamente sull'orrore a cui avevo appena assistito, a differenza di José che, sebbene stesse zitto come me, certamente stava pensando all'immagine di quel corpo distrutto e, di conseguenza, a Luis. Gli si vedeva l'angustia riflessa in faccia. Vidi i suoi occhi pieni di lacrime, che strofinò via con determinazione.

Quel giorno mio padre l’aveva chiamato femminuccia e, anche se non gli importava che io lo vedessi piangere, non poteva presentarsi così a casa di Pedro, lui che era così padrone delle proprie emozioni, o per Antonia sarebbe caduto in discredito. Ciò che non sapeva era che, per tutti noi, quell'aria paternalista che avevamo nei suoi confronti si basava sulla profonda ammirazione che sentivamo per essere stato in guerra ed essersi mantenuto in piedi nonostante avesse visto il suo fratello minore scoppiare in mille pezzi. Era molto forte.

José bussò piano alla porta.

«Sì, chi è? Papà, sei tu?»

Alicia parlava dall'altro lato della porta.

«No, sono lo zio, aprimi.»

«Aspetta.»

Sentimmo mia nipote ritirarsi e, invece di aprire, si allontanò dalla porta. Forse per chiedere a sua madre cosa dovesse fare.

«Fanno bene», espresse José, insieme al primo sorriso di complicità che ci rivolgemmo dal momento dell'esplosione, «a non fidarsi di nessuno, le bambine. Vivranno meglio.»

Alicia era la figlia maggiore di Pedro e Antonia ed era quasi una donna ormai. Aveva dodici anni e si prendeva cura della sua sorellina Oriente, di otto. Subito, arrivò mia cognata e aprì la porta.

«Ciao, entrate. Si sa qualcosa di quello che è successo? Pedro se n'è andato da un po' e non sappiamo nulla.»

«Lo so, Antonia, mi ha mandato a venire a prendervi», disse José. «È andato a vedere cosa succede. Dice che staremo meglio tutti insieme e che poi lui ci raggiungerà a casa mia.»

Antonia prese una giacchetta per le bambine e riempì d'acqua l'abbeveratoio per il cardellino. Lo riempiva sempre in caso facessero tardi, era la sua scusa. Pedro diceva che erano manie che le erano rimaste dalla guerra... Mentre aspettavamo sulla porta e guardavamo ciò che faceva, pensai che l'animaletto non era morto per lo spavento dell'esplosione e vidi José sorridere di nuovo guardandola eseguire il suo rituale. Poi uscimmo tutti e cinque verso casa mia.

Quella notte fu una delle più lunghe che ricordi della mia vita. Quando arrivammo a casa, mio padre era ancora appoggiato allo stipite della porta aspettando che qualcuno dei suoi figli apparisse, mescolando, come sempre, preoccupazione e rabbia. Andai in cucina a preparare caffè per tutti mentre aspettavamo Pedro.

Mi mise un po' in imbarazzo che ci fosse Antonia. La cucina era tutta sporca, dato che il mio capo mi aveva dato il giorno dopo libero perché iniziava la sagra e avevo deciso di pulire l'indomani mattina. Misi la carbonella nel forno per accendere il carbone e la caffettiera già preparata. Tirai fuori il caffè buono e buttai la sbobba che bevevamo di solito. Considerai che l'occasione ne valeva la pena e cosa c'era di meglio per tenerci svegli se non il caffè di Gibilterra.

Sebbene andassi a lavorare tutti i giorni a La Roca —a quel tempo facevo la cameriera al Café Universal nel turno di giorno—, non mi fidavo per niente a far passare le cose di contrabbando, quindi portavo giusto quello che ci era concesso con i "mandaos", che era, come lo chiamavamo noi, quello che ci lasciavano far uscire legalmente. A quei tempi, credo di ricordare che consisteva, più o meno, in un quarto di libbra di caffè, mezza libbra di zucchero, due uova, una candela, mezza libbra di baccalà, una patata, mezzo pacchetto di tabacco e una scatola di fiammiferi. All'inizio, lo annotavano alla frontiera e te lo detraevano dalla tessera di razionamento; nonostante tutto continuo a credere che sotto quell'aspetto stavamo meglio che nel resto della Spagna del dopoguerra. Inoltre, aiutava il contrabbando. Se portavo qualcosa in più, lo facevo solo quando ero completamente sicura di poter far passare le cose per la frontiera senza problemi, quasi sempre consigliata dalla mia collega di lavoro, Lola, che era una grande trafficante e passava montagne di prodotti ogni giorno. Teneva sott'occhio doganieri e matronas[2]. Io preferivo far passare meno cose e non le vendevo, ma me le tenevo in casa e per questo avevamo sempre un po' di caffè buono, formaggio edam olandese e coni gelato, prodotti difficili da trovare in Spagna che tenevo da parte per i momenti di festa o di dispiacere, come in questo caso.

Erano passate quattro o cinque ore da quando era caduta la bomba. Finalmente, le bambine si erano addormentate nella stanza di José e noi adulti stavamo aspettando nel soggiorno. Mio padre era in una specie di dormiveglia sulla sua sedia a dondolo tra impazienza, cattivo umore e sonno. Noi altri eravamo eccessivamente nervosi per abbassare lo stato d'allerta nonostante la stanchezza. Avevamo già finito il caffè e, anche se avevo servito dei biscotti, nessuno toccò cibo.

2

Il sole spuntò più rosso del solito, tinto di sangue.

Secondo quello che ci raccontò il Cartujo, che vedemmo arrivare e si fermò a parlare con noi già di mattina, i militari ed alcuni civili avevano continuato a togliere macerie tutta la notte fino a pochissimo tempo prima, per questo era già tornato. Alla fine, erano state cinque le vittime mortali; appartenevano alle famiglie Caballero e Ruiz Sánchez, che vivevano in quelle case. Almeno li aveva colti nel sonno e non se ne erano quasi resi conto. Ci furono anche molte persone gravemente ferite che furono trasportate all'ospedale. Benché li conoscessimo di vista —ci conoscevamo tutti lì—, non c'era nessun parente nostro o amico diretto tra le vittime né tra i feriti.

Ci disse anche che il bombardiere aveva sganciato tre bombe, ma che solo quella era esplosa. Un'altra sembrava essere caduta in mare e la terza vicino al campo di polo nella zona di Campamento, ma le informazioni erano confuse.

A metà mattina, il governatore militare annunciò alla radio che sarebbero state richieste le opportune spiegazioni. Inoltre, fu decretato un giorno di lutto e furono posticipati a domenica il veglione di luglio e la sagra, che sarebbe iniziata giusto quel giorno. Mi ricordai della mia amica Angelines che sarebbe dovuta andata con il suo ragazzo a vedere la corrida. Per fortuna, quella non l'avevano sospesa. Nel frattempo, non avevamo ancora notizie di Pedro.

Fu verso mezzogiorno quando apparse. Lo accogliemmo tutti come se fossero passati mesi senza vederlo. Non sarebbe stata la prima volta che se ne andava per un po' e poi invece passavano anni. Ci aveva dato quel dispiacere già due volte, il poveretto. La prima fu all'inizio della guerra, quando se lo portarono al Círculo Mercantil sotto arresto perché massone e rosso. Lo pelarono e gli diedero del lassativo per poi farlo camminare lungo la Calle Real e tenerlo prigioniero per vari giorni nel carcere di San Roque. Noi non lo vedemmo. Io e mio padre eravamo andati in nave a Valencia nell'agosto 1936 e tornammo alcuni mesi dopo l’accaduto; ce lo raccontarono dei vicini in cui ci imbattemmo lì. Penso che fu per questo che mio padre decise di tornare indietro. Grazie a uno dei suoi amici influenti, mio fratello poté uscire di prigione, ma continuarono a vigilarlo tutto il tempo. La seconda volta successe un altro giorno che uscì a fare colazione e, in una discussione accesa con un vicino che era della falange, finì per essere arrestato e portato a Siviglia a quel campo di concentramento in cui rimase quattro interminabili mesi e dodici giorni che, per noi e soprattutto per Antonia, furono di nuovo un supplizio, aggravato dal fatto che a quel tempo le due bambine erano molte piccole. Quando tornò, di nuovo grazie a qualche altro amico, non dimenticherò mai la lavata di capo che gli diede Antonia non appena sceso dal treno, prima ancora di abbracciarlo e baciarlo, disperata. Mio fratello e mia cognata si amavano molto, a me facevano un po' invidia, a dire la verità.

Pedro ci teneva sempre con il fiato sospeso e mi passavano spesso per la testa pensieri infelici che mi facevano credere che i suoi ideali lo avrebbero portato a fare la stessa fine di mio fratello Luis. Ogni volta che accadeva, mi facevo il segno della croce freneticamente.

Quando entrò, osservai che tra lui e José c'era un serio scambio di sguardi, la cui complicità mi fece sospettare che stessero tramando qualcosa, ma in quel momento il mio malessere si limitava alla preoccupazione per la situazione. Speravo solo che non fosse un altro dei loro tramaci politici.

Mio padre non rimproverava mai Pedro. Tutti sapevamo che era il suo pupillo e quanto lo ammirasse. Non era come con me o con José, tutt'altro.

«Allora, figliolo, che hai scoperto? Sono stati i tedeschi?»

«Beh, no, padre, ma quasi. Sono stati gli italiani. Dicono che le bombe erano per Gibilterra, ma che con i riflettori della Rocca e il vento che tirava ieri notte probabilmente si sono disorientati e hanno finito per sbagliare l'obiettivo, anche se io non ci credo.» Guardò di nuovo José.

«Sono tutti la stessa cosa», disse nostro padre, «tedeschi, italiani, il Frasquito[3]...»

«Sssh! Stiate zitto, padre.» Mi allarmai. «Se Vi sentono i vicini!»

«Ma se non sto dicendo niente di male, chiquilla, con la paura che ho, dico solo che sono la stessa cosa!»

Con mio padre a quel punto non si aveva scelta: la cosa più pratica da fare era assentire sempre e dargli retta perché non lo zittiva nessuno.

«Dicono che le altre due sono cadute sulla Playa de Poniente, ma che non sono esplose», continuò Pedro. «Io non le ho viste. Dovranno andare a portarsele via i militari... Dicono anche che staremo senza luce tutto il giorno perché la linea elettrica è stata danneggiata dall'esplosione, ma che sperano che la sagra inizi per domani.»

«Eh certo, che non manchino il pane e il circo», disse nostro padre a denti stretti.

«La sagra! Che bello!», disse Oriente dalla stanza. «È già iniziata, mamma?»

Apparve alla porta con i capelli in disordine e lo sguardo innocente.

«Era ieri la sagra? Per quello si sentiva la sirena della ruota panoramica, vero?»

«Sì, tesoro», affermò Antonia, «ma la sagra inizia domani, stavano provando le giostre, per quello c'era tanto rumore.»

«È una bugia, era una bomba», si sentì Alicia dalla stanza, ma nessuno rispose.

Decisi di rompere la tensione annunciando che avrei preparato del café migado[4] alle bambine e me ne andai in cucina... Antonia e Oriente vennero con me e gli uomini rimasero a parlare nel soggiorno, mentre Alicia continuava a gingillare nel letto.

Cominciarono a parlare, prima a bassa voce, ma a poco a poco cominciarono ad alzare il volume.

«Ma dobbiamo fare qualcosa, giusto? Se lo sanno, non sono sicuri, continueranno a cercare», sentii dire da José.

«Dio Santo, Antonia, questi stanno già a parlare di politica. Con quello che ci sta toccando, non so come possano pensare a quelle cose. Spero solo che tengano la testa sulle spalle.»

Antonia si limitava ad assentire, non protestava come me. All'epoca non me ne rendevo conto, ma oggigiorno penso che lei sapesse tutto, che lei e Pedro fossero una coppia che non aveva segreti.

All'improvviso, José disse che sarebbe andato a lavorare.

«Maria», gridò dal soggiorno, «preparami il pranzo al sacco che me ne vado a Gibilterra.»

«Adesso te ne vai? Ma con la storia delle bombe e a quest'ora?»

«Sì, mi resta ancora tempo per fare mezza mattinata e il pomeriggio.»

«Tu non vai?», chiese Antonia a Pedro. «Te lo dico perché così andiamo a casa e ti preparo il cibo.»

«No, io no, ho già detto a José di dire che sono stato ad aiutare quelli dell'esplosione ieri e che oggi sono sfinito. Non succede niente, i dirigenti sono brave persone.»

Sedetti le bambine con il café migado e un po' di liquirbá[2] e servii ancora un po' di caffè agli adulti. Poi preparai il cibo di José, un po' precario, perché non l'avevo previsto né avevo iniziato a fare il pranzo. Avevo pensato di preparare della zuppa di pesce e metterne da parte un po' per lui. Riempii la sporta di José con pane, birra e carne combí[3]; se voleva qualcos'altro se lo sarebbe comprato a Gibilterra. Ad ogni modo, si comprava sempre dolciumi nella pasticceria di Plaza del Martillo sulla strada per l'arsenale.

«Allora, niente, restiamo così», disse Pedro a José.

«Sì, sì. Per qualsiasi cosa ti avviso, fratello. Non ti preoccupare.» E se ne andò verso la frontiera.

Solo giunta sera gli uomini di casa si riunirono di nuovo in soggiorno e continuarono a bisbigliare.

«Ah, José e Pedro, come mi state stufando con la politica! Non ne avete abbastanza con quello che è successo a Luis? Non avete imparato niente e nostro padre è già molto vecchio per dargli altri dispiaceri.»

«Non usare me come pretesto, eh, Maria!», brontolò mio padre dalla sedia a dondolo. Ormai erano una cosa sola, lui e quella sedia. «Se non combatte la gioventù, chi vuoi che combatta, donna. Dai, smettila di piagnucolare e portami una birra.»

Verso le nove di sera, Paco, l'amico intimo dei miei fratelli, si unì alla riunione, con la doppia intenzione di venire a trovare i miei fratelli e soprattutto me, come sempre. Mi dava molto fastidio quando qualcuno dei loro amici si presentava a casa a quelle ore. Anche se era estate e di per sé facevamo tardi, quando arrivava qualcuno si finiva sempre per fare le ore piccole e non andavamo a letto prima dell'una o delle due di notte.

In quei momenti sì che ringraziavo Ana, la vicina, che usciva di casa per dire ai miei fratelli e a mio padre che suo marito doveva lavorare il giorno dopo e che, per favore, riordinassero subito. Suo marito faceva il fruttivendolo al mercato. Raccoglieva gli ortaggi e la frutta dall'orto molto presto, così alle sei del mattino a volte lo sentivo aprire la porta di casa sua. Non aveva molto a che fare con noi, si limitava a salutare e conversava a malapena. Io credo che fosse perché la mia famiglia era rossa e lui era della Falange. Sua moglie, invece, ci trattava con affetto e quasi ogni settimana mi metteva da parte un po’ delle verdure che le portava il marito.

Di tutti i vicini era con loro che ci relazionavamo di più perché il mio patio era distribuito in un modo un po' strano. A quel tempo, molti di noi vivevano nei cortili, che erano un tipo di abitazioni strutturate intorno a un patio centrale, molti con un pozzo, dove si faceva la vita in comunità. Lì, nei grandi catini che mettevamo al sole, si lavavano le stoviglie, i vestiti e i bambini. Il mio patio aveva un portone a forma di arco e un piccolo portico d'ingresso. A metà del portico, si apriva una porta sulla destra che portava alla casa della famiglia Chacón. L'uomo era un manovale e viveva con la moglie e le due figlie di circa dodici e quindici anni, ma li vedevamo a malapena perché non frequentavano il patio. Si erano riservati una piccola porzione chiusa dove stendevano, lavavano e vivevano, che si affacciava sull'altra parte dell’edificio, con l'accesso da una via perpendicolare alla nostra. Giusto entrando, sull'ingresso per il portico, c'era la casa di Ana e di suo marito, Ramón, che aveva una stanza-cucina e un piccolo soggiorno, per questo lei usava abbastanza il patio come noi. Avevano due figli: il più grande, dell'età di mio fratello Pedro, che viveva ad Algeciras e che fu membro della Guardia d’assalto e, poi, della Polizia armata—dei grigi, come li chiamavamo per il colore delle loro uniformi—, ma che non veniva a trovarli spesso, e la figlia, Asunción, che lavorava a Gibilterra e che si era sposata da poco. Poi c'era il gabinetto comunitario, senza acqua, dove a volte potevi veder entrare o uscire qualcuno e che, in quegli anni, non era altro che uno stanzino con un buco. Al centro del patio, c'era il pozzo e c'era un'altra parte del cortile chiusa in cui vivevano i Mendoza, che erano gitani, e, come i Chacón, non frequentavano il patio ma entravano e uscivano per una via parallela. Giusto di fronte, c'era casa nostra e, di fianco, attaccata al portico all’ingresso, quella della signora Juana, una donna ormai molto vecchia ridotta a letto di cui si prendevano cura i suoi tre figli. Già anziani anch'essi, facevano a turno per andarla a trovare, perciò a volte ne vedevi qualcuno, ma non così spesso. Entrambe le case avevano un'uscita al cortile e alla via. Da casa mia, uscendo nel patio, sulla sinistra, c’era una piccola scala che portava a un'ultima casa, con due stanze e un soggiorno, proprio come la mia. Il padrone di casa aveva costruito quel piano da poco e ci era andata a vivere una giovane coppia con due bambini piccoli che, quando saltavano o correvano per casa, facevano tremare tutto l'edificio.

Quelli erano i nostri vicini. Ognuno si faceva i fatti suoi e non c'era quel senso di unità come in altri cortili, dove si organizzavano festicciole, anche di domenica. Quindi si potrebbe dire che la mia famiglia, tra tutti quelli che vivevano lì, era quella che faceva più baldoria e a me non piaceva affatto che fossimo sempre sulla bocca della gente attirando l'attenzione.

Quella notte

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